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    DALLO SCISMA INTERNO DELLA MASSONERIA "LA CARBONERIA"
    di Daniele Failli
    dal sito web www.esoteria.org/attualita.htm
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    INTRODUZIONE
    Dal Congresso di Vienna la politica dei governi restaurati fu apertamente reazionaria. Reazione significa il ritorno all’antico regime, all’assolutismo monarchico e al sistema dei privilegi, schiacciando ogni sentimento liberale e nazionale, e la difesa dei soprusi di una minoranza contro i diritti di tutti i cittadini. La politica adottata dai monarchi non permetteva alcuna manifestazione di libertà. I popoli sono sudditi di sovrani investiti della suprema autorità da Dio. Le libertà di pensiero, di opinione, di stampa, di associazione e di riunione non sono permesse, perché dannose all’autorità costituita e quindi a tutta la società. Le leggi napoleoniche sono in molti Stati, abrogate e i privilegi dei nobili e del clero ripristinati. I sovrani si attorniano di ministri retrivi, di uomini faziosi e di intelletto ristretto, incapaci di capire il nuovo corso storico. I sovrani avevano dalla loro parte molti aristocratici, la maggioranza dei funzionari pubblici, le forze di polizia e tutta la gente interessata a mantenere l’ordine costituito, "i conservatori". L’assolutismo viene inoltre favorito dall’indifferenza delle masse, ignoranti, povere e rassegnate. Gli innovatori sono un’esigua minoranza, scrittori, studenti, avvocati, giuristi, vecchi giacobini, ecc., ma hanno sui loro avversari l’immenso vantaggio che deriva dalla cultura, dalla preparazione, dalla capacità d’iniziativa e dall’entusiastica fede in un ideale. Con il congresso di Vienna (novembre 1814 - Giugno 1815) il territorio italiano venne diviso nei seguenti dieci Stati:

    Regno di Sardegna sotto Vittorio Emanuele I di Savoia (formato dagli antichi possedimenti sabaudi ed ingrandito con il territorio della soppressa Repubblica di Genova - Savoia, Piemonte, Nizza, Liguria e Sardegna);

    Regno Lombardo Veneto, sotto l’Imperatore d’Austria costituito dagli antichi Ducati di Milano e di Mantova e dalle province venete (Lombardia e Veneto) con Trento, l’Istria, Trieste e il litorale dalmata.

    Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla sotto Maria Luisa d’Austria;

    Ducato di Modena, Reggio e Mirandola sotto Francesco IV di Ausburgo-Este cugino dell’Imperatore dell’Austria;

    Granducato di Toscana, sotto Ferdinando III di Asburgo-Lorena;

    Ducato di Massa e Carrara, affidato a Maria Beatrice d’Este, madre di Francesco IV, con il patto che alla sua morte, doveva essere riunito ai dominii del figlio;

    Ducato di Lucca, assegnato a Maria Luigi di Borbone. Tornati i Borboni a Parma, Lucca sarebbe stata aggregata al Granducato di Toscana;

    Repubblica di San Marino;

    Stato Pontificio sotto il Papa Pio VII (Lazio, Marche, Umbria e parte dell’Emilia, ma con il presidio austriaco su Ferrara e Comacchio);

    Regno delle Due Sicilie, sotto Ferdinando IV di Borbone (Campania, Abruzzo, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia);

    Principato di Monaco.




    LE SOCIETÀ SEGRETE
    Nel periodo della restaurazione ogni movimento politico innovatore trovava ostacoli insormontabili nelle disposizioni di legge e nelle persecuzioni della polizia. I liberali e patrioti che desideravano istituzioni civili e giuridiche più adeguate ai tempi erano perciò costretti a riunirsi di nascosto creando numerose società segrete atte a cospirare e a preparare la rivoluzione contro i sovrani. Le più importanti furono: la Carboneria, i Patrioti europei, i Filadelfi e la Massoneria. Quest’ultima si può ritenere la madre di tutte le sette fiorite nei secoli XVIII e XIX. E’ la prima società segreta. I Massoni credono in Dio, "Grande Architetto Dell’Universo", ma negano i dogmi della Trinità e dell’Incarnazione ed avversano il cattolicesimo e il clero. Vogliono favorire il progresso, condividono le idee dell’Illuminismo ed intendono promuovere la libertà e l’uguaglianza degli uomini. Si piegano poi dinanzi al dispotismo napoleonico. Sotto l’impero Napoleonico la Massoneria si riorganizzò e rafforzò le sue file, diventando uno strumento di governo. Caduto l’impero Napoleonico le logge si sciolsero e quelle che rimasero non ebbero più seria importanza politica. Molti affiliati, che non approvarono l’atteggiamento dei capi, si divisero dalla Massoneria e fondarono nuove sette. Esse erano diffuse soprattutto in mezzo alla classe borghese. La società più importante che primeggiò fra le sette fu la Carboneria. Società segreta, politica, liberale e patriottica che fiorì in Italia durante il periodo della Restaurazione e fu molto attiva durante il Risorgimento.



    OSCURE ORIGINI DELLA CARBONERIA
    Non è stato ancora possibile stabilire, con precisione, dove, come e quando sorgesse la Carboneria, né si potrà forse mai, visto le discrepanze delle più autorevoli fonti storiche oggi note. Il capitolo sulle società segrete di Paolo Giudici riporta che secondo lo storico Giuseppe Ricciardi le origini della Carboneria sono persino poste nel XI secolo. Lo storico scrive: "Credesi fondatore di essa un Teobaldo, detto poi Santo, e meritevole di essere esaltato, siccome quegli che moriva da martire. Nacque in Francia Teobaldo nel 1017 nella città di Provins. Fattosi prete in Italia, si ritrasse, indi a poco, in Svezia, provincia germanica, ove dicesi nata la setta, alla quale, morto Teobaldo, non vennero meno le forze, ma invece, si accostarono uomini di ogni ceto. Un catechismo, in forma di dialogo, fu compilato sin da quei tempi e, ad accrescere il numero dei proseliti, in un’età di profonda superstizione, ogni cosa fu involta fra le dottrine e le pratiche del Cattolicismo; ma ciò che fa la Carboneria degna di nota, anzi di somma lode, fin dai suoi principi fu questo, che ad essere accolto nel di lei seno condizione primaria ed indispensabile era una vita incontaminata. I buoni cugini, come si chiamavano fin da allora i Carbonari, eran tenuti strettissimamente ad esercitare l’ospitabilità non solo verso i loro consettari, ma a pro di chiunque loro apparisse perseguitato dalla fortuna, col dargli oltre il letto il mangiare e il bere, cinque soldi ed un paio di scarpe. Ben presto le foreste della Germania, della Franca Contea, dell’Ardesia, del Giuria furono piene di Carbonari, denominati così dalla professione esercitata dal maggior numero de’ proseliti della setta, e le loro riunioni assunsero il nome di Vendite. A costituire le quali bastavano tre buoni cugini, undici a farle perfette. Affidabili e caritativi, in tempi tutt’altro che caritativi ed affabili, i Carbonari facevansi voler bene e rispettare da tutti. E la setta durò in questi termini fino agli ultimi anni del secolo scorso, cioè allo scoppiare della rivoluzione francese. La quale commoveva siffattamente i popoli tutti d’Europa che ogni più piccola associazione si mutava issofatto in politica: una tale trasformazione, che fu subita anche dalla Carboneria, ebbe luogo segnatamente in Italia, e in specie nel regno di Napoli, dove alcun ramo della setta esisteva da lungo tempo, anzi forse dal tempo in cui dominò quivi la dinastia degli Svevi".Altri scrittori affermano l’origine straniera della setta. Le testimonianze sono discordi sul luogo di nascita della Carboneria: chi la vuole francese, chi svizzera, chi magari tedesca come propaggine della Tungendbund, chi magari spagnola o polacca, chi italiana. Ma tutto porta a ritenere la nascita della Carboneria nel mezzogiorno visto la grande floridità, e il veloce propagarsi in pochi anni per tutta l’Italia.Come è noto la Carboneria sorse dal seno della Massoneria, con riti, simboli e formule pressoché uguali e c’è chi sostiene che avesse origine nei monti Abruzzesi. A questo riguardo G. Pansa scrive nella Rivista "I sigilli segreti della Carboneria Abruzzese": "il seme sparso durante l’occupazione francese di Giuseppe Napoleone non fu però seme infecondo, si radicò in Abruzzo la setta della Carboneria, ritenuta generalmente una riforma del massonismo, allo scopo di educare il popolo e di distruggere l’influenza del regime borbonico, che mirò poi al riscatto nazionale ed ebbe la virtù di non cedere alle lusinghe dei napoleonidi, che ne volevano trar vantaggio, e la forza e la costanza di resistere alla violenza di Antonio Capese Minutolo, principe di Canosa (1763-1838), ministro di polizia di Ferdinando I delle Due Sicilie, che voleva annientarla". Il principe di Canosa costituì nel 1813 la setta segreta filoborbonica dei Calderari. Beniamino Costantini sul libro "Carbonari e preti in Abruzzo dal 1798 al 1860" riporta:"la Carboneria sorta con nobili scopi, presto degenerò e le vendite s’inquinarono di spie e di facinorosi. Vi fu anzi un momento, in cui anche Ferdinando IV si fece carbonaro, poi Francesco I di Borbone; però con l’unico intento di apportarvi il disordine e lo sfacelo. E difatti, accresciuto in modo straordinario il numero degli affiliati, furono stampati i catechismi dell’associazione, divulgati i misteri e si giunse persino a vendere i diplomi al migliore offerente. Ma a paralizzare ancor più l’azione della Carboneria, fu dalla moglie di Ferdinando, Maria Carolina, promossa la setta dei "Calderari", detta anche la "Caroliniana", di cui fu organizzatore e capo supremo il principe di Canosa" . Costantini scrive inoltre: La Carboneria prese il nome dal "carbone" il quale purifica l’aria, e, quando arde nelle abitazioni, ne allontana le bestie feroci. "Pulire le bestie dai lupi" significava, infatti, per i nostri carbonari liberare la patria da stranieri e da despoti.
    Secondo il P.Dolce il nome di Carbonari, che era così evidentemente connesso ai Charbonniers o ai Fendeurs francesi, sarebbe dovuto "alla eventuale circostanza di essersi uniti i primi settari in un convento di frati detto di S.Carbone"(!). Per il P.Dolce la Carboneria o Lega Nera (come viene chiamata da Lui), è sbocciata nel Mezzogiorno d’Italia durante la spedizione di Russia o poco dopo, come pura diffusione delle Logge massoniche inglesi. Nel rapporto del 1815 il Dolce dice che gli inglesi si giovarono degli Illuminati di Germania per creare oppositori a Napoleone. Con i regnanti e nei popoli suscitarono sentimenti di sdegno contro l’autore del blocco continentale. Dove gli inglesi non trovavano dei monarchi, si rivolsero alle popolazioni per mezzo delle società segrete, e si servirono degli Illuminati che non mancavano anche a Napoli, per organizzare le vendite carboniche. Il Dolce non fu mai stanco di ripetere che il fermento carbonico, sfruttato dai preti e dai Borboni in Sicilia, era principalmente acuito dal machiavellismo britannico, dall’onnipotenza della sterlina, con il richiamo alle costituzioni della Guelfia, concordate nell’ottobre 1813. La Guelfia manifesta in quelle prime costituzioni un odio per Napoleone e la sua dinastia. La Guelfia viene indicata come lo "spiritus rector" della Carboneria, come il sinedrio "d’incogniti superiores" cui la setta subordinata obbediva. L’Illuminismo napoletano era caratterizzato da una rete di logge massoniche, influenti nell’Italia meridionale. Alcune di queste Logge praticavano il rito inglese, altre i rituali templari di stretta osservanza ma nel 1786 diverranno una filiazione degli Illuminati di Baviera ( fonte più importante è il diario del viaggio in Italia del vescovo luterano danese Münter, su istruzione degli Illuminati bavaresi e la corrispondenza successiva con illuminati italiani). Fulvio Bramato nel libro "Napoli Massonica nel Settecento" scrive: "La tendenza al razionalismo politico e culturale si trasformò in vera e propria deviazione dai principi basici della Massoneria, quando alcune logge accolsero e professarono idee nate al di fuori di esse. Alludiamo soprattutto a quelle de "Gli Illuminati di Baviera", un associazione segreta fondata il 1 maggio del 1778 ad Ingolstadt (Baviera) da Adam Weishaupt. Gli scopi del giurista bavarese e dei suoi seguaci erano molto diversi da quelli della Massoneria. Il Weishaupt creò l’Ordine Illuminato con lo scopo di rovesciare e distruggere la società del suo tempo, essendo il principale ostacolo dell’umanità nel tentativo che stava compiendo di tornare alla perfezione primordiale. Dopo un inizio stentato, la setta bavarese riuscì a diffondersi, con la connivenza di alcuni massoni, in una loggia di Monaco e da qui a diffondere il suo messaggio in tutta Europa. Divulgatore in Italia della deviazione "illuminata" della Massoneria fu Friedrich Münter, un giovane e colto pastore luterano".
    Altri storici sostengono che intorno al 1810, nel Regno di Napoli, alcuni ufficiali francesi dell’esercito di Murat si staccarono dalla Massoneria dando vita alla Carboneria, un’associazione segreta di tipo settario.
    Le origini della Carboneria vanno ricercate in Francia nella seconda metà del 1700 (CHARBONNIERS: società dei BUONI CUGINI), come strumento operativo e reazionario della più famosa Filadelphia. I Filadelfi utilizzavano le forme associative dei bons cousins charbonniers per occultare il progetto politico repubblicano e un progetto militare di congiura antibonapartista, (attuato dal colonnello Oudet che poi fallirà con le due congiure di Malet). Queste forme associative offriranno alla Carboneria il modello organizzativo piramidale delle cellule a cinque membri e del consiglio centrale,"Alta Vendita", senza comunicazione orizzontale. Alcuni Filadelfi francesi, funzionari e ufficiali massoni arrivati nel Regno di Napoli, insieme alle Logge napoletane illuminate, negli anni 1792-94, daranno vita ad una rete culturale-politica, producendo un’organizzazione di oppositori al regime in nome degli ideali giacobini. L’organizzazione giacobina napoletana era strutturata senza comunicazione orizzontale su quattro livelli: elementari, deputati, elettorali, club centrale. Tra i Filadelfi è probabile che vi fosse Joseph Briot, ex seguace di Babeuf al quale molti storici attribuiscono la nascita della Carboneria. Uno di questi è Oreste Dito, massimo studioso della Carboneria (è l’autore del libro "Massoneria Carboneria ed altre società segrete nella storia del Risorgimento"), che alla fine dell’800, trattando di statuti carbonarici rilevati nei costituti del Maroncelli, (iniziato carbonaro a Napoli nel 1815), affermò la derivazione massonica di essi:"…essendo molto contatto fra le due sette, ed anche perché tra i compilatori degli Statuti Massonici, stampati in Napoli nel 1820, ma che risalgono al 1813, era il Briot, uno degli organizzatori della Carboneria in Italia".L’organizzazione dei Carbonari napoletani strinse relazioni con gli inglesi per ricevere aiuti economici nella lotta contro il dominio Murat e del Bonaparte. Nonostante che le radici provengano dalla Francia e gli aiuti economici dall’Inghilterra, la nascita della Carboneria è da ricercarsi nel movimento giacobino napoletano (che a sua volta deriva dai Massoni illuminati). Nella "Rivista Pugliese" del 1897,1904 il De Ninno ha pubblicato un materiale utile per la storia della Carboneria. Secondo lui la Carboneria sarebbe stata una "Massoneria popolare" o meglio anche una "Massoneria trasportata dal campo dell’idea in quello dell’azione"; la Carboneria "meglio rispondeva agli interessi della borghesia", al sentimento d’indipendenza " che nel Napoletano s’era sviluppato sotto i Borboni". La Massoneria era diventata "alquanto barbogia" e "incomprensibile alla grandissima maggioranza", per questo l’abbandono delle Logge, per le Vendite, alle quali molti massoni confluirono (scisma).
    La Carboneria si diffuse rapidamente in Italia, specialmente in Romagna, in Francia e in Spagna, e fu la principale causa di inquietudine dei governi fino al 1831. Gli appartenenti alla Carboneria - liberali e patrioti - erano soprattutto ufficiali, nobili, membri della borghesia illuminata e liberale, possidenti, commercianti, soldati, artigiani e intellettuali come scrittori, magistrati, avvocati, professionisti, giuristi, impiegati, studenti, vecchi giacobini, sacerdoti, ecc., che volevano instaurare regimi liberali e lottare per ottenere dai sovrani una Costituzione che sancisse i diritti dei cittadini. Lo scopo comune dei Carbonari era sostituire dappertutto le monarchie assolute con monarchie costituzionali; in Lombardia aspiravano alla liberazione dal dominio austriaco e all’indipendenza, e in Romagna ambivano alla fine del potere temporale dei papi. L’articolo di un giornale clandestino, il QUARAGESIMALE ITALIANO, n.10 del 16 marzo 1819, riporta le riforme alle quali aspiravano ad esempio i Carbonari romagnoli:Abbiano i principi italiani e i loro ministri in vista le massime principali oramai conosciute e reclamate da ogni nazione: garanzia della libertà civile e personale; tolleranza di tutti i culti ed abolizione dell’inquisizione; uguaglianza di tutti in faccia alla legge e per conseguenza abolizione di ogni privilegio e dei diritti feudali; rappresentanza nazionale liberamente eletta dal popolo, nella emanazione delle leggi e nella votazione delle imposte; libertà di stampa; responsabilità dei ministri e degli impiegati subalterni; persistenza nell’abolizione della tortura; miglioramento della pubblica istruzione; incoraggiamento all’industria nazionale, protezione all’agricoltura; eleggibilità di ogni cittadino a qualunque impiego, carica o dignità, purchè sia capace di sostenerli con decoro ed utile dello Stato.In contrapposizione alle suddette aspirazioni Carbonare, il Papa Leone XII prima con la Bolla "Quo griaviora" del 13 marzo 1823 scomunica la Massoneria, poi con la "Ecclesiam a Jesu Christo fundatam" condanna LA Carboneria, contro la quale attua un’attività persecutoria che viene esercitata in Romagna dal Cardinale Agostino Rivarola. Nel 1825 il Papa Leone XII indisse un nuovo Giubileo, quello che in realtà, non si era potuto celebrare nel 1800, viste le vicende legate al periodo napoleonico. Durante l’Anno Santo, nonostante il clima religioso, a Roma venne eseguita la condanna a morte dei Carbonari Angelo Targhini bresciano e del romagnolo Leonida Montanari, ghigliottinati in Piazza del Popolo con l’accusa di cospirazione.
    L’organizzazione Carbonara era regolata rigidamente dall’alto, il comportamento era ispirato alle regole della massima segretezza. Gli affiliati tenevano adunanze segretissime e si servivano del vocabolario cifrato, di un gergo per non destare sospetti nella polizia:

    il CARBONE era l’azione che alimentava il fuoco della libertà;la BARACCA il locale dove si adunavano i Soci del Primo Grado;

    la VENDITA erano le sezioni locali composte di 20 affiliati (equivale al nome di Loggia);

    PAGANI i loro avversari;

    un SOLE un giorno;

    una LUNA un mese;

    VANTAGGI sono gli applausi;

    TRONCO un tavolino;

    ORDONI le file dei Soci (nome forse derivato da Ordini);

    LUPI i persecutori della Società;

    un PEZZO DI FORNELLO una composizione qualunque;

    CAMERA D’ONORE l’unione del secondo grado;

    MONTAGNA l’unione al terzo grado;

    SAN TEOBALDO il protettore della Società nei suoi due primi gradi;

    GRAN MAESTRO DELL’UNIVERSO è il nome che i Carbonari davano alla divinità;

    REGGENTE corrisponde al titolo di Venerabile fra i Massoni;

    PATRIARCA era il capo, o Gran Maestro, della Società;

    ASSISTENTE PRIMO e SECONDO Dignitari corrispondente ai Sorveglianti delle Logge;

    BATTUTE sono le Batterie prese dalla Massoneria;

    LIBERARE LA FORESTA DAI LUPI significava liberare l’Italia dallo straniero e il mondo dai tiranni.




    Un misero mestiere del popolo come quello dei carbonari si prestava molto bene come camuffamento per i cospiratori politici, perché chi lo praticava doveva spostarsi di continuo dovunque ci fosse legname da trasformare in carbone. Inoltre si trattava di un’attività piuttosto diffusa in Italia.Ogni iscritto doveva possedere un fucile, una baionetta, 25 cartucce e versare nella cassa sociale una lira al mese.
    L’iniziazione alla Carboneria si compiva, come in tutte le sette, con veri e propri riti che avevano del simbolico, del misterioso e insieme del pauroso . Il Rituale dei Carbonari è derivato dalla Massoneria. Essi chiamano la loro Società L’Ordine Carbonico. Il principio dell’anno è il Primo di marzo che si chiama Primo Sole della Prima Luna. Così gli altri mesi si chiamano: Secondo, Terzo, Quarto, ecc.. Il calendario Carbonico recupera elementi dal calendario giacobino di Romme e dalle feste decadarie, elementi presenti nella stessa simbologia, dei quadri carbonici (sole, luna, sette stelle, ecc.), che corrispondono ai tappeti di Loggia massonici. Nella Carboneria era in vigore il gradualismo, già presente nella Loggia illuminata, quindi il programma dell’associazione veniva svelato solo gradualmente all’adepto dai superiori (quando era ritenuto degno di essere iniziato ai segreti). La Carboneria era divisa in quattro gradi: apprendista, maestro, gran maestro e Grande Eletto (anche questi termini derivano dall’organizzazione corporativa del lavoro medievale dei liberi muratori e dalla Massoneria speculativa). In seguito vi saranno diverse riforme dei rituali e dei gradi, con l’introduzione di altri gradi e con una diversa gerarchia di essi. Nell’Italia meridionale i gradi da quattro arriveranno a nove, questo dovuto anche alle divergenze di programma politico.



    I GRADI CARBONARI
    I° grado: Apprendista. Il novizio "pagano", smarritosi nel buio della foresta, va a cercare la luce nel Tempio della Virtù, dove con diffidenza viene accolto, quindi spogliato dei metalli e accompagnato nel gabinetto di riflessione, dove viene interrogato sulle ragioni della sua richiesta. In seguito viene condotto a fare i tre viaggi simbolici, sottoposto a prove tendenti ad intimorirlo e infine condotto a prestare il giuramento, con il quale si impegna a mantenere il segreto, a soccorrere ed aiutare i Cugini in difficoltà e ad essere sempre a disposizione dell’Ordine. A questo punto l’iniziato può assumere un nuovo nome scelto fra quelli della tradizione greco-romana oppure fra i simboli di lotta contro la tirannide, questo sia per celebrare la morte rituale che per agevolare la lotta politica clandestina. Attraverso questo rituale di morte rinascita e affratellamento simbolico, rituale iniziatico che non può conoscere divisioni sociali o etniche, presenti solo nel mondo profano, si viene a far parte della famiglia Carbonarica, che è una sola su tutta la terra, di cui gli affiliati si chiamano Cugini. Nel primo grado, "apprendente carbonaro", le cerimonie rivelano una egemonia simbolica cattolica sia con parole sacre di impronta cristiana (quali fede speranza carità) sia con il culto dei Santi,(in particolare San Teobaldo patrono dei carbonari), e inoltre con la presenza di un filone culturale del cristianesimo esoterico (dalla storiografia sugli Illuminati di Baviera il mito di un cristianesimo giovanneo). Quest’ultimo sostiene l’esistenza di una iniziazione cristiana originaria, fondata su una rivelazione segreta di Gesù trasmessa per via orale ai discepoli e, tramite loro a una catena di iniziati. Nel primo grado si professavano genericamente alcuni principi umanitari e attività filantropiche, impostati sulla morale e sulla religione tradizionale. Nella Carboneria il processo di perfezionamento dell’uomo che consegue alla morte rituale, adotta la simbologia della foresta con al centro la carbonizzazione, che significa combustione e trasformazione del legno attraverso il fuoco della fornace per purificarlo fino a divenire materiale combustibile. Nella Massoneria la simbologia dei costruttori di cattedrali invece, pone come punto centrale il tema della pietra grezza che deve essere sgrossata e squadrata. Nel rituale del primo grado viene utilizzato un linguaggio massonico con poche trasparenti sostituzioni: Apertura dei travagli = apertura dei lavori, cugini =fratelli, profano =pagano, pezzo di architettura = pezzo di fornello, ecc..

    II° grado: Maestro. Nel secondo grado, detto "pitagorico", si parlava di costituzione, d’indipendenza e di libertà, propugnando la lotta contro il dispotismo politico per l’indipendenza nazionale. Il rituale del secondo grado riprende parte del rito del grado diciottesimo massonico di rito scozzese di Sovrano Principe Rosa-Croce, che è imperniato sul sacrificio di Cristo. Alla simbologia cristiana del sacrificio e della fraternità si sovrappone quella del ciclo di morte e rinascita vegetale: foglie, terra, ceppo, ciocco, fascina, ascia, scala di legno…, dalle parole sacre del primo grado fede - speranza - carità, di impronta cristiana si passa alle parole di passo del secondo grado di impronta naturalistica felce e ortica, (piante che mescolate alla terra separano gli strati di legna per favorire la carbonizzazione). Il rituale fa uso di simboli simili a quelli della tradizione massonica come il gomitolo di filo, simbolo muratorio della catena d’unione che può essere anche una catena dei diritti naturali, oppure simbolo di vendetta per legare il tiranno. Il rituale è a volte chiaro, quando trasmette il progetto politico dell’ordine, a volte di più difficile interpretazione facendo uso di simboli polivalenti, per cui lo stesso simbolo o le stesse parole sacre onore virtù probità, assumono significati diversi nel procedere delle rivelazioni.

    III° grado: Gran Maestro. Il terzo grado, inizialmente nato come grado amministrativo, diventa il grado operativo del progetto finale dell’Ordine nel quale si proclamava l’aspirazione a creare, con la restituzione all’uomo della purezza primordiale, un regime di eguaglianza sociale nella forma politica della Repubblica, che comportasse la spartizione delle terre e la promulgazione della legge agraria, attraverso la lotta contro la superstizione religiosa e il dispotismo del principe. Il programma comunista del terzo grado appare ripreso dai gradi superiori dell’esperienza degli Illuminati Bavaresi e dal programma di Francois-Noël Babeuf detto Gracchus, soprannome che egli stesso si era dato. Il comunismo di Babeuf, basato sulla società precapitalistica fatta di piccoli coltivatori e artigiani, il prodotto del cui lavoro doveva essere messo in comune e ridistribuito con criteri egualitari, rimaneva fortemente intriso di elementi utopistici, ma per la prima volta nella storia dava luogo a un programma politico concreto per la presa del potere attraverso un’organizzazione partitica e una dittatura rivoluzionaria. Accanto a F. N. Babeuf fu Filippo Buonarroti (si erano conosciuti in carcere) uno dei dirigenti della cospirazione degli "Eguali" che divenne il principale teorico dell’ideale di una società egualitaria essenzialmente rurale, fondata sulla comunanza dei beni e realizzata attraverso una dittatura di un ristretto nucleo di "Virtuosi" rivoluzionari.Le parole sacre del rituale del terzo grado," Libertà e Uguaglianza", costituiscono i valori del cittadino che ama la Patria e lotta per la costituzione.
    Le correnti radicali della Massoneria, il filone teistico laico, che nell’esperienza Carbonara si trasforma in società segreta politica, si incontrano con l’evangelismo cristiano dando una nuova forma politica italo-meridionale, espressione del bisogno di riscatto delle plebi meridionali, di cui si fanno portatori molti esponenti del clero e delle confraternite cattoliche. L’importanza di questo incontro è evidente non solo per la storia dei movimenti sociali dell’800 ma soprattutto per una rilettura delle origini della democrazia cristiana nell’Europa occidentale. Nel prefigurare una società buona e migliore, la Carboneria finisce per operare riforme politiche, repubblicane e socialiste, con il grande merito di applicare dalle Vendite alla politica i valori di libertà, fraternità, ed eguaglianza.
    La Carboneria (nella quale sono gli intellettuali i "nuovi sacerdoti") contribuisce inoltre a creare una nuova religione che libera la vita civile da ogni divisione religiosa, formando un forte legame sociale fra i vari ceti.
    Nell’Ordine della Carboneria coesistono dunque in un intreccio perfetto i tre grandi filoni politici dell’Europa moderna: il liberalismo, il comunismo e il cristianesimo sociale. Difficile risulta verificare l’omogeneità delle esperienze Carbonare del "programma comunista" del terzo grado nelle diverse regioni italiane nel corso degli anni. La molteplicità delle riforme dei rituali, dei catechismi e dei gradi, finora parzialmente note, rende impossibile uno studio esaustivo.

    IV° grado: Grande Eletto. I rappresentanti di venti Vendite formavano una Vendita Centrale presieduta da un Grande Eletto; i rappresentanti di un certo numero di Vendite Centrali costituivano un’Alta Vendita. Infine i rappresentanti delle Alte Vendite formavano la Vendita Suprema. Il giuramento dei Grandi Eletti aveva la seguente formula: " Io giuro in presenza del Gran Maestro dell’Universo e del Grande Eletto, buon cugino, di impiegare tutti i momenti della mia esistenza a far trionfare i principi di libertà, di uguaglianza e di odio alla tirannia, che sono anima di tutte le azioni segrete e pubbliche della rispettabile Carboneria. Io prometto, se non è possibile di ristabilire il regime della libertà senza combattere, di farlo fino alla morte".Mancando pubblicazioni storiografiche della Carboneria europea per quanto riguarda i centri organizzativi sovranazionali, fra Parigi, Genova, Ginevra e Berna, sul "Comitè dirécteur o Grand Firmament" ,con a capo un "Grand Amphytrion", non mi posso occupare della politica diplomatica delle grandi potenze sulle origini e sviluppo della Carboneria .
    Le Vendite avevano tra gli affiliati preti, frati e delle donne dette Sorelle Giardiniere con la funzione di diffondere gli ordini eludendo i controlli della polizia, e a volte venivano riservati loro compiti politici di grande delicatezza, come nel caso della Maestra Giardiniera Cristina principessa di Belgioioso.



    LO STATUTO:
    Art.1 – Tutti i Carbonari si chiamano Buoni Cugini; di qualunque paese essi siano, e dovunque trovinsi, sono sempre membri dell’ordine cui appartengono, e fanno parte integrale della società, poiché la Carboneria forma una sola famiglia, essendo unico l’oggetto a cui tende.Art.2. – La Carboneria è un ordine che ha per oggetto la perfezione della società civile.Art.3. – In qualunque paese dove esistono dieci Buoni Cugini Carbonari alla meno, potrà installarsi una vendita regolare.Art.4. – La vendita non è altro che la riunione dei buoni cugini Carbonari.Art.5. – La vendita adotta un titolo distintivo, ed il suo paese assume il titolo di Ordine: tutte travagliano (operano) sotto gli auspici del glorioso S. Teobaldo, la cui festa si celebra il I° luglio.Art.6. – Ogni vendita di qualunque grado avrà indispensabilmente sette dignitari, cioè Gran Maestro, primo assistente, secondo assistente, oratore, segretario, tesoriere, archivista. Possano avere degli ufficiali, che saranno in appresso nominati. I primi tre dignitari si chiamano Luci.Lo statuto è tratto da Ernesto Lama, Antologia del Risorgimento italiano, Vito Bianco Editore, Roma - Milano - Napoli.



    CONCLUSIONI
    Alla Carboneria spetta il primo posto fra tutte le società segrete degli albori del nostro riscatto nazionale perché con la sua scuola di sacrificio rinvigorì il carattere degli Italiani, tenendo desto il desiderio di libertà contro la tirannide e lo straniero, ed iniziò ad affratellare con un legame ideale gli abitanti delle varie regioni italiane, ponendo così la prima pietra della costruzione dell’unità d’Italia. Per quanto riguarda il discusso rapporto fra Carboneria e Massoneria si risolve, a mio parere, nella storia dei conflitti interni alla Massoneria stessa, dove la Carboneria non è altro che una espressione organizzativa del filone massonico deista e repubblicano. Ciò che interessa è cercare di comprendere quali siano state le ragioni che portarono la Massoneria, o buona parte di essa, a costituire delle società politiche segrete per realizzare il proprio fine di educazione della società umana. L’attività morale del perfezionamento dell’uomo, fondata sui diritti di libertà ed eguaglianza, e l’attività filantropica delle Logge si mescolarono all’esterno con le iniziative politiche promosse dai suoi stessi membri, nelle quali questi ideali di libertà, fraternità, eguaglianza e sovranità popolare trovarono una prima realizzazione nella riforma politica. Tale riforma mirava a costruire da una società dinastica patrimoniale una forma razionale legale di Stato "Res publica", fondata sull’eguaglianza degli uomini-cittadini di fronte alla legge, dove la pratica dei rapporti fraterni possa essere fondata sull’eguaglianza dei diritti.
    La Carboneria costituisce una esperienza intellettuale e storica finora trascurata e in parte ricostruita in modo superficiale e lacunosa nonostante la grande importanza per l’origine dei moti liberali europei.
    La Carboneria formatasi come si è detto dalle correnti radicali massoniche ha il grande merito di aver contribuito, con la strategia di riformare la società, all’evoluzione culturale e politica dell’uomo.
    Con la Carboneria si era rafforzata così l’idea democratica e repubblicana, frutto di una progettualità umana consapevole (sostenuta da partiti politici di massa, di cui le Vendite sono state una prima espressione storica).
    L’utopia Carbonara aveva dato l’avvio alla grande scuola democratica, portando al popolo italiano un grande esempio di avanguardia nel processo di riforma delle istituzioni; erano state gettate le basi di quel sentimento che darà la vita al Risorgimento Nazionale.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Massoni e Carbonari calabresi dal 1806 all'Unità
    di E. E.
    (in Hiram n. 2, febbraio 1986 - Soc. Erasmo, Roma)
    da: ESOTERIA


    --------------------------------------------------------------------------------

    Il periodo francese (1806-1815)
    ldecennio napoleonico, durante il quale la Calabria passa sotto il dominio francese, che si conclude con la fucilazione di Gioacchino Murat a Pizzo Calabro nell'ottobre del 1815, è segnato dal ritorno al potere di molti di coloro che sostennero la repubblica napoletana del 1799. Tra di loro mancano non pochi elementi dei Clubs Giacobini come Pasquale Baffi di S. Sofia d'Epiro 1, Giuseppe Logoteta di Reggio Calabria 2, Domenico Bisceglia di Donnici, Nicolò Carlomagno di Verbicaro, e altri. Erano tutti rimasti vittime della reazione borbonica seguita alla vittoria della controrivoluzione sanfedista del Cardinale Ruffo, "il gonfio prete di Nelson, un impasto di superstizione e di peccato", come lo definisce Oreste Dito 3. Tante di queste vittime erano massoni, che nei Clubs Giacobini, egemonizzati fin dalla nascita nel 1793 dai fedeli di Hiram, come Laubergh, portavano l'esempio e l'insegnamento, se non di Antonio Jerocades, cui si deve tuttavia il sorgere della Libera Muratoria in Calabria 4, di Francesco Saverio Salfi e di Gregorio Aracri, intellettuali di vasto impegno in cui la ricerca della luce della verità partiva dai condizionarnenti di un'educazione molinista, dalla quale si liberavano attraverso una puntuale contestazione dall'interno di quella cultura e di quella visione del mondo, facendo prevalere l'esigenza di un'intima e autentica religiosità5.

    La Massoneria in Calabria, come in tutto il Mezzogiorno, venne duramente perseguitata dai Borboni, sulla base anche del largo consenso che la monarchia di Napoli incontrava tra le masse, alle quali la Libera Muratoria veniva presentata come strumento dell'oppressione straniera, per di più condannata dalla Chiesa. Il ritorno dei Francesi con Murat si accompagna alla ricerca del consenso nel mondo delle sette, in seno al quale si individua un sostegno irrinunciabile col quale ripararsi dalle cospirazioni e dalle sommosse sempre possibili specialmente tra le forze armate. La Massoneria e la Carboneria sono le istituzioni che meglio possono svolgere il ruolo di difesa organica del potere nel Meridione: questo è il giudizio che ne danno i murattiani.

    "Fu una massoneria di maniera -riconosce Armando Dito, riprendendo un giudizio del padre6 - formale, paralizzata dalla volontà napoleonica, che... ne fece la cariatide simbolica del suo cesarismo".

    Il giudizio è severo ma non può non essere condiviso, se è vero che è la Carboneria a incontrare il favore di quanti vogliono sottoporsi al duro esercizio della virtù nella verità. E tuttavia il tema dei rapporti massoneria-carboneria, con tutte le differenze di simboli e riti, in relazione alla loro proiezione nel politico, meriterebbe un diverso approfondimento. Bisognerebbe cioè indagare fino a che punto il dissolversi delle Logge massoniche nelle Vendite carbonare, sia dovuto ad un'autonoma scelta di diversa identità, o sia invece da riportare all'impossibilità di ancorare a lungo la Libera Muratoria ad un potere quale che sia, e in special modo ad un potere che fa del militarismo "più pomposo" (Dito) la base su cui edificare un consenso originariamente cercato col trinomio "Libertà, Uguaglianza, Fratellanza", cui i massoni di tutti i tempi conferiscono significati propri e in ogni caso alternativi a quelli che si realizzano in certi momenti della storia. Così come andrebbe indagata la ragione per cui il trinomio massonico viene sostituito nelle Vendite carbonare con quello di "Libertà, Uguaglianza, Patria", che non sia solo quella della valenza nazionalistica (limitata però alle regioni meridionali), intorno alla quale sarebbe dato registrare una sorta di convergenza con la pretesa propria del regno murattiano di legittimarsi come regno dell'Italia Meridionale, onde contrastare la posizione filoborbonica che agitava lo stesso tema.

    In ogni caso non è elusa l'esigenza di educare le masse al concetto di uno stato dell'Italia del Sud senza i Borboni, sicché, mentre la Massoneria si rivolge alle "classi elevate", la Carbonerla è diretta al "popolo". Ed Oreste Dito precisa che "mentre la Massoneria figge lo sguardo nel Grande Architetto dell'Universo... la Carboneria umanizzò una delle tante forme massoniche"7. Una valutazione questa che se da un lato elimina un possibile dualismo tra le due istituzioni dall'altro sembra formulata sulla scorta dell'interpretazione ricorrente nelle carte di polizia, come quelle pubblicate anni fa da Giuseppe Gabrieli sulla "Rivista Massonica"8.

    Una lettura secondo le linee proprie della storiografia massonica potrebbe portare a conclusioni non sempre coincidenti con l'ipotizzata equazione, di cui qui si è fatto cenno. Merita però di essere riletta quest'altra parte della valutazione di Oreste Dito: "La Massoneria è la mente che non si stanca mai e che dirige sempre; la Carboneria fu il braccio che ne plasmò il concetto: e mentre la Massoneria è universale ed eterna, la Carboneria fu particolare e temporanea"9. Sicché viene avvalorata l'ipotesi in base alla quale la Massoneria, per sua natura, rifiuta il contingente, su cui tuttavia agisce "umanizzandosi" in altre forme e con il tipo di impegno imposto dalle necessità dei momento. Alla Massoneria i Carbonari ricorrono per quella parte - aggiunge ancora il Dito - del simbolismo che meglio concorreva a scuotere i sentimenti dei popolo" e "visse soltanto il tempo necessario ad infondere negli uomini le virtù del cittadino e il sentimento della Patria"10. Ciò che si evince anche dalla formula del giuramento carbonaro, incentrato sulla difesa della Patria anche a costo della vita, mentre nei due Gradi della Carboneria, quello di Apprendista e di Maestro, il passaggio dal primo al secondo, detto viaggio al monte degli ulivi, ripete "le sofferenze, le atrocità, le prepotenze che la tirannide aveva fatto soffrire al Cristo, uomo e Dio"11. Il passaggio da un Grado all'altro è poi, come è noto, raggiungibile attraverso i quattro viaggi dalla Baracca alla Foresta, e ancora all'interno della Baracca, con una non secondaria differenza coi passaggi simbolici dell'iniziando attraverso gli elementi tutto all'interno del Tempio di Hiram. La spiritualità dell'iniziazione massonica, umanizzandosi nell'affiliazione carbonara, ricorre dunque ad una più accentuata "materialità", per ottenere l'adesione a riti in ultima analisi preparatori all'azione da svolgere al di là della Foresta.

    Un altro aspetto del problema è nella questione se si debba parlare di protezione della Massoneria sulla Carboneria o di controllo. "La Massoneria - osserva a questo riguardo Gabrieli - accoglieva ovviamente i galantuomini, mentre nella Carboneria troviamo i braccianti che non potevano certo battersi per un'Italia unita o per la repubblica, ma miravano unicamente alla terra di cui una buona parte era in mano proprio ai galantuomini"12. In tale interpretazione il concetto di popolo si arricchisce di soggetti sociali diversi da quelli contenuti nell'equiparazione del popolo al terzo stato, alla borghesia, propria del pensiero politico rivoluzionario francese, e prevalente anche in Italia per buona parte del secolo XIX. Per di più da quest'angolo visuale non sfugge che la Carboneria possa avere svolto una funzione di contenimento della jacquerie calabrese, in un tentativo, peraltro non riuscito, di conciliazione delle pretese padronali sulla terra e delle rivendicazioni contadine, nei confronti delle quali le leggi eversive della feudalità rimangono lettera morta, anche a causa della composizione sociale del murattismo (galantuomini, contadini poveri e braccianti, militari di vario grado).

    Le Vendite carbonare erano abbastanza diffuse in Calabria: ad Altilia, ad opera di Gabriele De Gotti, a Cosenza, dove troviamo l'Acherontea dei Bruzi, l'Equilibrio, il Soccorso; ad Aprigliano, S. Fili, S. Pietro in Guarano, a Paola, a S. Benedetto Ullano, a Pedace, a Zumpano, a Celico, a Rogliano, e ancora a Tessano e a Castelfranco, come a Catanzaro dove si ha notizia di due Vendite al pari di Reggio Calabria, e infine a Squillace, a Crotone, a Mesoraca, a Nicastro, a Maida, a Monteleone (oggi Vibo Valentia) e a Palmi, oltre che nel distretto di Gerace13.

    Nella Carboneria si ritrovano esponenti di non secondaria importanza provenienti dall'esperienza repubblicana del 1799, che a partire già da prima dei 1813, quando il conflitto con Murat appare ormai insanabile, rigettano la protezione francese in seguito all'atteggiamento decisamente antipopolare e repressivo assunto dal governo murattiano in Calabria. La Massoneria invece continua a sostenere il murattismo anche dopo la ormai constatata incapacità del governo di garantire l'applicazione delle leggi emanate a favore dei ceti più umili, come quelle del 1806. La ripresa dei Lavori nelle Logge massoniche, mentre sul trono ritornano i francesi, prima con Giuseppe Bonaparte e poi con Gioacchino Murat, è fortemente condizionata alla volontà del potere, "tanto vero - rileva Armando Dito - che Gioacchino Murat ne era il Gran Maestro e Giuseppe Zurlo, Ministro degli Interni o come dicevasi della Polizia, Gran Maestro Aggiunto"14.

    Tale condizionamento induce a scegliere la Carboneria, per continuare a edificare Templi alla virtù. "Numerose le Logge in Calabria sotto il dominio napoleonico - narra ancora Armando Dito -: 'Allievi di Salomone', Pizzo, 'Alunni di Pitagora', Paola, 'Colonia Venetria', Stilo; 'Costanza Erculea', Tropea; 'Federazione Achea', Belvedere; 'Filantropia Ipponese', Monteleone (oggi Vibo Valentia); 'Filantropia Numestrana', Nicastro; 'Gioacchino I', Cosenza; 'Monti d'Ariete', Belmonte; 'Pitagorici Cratensi', Cosenza; 'Perfetta Armonia', Reggio; 'Umanità Liberale', Catanzaro; 'Virtù Trionfale', Bagnara; 'Virtù', Reggio; 'Zaleuco', Gerace; 'Valle della Viola', Mammola". 15

    La rottura definitiva tra Carboneria e murattismo è segnata dalla impiccagione di Vincenzo Federici di Altilia, considerato il vero capo dell'Istituzione in Calabria, avvenuta nel 1813; e nei due anni successivi l'esaltazione dei sentimenti antifrancesi, in nome della difesa della patria, porta all'uccisione di Gioacchino Murat e alla restaurazione della monarchia borbonica a Napoli, senza che quest'ultimo fatto debba necessariamente presupporre un momento preferenziale della Carboneria, che in ogni caso non disdegna di sostenere le richieste della concessione della costituzione dei 1812, aprendo così una nuova fase nel processo di formazione dello stato nazionale in Italia.

    Borbonici e Francesi aiutano l'espansione della Carboneria, senza però riuscire nell'intento, alternativamente motivato, di servirsene come strumento di potere, sicché, secondo Oreste Dito, essa "per lo scopo educativo che seppe rivolgere alla completa rigenerazione del popolo, non formò borbonici, non formò francesi, ma seppe infondere ne' cuori dei montanari calabresi il sentimento nuovo della patria, e d'allora i Calabresi incominciarono a sentirsi italiani"16.

    Il periodo delle esperienze costituzionali (1820-1821)
    La fase delle battaglie costituzionali, nel biennio 1820-1821, è preceduta all'interno della Carboneria da un profondo ripensamento che coinvolge quasi tutte le Vendite carbonare calabresi. Proprio nel 1820 matura la scissione della Carboneria in due sette contrapposte. Da un lato si schierano a sostegno dei Borboni i Calderari, guidati dal principe di Canosa, dall'altro i "repubblicani", con alla testa ancora Gabriele De Gotti di Altilla e Gaspare Andreotti dell'Acherontea di Cosenza.

    La restaurazione borbonica nelle Due Sicilie avvia un periodo di ferrea repressione, che costringe la Massoneria a manifestarsi "con diverse filiazioni", tutte comunque ispirate a criteri di riforma e di rinnovamento, dopo le strumentalizzazioni e la tutela napoleonica e murattiana. In Calabria i secolari problemi della regione non trovano adeguata soluzione nei provvedimenti amministrativi del governo di Napoli. Nel 1816 viene istituita la provincia di Calabria Ultra prima, corrispondente all'attuale provincia di Reggio Calabria, che va ad aggiungersi a quella di Calabria Ultra seconda (Catanzaro) e Calabria Cura (Cosenza), mentre la politica demaniale non produce gli effetti attesi dai ceti rurali, per la mancanza di una qualsiasi volontà legislativa in questo campo. I contrasti intorno alla proprietà della terra diventano pertanto più acuti, specie nella Sila, senza che il governo borbonico riesca a regolare per legge i rapporti sociali nelle campagne. In questo clima matura la frattura insanabile all'interno della Carboneria calabrese tra i sostenitori di una nuova costituzione da richiedere ai Borboni (contando per questo sulla disponibilità dichiarata del Duca di Calabria, erede al trono) e coloro (in verità un piccolo gruppo minoritario) che individuano nella repubblica lo strumento costituzionale adeguato a soddisfare le esigenze politiche e sociali cui si rifanno le Vendite carbonare, nel loro spirito originario.

    I fatti del '20-'21 trovano perciò la Calabria interessata alle esperienze costituzionali, pur in presenza di vivaci contrasti tra i Carbonari. La risposta prontamente favorevole al moto del Morelli, da tempo iscritto alla Carboneria, che costringe Ferdinando 1 a concedere la costituzione alle Due Sicilie, e l'adesione alle iniziative rivoluzionarie di Guglielmo Pepe, massone e carbonaro insieme, sono i momenti in cui meglio si manifesta un'ampia convergenza del movimento democratico e liberale della regione in relazione al problema sollevato dal Pepe della "fondazione della monarchia costituzionale". Per di più proprio intorno a tale questione si realizza un importante incontro tra Massoneria e Carboneria connotato dall'individuazione di comuni obiettivi. Raffaele Poerio, Gran Maestro della Carboneria Catanzarese, si dichiara ormai convinto che "Mercé i penosi e lunghi travagli del nostro Sacro Ordine il Sole più lieto risplende nelle Foreste e coi suoi cocenti raggi ispira al nostri petti libertà"17.

    Ma l'esperienza costituzionale durerà ben poco. La rigida politica di restaurazione, inaugurata in Europa col Congresso di Vienna, esige che il potere monarchico non travalichi i limiti imposti dall'assolutismo all'espressione delle esigenze politiche e sociali, che, se possono essere manifestate al sovrano, non possono trovare nella costituzione garanzie rappresentative. La concessione della costituzione a Napoli viene pertanto considerata un grave errore politico, che può portare a conseguenze facilmente prevedibili in fatto di estensione della libertà.

    I Borboni rifluiscono pertanto sul più vieto assolutismo, rientrano a Napoli con l'aiuto delle truppe austriache, omologando il loro regno a quelli delle altre regioni d'Italia e ponendo sotto rigida tutela politica anche Francesco, duca di Calabria ed erede al trono, per le sue spiccate tendenze carbonare.

    La repressione vede, tra i primi, Michele Morelli salire sul patibolo, nel luglio del '22, dopo aver rifiutato l'assistenza religiosa e invocato da Dio la giusta punizione per il re spergiuro. A Cosenza, in particolar modo, l'intendente De Matteis esercita il suo zelo con inusitata violenza, perseguendo non solo i capi ma anche i gregari del moto costituzionale, mentre Raffaele Poerio tenta invano la riscossa a Gimigliano, a Staletti (il paese di Aracri),a Mesoraca e a Rossano, vedendosi costretto a fuggire a Malta.

    Alle repressioni e alle esecuzioni spesso sommarie, orchestrate dal Principe di Canosa, nominato Ministro di Polizia nel governo provvisorio del 15 marzo 1821, si aggiunge "lo spurgo" degli ufficiali e dei funzionari settari, che avevano sostenuto le rivendicazioni costituzionali e partecipato, a vari livelli, alle riforme politiche appena avviate.

    In effetti l'epurazione dei carbonari dagli uffici e dagli alti gradi dell'esercito è resa necessaria dal fatto che "fino alle estreme classi della società la Carboneria aveva reclutato i suoi numerosissimi adepti: mettendo da parte gli ultimi avanzi del moto giacobino del '99, i molti ed influenti ed esperti militari e funzionari e professionisti che il regime murattiano aveva esaltato e le folte schiere dei carbonari, restava ben poco su cui fondare un'attiva opera di Governo"18. Perciò il re raccomanda di concentrare i provvedimenti epurativi sul mondo della scuola e della burocrazia, evitando che coloro i quali provengono dalle Vendite carbonare possano "riassumere posti direttivi o subalterni nell'apparato dello Stato"19.

    La nuova restaurazione borbonica a Napoli avviene pertanto dopo una fase in cui Carbonerla e Massoneria hanno maturato esperienze tali che hanno consentito loro una sensibile espansione nella società e nello Stato, per cui i governi di Napoli dovranno in ogni caso adottare una politica che senza disattendere le direttive della Corona, emanate sulla base della politica ribadita a Lubiana, tenga nella dovuta considerazione il consenso di base di cui godono le sette carbonare e la Massoneria. Quest'ultima impensierisce un po' meno il regime, mentre la Carboneria appare insidiosamente divisa al suo interno, tanto che il primo ministro Medici sarà costretto ad ammettere, scrivendo al principe Ruffo, che il suo Ministero "rimane nella dolorosa posizione di essere Carbonato presso i Calderari, e Calderato presso i Carbonari"20, con ciò riconoscendo che, se -come dice nella conclusione della lettera - nel novembre del '22 "è preferibile essere boja piuttosto che Ministro di Stato", il moto costituzionale, con le esperienze di governo avviate, ha posto le basi di nuove e diverse fasi di lotta contro i regimi assoluti, che d'altra parte non possono che ricorrere alla più dura repressione.

    La ricerca di nuove vie di opposizione (1822-1848)
    Il ritorno dei Borboni a Napoli con le armate austriache è anche l'inizio di un lungo periodo caratterizzato, a parte il tentativo di ripresa dell'azione insurrezionale dei '37, dalla frattura tra Stato e società, tra monarchia borbonica e istanze di rinnovamento. E però non va trascurato che proprio nel due decenni che sembrano dominati dal ristagno del movimento liberale gli effetti dell'azione di propaganda svolta dalla Carboneria trovano riscontro nel comportamento dei governi borbonici del primo periodo post-costituzionale, che non possono ignorare, pur senza rinunciare all'impiego degli strumenti repressivi, che la Carboneria ha contribuito a diffondere nel paese "idealità costituzionali e concetti democratici", per i quali l'azione di contenimento condotta dal governi dei Ciriello, dei Medici e dei Canosa non può dirsi concluso con la pura e semplice estromissione dei settari dagli uffici e dalle scuole del regno.

    D'altra parte è dato registrare anche in Calabria mutamenti di una certa importanza nel corpo sociale, come "il rafforzamento del nuovo ceto borghese" (Cingari) sensibile alle istanze liberali e un certo miglioramento nelle campagne, favorito anche dalla politica demaniale borbonica, che se non incide profondamente sull'assetto generale della proprietà terriera, impone in ogni caso la dimostrazione della legittimità del possesso da parte dei proprietari, inducendo, nel casi di palese usurpazione, a nuove possibilità di uso delle terre demaniali da parte dei contadini21.

    Dopo il fallito tentativo della spedizione del Pepe nel 1830, che si aggiunge a quelli del Rosaroll a Messina e del Morice in Irpinia, la tradizione carbonarica in Calabria si accosta, più che alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, alla setta denominata I Figliuoli della Giovine Italia, fondata da Benedetto Musolino. E questo il risultato delle riflessioni avviate sulle sette e sulle cospirazioni degli anni precedenti, in cui si sono ravvisati limiti funzionali e operativi che portano a cercare nuovi modi di aggregazione.

    Gli storici, non solo profani, divergono nella valutazione di questa nuova setta, di derivazione carbonara, secondo Oreste Dito, per ricordare "troppo da vicino il militarismo illuminato e democratico della Carboneria"22. Giuseppe Berti la fa sorgere nel biennio 1832-1834, mentre Franco Della Peruta la colloca decisamente nel 183423. La questione dell'anno di nascita non è secondaria, in quanto una sua accettabile definizione consente di verificare la tempestività con cui il fronte d'opposizione al Borboni operante nelle società segrete reagisce al tentativi rivoluzionari del '30-31.

    In realtà nel 1834 l'azione di reclutamento da parte del Musolino risulta ben avviata da tempo, per cui deve essere dato il massimo credito a quanto Musolino stesso ricorda in un suo scritto: "L'idea di fondare la setta della Giovine Italia Meridionale surse in me dopo i casi infelici di Romagna del 1831"24. Nella stessa occasione si rafforza in lui la convinzione che solo una setta organizzata sul piano militare può condurre a fondo la battaglia contro i Borboni. Pertanto il giudizio di Oreste Dito, facente leva sul carattere militare della setta musoliniana come su quello che maggiormente attrae gli elementi dispersi dell'antica Carboneria, appare accettabile, anche se va integrato nella valutazione globale delle premesse ideali e politiche cui si ispira la nuova società segreta. In questo quadro, ancora, il Dito fa prevalere l'ascendenza mazziniana della setta del Musolino, mentre altri, come Berti, tende a negarla del tutto. Ora, non c'è dubbio che la premessa di fondo è data dal rilievo mazziniano delle insufficienze proprie della Carboneria: la scissione subita, la repressione borbonica dopo il '21 vengono analizzate e ripensate nelle loro conseguenze così come nei loro presupposti. Per Mazzini il momento critico da esaltare è quello della limitazione dell'obiettivo nazionale all'ambito territoriale meridionale oltre che l'incapacità strutturale della monarchia borbonica di accettare qualsiasi riforma costituzionale in senso democratico. Da qui la necessità di porsi l'obiettivo primario dell'unità nazionale, dell'indipendenza dallo straniero e della libertà garantita dalla repubblica.

    Tali premesse ricorrono anche in Musolino, e se è difficile negare almeno l'influenza mazziniana su di lui, è altrettanto difficile non riconoscere il carattere autonomo de I Figliuoli della Giovine Italia nella concezione dei riti e dei gradi inseriti nella prospettiva di quello che Musolino definisce "lo svolgimento finale del problema umanitario". Non solo quindi il problema nazionale-unitario", ma anche quello sociale sta a cuore al Musolino, che individua nelle battaglie da compiere un momento di elevazione politica, morale e sociale, per pervenire alla trasformazione della società in senso democratico ed egalitarto. Il tema sociale è invece dal Mazzini considerato privo di priorità rispetto a quello nazionale e unitario.

    In grande maggioranza gli ex carbonari aderiscono alla setta del Musolino, mentre l'espansione mazziniana in Calabria è del tutto trascurabile, almeno fino al 1848, anche se elementi di notevole livello intellettuale e politico sono già dalla parte del Genovese.

    "Ciò che in primo luogo divideva Musolino da Mazzini - nota Paolo Alatri - era il rifiuto che il primo opponeva al misticismo romantico dell'altro: Musolino aveva avuto una formazione, e conservava una mentalità, sostanzialmente illuminista, positivista, naturalistica, materialistica e ateistica"25, che trova conferma nelle modalità di affiliazione alla sua setta. Esistono due gradi: agli affiliati di primo grado si svelano gli scopi immediati della setta - la cacciata dello straniero, l'abbattimento dell'assolutismo, l'unità nazionale, la dittatura rivoluzionarla del partito democratico. Quelli del secondo grado, una ristrettissima élite definita "Padri della Missione Suprema" sono invece consapevoli del fine ultimo, che è una radicale trasformazione della società, "lo svolgimento -come s'è già ricordato - finale del problema umanitario". Si prevedono inoltre un Capo Supremo, residente a Roma, Dieci Consoli nelle regioni italiane, un Colonnello a capo di ogni provincia, e un Capitano per amministrare il comune. E esplicitamente richiesto che nessun affiliato sia analfabeta, forse perché il veicolo di trasmissione delle idee della setta è affidato al segno grafico essoterico e non al simboli propri dell'esoterismo.

    Gregorio Aracri e Luigi Settembrini sono tra i primi ad aderire da Catanzaro alla setta del Musolino, mentre da Cosenza si accosta Raffaele Anastasio e da Reggio Girolamo Arcovito.

    Nel '37 si tenta la prova dello scontro con i Borboni. L'esperimento però, non autorizzato, fallisce, anche per una delazione e i principali capi vengono in seguito arrestati. Musolino stesso è imprigionato a Napoli nel maggio del '39, e dopo di lui il fratello Pasquale, Luigi Settembrini, Saverio Bianchi, Raffaele Anastasio, Nicola Ricciardelli.

    L'arresto del Musolino segna la fine della setta, e l'opposizione ai borboni resta affidata a tentativi generosi ma non bene organizzati, che portano alle dure condanne della Gran Corte Criminale di Cosenza per i fatti del marzo '44, alla fucilazione dei fratelli Bandiera, alla repressione seguita ai moti di Reggio Calabria nel '47. E tuttavia durante queste prove s'affaccia un gruppo di giovani, liberali e democratici, che offrono anche un bell'esempio di vita vissuta tra cospirazione e letteratura. Sotto la guida di Francesco De Sanctis poi daranno vita al movimento letterario e politico che il critico irpino definisce, appunto, "romanticismo calabrese"26 che manifesterà il grado di maturità ideale e politica negli anni '48-60 e che vede, tra gli altri, impegnati Domenico Mauro, Biagio Miraglia, Giuseppe Campagna, Vincenzo Padula.

    Intanto il fronte liberale e democratico si allarga, in Calabria, tanto che la costituzione che il re di Napoli concede nel '48, convocando anche i comizi elettorali, non è altro che una presa d'atto, peraltro tardiva, della maturazione di nuove condizioni politiche. Il contenimento delle istanze democratiche e liberali che i Borboni contano di attuare ad elezioni concluse trova a Cosenza, dove vengono eletti al parlamento Domenico Mauro e Benedetto Musolino, l'immediata risposta del Governo provvisorio, presieduto da Giuseppe Ricciardi e in cui sono presenti anche il Musolino e il Mauro, mentre Biagio Miraglia dirige "Il Calabrese", organo d'informazione ufficiale. E' un momento di grande tensione ideale e politica, che vede l'esperimento di un governo liberale il quale però ben presto si rivelerà incapace di condurre a fondo la battaglia contro i Borboni, per l'articolata composizione sociale del gruppo dirigente. E' un mese denso di avvenimenti quello della metà maggio metà giugno del '48 a Cosenza27 , durante il quale i massoni della città fondano il Circolo Nazionale con Tommaso Ortale, Domenico Mauro, Federico Anastasio, Francesco Federici, Biagio Miraglia, Pietro Salfi2' . A Castrovillari svolge regolarmente i suoi Lavori la Loggia "Lagana", con il sacerdote Raffaele Salerno, Muzio Pace, Carlo Maria Loccaso, mentre altre Logge e nuclei massonici lavorano a S. Demetrio Corone, a Lungro, a Spezzano Albanese, a S. Lorenzo, a Saracena, a Cassano, ad Amendolara, a Diamante e a Paola.

    Nella città di Catanzaro, Templi alla virtù si edificano nella Società Evangelica, con Domenico Angherà, i Greco, Gregorio Aracri, Eugenio De Riso29, mentre a Nicastro frequentano i Templi di Hiram, tra gli altri, Giovanni Nicotera e Francesco Stocco30.

    La Massoneria, in tutti i suoi Gradi, è ora manifestamente impegnata a sostenere l'esperimento rivoluzionario, assieme ai mazziniani, ai radicali come Musolino e Mauro e alle altre componenti del movimento liberale calabrese.

    La rivoluzione dura, però, appena un mese. Essa è l'unica del Meridione: la controrivoluzione, attuata con successo dal Borboni, non riesce a incontrare ostacoli consistenti, soprattutto sul piano militare, ma anche per l'incapacità dei governo Ricciardi di dominare il processo politico in corso. Musolino non sarà avaro di critiche nei suoi confronti, rivendicando a se stesso e al Mauro chiarezza di idee e di propositi non condivise dalle altre tendenze emerse nella rivoluzione calabrese. in cui prevale una tattica attendistica che apre la via ad un epilogo di segno repressivo e reazionario31.

    La diaspora della democrazia e la campagna di liberazione dei Mezzogiorno (1848-1860)

    L'epilogo del '48 in Calabria provoca la caduta verticale della tensione ideale e politica che aveva animato la regione. La diaspora dei capi della rivoluzione verso i luoghi dell'emigrazione politica priva la

    Calabria degli elementi necessari alla ripresa immediata della battaglia contro i Borboni. Corfù, Malta, Marsiglia, Parigi, e ancora Genova e Torino accolgono gli esuli calabresi che, specialmente negli stati sardi, hanno modo di ripensare alle esperienze del passato e di prepararsi a nuove e più dure prove per la libertà, l'indipendenza e la democrazia nella prospettiva unitaria e nazionale.

    Soprattutto a Genova gli emigrati politici calabresi compiono scelte decisive per il futuro del movimento liberale nel suo complesso. Qui i contatti con i capi della democrazia italiana, a cominciare da Agostino Bertani (in seguito a fianco di Adriano Lemmi), Carlo Pisacane, per finire a Mauro Macchi e Francesco De Sanctis, inducono i Musolino, i Miraglia, i Mauro, i Mileti e tanti altri a prendere atto della necessità di coniugare i temi della indipendenza e dell'unità con quelli della democrazia e della giustizia sociale32.

    Le proposte dei murattiani, nel 1855, per una soluzione tripartita della questione italiana (con un regno del Nord da affidare al Savoia, uno del Centro da assegnare al Papa e uno nel Sud da mantenere per il Murat con la protezione francese) incontra un vasto fronte di opposizione, in cui molti calabresi, massoni o vicini alla Massoneria, svolgono un ruolo di primo piano, a difesa del principio di nazionalità e di indipendenza, sotto la guida di Carlo Pisacane33 anche se alcuni, come Stocco, non sono insensibili alle suggestioni della politica cavouriana connotata da una certa disponibilità verso il murattismo, articolata com'è e condizionata da rapporti internazionali che oggettivamente fungono da contenimento delle esigenze unitarie.

    Nicotera e Mileti, specialmente, premono per il ritorno immediato all'azione nel Mezzogiorno, in un confronto non sempre agevole con mazziniani, garibaldini e democratici avanzati come Musolino. La spedizione del Pisacane è da loro incoraggiata e sollecitata, mentre Bertani non nasconde le sue perplessità. Il Massone Nicotera è il calabrese più eminente al seguito di Pisacane, mentre Carlo Mileri (presente nella Massoneria napoletana post-unitaria), dopo il fallimento dell'impresa, si accosta al radicalismo di Bertani, divenendone il portavoce nel movimento garibaldino e in seguito nei primi anni di vita unitaria.

    Dopo il '57 il tema delle alleanze politiche necessarie per liberare il Mezzogiorno dal Borboni si svolge in direzione della partecipazione della democrazia italiana alla Società Nazionale col motto "Italia e Vittorio Emanuele", che segna la scissione, da tempo maturata, tra l'intransigenza mazziniana e la disponibilità garibaldina alla collaborazione con il Cavour e Casa Savoia.

    Intanto in Calabria il partito borbonico registra sensibili diminuzioni di consenso: molti proprietari terrieri, delusi dalla politica demaniale del governo di Napoli, ispirata a rozzo paternalismo, passano nelle file dei liberali, condizionando così fin dall'inizio l'esito finale dell'iniziativa garibaldina nelle regioni meridionali e, in particolar modo, in Calabria, finendo con l'egemonizzare il movimento liberale con comportamenti "gattopardeschi"34.

    La rivoluzione del '60 si configura così come il risultato delle spinte divergenti all'interno del movimento garibaldino. Nonostante i decreti di Garibaldi a favore dei contadini poveri, emanati in Sicilia e in Calabria (abbastanza incisivi quelli a favore dei contadini della Sila e dei Casali di Cosenza, dell'agosto del '60), 1 rapporti sociali nelle campagne non subiscono alcun mutamento, specie dopo la partenza del Generale per Napoli. A Cosenza il Governatore Generale da lui nominato, Donato Morelli (cui nel ventennio post-unitarlo verrà intitolata una Loggia massonica a Rogliano) vanifica gli effetti dei decreti garibaldini, chiamando a far parte del governo gli esponenti della grande proprietà terriera, come i Guzzolino.

    I massoni, a liberazione avvenuta, sostengono il plebiscito per l'annessione della Calabria al Piemonte, avviando anche la ripresa dei Lavori con le garanzie concesse dallo Statuto albertino, e partecipando così al rinnovamento della vita massonica, dopo la dispersione durante il periodo borbonico, che sarà avviata da Garibaldi con la sua Gran Maestranza del Supremo Consiglio di Palermo35.

    Fin dal 1860, o poco più tardi, riprende i Lavori una delle due Logge esistenti a Cosenza al tempo di Gioacchino Murat, I Pitagorici Cratensi (l'altra era, come s'è detto, la Gioacchino I). Essa assume la denominazione di Pitagorici Cratensi Risorti, ad indicare che delle due Logge del periodo murattiano quella dei Pitagorici era stata la meno esposta alla strumentalizzazione da parte del potere (ma il giudizio storico non concorda con tale valutazione). Ciò dovrebbe anche significare la volontà della Massoneria cosentina di risorgere all'insegna dell'autonomia e della libertà, per dedicare tutto il Lavoro d'Officina ai fini istituzionali della Libera Muratoria.

    Animatore de I Pitagorici Cratensi Risorti è Erennio Ponzio, priore di una confratemita religiosa (come il parroco Beniamino De Rose, massone e mazziniano) e personalmente impegnato, dal settembre al novembre del '60, a sostenere sulle colonne de "Il Monitore Bruzio", il giornale ufficiale del governo della Calabria Citra, le ragioni dell'annessione, per plebiscito, della Calabria al Regno del Piemonte36. Nel "Supplemento" del 13 ottobre pubblica un accorato lungo appello al clero cosentino per invitarlo a partecipare al plebiscito e convincere i fedeli cattolici a votare per il si, presentando la consultazione come un momento decisivo a favore della libertà e dello statuto, con Vittorio Emanuele37.

    Erennio Ponzio è da poco uscito dal carcere e col Grado 30, su incarico del Grande Oriente d'Italia, edifica la Loggia di cui si è detto, accogliendovi - come riferisce il Maestro Venerabile Alessandro Lepiane in un rapporto al G.O.I, del 1878 - "un buon numero di cittadini stimabili, la maggior parte perseguitati sotto il governo borbonico, che in quel tempo naturalmente avevano una influenza grande nel paese" 38.

    Tutto sembra volgere al meglio per la Massoneria cosentina, che tuttavia non riesce ad impedire "l'ammissione di uomini indegni di appartenervi - scrive ancora Lepiane - ed entrati al solo fine di valersene come un mezzo e come una forza onde far fortuna nel mondo profano".

    In effetti l'esercizio della vita democratica nel primo ventennio postunitario a Cosenza, e, si può dire, in tutta la Calabria, vede il concorso di forze politiche nuove, come il movimento operaio, sia pure egemonizzato da borghesi, specie nelle società operaie di Mutuo soccorso39 e il movimento cattolico, cui la Libera Muratoria, in una prima fase almeno, apporta il contributo notevole dei grado di perfezionamento morale raggiunto nelle Officine. Epperò la corruzione e l'arrivismo che, specialmente dagli anni '70 in poi, connoteranno la lotta politica locale, non vedono immune, soprattutto a Cosenza, la stessa Massoneria, alla quale chiedono ipocritamente la Luce elementi che ben presto -denuncia ancora Lepiane, "prostituirono la Famiglia massonica cosentina, rovinarono il paese con una amministrazione gretta e partigiana, sfatarono i loro Fratelli onesti"40.

    Tale durezza di linguaggio, che in ogni caso riflette le reali condizioni della Libera Muratoria cosentina, è dovuta anche all'incarico commesso dal Grande Oriente al Venerabile Lepiane di riferire sulla situazione della Massoneria a Cosenza, che il 7 ottobre dei 1874 costruisce la Loggia Bruzia, su iniziativa di Pietro De Roberto, la quale viene riconosciuta il 3 dicembre dello stesso anno. La "Pitagorici Cratensi Risorti" non manca di protestare e di ostacolare il sorgere della Loggia del De Roberto, e nell'agosto del 1875 Mariano Maresca 33, Presidente della Sezione Concistoriale di Napoli, scrive ad Erennio Ponzio che la Loggia da lui precedentemente costruita deve essere demolita, "perché composta di elementi intinti di delitti e colpe, e alcuni erano stati sottoposti a giudizio profano e condannati"41.

    A questo punto i Pitagorici Cratensi Risorti decidono di uscire dal Templi di Hiram e di rivolgersi a Catania, dove si pratica il culto della Madre Potenza di Rito Egiziano, ottenendo di costituire a Cosenza una Madre Loggia Provinciale. Inoltre, secondo Lepiane, scelgono di atteggiarsi a repubblicani, ingaggiando una persistente campagna diffamatoria contro gli ex Fratelli massoni.

    Si apre così il tormentato capitolo della Massoneria a Cosenza dopo l'Unità, mentre a Catanzaro, nel 1864, si edifica la Tommaso Campanella, "per preparare la gioventù ad una nuova guerra contro l'Austria per la conquista di Venezia..."42. A Reggio Calabria la Massoneria, dipendente dal Supremo Consiglio di Palermo, tra il 1863 e Il 1870, è impegnata contro il "movimento borbonico-clericaletemporalista -, specie con la Loggia Domenico Romeo, capo della rivolta del 184743.

    Una storia quella della Massoneria in Calabria, prima e dopo l'Unità, in cui è dato rilevare "la reciprocità necessaria" (Mola) tra Iniziazione massonica e impegno politico per la conquista della libertà e dell'indipendenza prima e per la difesa e l'espansione della democrazia dopo il 1860. Per essa il giudizio storico, specie degli storici massoni, non può ovviamente esprimersi in termini apologetici o di condanna, come non può delineare piste preferenziali tra i Lavori di Loggia trasformati in fenomeni socio-politici, ma va riferito al difficile tema della "secolarizzazione" della Libera Muratoria, senza perdere di vista "i dettati delle Costituzioni di Andersen" che vietano l'esercizio della politica nelle Officine, e senza peraltro trascurare che ''In molti casi - (come quello di cui ci siamo occupati, n.d.a.) - nota ancora Aldo A. Mola - proprio l'organizzazione massonica fu il più efficace veicolo di politicizzazione, cioè di educazione ai princìpi ideali presupposti e costitutivi dei 'programmi , di partito"44.

    NOTE
    1) Ed Stolper, La Massoneria settecentesca nel Regno di Napoli, P, VII, Pasquale Baffi, un martire dimenticato, in "Rivista Massonica", n.4, aprile 1976, pp. 232-236. Ma vedi anche Mariano D'Ayala, I liberi muratori di Napoli nel secolo XVIII, in "Archivio storico napoletano", XXIII, 1898, IV; Cesare Morisani, Massoni e Giacobint a Reggio Calabria (1740-1800), Reggio Calabria, 1907, nonché Carlo Francovich, Storia della Massoneria italiana dalle origini alla Rivoluzione Francese, La Nuova Italia, Firenze, 1975 (2a edizione).

    2) Armando Dito, Giuseppe Logoteta massone e giacobino, in "Rivista Massonica" n. 10, dicembre 1977, pp 609-610.

    3) Oreste Dito, L'influenza massonica nella storia calabrese dal 1799 ai nostri giorni, Brenner, Cosenza, 1979.

    4) Su Jerocades vedi l'ampia nota bibliografica di Michele Cataudella, A. Jerocades: aspetti di letteratura giacobina in Calabria, in "Periferia", n. 16, genn.-apr. 1982, pp 3-19. Sulle origini della Massoneria in Calabria vedi però Salvatore Stranieri, La Massoneria a Ginfalco, ne "LaSila", marzo 1982, n. 3, in cui si riporta un documento che dà notizia della fondazione di una Loggia massonica nel 1723, ad opera del "duce di Girifalco del nobil casato di Caracciolo di Napoli".

    5) Sul Salfi vedi G. B. De Sanctis, Francesco Saverio Salfi patriota, critico, drammaturgo, Pellegrini, Cosenza, 1970; Carlo Gentile, Francesco Saverio Salfi, Brenner, Cosenza 1974; sull'Aracri cfr. invece Raffaele Aversa, Gregorio Aracri da Staletti, Pellegrini, Cosenza, 1969. Su tutto il periodo in cui vissero il Salfi, l'Aracri, Jerocades e gli altri personaggi di seguito citati, fondamentale resta Gaetano Cingari, Giacobini e Sanfedisti in Calabria, Casa dei Libro, Reggio Catabria, 1978 (ristampa).

    6) Armando Dito, Storia della Massoneria Calabrese Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria, Brenner, Cosenza, 1980 p. 18.

    7) Oreste Dito, L'influenza massonica ecc., cit., p. 22. E' interessante, a questo proposito, quanto dice il Pike:"La forza cieca del popolo deve essere controllata e guidata, come la forza cieca del vapore che fa muovere le pesanti armi metalliche e girare e pesanti ruote ed è fatta per perforare e caricare il cannone e per tessere i più delicati merletti", e altrove: "La forza deve essere regolata dall'Intelletto. L'intelletto è per il popolo e per la forza dei popolo ciò Cile il sottile ago è per la bussola della nave" ...... E ancora: "I tiranni usano la stessa forza del popolo per incatenarlo e renderlo schiavo. Sicché il popolo va educato alla lotta per la sua stessa liberazione, cessando così di essere la "titanica potenza dei giganti, che costruisce le fortificazioni dei tiranni ed è incorporata nelle loro armate... La pietra grezza è il popolo: questa massa rozza e disorganizzata. La pietra cubica, simbolo di perfezione, è lo Stato, poiché i governanti derivano i loro poteri dal con senso dei governati e le leggi esprimono il volere del popolo, il governo è armonico, simmetrico, efficiente, con i poteri debitamente distribuiti ed equilibrati"(Alberi Pike, Morals and Dogma, vol. 1, Bastogi di A. Manuali, Foggia, 1983, pp. 43, 45, 48).

    8) Giuseppe Gabrieli, Dall'Archivio Canosa: Massoneria e Carboneria, in "Rivista Massonica", n.9, dicembre 1978, pp. 582-586.

    9) Oreste Dito, ibidem.

    10) Oreste Dito, ibidem.

    11) Oreste Dito, L'influenza massonica ecc., cit., p. 23. In altri contesti si trovano anche cinque Gradi, da Apprendista a Gran Maestro.

    12) Giuseppe Gabrieli, Dall'Archivio Canosa ecc., cit. p. 582.

    13) Giuseppe Gabrieli, Legami massonico carbonari, in "Rivista Massonica", n. 3, marzo 1977, p 147-152.

    14) Armando Dito, Storia della Massoneria ecc., cit., p. 23

    15) Armando Dito, ibidem.

    16) Oreste Dito, L'influenza massonica ecc., cit. P. 20; idem, Massoneria, Carboneria ed altre societá segrete nella storia dei Risorgimento italiano, Forni, Bologna, 2 a rist., 1979 (cfr. anche l'edizione del 1905, Roux e Viarengo, Torino-Roma); Giuseppe Leti, Carboneria e Massoneria nel Risorgimento Italiano, Libreria ed. Moderna, Genova, 1925 (cfr. anche la ristampa anastatica Forni di Bologna).

    17) Oreste Dito, L'influenza massonica ecc., cit., p. 32.

    18) Gaetano Cingari, Mezzogiorno e Risorgimento, La restaurazione a Napoli dal 1821 al 1830, Laterza, Bari, 1976, p. 23.

    19) ibidem.

    20) Gaetano Cingari, Mezzogiorno e Risorgimenlo ecc., cit., pp. 103-104.

    21) Gaetano Cingari, Risorgimento Calabro, in Calabria, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1983, pp. 31-37.

    22) Oreste Dito, L'influenza massonica ecc., cit., p. 35.

    23) Franco Della Peruta, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il "partito d'azione", 1830-1845, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 260; Giuseppe Berti, I democratici e l'iniziativa meridionale nel Risorgimento, Feltrinelli, Milano, 1962, pp. 196 e segg,

    24) "La Situazione", opuscolo del 1879, cit. in Benedetto Musolino, Giuseppe Mazzini e i Rivoluzionari Italiani, introduzione di Paolo Alatti, Pellegrini, Cosenza, 1982, vol. 1, p. 7.

    25) Benedetto Musolino, Mazzini ecc., cit.

    26) Francesco De Sanctis, La scuola cattolicoliberale e il romanticismo a Napoli, XI, Einaudi, Torino, 1953, pp. 57 e segg. ; Gaetano Cingari, Romanticismo e Democrazia nel Mezzogiorno, Domenico Mauro, Esi, Napoli, 1965; Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Guida, Napoli, 1977, pp. 135-153

    27) Oreste Dito, La rivoluzione calabrese del '48, Brenner, Cosenza, 1980.

    28) Oreste Dito, L'influenza massonica ecc., cit., pp. 40-41

    29) Gaetano Cingari, Romanticismo e democrazia ecc., cit., ad nomina; su De Riso cfr. Gustavo Valente, Emigrazione politica di Calabresi. Il marchese Eugenio De Riso, in "Rivista Storica del Risorgimento", 1954, pp. 603-608.

    30) Su Stocco vedi anche Pietro Camardella, I Calabresi della Spedizione dei Mille, Accademia Cosentina, 1976, pp. 47-58. Sul Nicotera vedi, per tutti, Vincenzo Giordano, La vita e i discorsi di Giovanni Nicotera nelle legislature, IX, XI e XII, Tip. Nazionale, Salerno, 1952.

    31) Benedetto Musolino, Giuseppe Mazzini ecc., cit , 1, pp. 339-420.

    32) Gian Biagio Furiozzi, L'emigrazione politica in Piemonte nel decennio preunitario, Olschki, Firenze, 1979; Silvia Rota Ghibaudi, L'emigrazione calabrese in Piemonte (1848-1860), in ''Calabria Nobilissima", XIV, 1960, no. 39-40, pp. 1-18; Bianca Montale, L'emigrazione politica in Genova e in Liguria (1849-1859), Sabatelli, Genova, 1982, per gli esuli calabresi a Genova vedi quanto riporta Enrico Esposito, Carlo Mileti e la democrazia repubblicana nel Mezzogiorno, di prossima pubblicazione in "Archivio Storico per la Calabria e la Lucama", 1984.

    33) Matteo Mazziotti, La reazione borbonica nel regno di Napoli, Dante Alighieri, Roma, 1912, pp. 340-341.

    34) Gaetano Cingari, La Calabria nella rivoluzione del 1860, in Problemi del Risorgimento Meridionale, D'Anna, Firenze-Messina, 1965, pp. 154-241.

    35) Aldo Alessandro Mola, L'internazionalismo massonico di Giuseppe Garibalai, in AA.VV., Garibaldi e il Socialismo (a cura di Gaetano Cingari), Laterza, Bari, 1984, pp. 147-164; idem, Storia della Massoneria italiana dall'Unità alla Repubblica, prefazione di Paolo Alatri, Bompiani, Milano, 1977.

    36) I Giornali Politici Calabresi del Risorgimenlo (a cura di Giuseppe Grisolia), Cultura Calabrese Editrice, Belvedere M.mo (CS), 1983, "Il Monitore Bruzio".

    37) "IlMonitore Bruzio", Supplemento, anno 1, n. 10.

    38) Oreste Dito, La massoneria cosentina, Brenner, Cosenza, 1978, pp.7 e segg.

    39) Enrico Esposito, Il movimento operaio in Calabria. L'egemonia borghese (1870-1892), Pellegrini, Cosenza, 1977.

    40) Oreste Dito, La massoneria cosentina, cit., p.7.

    41) Oreste Dito, op. cit., p.8.

    42) Armando Dito, Storia della Massoneria calabrese ecc., cit., p. 27.

    43) Armando Dito, op. cit., p. 36.

    44) Aldo Alessandro Mola, L'internazionalismo massonico ecc., cit., p. 147.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Distruggere il cattolicesimo, secondo documenti del 1818,
    sarebbe stato lo scopo dell’associazione
    Dalla Carboneria “fiamme” sulla Chiesa
    di Angela Pellicciari


    --------------------------------------------------------------------------------

    Passato il ciclone Napoleone, a continuarne la battaglia rivoluzionaria restano i suoi eredi: militari che hanno acquisito ricchezza e potere, borghesi arricchiti con la legale spoliazione dei beni della Chiesa, cadetti delle casate nobiliari, studenti romanticamente attratti dall’ideale nazionale. I membri delle società segrete. “Chi pensava allora all’Italia, alla sua indipendenza, alla sua rigenerazione? Meno poche eccezioni, la schiuma sopraffina della canaglia, che si riuniva misteriosamente nelle vendite dei Carbonari”: in termini così poco lusinghieri Massimo D’Azeglio descrive ne I miei ricordi la società segreta protagonista dei tentativi insurrezionali dei primi decenni dell’Ottocento. “Figliuola della Frammassoneria”, come scrive nella Storia d’Italia pubblicata nel 1851 lo storico massone Giuseppe La Farina che parla, come sottolinea, con “cognizione di causa”, la carboneria organizza i moti del 1817 a Macerata, del 1820 a Nola, Avellino, Napoli e Milano, del 1821 a Torino, del 1831 a Modena e nelle Legazioni. Gli intenti dell’Alta Vendita, vale a dire della direzione strategica della rivoluzione in quel periodo, sono chiaramente enunciati in documenti caduti in mano della polizia pontificia. Si tratta di un interessantissimo epistolario e di uno scritto noto col nome di Istruzione permanente redatto nel 1818. Sia l’Istruzione che le lettere sono testi estremamente significativi perché, tenendoli presente, si capisce qualcosa di più del come e del perché si sia giunti alla formazione del Regno d’Italia. Quale lo scopo della carboneria? Detto in parole povere la liberazione dell’Italia dal cattolicesimo. E l’unità e l’indipendenza? Favole, miti per gente semplice e credulona. Proprio così scrive Felice a Nubio - i nomi di battaglia dei carbonari non sono stati divulgati - l’11 giugno 1829: “l’indipendenza e l’unità d’Italia sono chimere. Pure queste chimere producono un certo effetto sopra le masse e sopra la bollente gioventù. Noi, caro Nubio, noi sappiamo quello che valgono questi principii. Sono palloni vuoti”. Per capire con quali armi i rivoluzionari contassero di stroncare il cattolicesimo in Italia conviene citare per esteso i testi dei carbonari: si tratta di documenti che non è esagerato definire agghiaccianti. La calunnia, la maldicenza, l’infiltrazione nelle file del clero, la disintegrazione della famiglia, la corruzione, sono le armi spregiudicatamente scelte e consigliate per conseguire lo scopo prefisso.
    Veniamo ai testi. “Il nostro scopo finale - sostiene l’Istruzione - è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicismo e perfino dell’idea cristiana”; l’Alta Vendita si prefigge una “rigenerazione universale”, inconciliabile con la sopravvivenza del cristianesimo. Vindice scrive a Nubio: “Noi abbiamo intrapresa la fabbrica della corruzione alla grande; della corruzione del popolo per mezzo del clero e del clero per mezzo nostro. Questa corruzione dee condurci al seppellimento della Chiesa cattolica”. L’Istruzione prevede che, dove non si arrivi con la corruzione, si debba supplire con la calunnia: “Schiacciate il nemico, quando è potente, a forza di maldicenze e di calunnie”; una parola ben inventata, “una parola può, qualche volta, uccidere un uomo. Come l’Inghilterra e la Francia, così l’Italia non mancherà mai di penne che sappiano dire bugie utili per la buona causa. Con un giornale in mano, il popolo non avrà bisogno di altre prove”.
    Ancora: “Dovete sembrare semplici come colombe, ma sarete prudenti come i serpenti. I vostri genitori, i vostri figli, le vostre stesse mogli devono sempre ignorare il segreto che portate in seno, e, se per meglio ingannare l’occhio inquisitore, decideste di andare spesso a confessarvi, siete a ragione autorizzati a conservare il più rigoroso segreto su queste cose“. Le istruzioni continuano: “dovete presentarvi con tutte le apparenze dell’uomo serio e morale. Una volta che la vostra buona reputazione sia stabilita nei collegi, nei ginnasi, nelle università e nei seminari, una volta che abbiate catturato la confidenza di professori e studenti, fate in modo che a cercare la vostra compagnia siano soprattutto quanti sono arruolati nella milizia clericale. Si tratta di stabilire il regno degli eletti sul trono della prostituta di Babilonia: che il clero marci sotto la vostra bandiera mai dubitando di seguire quella delle chiavi apostoliche“.
    Da sempre le élite rivoluzionarie, considerando se stesse migliori del volgo, hanno creduto loro dovere insegnare al popolo cosa pensare. Da sempre lo hanno fatto poco a poco perché la popolazione non si ritraesse inorridita. Da sempre si è trattato di insinuarsi pian piano con abile propaganda per poi venire all’improvviso - e simultaneamente - allo scoperto. Vanno tanto diversamente le cose ai giorni nostri? Solo fino a qualche anno fa sarebbero state pensabili ostentazioni della diversità sessuale, uteri in affitto, sperimentazione sugli embrioni, clonazioni realizzate ed annunciate e via discorrendo?
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    A Gloria del Gran Maestro dell’Universo e del Nostro Protettore San Teobaldo



    DOCUMENTI RIGUARDANTI L'ALTA VENDITA
    da: Enrico Delassus - IL PROBLEMA DELL'ORA PRESENTE
    ANTAGONISMO TRA DUE CIVILTA'
    da http://utenti.tripod.it/armeria/delass00.html

    --------------------------------------------------------------------------------

    Appendive IV

    Crétineau-Joly ha pubblicato, nel suo libro L'Eglise romaine et la Révolution, alcuni documenti che gli erano stati rilasciati da Gregorio XVI, per comporre la storia delle Società segrete.

    Noi ne abbiamo fatto entrare alcuni frammenti in questo libro. Crediamo di doverli riprodurre qui tali quali si trovano nell'opera di Crétineau-Joly.



    I. Lettera del cardinal Consalvi al principe di Metternich, in data del 4 gennaio 1818.
    La Santa Sede manifesta la conoscenza che ha del pericolo che il Carbonarismo, alla testa del quale sarà ben presto posta l'Alta Vendita, fa correre alla società:

    "Le cose non procedono bene in nessun luogo, ed io trovo, caro Principe, che noi ci crediamo troppo dispensati dalla più semplice precauzione. Qui, io mi trattengo ogni giorno cogli ambasciatori d'Europa sui futuri pericoli che le Società segrete preparano all'ordine di fresco costituito, e m'accorgo che mi si risponde colla più bella delle indifferenze. S'immaginano che la Santa Sede è troppo facile a spaventarsi, e si fanno le meraviglie degli avvisi che la prudenza ci suggerisce. È un errore manifesto che io sarei ben felice di non veder partecipato da V. Altezza. Essa ha troppa esperienza per non voler metter in pratica il consiglio che è meglio prevenire che reprimere; ora è venuto il momento di prevenire; bisogna approfittarne, per non ridursi poi a una repressione che non farà altro che aumentare il male. Gli elementi che compongono le Società segrete, quelli soprattutto che servono a formare l'anima del Carbonarismo, sono ancora dispersi, malamente fusi o in ovo: ma noi viviamo in un tempo sì propizio alle cospirazioni, sì ribelle al sentimento del dovere, che la più volgare circostanza può molto facilmente formare una formidabile aggregazione di questi conciliaboli sparsi qua e là. V. A. mi fa l'onore di dirmi, nella sua ultima lettera, che io mi inquieto forse troppo vivamente per qualche scossa ben naturale dopo una così violenta tempesta. Io vorrei che i miei presentimenti restassero allo stato di chimera: nondimeno non posso più a lungo cullarmi in una sì crudele speranza.

    "Da tutto ciò che io raccolgo da varie parti, e da quanto congetturo per l'avvenire, io credo (Ella vedrà più tardi, se ho torto) che la Rivoluzione ha cambiato cammino e tattica.

    Essa non attacca più ora, armata mano, i troni e gli altari, essa si contenterà di minarli con incessanti calunnie: seminerà l'odio e la diffidenza fra i governi e i governati; renderà odiosi gli uni, compiangendo gli altri. Un giorno poi le monarchie più secolari, abbandonate dai loro difensori, si troveranno alla discrezione di alcuni intriganti di bassa condizione ai quali nessuno degna accordare uno sguardo d'attenzione preventiva.

    Essa sembra pensare, sig. Principe, che in questi timori da me manifestati (ma sempre per ordine verbale del Santo Padre) vi sia un sistema preconcetto e delle idee che non possono nascere che a Roma. Giuro a V. A. che scrivendo a Lei e rivolgendomi alle alte Potenze, io mi spoglio completamente di ogni interesse personale e guardo la questione da un punto molto più elevato. Non fermarsi a considerarla ora, perché essa non è ancor entrata, per così dire, nel dominio pubblico, è un condannarsi a tardivi pentimenti.

    "Il governo di Sua Maestà I. R. Apostolica prende (io lo so e il Santo Padre lo ringrazia di tutto cuore) tutti i savii provvedimenti che esige la situazione: ma noi vorremmo che egli non si addormentasse, come il rimanente dell'Europa, sopra terribili eventualità. Il bisogno di cospirare è innato nel cuore degli Italiani: non bisogna permetter loro che si sviluppi questa cattiva tendenza: altrimenti, in pochi anni, i principi saranno costretti a incrudelire. Il sangue o la prigione stabilirà fra questi e i loro sudditi un muro di separazione. Così noi cammineremo verso un abisso, che con un po' di prudenza sarebbe assai facile evitare. Grazie agli eminenti servigi che V. A. rese all'Europa, essa ha meritato un posto privilegiato nel consiglio dei Re. Ella ha, caro Principe, acquistata e inspirata confidenza: aumenti ancora questa sua gloria sì universale, mettendo i cospiratori novizi nell'impossibilità di nuocere agli altri come a se stessi. In quest'arte di previdenza e di calcolo anticipato risplendono i grandi uomini di Stato; ella si guarderà bene dal mancare alla sua vocazione".

    Il linguaggio della Santa Sede non fu compreso, i suoi avvertimenti furono sprezzati. Poco dopo l'Alta Vendita era costituita.



    II. Istruzione segreta permanente data ai membri dell'Alta Vendita.
    "Dopo che ci siamo costituiti in corpo di azione e che l'ordine ricomincia a regnare così nella Vendita più remota corre in quella più prossima al centro, vi ha un pensiero che ha sempre preoccupato gli uomini che aspirano alla rigenerazione universale. Il pensiero è quello della liberazione dell'Italia, da cui deve uscire, in un dato giorno, la liberazione del mondo intero, la Repubblica fraterna e l'armonia dell'umanità. Questo pensiero non è stato ancora abbastanza compreso dai nostri fratelli di Francia. Essi credono che l'Italia rivoluzionaria non può che cospirare all'ombra, distribuire qualche pugnalata a sbirri o a traditori; e intanto sopportare tranquillamente il giogo degli avvenimenti che si compiono al di là dei monti per l'Italia, ma senza l'Italia.

    "Questo errore ci fu già più volte fatale. Non bisogna combatterlo con parole; sarebbe un propagarlo: bisogna: ucciderlo coi fatti. E così, in mezzo alle cure che hanno il privilegio di agitare gli spiriti più vigorosi delle nostre Vendite,(1) ve n'è una che non dobbiamo mai dimenticare.

    "Il Papato esercitò sempre un'azione decisiva sovra le sorti d'Italia. Col braccio, colla voce, colla penna, col cuore dei suoi innumerevoli vescovi, frati, monache e fedeli di tutte le latitudini, il Papato trova dappertutto gente pronta al sacrifizio, al martirio, all'entusiasmo. Dovunque vuole evocarlo, esso ha degli amici che muoiono ed altri che si spogliano per amor suo. È un'immensa leva di cui soltanto alcuni Papi hanno capita tutta la potenza. (Ed ancor essi non se ne sono serviti che con una certa misura). Oggi non si tratta di ricostituire a nostro servizio questo potere momentaneamente indebolito: il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l'annichilamento completo del cattolicismo e perfino dell'idea cristiana, la quale, se rimanesse in piedi sopra le ruine di Roma, ne sarebbe più tardi la perpetuazione. Ma per giungere più certamente a questo scopo e non prepararci da noi stessi dei disinganni che prolunghino indefinitamente o compromettano il buon successo della causa, non bisogna dar retta a questi vantatori di Francesi, a questi nebulosi Tedeschi, a questi Inglesi malinconici che credono di poter uccidere il cattolicismo ora con una canzone oscena, ora con un sofisma, ora con un triviale sarcasmo arrivato di contrabbando come i cotoni inglesi. Il cattolicismo ha una vita che resiste a ben altro. Egli ha visti avversari più implacabili e più terribili; e si è preso soventi volte il gusto maligno di benedire colla sua acqua santa la tomba dei più arrabbiati tra loro. Lasciamo dunque che i nostri fratelli di quei paesi si sfoghino colle loro intemperanze di zelo anticattolico: permettiamo loro di burlarsi delle nostre Madonne e della nostra divozione apparente. Con questo passaporto (dell'ipocrisia), noi possiamo cospirare con tutto il nostro comodo e giungere, a poco a poco, al nostro scopo.

    "Dunque il Papato è, da millesettecento anni, inerente alla nostra Italia. L'Italia non può respirare, né muoversi senza il permesso del Pastore supremo. Con lui, essa ha le cento braccia di Briareo; senza di lui, essa è condannata ad una impotenza compassionevole, a divisioni, ad odii, ad ostilità dalla prima catena delle Alpi all'ultimo anello degli Appennini. Noi non possiamo volere un tale stato di cose: bisogna cercare un rimedio a questa situazione. Orbene, il rimedio è trovato. Il Papa, chiunque sia, non verrà mai alle Società segrete; tocca alle Società segrete di fare il primo passo verso la Chiesa e verso il Papa, collo scopo di vincerli tutti e due.

    "Il lavoro al quale noi ci accingiamo non è l'opera d'un giorno, né di un mese, né di un anno. Può durare molti anni, forse un secolo: ma nelle nostre file il soldato muore e la guerra continua.

    "Noi non intendiamo già di guadagnare il Papa alla nostra causa, né di farne un neofita dei nostri principii, od un propagatore delle nostre idee. Sarebbe questo un sogno ridicolo; ed in qualunque modo siano per volgere gli avvenimenti, se anche accadesse che qualche Cardinale o qualche Prelato, di piena sua buona voglia o per insidia, entrasse a parte dei nostri segreti, non sarebbe questa una ragione per desiderare la sua elevazione alla Sede di Pietro. Questa elevazione sarebbe anzi la nostra ruina. Giacché, siccome egli sarebbe stato condotto all'apostasia per sola ambizione, così il bisogno del potere lo condurrebbe necessariamente a sacrificarci. Quello che noi dobbiamo cercare ed aspettare, come gli ebrei aspettano il Messia, si è un Papa secondo i nostri bisogni. Alessandro VI con tutti i suoi vizi privati non ci converrebbe, giacché egli non ha mai errato in materia religiosa. Un Clemente XIV, invece, sarebbe il nostro caso da capo a piedi. Borgia era un libertino, un vero sensuale del secolo XVIII fuorviato nel secolo XV. Egli è stato scomunicato, nonostante i suoi vizi, dalla filosofia e dalla incredulità in causa del vigore con cui difese la Chiesa. Ganganelli, invece, si pose colle mani e coi piedi legati nelle braccia dei ministri dei Borboni che gli mettevano paura, e degl'increduli che lodavano la sua tolleranza, e per questo Ganganelli diventò un gran Papa. Nelle presenti nostre condizioni noi avremmo bisogno d'un tal Papa, se la cosa fosse possibile. Con questo solo noi andremo più sicuramente all'assalto della Chiesa, che non cogli opuscoletti dei nostri fratelli di Francia e coll'oro stesso dell'Inghilterra. E volete sapere il perché? Perché, con questo solo, per istritolare lo scoglio sopra cui Dio ha fabbricato la sua Chiesa, noi non abbiamo più bisogno dell'aceto di Annibale, né della polvere da cannone e nemmeno delle nostre braccia. Noi abbiamo il dito mignolo del successore di Pietro ingaggiato nel complotto, e questo dito mignolo val per questa crociata tutti gli Urbani II e tutti i S. Bernardi della Cristianità.

    "Noi non dubitiamo punto di arrivare a questo termine supremo dei nostri sforzi. Ma quando? e come? L'incognita non si vede ancora. Ciò nonostante, siccome nulla ci dee smuovere dal piano tracciato, che anzi al contrario tutto vi deve concorrere, come se il successo dovesse coronare domani l'opera appena abbozzata, noi vogliamo, in questa istruzione, che dovrà tenersi celata ai semplici iniziati, dare ai preposti della Vendita suprema alcuni consigli ch'essi dovranno inculcare a tutti i fratelli sotto forma d'insegnamento o di memorandum. È cosa soprattutto importante, non che richiesta dalla più elementare discrezione, che non si lasci mai presentire a nessuno che questi consigli sono ordini emanati dalla Vendita. Il clero vi è troppo direttamente in causa; né ci è lecito, a questi lumi di luna, scherzare con esso lui come facciamo con questi regoli o principotti che si cacciano via con un soffio.

    "Vi è poco da fare coi vecchi Cardinali e coi Prelati di carattere deciso. Bisogna lasciare questi incorreggibili della scuola di Consalvi, e cercare, invece, nei nostri magazzini di popolarità o d'impopolarità, le armi che renderanno inutile o ridicolo il potere nelle loro mani. Una parola ben inventata, e che si sparge con arte in certe buone famiglie cristiane, passa subito dal caffè alla piazza; una parola può, qualche volta, uccidere un uomo. Se un prelato arriva da Roma in provincia per esercitare qualche pubblico impiego, bisogna subito informarsi del suo carattere, dei suoi precedenti, delle sue qualità, de' suoi difetti: specie de' suoi difetti. È egli un nostro nemico? Un Albani, un Pallotta, un Bernetti, un Della Genga, un Rivarola? Subito avviluppatelo in tutte le reti che potrete. Fategli una riputazione che spaventi i ragazzi e le donne: dipingetelo crudele e sanguinario: raccontate qualche fattarello atroce che facilmente s'imprima nella mente del popolo. Quando i giornali forestieri impareranno poi da noi questi fatti ch'essi sapranno bene abbellire e colorire a loro volta, pel rispetto che si dee alla verità, mostrate, o fate mostrare, piuttosto da qualche rispettabile imbecille, il numero del giornale dove sono riferiti i nomi e i fatti di detti personaggi. Come la Francia e l'Inghilterra, così l'Italia non mancherà mai di penne che sappiano dire bugie utili per la buona causa. Con un giornale di cui non comprende la lingua, ma in cui vedrà il nome del suo delegato o del suo giudice, il popolo non avrà bisogno di altre prove. Il popolo, qui fra noi, è nella infanzia del Liberalismo. Egli crede ora ai Liberali, come più tardi crederà a non sappiamo quale altra cosa.

    "Schiacciate il nemico qualunque sia, quando è potente, a forza di maldicenze e di calunnie; ma, soprattutto, schiacciatelo quando è ancora nell'uovo. Alla gioventù bisogna mirare: bisogna sedurre i giovani: è necessario che noi attiriamo la gioventù senza che se ne accorga, sotto la bandiera delle società segrete. Per avanzarci, a passi contati, ma sicuri, in questa via pericolosa, due cose vi sono assolutamente necessarie. Voi dovete avere l'aria di essere semplici come colombe, ma insieme voi dovete essere prudenti come i serpenti. I vostri genitori, i vostri figli, le vostre stesse mogli dovranno sempre ignorare il segreto che portate in seno. E se vi piacesse, per meglio ingannare gli occhi scrutatori, di andarvi a confessare sovente, voi siete autorizzati a serbare, anche col confessore, il più assoluto silenzio sopra queste materie. Voi ben sapete che la menoma rivelazione, che il più piccolo indizio sfuggitovi nel Tribunale di penitenza o altrove può condurci a grandi calamità; e che il rivelatore volontario od involontario sottoscrive, con ciò stesso, la sua sentenza di morte.

    "Or dunque, per assicurarci un Papa secondo il nostro cuore, si tratta prima di tutto, di formare, a questo Papa, una generazione degna del regno che noi desideriamo. Lasciate in disparte i vecchi e gli uomini maturi; andate, invece, diritto alla gioventù, e, se è possibile, anche all'infanzia. Non parlate mai coi giovani di cose oscene ed empie. Maxima debetur puero reverentia. Non dimenticate mai queste parole del poeta, giacché esse vi serviranno di salvaguardia contro ogni licenza, da cui è assolutamente mestieri astenersi nell'interesse della causa. Per far fiorire e fruttificare la nostra causa nelle famiglie, per avere il diritto d'asilo e di ospitalità al focolare domestico, voi dovete presentarvi con tutte le apparenze dell'uomo grave e morale. Una volta che la vostra riputazione sarà stabilita nei collegi, nei ginnasi, nelle università e nei seminari: una volta che voi vi sarete cattivata la fiducia dei professori e dei giovani, procurate che specialmente coloro che entrano nella milizia clericale ricerchino la vostra conversazione. Nudrite il loro spirito dell'antico splendore di Roma papale. Vi ha sempre nel cuore di ogni italiano un desiderio della forma repubblicana. Confondete con destrezza queste due memorie: eccitate, scaldate queste nature sì infiammabili all'idea dell'orgoglio patriottico. Cominciate coll'offrir loro, ma sempre in segreto, libri innocenti, poesie calde di enfasi nazionale: a poco a poco voi condurrete i vostri discepoli al grado voluto di fermentazione. Quando su tutti i punti dello Stato ecclesiastico questo lavoro di tutti i giorni avrà sparse le nostre idee come la luce, allora voi vi potrete accorgere quanto sia savio il consiglio, di cui noi pigliamo ora l'iniziativa.

    "Gli avvenimenti, che, secondo noi, si precipitano troppo,(2) chiameranno necessariamente, tra qualche mese, un intervento armato dell'Austria. Vi sono dei pazzi che si divertono a gettare allegramente gli altri nel mezzo dei pericoli: ma intanto questi pazzi, in un momento dato, trascinano seco anche i savii. La rivoluzione che si prepara in Italia non produrrà che disgrazie e proscrizioni. Nulla è maturo: né uomini, né cose: e nulla sarà maturo per lungo tempo ancora. Ma con queste future disgrazie voi potrete facilmente far vibrare una nuova corda nel cuore del giovane clero. Questa corda sarà l'odio allo straniero. Fate che il Tedesco diventi ridicolo ed odioso anche prima del suo preveduto intervento. Coll'idea della supremazia papale mescolate sempre la memoria delle guerre del Sacerdozio e dell'Impero. Risuscitate le passioni mal sopite dei Guelfi e dei Ghibellini: e così, a poco a poco, voi vi farete, con poca spesa, una riputazione di buon cattolico e di buon patriota.

    "Questa riputazione di buon cattolico e di buon patriota, aprirà alle nostre dottrine il cuore del giovine clero e degli stessi conventi. Tra qualche anno questo giovane clero avrà, per la forza delle cose, invasi tutti gli uffici. Egli governerà, amministrerà, giudicherà, formerà il consiglio del sovrano, e sarà chiamato ad eleggere il Papa futuro. Questo Papa, come la più parte dei suoi contemporanei, sarà necessariamente più o meno imbevuto, anche lui, dei principii italiani ed umanitarii che noi cominciamo ora a mettere in circolazione. È un piccolo grano di senapa che noi confidiamo alla terra, ma il sole di giustizia lo svilupperà fino alla più alta potenza; e voi vedrete un giorno qual ricca messe produrrà questo piccolo seme.

    "Nella via che noi tracciamo ai nostri fratelli, vi sono grandi ostacoli da vincere e difficoltà di più sorta da sormontare. Se ne trionferà coll'esperienza e colla sagacia. La mèta è sì bella che merita la pena di spiegar tutte le vele al vento per arrivarvi. Volete voi rivoluzionare l'Italia? Cercate il Papa di cui noi vi abbiamo fatto il ritratto. Volete stabilire il regno degli eletti sul trono della prostituta di Babilonia? Fate che il Clero cammini sotto la vostra bandiera, credendo di camminare sotto la bandiera delle Chiavi apostoliche. Volete far sparire l'ultimo vestigio dei tiranni e degli oppressori? Tendete le vostre reti come Simone Barjona: tendetele al fondo delle sacrestie, dei seminari e dei conventi, anziché al fondo del mare; e se voi non precipiterete nulla, noi vi promettiamo una pesca più miracolosa della sua. Il pescatore di pesci diventò pescatore d'uomini: voi pescherete degli amici e li condurrete ai piedi della Cattedra Apostolica. Voi avrete così pescato una rivoluzione in tiara e cappa, preceduta dalla croce e dal gonfalone; una rivoluzione che non avrà bisogno che di ben piccolo aiuto per appiccare il fuoco ai quattro angoli del mondo.

    "Ogni atto della nostra vita tenda dunque alla scoperta di questa pietra filosofale. Gli alchimisti del Medio Evo perdettero tempo e denari nella ricerca di questo sogno. Il sogno delle società segrete si compirà per questa semplicissima ragione che esso è fondato sulle passioni dell'uomo. Non iscoraggiamoci dunque né per un insuccesso, né per un rovescio, né per una disfatta: prepariamo le nostre armi nel silenzio delle Vendite: puntiamo tutte le nostre batterie, soffiamo in tutte le passioni, nelle peggiori come nelle più generose: e tutto ci porta a credere che questo piano riuscirà un giorno, anche di là dei nostri calcoli i più improbabili".



    III. Frammento d'una lettera che porta per firma solo una squadra, ma che, confrontata con altri scritti della medesima mano, sembra emanare dal Comitato direttivo e avere un'autorità speciale. Essa è del 20 ottobre 1821.
    "Nella lotta ora impegnata fra il dispotismo sacerdotale o monarchico e il principio di libertà, vi sono conseguenze che bisogna subire e principii che innanzi tutto preme far trionfare. Gli avvenimenti previsti subirono uno scacco: però non dobbiamo rattristarcene più che tanto: ma se questo scacco non iscoraggia alcuno, dovrà, a un dato tempo, facilitarci i mezzi per attaccare con più frutto il fanatismo. Si tratta di esaltare sempre più gli spiriti e di mettere a profitto tutte le circostanze. L'intervento straniero, nelle questioni per così dire di polizia interna, è un'arma efficace e potente che bisogna saper maneggiare con destrezza. In Francia, si avrà ragione del ramo primogenito rimproverandogli di esser tornato nei carrettoni dei Cosacchi: in Italia, bisogna rendere così impopolare il nome dello straniero che, quando Roma sarà seriamente assediata dalla Rivoluzione, un soccorso straniero sia fin da principio un affronto, anche pei fedeli del paese. Noi non possiamo più andar contro il nemico coll'audacia dei nostri padri del 1793. Siamo impediti dalle leggi e più ancora dai costumi: ma, col tempo, potremo forse raggiungere lo scopo che ad essi andò fallito. I nostri padri furono in tutto troppo precipitosi e perdettero la partita. Noi la guadagneremo se, frenando la temerità, giungiamo a fortificare le debolezze.

    ""D'insuccesso in insuccesso si giunge alla vittoria. Abbiate dunque l'occhio sempre aperto su ciò che avviene a Roma. Rendete impopolare la pretaglia in tutti i modi; fate nel centro della cattolicità ciò che noi tutti, individualmente o in corpo, facciamo nelle ali. Agitate, buttate sulla strada, con o senza motivi, poco importa, ma agitate. In queste parole sono rinchiusi tutti gli elementi del successo. La cospirazione meglio ordita è quella che si agita di più e che compromette un maggior numero di persone. Ci siano pur de' martiri, ci siano delle vittime, noi troveremo sempre dì quelli che sapranno dare a ciò i colori necessari".



    IV. Lettera dell'ebreo conosciuto col nome di Piccolo Tigre. Essa dà istruzioni ai membri della Vendita piemontese che Piccolo Tigre aveva formata a Torino, sui mezzi da prendere per reclutare dei framassoni. Porta la data del 18 gennaio 1822.
    "Nell'impossibilità in cui i nostri fratelli ed amici si trovano di dire ancora la loro ultima parola, fu giudicato utile e conveniente di spargere dappertutto la luce e di mettere in moto tutto ciò che aspira a muoversi. Per questo scopo noi non cessiamo di raccomandarvi di affiliar tutti quelli che potete, ogni sorta di gente, a qualsiasi congregazione, di qualunque specie, purché vi regni il mistero. L'Italia è coperta di Confraternite religiose e di penitenti di diverso colore. Procurate di ficcare qualcuno dei nostri in mezzo a queste mandrie di gente divota e stupida; che studino con attenzione il personale di queste Confraternite e vedranno che a poco a poco vi troveranno molta messe da raccogliere. Sotto il più futile pretesto, ma non mai politico o religioso, fondate voi stessi, o, meglio ancora, fate fondare da altri, delle associazioni o società di commercio, di industria, di musica, di belle arti. Riunite queste vostre tribù ancora ignoranti in questo o quel luogo, anche nelle sacristie o nelle cappelle; mettetele sotto la direzione d'un prete virtuoso, stimato, ma credulo e facile ad essere ingannato; infiltrate il veleno nei cuori eletti, infiltratelo a piccole dosi e come per caso: poi riflettendovi, sarete voi stessi stupiti del vostro successo.

    "L'essenziale è di isolare l'uomo dalla sua famiglia, di fargliene perdere le abitudini. Egli è già disposto, per l'inclinazione del suo carattere, a fuggire le noie di casa, a correr dietro ai facili piaceri e alle gioie vietate. Egli ama le lunghe conversazioni al caffè e l'ozio degli spettacoli. Eccitatelo, seducetelo, dategli una importanza qualunque; insegnategli prudentemente ad annoiarsi dei suoi lavori giornalieri, e, per questo modo, dopo averlo separato dalla sua moglie e dai suoi figli, ed avergli dimostrato quanto sieno penosi tutti questi doveri, ispirategli il desiderio di un'altra esistenza. L'uomo è nato ribelle; attizzate questo desiderio di ribellione fino all'incendio, ma fa d'uopo che per ora l'incendio non divampi. Questa non è che una preparazione alla grand'opera che voi dovete incominciare. Quando sarete riusciti ad insinuare a qualcuno il disgusto della famiglia e della religione (due cose che vanno sempre d'accordo), lasciatevi sfuggire certe parole che eccitino il desiderio di essere affiliato alla loggia più vicina. Questa vanità del cittadino o del borghese d'infeudarsi alla framassoneria è una cosa sì triviale e universale, che io sono sempre compreso d'ammirazione dinanzi alla stupidità umana. Io mi stupisco di non vedere il genere umano tutto intero battere alla porta dei Venerabili, e chiedere a questi signori l'onore di essere uno degli operai eletti a rifabbricare il Tempio di Salomone. Il prestigio dell'ignoto esercita sugli uomini un tal potere, che la gente si prepara, tremando, alle fantasmagorie dell'iniziazione e dell'agape fraterna.

    "Trovarsi membro d'una loggia, sentirsi chiamato, senza che la moglie o i figli ne sappiano niente, a conservare un segreto che non si confida mai, è per certe nature una voluttà ed un'ambizione. Le loggie adesso sono capaci di educare dei ghiottoni: ma non mai dei cittadini. Si pranza troppo presso i T... C... e T... R... F... (carissimi e rispettabilissimi Fratelli) di tutti gli Orienti; ma è una specie di deposito, una mandria, un centro pel quale bisogna passare prima di arrivare sino a noi. Le loggie non fanno che un male relativo, un male temperato da una falsa filantropia e da canzoni ancora più false come avviene in Francia. Ciò è troppo arcaico e gastronomico, ma ha insieme uno scopo che bisogna sempre incoraggiare. Insegnando ad un fratello a portar l'arma col suo bicchiere noi c'impadroniamo così della sua volontà, della sua intelligenza e della sua libertà. Se ne dispone, lo si gira e rigira, lo si studia. Se ne scoprono le inclinazioni, le affezioni e le tendenze; quando egli è maturo per noi, lo si dirige alla Società segreta di cui la framassoneria non può più essere altro che un'anticamera oscura.

    "L'Alta Vendita desidera che, sotto uno o sotto un altro pretesto, s'introduca nelle loggie massoniche il più che si può di principi e di ricchi. I principi di casa regnante, i quali sono senza legittime speranze d'essere re per la grazia di Dio, hanno tutti una gran voglia di esserlo per grazia d'una rivoluzione. Il duca d'Orléans è framassone, il principe di Carignano lo è stato. Non ne mancano in Italia ed altrove che aspirino agli onori, molto modesti, del grembiale e della cazzuola simbolica. Ve ne sono altri diseredati o proscritti. Accarezzate tutti questi ambiziosi di popolarità; arruolateli nella framassoneria: l'Alta Vendita vedrà poi quello che se ne potrà fare per la causa dei progresso. Un principe che non ha alcun regno in prospettiva è per noi una buona fortuna. Ve ne sono molti in questo caso. Fatene dei framassoni. La loggia ne farà dei carbonari. Forse un giorno l'Alta Vendita si degnerà di affiliarli. Intanto essi serviranno di vischio per gl'imbecilli, gl'intriganti, i borghesi e gli spiantati. Questi poveri principi faranno gli affari nostri, credendo di fare i propri. Serviranno d'insegna alla bottega; non mancano mai dei pazzi disposti a compromettersi in una cospirazione, di cui un principe qualunque è creduto essere l'arco di sostegno.

    "Una volta che un uomo, anche un principe, anzi specialmente se principe, incomincia a corrompersi, persuadetevi che non si arresterà sul pendio. Poco buon costume trovasi anche nella gente più morale e si cammina molto in fretta in questa via di progresso. Non abbiate dunque paura se vedete le loggie fiorenti, mentre il Carbonarismo si recluta a stento.

    "È sulle loggie che noi facciamo assegnamento per raddoppiare le nostre file; esse sono, senza che lo sappiano, il nostro noviziato preparatorio. Esse discorrono sempre dei pericoli del fanatismo, della felicità dell'uguaglianza sociale e dei grandi principii della libertà religiosa. Esse hanno, tra due banchetti, delle scomuniche fulminanti contro l'intolleranza e la persecuzione. Vi è qui tutto il necessario per formare degli adepti. Un uomo imbevuto di queste belle cose non è lontano dalle nostre idee; altro non occorre che irreggimentarlo. La legge di progresso sociale è là, e tutta là; non datevi pena di cercarla altrove. Nelle circostanze presenti non bisogna ancora levarsi la maschera. Contentatevi di girare attorno all'ovile cattolico; ma, da buoni lupi, afferrate al passaggio il primo agnello che vi si offrirà nelle condizioni volute. Il borghese ha del buono, il principe ancora di più. Ma però che nessuno di questi agnelli si cangi in volpe, come l'infame Carignano. Il tradimento del segreto giurato è una sentenza di morte, e tutti questi principi, deboli o vili, ambiziosi o pentiti, ci tradiscono e ci denunziano. Per buona sorte, sapevano poco o nulla, ed essi non possono porsi sulla traccia dei nostri veri misteri.

    "Nel mio ultimo viaggio in Francia ho visto con grande soddisfazione che i nostri giovani iniziati sono pieni d'ardore nel diffondere la Carboneria; ma trovo pure che precipitano un po' troppo il movimento. Secondo me, essi cambiano troppo in odio politico il loro odio religioso. La cospirazione contro la Sede Romana non dovrebbe mai confondersi con altri progetti. Noi siamo esposti a veder sorgere nel seno delle Società segrete ardenti ambizioni; queste ambizioni, una volta impadronitesi del potere possono abbandonarci. La via per la quale ci siamo messi non è ancora abbastanza ben tracciata per metterci in mano di intriganti o di tribuni. Bisogna scattolicizzare il mondo, ed un ambizioso, arrivato al suo scopo, non si curerà più di secondarci. La rivoluzione nella Chiesa, è la rivoluzione in permanenza; è il rovesciamento obbligato dei troni e delle dinastie. Ora un ambizioso non può volere coteste cose. Noi miriamo più alto e più lontano: procuriamo dunque di guardarci e di consolidarci. Non cospiriamo che contro Roma; perciò, serviamoci di tutti gli incidenti, profittiamo di tutte le eventualità; diffidiamo principalmente di uno zelo esagerato. Un buon odio freddo, calcolato, profondo, val meglio che tutti questi fuochi d'artificio e tutte queste declamazioni da tribuna. A Parigi non vogliono capire queste cose; ma a Londra, ho conosciuto degli uomini che afferravano meglio il nostro piano e vi si associavano con più frutto. Mi si fecero offerte considerevoli. Ben presto avremo a Malta una stamperia a nostra disposizione. Potremo adunque, impunemente, a colpo sicuro, e sotto la bandiera inglese spargere, per tutta l'Italia, i libri, gli opuscoli ecc., che la Vendita giudicherà, a proposito di mettere in circolazione".



    V. Lettera di Nubius, capo dell'Alta Vendita, a Volpe in data 3 aprile 1824.
    Caro Volpe,

    "Mi hanno caricate le spalle d'un pesante fardello. Devo fare l'educazione immorale della Chiesa, e giungere con piccoli mezzi ben graduati, benché mal definiti, al trionfo dell'idea rivoluzionaria per mezzo del Papa. In questo progetto che mi è sempre sembrato stupendamente calcolato, noi camminiamo ancora barcollando; ma sono ancora due mesi che mi trovo a Roma e già comincio ad avvezzarmi alla nuova esistenza che mi fu destinata. Prima di tutto, devo farti una riflessione mentre che tu sei a Forlì per rialzare il coraggio dei nostri fratelli; la riflessione è, sia detto fra noi, che io trovo nelle nostre file troppi ufficiali e pochi soldati. Vi sono alcuni che vanno misteriosamente o sotto voce facendo delle mezze confidenze al primo venuto; essi non tradiscono niente, ma orecchie intelligenti potrebbero benissimo indovinar tutto. È il bisogno di ispirar timore o gelosia a qualche vicino o ad un amico quello che porta taluno dei nostri fratelli a tali colpevoli indiscrezioni. Il buon successo dell'opera nostra dipende dal più profondo mistero, e nelle Vendite dobbiamo trovar l'iniziato, come il cristiano dell'Imitazione, pronto sempre all'ama nesciri et pro nihilo computari. Non parlo per te, caro Volpe; sono certo che non hai bisogno di questo consiglio. Tu devi, al pari di me, conoscere il valore della discrezione e dell'oblio di se medesimo in presenza dei grandi interessi dell'umanità; ma pure se, facendo l'esame di coscienza, ti trovi in contravvenzione, ti prego di pensarci bene; giacché l'indiscrezione è la madre del tradimento.

    "Havvi una certa parte del clero che morde all'amo delle nostre dottrine con una vivacità meravigliosa: è il prete che non avrà mai altro impiego che quello di dire la Messa, altro sollievo che quello di aspettare nel caffè che suonino due ore dopo l'Ave Maria per andar a letto. Questo prete, il più grande ozioso di tutti gli oziosi che ingombrano la Città eterna, mi sembra creato per essere lo strumento delle Società segrete. Egli è povero, ardente, disoccupato, ambizioso; egli si conosce diseredato dei beni di questo mondo; egli si crede troppo lontano dal sole delle protezioni per potersi riscaldare le membra, ed è perciò sempre borbottante contro l'ingiusta ripartizione degli onori e dei beni della Chiesa Noi cominciamo ad utilizzare questi sordi malumori che la nativa incuria appena osava confessare a se stessa. A questo ingrediente dei preti statisti, senza impiego e senz'altro carattere che un mantello stracciato come il loro cappello che ha perduto ogni traccia della sua forma primitiva, noi andiamo aggiungendo, per quanto è possibile, un miscuglio di preti corsi e genovesi che arrivano a Roma con la tiara nella valigia. Dopo che Napoleone è nato nella loro isola, non vi è pur uno di questi Corsi che non si creda un Bonaparte papale. Questa ambizione, che ora è volgare, ci è stata favorevole. Essa ci ha aperto delle vie che probabilmente ci sarebbero state per lungo tempo sconosciute. Essa ci serve a consolidare, ad illuminare la via che battiamo, e i loro lamenti, arricchiti di tutti i commenti e di tutte le maledizioni, ci offrono dei punti d'appoggio ai quali non avremmo mai pensato.

    "La terra fermenta, il germe si sviluppa, ma la messe è ancora ben lontana".



    VI. Lettera di Nubius a Vindice dopo l'esecuzione di Targhini e di Montanari, il 23 novembre 1825.(3)
    "Caro Vindice,

    "Ho assistito coll'intera città alla decapitazione di Targhini e di Montanari; ma io preferisco la loro morte alla loro vita. Il complotto da essi stoltamente preparato per ispirare il terrore, non poteva riuscire; poco mancò che non vi restassimo compromessi; adunque la loro morte riscatta le loro piccole venialità. Essi morirono con coraggio e questo spettacolo farà frutto. Gridare ad alta voce sulla piazza del Popolo a Roma, nella città madre del cattolicismo, in faccia al boia che vi tiene ed al popolo che vi guarda, che si muore innocente, framassone ed impenitente, è ammirabile; tanto più ammirabile, in quanto che è la prima volta che accade una cosa somigliante. Montanari e Targhini son degni del nostro martirologio, giacché essi non si sono degnati di accettare né il perdono della Chiesa, né la riconciliazione col Cielo. Fino ad oggi, i pazienti, deposti in cappella, piangevano di pentimento per toccare il cuore del Vicario delle misericordie; costoro non hanno voluto aver nulla a che fare colle felicità celesti, e la loro morte di reprobi ha prodotto sulle masse un effetto magico. Questa fu una prima proclamazione delle Società segrete ed una presa di possesso delle anime.

    "Noi abbiamo dunque dei martiri. Per burlarmi della polizia di Bernetti, io faccio gettare dei fiori, e molti fiori, sulla fossa dove il carnefice seppellì i loro cadaveri. Noi abbiamo preso, per questo, le nostre disposizioni. Noi temevamo di veder compromessi i nostri domestici in questa bisogna. Si trovano qui degli Inglesi e delle giovani Miss romanescamente antipapiste i quali sono da noi incaricati di questo pio pellegrinaggio. L'idea è sembrata felice non meno a me che alle suddette biondine. Quei fiori, gettati di notte sui due cadaveri proscritti, faranno fiorire l'entusiasmo dell'Europa rivoluzionaria. I morti avranno il loro Pantheon, poi io andrò, ancora in giornata, a portare a Mons. Piatti i miei doveri di condoglianza. Questo pover'uomo ha perduto due sue anime di Carbonari. Egli ha adoperato per confessarli tutta la sua tenacità di prete, ed è stato vinto. Io debbo a me stesso, al mio nome, alla mia posizione, e soprattutto al nostro avvenire, di deplorare insieme con tutti i cuori cattolici questo scandalo inaudito in Roma. Lo deplorerò sì eloquentemente che spero di intenerire Piatti medesimo. Ed a proposito di fiori, noi abbiamo fatto domandare ad uno dei nostri più innocenti affiliati della framassoneria, al poeta Casimiro Delavigne, una Messeniana (ode) sopra Targhini e Montanari. Questo poeta che io vedo sovente nel mondo delle arti e dei Salons (conversazioni), è un buon uomo: egli ha dunque promesso di piangere in omaggio dei martiri e di fulminare un anatema contro i carnefici. I carnefici saranno il Papa e i preti. Sarà sempre altrettanto di guadagnato. I corrispondenti dei giornali inglesi ne faranno pure le meraviglie ed io ne conosco qui più d'uno che ha in bocca la tromba epica per l'onore della cosa.

    "Eppure è una gran brutta opera questa di fare così degli eroi e dei martiri. La folla è così impressionabile dinanzi a quel coltello che tronca la vita; essa passa così rapidamente da una emozione all'altra; essa si mette così presto ad ammirare quelli che affrontano con audacia quel supremo istante, che dopo questo spettacolo io mi sento tutto sossopra e pronto a fare come la folla. Questa impressione, da cui non mi posso liberare e che ha fatto sì presto perdonare ai due giustiziati il loro delitto e la loro impenitenza finale, mi ha condotto a certe riflessioni filosofiche, mediche e poco cristiane, che bisognerà forse utilizzare un giorno.

    "Un giorno, se noi trionfiamo, e se, per eternare il nostro trionfo, fa mestieri spargere qualche goccia di sangue, non bisogna mica che accordiamo alle vittime designate il diritto di morire con dignità e fermezza. Simili morti non sono buone che a mantenere lo spirito di opposizione e dare al popolo dei martiri dei quali egli ama sempre vedere il sangue freddo. È un cattivo esempio; noi ne profittiamo oggi; ma io credo utile di fare le mie riserve per i casi ulteriori. Se Targhini. e Montanari, con un mezzo o con un altro (la chimica ha tante meravigliose ricette!), fossero saliti sul palco abbattuti, vacillanti e scoraggiati, il popolo non ne avrebbe avuto pietà. Essi furono intrepidi e il medesimo popolo ne conserverà una preziosa memoria. Quel giorno sarà per lui una data! Fosse anche innocente, l'uomo che si porta sul palco non è più pericoloso. Ma s'egli vi sale a piè fermo e guarda la morte con fronte impassibile, benché colpevole, avrà il favore delle moltitudini.

    "Io non sono nato crudele; non avrò mai, io spero, l'istinto sanguinario; ma chi vuole il fine vuole i mezzi. Ora io dico che, in un dato caso, noi non dobbiamo, non possiamo, anche nell'interesse dell'umanità, lasciarci arricchire di martiri nostro malgrado. Credi tu forse che in presenza dei primi Cristiani, i Cesari non avrebbero fatto meglio di affievolire, di attenuare, di confiscare a profitto del Paganesimo tutte quelle eroiche smanie del cielo, anziché lasciar crescere il fervore del popolo con una bella fine? Non sarebbe stato meglio medicarne la forza dell'anima, abbrutendo il corpo? Una droga ben preparata, anche meglio amministrata, e che debilitasse il paziente fino alla prostrazione, sarebbe stata, secondo me, d'un effetto salutare. Se i Cesari avessero impiegate in questo commercio le Locuste dei loro tempi, io son persuaso che il nostro vecchio Giove olimpico e tutti i suoi piccoli dei di second'ordine non avrebbero dovuto soccombere così miseramente La sorte del cristianesimo non sarebbe stata, certamente, così bella. Si chiamavano i suoi apostoli, i suoi preti, le sue vergini a morire sbranati dai leoni nell'anfiteatro o sulle pubbliche piazze sotto gli sguardi d'un popolo attento. I suoi apostoli, i suoi preti, le sue vergini, mossi da un sentimento di fede, di imitazione, di proselitismo o d'entusiasmo, morivano senza impallidire e cantando inni di vittoria. C'era di che destare il desiderio di così morire; e si son visti di tali capricci. I gladiatori non generavano forse dei gladiatori? Se quei poveri Cesari avessero avuto l'onore di far parte dell'Alta Vendita, io avrei loro semplicemente detto di far prendere ai più arditi di questi neofiti una bibita secondo la ricetta, e non si sarebbe più parlato di altre conversioni, perché non si sarebbero più trovati dei martiri. Infatti non si trovano più emuli, né per copia, né per attrazione, quando si trascina sul patibolo un corpo senza movimento, una volontà inerte ed occhi che piangono senza intenerire. I cristiani sono stati subito popolarissimi perché il popolo ama tutto ciò che colpisce. Se avesse visto debolezze, paure ed una massa tremante e febbricitante avrebbe fischiato e il cristianesimo sarebbe finito al terzo atto della tragicommedia.

    "Se io credo dover proporre siffatto mezzo (dei veleni) è per principio di umanità politica. Se Targhini e Montanari fossero stati condannati a morir da vigliacchi, se fossero stati un poco aiutati ad eseguir questa sentenza con qualche ingrediente di farmacia, Targhini e Montanari sarebbero ora due miserabili assassini che non furono capaci neanche di guardar la morte in faccia. Il popolo li disprezzerebbe. Invece, egli ammira, a suo dispetto, questa morte in cui la sfacciataggine ebbe la sua buona parte, ma dove il governo pontificio fece il resto a nostro profitto. Vorrei dunque che in caso d'urgenza fosse ben deciso che noi non faremmo così. Non fate mai che la morte sul patibolo sia gloriosa, santa, coraggiosa e felice; e voi avrete raramente bisogno di ammazzare.

    "La Rivoluzione francese, che ha avuto tanto di buono, s'è ingannata su questo punto. Luigi XVI, Maria Antonietta e la maggior parte delle vittime di quell'epoca sono sublimi per rassegnazione e grandezza d'animo. Si ricorderanno sempre (e la mia vecchia nonna m'ha fatto piangere più volte raccontandomelo) quelle dame che sfilando dinanzi alla principessa Elisabetta ai piedi della ghigliottina, le facevano la loro profonda riverenza, come al circolo di corte a Versailles; non è questo che ci occorre. In una data occasione facciamo in modo che un Papa e due o tre Cardinali muoiano come vecchierelle, con tutti gli strazi dell'agonia e nel terrore della morte e voi paralizzate il desiderio d'imitazione. Voi risparmiate i corpi, ma uccidete lo spirito.

    "È il morale che c'importa di colpire; noi dobbiamo adunque ferire il cuore. So tutto quello che si può opporre a simile progetto; ma, tutto ben considerato, i vantaggi sorpassano gl'inconvenienti. Se il segreto è fedelmente custodito, tu vedrai, all'occasione, l'utilità di questo nuovo genere di medicina. Una piccola pietruzza nella vescica fu sufficiente per annichilire Cromwell: che cosa ci vorrebbe per snervare l'uomo più robusto, e mostrarlo senza energia, senza volontà e senza coraggio nelle mani dei suoi carnefici? Se egli non ha la forza di cogliere la palma del martirio, non ne avrà l'aureola, e, per conseguenza, non avrà né ammiratori, né neofiti. Noi tagliamo corto cogli uni come cogli altri, e sarà un gran pensiero d'umanità rivoluzionaria quello che ci avrà ispirato una simile precauzione. Te la raccomando al memento".



    VII. Lettera di Felice, scritta da Ancona l'11 giugno 1829 dopo la pubblicazione dell'Enciclica di Pio VIII in data del 24 maggio 1829. L'Alta Vendita nel leggerla si credette tradita.(4)
    "È necessario che facciamo i morti per un poco, e che lasciamo così al vecchio Castiglioni(5) il tempo di calmarsi e di addormentare i suoi sospetti. Non so se qualcuno di noi abbia forse commessa qualche indiscrezione, oppure se, non ostante tutte le nostre precauzioni, qualche nostra lettera non sia forse caduta nelle mani del Cardinal Albani.(6) Questa volpe austriaca, che vale quanto Bernetti il leone di Fermo, non ci lascierà guari in riposo. Ambidue danno la caccia ai carbonari, li perseguitano, li cercano d'accordo con Metternich; e questa caccia, nella quale sono bravissimi, può molto bene metterli sulle nostre traccie. L'Enciclica sgrida e segnala con tanta certezza e precisione che noi dobbiamo ora temere dei trabocchetti, sia dalla parte di Roma, sia ancora dalla parte dei falsi fratelli. Noi non siamo soliti qui di udire il Papa esprimersi con tale risoluzione. Questo linguaggio non è nello stile dei palazzi apostolici: se fu usato in questa solenne circostanza, bisogna dire che Pio VIII si è procurata qualche prova dei nostro complotto. Tocca a quelli che sono sul luogo, a Roma, di vegliare più che mai alla sicurezza di tutti; ma in presenza d'una dichiarazione di guerra così esplicita, io vorrei che fosse giudicato opportuno di deporre per un momento le armi.

    "L'indipendenza e l'unità d'Italia sono chimere, come la libertà assoluta che alcuni di noi vanno sognando nelle loro astrazioni impraticabili. Tutto questo è un frutto che non sarà mai dato all'uomo di cogliere; ma questa chimera, più che realtà produce un certo effetto sopra le masse e sopra la bollente gioventù. Noi sappiamo quello che valgono questi principii; sono palloni vuoti, e saranno sempre vuoti; ma pure sono un mezzo di agitazione e perciò non ci conviene privarcene. Agitate pian piano, inquietate l'opinione, tenete in scacco il commercio; sopra tutto non fatevi mai scorgere. Questo è il mezzo più efficace per mettere in sospetto il governo pontificio. I preti sono pieni di fiducia, perché essi credono di avere il dominio delle anime. Fateli comparire sospettosi e perfidi. La moltitudine ha sempre avuta una grande propensione verso le contro verità. Ingannatela; essa ama di essere ingannata; ma, badate, nessuna precipitazione, e sopratutto nessun ricorso alle armi. Il nostro amico d'Osimo che ha tastato il terreno dice che noi dobbiamo andar bravamente a fare la nostra Pasqua e addormentare così la vigilanza dell'autorità.

    "Supponendo che la Corte di Roma non sia entrata in nessun sospetto del nostro commercio, credi tu che l'attitudine di questi forsennati di carbonari non possa, da un momento all'altro, metterla sulle nostre traccie? Noi stiamo scherzando col fuoco e non bisogna che finiamo col bruciarvisi noi medesimi. Se, a forza di assassinii e di spampanate liberalesche, i carbonari gettano sulle braccia dell'Italia una nuova impresa, non abbiamo noi a temere di restarvi compromessi? Per dare al nostro progetto tutta l'estensione che esso deve avere, noi dobbiamo operare pian pianino, alla sordina, guadagnare il terreno a poco a poco e non perderne mai un palmo. Il lampo che guizzò dall'alto della Loggia Vaticana può presagire un uragano. Siamo noi nel caso di poterlo evitare? E questa tempesta non ritarderà forse la raccolta della nostra messe? I carbonari si agitano con mille sterili voti; ogni giorno essi vanno profetando uno scompiglio universale. Questa sarà la nostra rovina; poiché allora i partiti saranno più recisamente separati, e bisognerà ottare per l'uno o per l'altro. Da questa scelta nascerà inevitabilmente una crisi, e da questa crisi un aggiornamento oppure un disastro impreveduto".



    VIII. Lettera di Nubius a Vindice dopo le insurrezioni del febbraio 1831 e del gennaio 1832.
    "Zucchi, Sercognani, Armandi e tutti i nostri vecchi trascinatori di sciabola dell'Impero si comportarono come veri scolari in vacanza. Essi ebbero la fede d'uno sterile martirio, e piuttosto han voluto far risplendere al sole le ricche spalline che si fecero dare dalle loggie massoniche delle Legazioni. Queste temerarie imprese, da cui non ho mai potuto augurarmi alcunché di bene, hanno nondimeno un vantaggio. Esse mandano in esilio una folla di fanatici senza intelligenza che qui ci compromettevano e che ardono del desiderio di sapere se il pane dello straniero è così amaro come Dante afferma. Io dico che questi eroi che son destinati a prender la fuga non saranno dell'avviso del poeta. La scala dello straniero sembrerà loro più facile a salire di quella del Campidoglio. Solamente fra qualche mese ci saranno utili a qualche cosa. Noi ci serviremo delle lagrime reali delle loro famiglie e dei dolori presunti dell'esiglio per fabbricarci dell'amnistia un'arma popolare. Noi la chiederemo sempre, felici di ottenerla più tardi che sia possibile, ma la chiederemo ad alta voce.

    "I nostri otto anni di lavoro interno aveano prodotto frutti felici. Da quella gente sperimentata che siamo si cominciava a sentire che l'aria non circolava tanto liberamente intorno alla Chiesa. Il mio orecchio, sempre attento, come quello di un cane da caccia, raccoglieva con voluttà certi sospiri dell'anima, certe confessioni involontarie che sfuggivano dalla bocca di certi membri influenti della famiglia clericale. A dispetto delle bolle di scomunica e delle encicliche, essi erano con noi col cuore, se non col corpo. Il Memorandum avrebbe compiuta l'opera collo svolgimento delle sue conseguenze inglesi e naturali.(7) Certi sintomi d'ogni genere, la gravità dei quali era piuttosto nella sostanza che nella forma, si mostravano in aria come certe nubi oscure precorritrici d'una tempesta. Ebbene, tutti questi successi, preparati di lunga mano, si trovano compromessi da miserabili spedizioni che finiscono ancor più deplorevolmente di quello che non avessero cominciato. Il piccolo Mamiani, colle sue poesie e le sue operette, Pietro Ferretti, co' suoi cattivi affari che vuol nascondere, Orioli, colla sua scienza imbrogliata, tutti i nostri pazzi di Bologna, col loro istinto bellicoso calmatosi al primo colpo di cannone, allontanano per dieci anni almeno il sacerdote da noi. Si dice al prete che si fa la guerra alla Chiesa, al Papa, al Sacro Collegio, alla Prelatura ecc. Ora il prete, che, in quanto prete, considera come suo patrimonio tutti questi beni, tutti questi onori, il prete comincia a riflettere. Il Liberalismo gli si presenta sotto l'aspetto d'un nemico implacabile, ed il prete dichiara al Liberalismo una guerra a morte. E così tu vedi ciò che è arrivato. Si direbbe che il cardinal Bernetti abbia l'intuizione dei nostri progetti, giacché gli ordini emanati da lui, e che mi vengono comunicati all'istante, portano tutti la consegna ai frati ed ai parroci di mettersi alla testa delle popolazioni e di condurle al combattimento contro i ribelli. Frati e preti obbediscono tutti: ed il popolo li segue volenteroso alzando grida di vendetta. Un vescovo ha fatto anche meglio. Armato di due pistole alla cintura, marciò contro gl'insorti, col pericolo di uccidere suo fratello nella mischia. Mi piace assai questa similitudine di Caino e Abele. Sotto il punto di vista degli odi di famiglia, questa idea ha del buono; ma essa nuoce molto ai nostri piani.

    "I Francesi sembrano nati per nostra disgrazia. O ci tradiscono o ci compromettono. Quando potremo ripigliare, a testa riposata, l'opera per la quale avevamo riuniti tanti elementi di successo?"



    IX. Lettera di Malegari indirizzata da Londra al dottor Breidenstein nel 1835.
    "Noi formiamo un'associazione di fratelli sopra tutti i punti del globo; noi abbiamo aspirazioni ed interessi comuni; noi tendiamo tutti alla emancipazione dell'umanità; noi vogliamo spezzare ogni specie di giogo, e ce n'è uno che non vediamo, che sentiamo appena e che gravita su noi. D'onde viene? ove è? Nessuno lo sa, almeno nessuno lo dice. L'associazione è segreta, anche per noi, veterani delle associazioni segrete. Si esigono da noi cose che, qualche volta, fanno raddrizzare i capelli sulla testa; e il credereste? mi mandano da Roma che due dei nostri, conosciutissimi pel loro odio al fanatismo, furono obbligati, per ordine del capo supremo di inginocchiarsi e comunicarsi nell'ultima Pasqua. Io non ragiono sulla mia obbedienza, ma vorrei sapere ove ci condurranno simili cappuccinate".



    X. Lettera di Nubius a Beppo, in data 7 aprile 1836.
    "Tu sai che Mazzini si è giudicato degno di cooperare con noi nell'opera più grandiosa dei nostri giorni. La Vendita Suprema la pensa diversamente. Mazzini ha troppo l'aria di un cospiratore da melodramma per adattarsi al cómpito oscuro che noi ci rassegniamo di condurre sino al trionfo. Mazzini ama parlare di molte cose, sopratutto di sé. Egli non cessa di scrivere che rovescia i troni e gli altari, che feconda i popoli, che egli è il profeta dell'umanitarismo ecc. e tutto questo si riduce ad alcune miserabili sconfitte o a certi assassinii così volgari che io caccierei immediatamente uno dei miei staffieri se si permettesse di disfarmi d'uno de' miei nemici con mezzi sì vigliacchi. Mazzini è un semidio per gli stolti dinanzi ai quali tenta di farsi proclamare il pontefice della fraternità, di cui egli sarà il dio italiano. Nella sfera in cui agisce, questo povero Giuseppe è ridicolo; perché egli sia una bestia feroce completa, gli mancheranno sempre gli artigli.

    "È il borghese gentiluomo delle Società segrete che il mio caro Molière non ebbe l'abilità di intravedere. Lasciamogli portare nelle taverne del lago Lemano o nascondere nei lupanari di Londra la sua importanza e la sua reale vacuità. Che perori o scriva; che fabbrichi a suo bell'agio coi vecchi avanzi d'insurrezione o col suo generale Ramorino delle giovani Italie, delle giovani Allemagne, delle giovani Francie, delle giovani Polonie, delle giovani Svizzere ecc. Se ciò può servire d'alimento al suo insaziabile orgoglio, noi non ci opponiamo; ma fategli capire, pur adoperando i termini che vi sembreranno più convenienti, che l'associazione di cui egli parla non esiste più, se pur è mai esistita; che voi non la conoscete, e che pur dovete dichiarargli che se esistesse, egli avrebbe certamente presa la via meno opportuna per entrarvi. Ammesso il caso della sua esistenza, questa Vendita è evidentemente sopra tutte le altre; è il S. Giovanni in Laterano, caput et mater omnium ecclesiarum. Vi sono chiamati gli eletti che soli sono riconosciuti degni di esservi introdotti. Fino a questo giorno Mazzini ne sarebbe stato escluso: non pensa egli che mettendosi di mezzo, per forza o per astuzia, in un segreto che non gli appartiene, si espone forse a pericoli che egli ha fatto già incorrere a più d'uno?

    "Acconciate quest'ultimo pensiero a vostro modo; ma fatelo pervenire al gran sacerdote del pugnale, ed io, che conosco la sua consumata prudenza, metto pegno che questo pensiero produrrà sopra l'inframmettente il suo effetto".



    XI. Lettera di Vindice, scritta da Castellamare, a Nubius, il 9 agosto 1838. Vi svolge la teoria dell'Alta Vendita.


    "Gli assassinii di cui i nostri uomini si rendono colpevoli ora in Francia, ora in Isvizzera e sempre in Italia, sono per noi un'onta ed un rimorso. Siamo come al principio del mondo e all'apologo di Caino e di Abele; e noi siamo troppo in progresso per attenerci a simili mezzi. A che cosa serve un'assassinio? A spaventare i timidi e ad allontanare da noi tutti i cuori generosi. I nostri predecessori nel Carbonarismo non conoscevano la loro potenza. Non si tratta di esercitarla spargendo il sangue d'un uomo isolato o anche di un traditore; bisogna esercitarla sulle masse. Non individualizziamo il delitto; per ingrandirlo fino alle proporzioni del patriottismo e dell'odio contro la Chiesa, noi dobbiamo generalizzarlo. Un colpo di pugnale non significa niente, non fa nessun effetto. Che importa al mondo di un cadavere ignoto, steso sulla pubblica via dalla vendetta delle Società segrete? Che importa al popolo che il sangue d'un operaio, d'un artista, d'un gentiluomo od anche d'un principe sia stato versato in forza d'una sentenza di Mazzini o di alcuno de' suoi sicari che si diverte seriamente alla Sainte-Vehme?(8) Il mondo non ha neppure il tempo di badare agli ultimi gemiti della vittima: egli passa e dimentica. Noi, caro Nubio, noi soli siamo quelli che possiamo sospendere la sua marcia. Il cattolicismo, meno ancora della Monarchia, non teme la punta d'uno stile; ma queste due basi dell'ordine sociale possono cadere sotto il peso della corruzione. Non stanchiamoci dunque mai di corrompere. Tertulliano diceva con ragione che il sangue dei martiri era seme di cristiani. Or è deciso nei nostri consigli che noi non vogliamo più cristiani: dunque non facciamo dei martiri; ma popolarizziamo il vizio nelle moltitudini. Che lo respirino coi cinque sensi, che lo bevano, che se ne saturino; e questa terra, dove l'Aretino ha seminato, è sempre disposta a ricevere osceni e lubrici insegnamenti. Fate dei cuori viziosi e voi non avrete più cattolici. Allontanate il prete dal lavoro, dall'altare e dalla virtù: cercate destramente di occupare altrove i suoi pensieri e il suo tempo. Rendetelo ozioso, ghiottone e patriotta, egli diventerà ambizioso, intrigante e perverso. Voi avrete in tal modo adempito il Vostro cómpito assai meglio che se aveste rotta la punta del vostro pugnale nelle ossa di qualche povero spiantato. Io non voglio, quanto a me, e credo che anche tu, o Nubio, non hai voglia di divenir cospiratore volgare e così passare la vita nella vecchia via delle congiure.

    "Noi abbiamo intrapresa la corruzione in grande, la corruzione del popolo per mezzo del clero, e del clero per mezzo nostro, la corruzione che deve condurci al seppellimento della Chiesa. Uno dei nostri amici, giorni sono, rideva filosoficamente dei nostri progetti e diceva: "Per abbattere il cattolicismo bisogna prima sopprimere la donna". Questa frase è vera in un senso, ma poiché non possiamo sopprimere la donna, corrompiamola insieme colla Chiesa. Corruptio optimi pessima. Lo scopo è assai bello per tentare uomini come noi; non discostiamocene per correr dietro a qualche miserabile soddisfazione di vendetta personale. Il miglior pugnale per assassinare la Chiesa e colpirla nel cuore, è la corruzione. Dunque all'opera sino al termine!"



    XII. Idea sottomessa all'Alta Vendita da tre suoi membri il 23 febbraio 1839.
    "Gli assassinii periodici onde la Svizzera, l'Italia, la Germania e la Francia sono coperte non giungono a scuotere il torpore dei re e dei loro ministri. La giustizia resta disarmata o impotente davanti a questi attentati; ma un giorno, forse dimani, l'opinione pubblica si ridesterà dinanzi a questi misfatti. Allora il sangue inutilmente versato ritarderà per molti anni i nostri progetti concepiti con sì audace destrezza. Niuno di noi ignora il braccio che dirige tutti questi pugnali. Noi non possiamo dubitare quali siano i birbanti che, per somme relativamente minime, dispongono, senza alcun profitto, dell'esistenza dei loro associati o della vita di estranei al Carbonarismo. Questo stato di cose che va continuamente peggiorando deve pur finire, o bisogna, per amore o per forza, rinunciare ai nostri progetti contro la Sede romana, poiché la minima indiscrezione può svelar tutto. Un assassinio che non passi inosservato come tanti altri metterà sulla traccia delle nostre riunioni. È dunque necessario di prendere misure efficaci e di arrestare prontamente certi atti che ci compromettono.

    "Quello che la Società cristiana si permette per sua difesa, e quello che il Carbonarismo, per mezzo di alcuni suoi capi, riguarda come lecito e politico, non deve spaventarci più che la Società e il Carbonarismo. La pena di morte si applica dai tribunali ordinari. La Sainte-Vehme della giovane Svizzera e della giovane Italia s'arroga il medesimo diritto; perché non faremmo noi altrettanto? I suoi quattro o cinque membri che reclutano i loro mercenari del pugnale e loro additano la vittima da colpire nell'ombra, si figurano di essere superiori a tutte le leggi. Essi le sfidano ora in Svizzera, ora in Inghilterra, ora in America. L'ospitalità accordata da questi Stati è per gli assassini internazionali una garanzia d'impunità. Essi possono così, e con tutto il loro comodo, agitare l'Europa, minacciare i principi e gl'individui, e far perdere a noi il frutto delle nostre lunghe veglie. La giustizia che ha davvero una benda sugli occhi, non vede niente, non indovina niente e sopratutto non potrebbe niente, poiché tra il pugnale e la vittima s'innalza una barriera internazionale che le consuetudini e i trattati rendono insuperabile.

    "La giustizia umana è senza forza in faccia a questo ammasso di omicidi; ma l'Alta Vendita non avrebbe niente a vedere in siffatti affari? Alcuni insubordinati, pigliando la nostra pazienza per debolezza, si sono ribellati contro l'autorità della Vendita suprema. Essi operano a sua insaputa e a suo danno; sono traditori e spergiuri. La legge civile che trasgrediscono, o fanno trasgredire è impotente a punirli; non appartiene egli all'Alta Vendita di chieder loro conto del sangue versato? La Società cristiana non ha la felice idea di colpire segretamente, nel fondo dei loro nascondigli, coloro che in una maniera arbitraria dispongono della vita dei loro simili. Essa non sa né proteggersi, né difendere i suoi membri; non ha un codice segreto per punire coloro che sono al sicuro del codice pubblico. Questo è affar suo. Il nostro sarà molto meno complicato, poiché bisogna sperare che non avremo vani scrupoli.

    "Or dunque, certi dissidenti, oggi poco pericolosi, ma che possono divenirlo più tardi, anche per la loro orgogliosa incapacità e per la loro disordinata infatuazione, mettono ad ogni istante l'Alta Vendita in pericolo. Essi incominciano i loro esperimenti coll'assassinio di principi o di oscuri individui. Ben presto per la forza delle cose arriveranno sino a noi; e, dopo averci compromessi con mille delitti inutili, ci faranno misteriosamente sparire come ostacoli. Si tratta semplicemente di prevenirli e di rivolgere contro di loro il pugnale ch'essi aguzzano contro di noi.

    "Sarebbe egli molto difficile all'Alta Vendita mettere in pratica un progetto che uno de' suoi membri ha presentato al principe di Metternich? Questo piano, eccolo in tutta la sua semplicità: "Voi non potete - diceva egli confidenzialmente al cancelliere - colpire i capi delle Società segrete, i quali, in un territorio neutro o protettore, sfidano la vostra giustizia e disprezzano le vostre leggi. I decreti delle vostre corti criminali sono impotenti dinanzi alle coste d'Inghilterra; essi si spuntano sulle rocce ospitali della Svizzera, poi, di mese in mese, vi trovate sempre più debole, sempre più disarmato dinanzi alle audaci provocazioni. La giustizia dei vostri tribunali è condannata alla sterilità. Non potreste voi trovare nell'arsenale delle vostre necessità di Stato, nell'evocazione della Salus populi suprema lex un rimedio ai mali che tutti i cuori onesti deplorano? Le associazioni occulte giudicano e fanno eseguire i loro decreti col diritto ch'esse si arrogano. I governi costituiti, avendo doppio interesse di difendersi, poiché difendendo se stessi salvaguardano la Società intera, non avrebbero essi il medesimo diritto che le Vendite usurpano? Sarebbe dunque impossibile di combinare qualche mezzo il quale portando il disordine in seno al nemico sociale, rassicurasse i buoni e finisse prontamente a spaventare i malvagi? Questi mezzi sono pure indicati da questi ultimi. Essi colpiscono di seconda o di terza mano; colpite come loro. Fate cercare degli agenti discreti, o meglio ancora dei carbonari incostanti che desiderino redimere i loro vecchi peccati attaccandosi alla polizia segreta. Che sieno tacitamente aiutati a prender delle precauzioni per isfuggire alle prime investigazioni. Che ignorino la trama di cui saranno gli istrumenti. Che il governo non infierisca né a dritta né a sinistra, che non perda un colpo; ma che miri giusto, e dopo aver fatto sparire così due o tre uomini, voi ristabilirete l'ordine nella società. Quelli che fanno il mestiere di uccidere si stupiranno dapprima, poi si spaventeranno di trovare giustizieri terribili non meno di loro. Ignorando d'onde parta il colpo, lo attribuiranno inevitabilmente ai loro rivali. Avranno paura dei loro complici e tosto riporranno la spada nel fodero, poiché la paura si comunica ben presto nelle tenebre. La morte si dà incognito in mille guise. Chiudete gli occhi e poiché la giustizia degli uomini non può colpire nei loro antri i nostri moderni Vecchi della Montagna, lasciatevi penetrare la giustizia di Dio sotto la forma d'un amico, d'un servitore o d'un complice che avrà un passaporto perfettamente in regola".

    "Questo piano che l'incurabile noncuranza del Cancelliere di Corte e di Stato ha respinto per motivi di cui gl'Imperi potranno pentirsi più tardi, ha procacciato al nostro fratello ed amico la piena confidenza del governo; ma i mezzi di salute che le teste coronate sdegnano per se stesse ci sarà dunque proibito di adoperarli per la nostra preservazione? Se per una via o per l'altra l'Alta Vendita fosse scoperta, non sarebbe possibile di renderci responsabili di attentati da altri commessi? Noi non andiamo innanzi coll'insurrezione né con l'assassinio: ma siccome non potremmo divulgare i nostri progetti anticattolici, ne seguirebbe che l'Alta Vendita sarebbe accusata di tutti questi ignominiosi tranelli. L'espediente che ci rimane onde sfuggire un così fatto obbrobrio, si è di armare discretamente qualche buona volontà abbastanza coraggiosa per punire, ma abbastanza limitata per non comprender troppo.

    "I dissidenti si sono posti volontariamente fuori della legge delle nazioni, essi si mettono fuori della legge delle società segrete; perché non applicheremmo loro il codice ch'essi hanno inventato? I governi, abbrutiti nel loro letargo, indietreggiano dinanzi l'assioma: Patere legem quam fecisti; non sarebbe opportuno di impadronirsene? Noi abbiamo una combinazione tanto semplice quanto infallibile per isbarazzarci senza strepito e senza scandalo dei falsi fratelli che si permettono di recarci danno decretando l'assassinio. Questa combinazione, bene adoperata, porta inevitabilmente il turbamento e la diffidenza nelle Vendite insubordinate. Giudicando a nostra volta e castigando coloro che giudicano e puniscono così sommariamente gli altri, noi separiamo il buon grano dalla zizzania, e ristabiliamo l'equilibrio sociale con un metodo di cui alcuni miserabili ci forniscono la ricetta. La combinazione è applicabile; noi possiamo colpire senza destare un sospetto, paralizzare così e sciogliere le Vendite contrarie dove s'insegna l'assassinio: saremo noi autorizzati e, al bisogno, sostenuti""



    XIII. Lettera di Gaetano a Nubius in data 23 gennaio 1844.
    Dopo aver contribuito, per quanto stava in lui, alla perversione del popolo, son venute le riflessioni, e indirizza dei consigli che sono una rinunzia anticipata o una fine di opposizione.

    "Prima di rispondere alle tue due ultime lettere, Nubius mio, io devo parteciparti alcune osservazioni dalle quali vorrei ne traessi profitto. Nello spazio di pochi anni noi abbiamo fatti considerevoli progressi. La disorganizzazione sociale regna dovunque; essa è al nord come al mezzogiorno, nel cuore dei gentiluomini come nell'anima dei preti. Tutto ha subito il livello sotto al quale vogliamo abbassare la specie umana. Noi aspiriamo a corrompere per giungere a governare, e non so se, al pari di me, ti spaventi dell'opera nostra. Io temo d'essere andato troppo lontano; noi abbiamo corrotto troppo; e studiando a fondo il personale dei nostri agenti in Francia, io incomincio a credere che noi non incanaleremo a piacimento il torrente che avremo fatto straripare. Vi sono delle passioni insaziabili ch'io non immaginava, degli appetiti sconosciuti, degli odi selvaggi che fermentano attorno e sotto di noi. Passioni, appetiti ed odii, tutto questo può un bel giorno divorarci, e se ci fosse tempo di rimediare a questa cancrena, sarebbe per noi un vero benefizio. È stato assai facile il pervertire, sarà altrettanto facile di turar sempre la bocca ai pervertiti? Per conto mio qui sta la grave questione. Sovente ho cercato di trattarla con te, tu hai evitato la spiegazione. Al giorno d'oggi non è più possibile d'aggiornarla, poiché il tempo preme, e in Isvizzera come in Austria, in Prussia come in Italia, i nostri settari che saranno domani i nostri padroni (e quali padroni, o Nubius!) non aspettano che un segnale per spezzare il vecchio modello. La Svizzera si propone di dare questo segnale; ma quei radicali elvetici pieni delle idee del loro Mazzini, dei loro Comunisti, della loro alleanza dei santi e del Proletariato-Ladro non son atti a condurre le Società segrete all'assalto dell'Europa. È necessario che la Francia imprima la sua impronta a quest'orgia universale: sii pur convinto che Parigi non verrà meno alla sua missione. Dato e ricevuto l'impulso, dove andrà questa povera Europa? Io mi inquieto, giacché io divento vecchio, ho perduto le mie illusioni, e non vorrei, povero e nudo di tutto, assistere come un figurino dì teatro al trionfo d'un principio che avrei covato e che mi ripudierebbe, confiscando i miei beni o pigliandosi la mia testa.

    "Noi abbiamo spinto fino all'estremo in molte cose. Abbiamo tolto al popolo tutti gli dei del cielo e della terra che godevano il suo omaggio. Gli abbiamo strappata la fede religiosa, la fede monarchica, la sua probità, le sue virtù di famiglia, ed ora che ascoltiamo di lontano i suoi sordi ruggiti, noi tremiamo, perché il mostro può divorarci. Noi l'abbiamo a poco a poco spogliato di ogni sentimento onesto: egli sarà senza pietà. Più vi rifletto e più resto convinto che bisognerebbe cercare dei temporeggiamenti. Ora che fai tu in questo momento forse decisivo? Tu non sei che sopra un punto, da questo punto tu irradii e vieni a conoscere, con dolore, che tutti i tuoi voti tendono ad un incendio generale. Non vi sarebbe un mezzo di indietreggiare, di ritardare, di aggiornare questo momento? Credi tu che le tue misure sieno prese abbastanza bene per dominare il moto che noi abbiamo impresso? A Vienna, quando la campana dello stormo rivoluzionario suonerà, noi saremo inghiottiti dalla turba e il capo precario che ne uscirà è forse a quest'ora al bagno o in qualche luogo di mal affare. Nella nostra Italia dove si giuoca una doppia partita tu devi essere travagliato dai medesimi timori. Non abbiamo noi agitato il medesimo fango? Questa melma monta alla superficie, ed io temo di morire da essa soffocato.

    "Qualunque sia l'avvenire riservato alle idee che le Società segrete propagarono, noi saremo vinti e troveremo dei padroni. Non era cotesto il nostro sogno del 1825, né le nostre speranze del 1831! La nostra forza è effimera, e passa ad altri. Dio sa dove si fermerà questo progresso verso l'abbrutimento. Io non indietreggerei dinanzi alle mie opere se potessimo sempre dirigerle, esplicarle o applicarle. Ma il timore ch'io provo a Vienna non lo senti tu stesso? Non confessi tu al pari di me che bisogna, se ancor vi è tempo, far sosta nel tempio prima di farla sopra le rovine? Questa sosta è ancora possibile, e tu solo, o Nubio, puoi deciderla. E pur facendo questo con destrezza non si potrebbe fare la parte di Penelope e rompere nel giorno la trama che si sarebbe nella notte ordita?

    "Il mondo si è lanciato sul pendio della Democrazia; e, per conto mio, da qualche tempo, democrazia vuol sempre dire demagogia. I nostri venti anni di complotti corrono il rischio di essere cancellati davanti ad alcuni millantatori che verranno a lusingare il popolo e tirare alle gambe della nobiltà dopo di aver mitragliato il clero. Io sono gentiluomo e confesso sinceramente che mi costerebbe dì camminare colla plebe e aspettare dal suo beneplacito il mio pane quotidiano e la luce che brilla. Con una rivoluzione quale è quella che si prepara noi possiamo tutto perdere, ed io tengo a conservare. Anche tu, caro amico, devi essere del mio avviso poiché tu possiedi e non amerai più di me di sentire ripetere alle tue orecchie la parola di confisca e di proscrizione delle Egloghe, il fatal grido dello spogliatore:

    Haec mea sunt; veteres, migrate coloni.

    "Io possiedo, voglio possedere, e la Rivoluzione può spogliarci di tutto fraternamente. Altre idee mi preoccupano ancora e sono certo che preoccupano, nello stesso tempo, molti dei nostri amici. Io non sento ancora rimorsi; ma sono agitato da timori, e nel tuo posto, nella situazione in cui io scorgo gli spiriti in Europa, non vorrei assumere sul mio capo una responsabilità che può condurre Giuseppe Mazzini al Campidoglio. Mazzini al Campidoglio! Nubius alla rupe Tarpea o nell'oblio! Ecco il sogno che mi perseguita se il caso compiesse i tuoi voti. Questo sogno ti sorride forse, o Nubio?"



    XIV. Lettera di Beppo scritta da Livorno a Nubius in data 2 novembre 1844.
    "Noi camminiamo di galoppo, e ogni giorno andiamo arrolando nel complotto nuovi e ferventi neofiti. Fervet opus; ma il più difficile è ancor da fare, anzi da incominciare. Noi abbiamo fatto, molto facilmente, la conquista di alcuni frati di tutti gli ordini, di preti di quasi tutte le condizioni, ed anche di certi monsignori intriganti o ambiziosi. Non è il meglio, né il più rispettabile; ma non importa. Per lo scopo che si cerca, un Frate agli occhi del popolo è sempre un religioso; un prelato sarà sempre un prelato. Noi però abbiamo fatto un fiasco completo coi Gesuiti. Dacché noi cospiriamo, non ci è stato possibile di mettere la mano sopra un seguace d'Ignazio, e bisognerebbe sapere il perché di questa così unanime ostinazione. Io non credo alla sincerità della loro fede e del loro attaccamento alla Chiesa; perché dunque non siamo mai riusciti ad afferrarne un solo per la congiuntura della corazza? Noi non abbiamo un solo gesuita con noi; ma possiamo sempre dire e far dire che ne abbiamo: e la conclusione sarà sempre la medesima. Ma non sarà così coi cardinali; essi sfuggirono tutti alle nostre insidie. Le adulazioni meglio combinate non servirono a nulla, cosicché all'ora presente ci troviamo tanto avanzati quanto al principio. Non un solo membro del Sacro Collegio è caduto nella rete. Quelli che furono tastati e tentati, tutti, alla prima parola sulle Società segrete e sulla loro potenza, fecero gesti di esorcismo come se il diavolo andasse a portarli sulla montagna. Papa Gregorio XVI sta per morire, e noi ci troviamo come nel 1823 alla morte di Pio VII.

    "Che fare in questa circostanza? Rinunziare al nostro progetto non è più possibile, sotto la pena di un ridicolo incancellabile. Aspettarci una cinquina alla lotteria, senza aver giocati i numeri, mi sembra un miracolo troppo grande; continuare l'applicazione del sistema senza sperarne alcun vantaggio, mi fa l'effetto di giocare all'impossibile. Eccoci al termine dei nostri sforzi. La Rivoluzione si avanza al galoppo, portando in groppa scompigli senza fine, ambiziosi senza ingegno e sconvolgimenti senza scopo; e noi che abbiamo preparato ogni cosa, noi che abbiamo cercato di dare a questa rivoluzione uno scopo supremo, ci sentiamo colpiti d'impotenza, proprio nel momento di agire risolutamente. Tutto ci sfugge, la corruzione sola ci resta per essere sfruttata da altri. Il Papa futuro, qualunque egli sia, non verrà mai a noi; potremmo noi andare verso di lui? Non sarà egli simile a' suoi predecessori e ai suoi successori? E non farà come loro? In questo caso resteremo noi sulla breccia ad aspettare un miracolo? Il tempo dei miracoli è passato, e noi non abbiamo più speranza che nell'impossibile. Morto Gregorio, noi saremo aggiornati indefinitamente. La Rivoluzione, che si avanza dappertutto, darà forse un nuovo corso alle idee. Essa cangerà, modificherà; ma, a dire il vero, non saremo noi quelli ch'essa innalzerà. Noi ci siamo troppo rinchiusi nell'ombra e nell'oscuro; non essendo riusciti (nel nostro intento) noi saremo dimenticati e trascurati da quelli che profitteranno dei nostri lavori e del loro risultato. Noi non riusciamo, e non possiamo riuscire; bisogna adunque soccombere e rassegnarci al più crudele degli spettacoli, quello di vedere il trionfo del male che si è fatto, senza partecipare a questo trionfo".



    XV. Lettera del card. Bernetti ad un suo amico, in data 4 agosto 1845.
    "Io vi ho spesso parlato delle mie apprensioni sullo stato delle cose. Il Papa e il governo cercano un rimedio al male, un'uscita al contagio; l'uno e l'altro aumentano senza che si possa arrestare il corso di questo torrente sconosciuto. Si agitano intorno a noi cose vaghe e misteriose. Si vede molto di male e assai poco di bene. Il nostro giovine clero è imbevuto di dottrine liberali, e le ha succhiate da cattiva fonte. Gli studi seri sono abbandonati. Si ha un bel incoraggiare gli alunni, ricompensare i professori, promettere agli uni ed agli altri grazie che il S. Padre è sempre pronto ad accordare, ciò non rende punto migliore lo stato degli animi. I giovani lavorano per l'acquisto delle loro cariche future; ma, come nei bei giorni di Roma, non è questo lavoro che forma la loro felicità ed ambizione. Essi si preoccupano ben poco di divenire dotti teologi, gravi casisti o dottori versati in tutte le difficoltà del diritto canonico. Sono preti, ma aspirano a diventar uomini, ed è inaudito tutto ciò che essi mescolano di fede cattolica e di stravaganza italiana sotto questo titolo di uomo, ch'essi preconizzano con enfasi burlesca. La mano di Dio ci punisce, umiliamoci e piangiamo; ma questa perversione umana della gioventù non è ancora ciò che preoccupa e tormenta di più.

    "La parte del clero che dopo di noi giunge naturalmente agli affari, e che già ci spinge nella tomba rimproverandoci tacitamente di esser vissuti troppo, ebbene! questa parte di clero è mille volte più attaccata dal vizio liberale che la gioventù. La gioventù è senza esperienza; essa si lascia sedurre e va come può andare un novizio che sfugge alla regola del suo convento per due belle ore di sole, poi ritorna al chiostro; ma cogli uomini di età matura simili tendenze sono più pericolose. Molti non conoscono né il carattere né le cose di questo tempo, e si lasciano vincere da suggestioni da cui nasceranno evidentemente grandi crisi per la Chiesa. Tutte le persone di cuore o di talento che si adoperano sono oggi stesso l'oggetto di maledizioni pubbliche; gli stupidi, i deboli e i vili si vedono ipso facto coperti di un'aureola di popolarità che sarà per essi una ridicolaggine di più. Io so che in Piemonte, in Toscana, nelle Due Sicilie, come nel Lombardo-Veneto, soffia sul clero il medesimo spirito di discordia. Dalla Francia ci arrivano nuove deplorevoli. La si rompe col passato per devenire uomini nuovi. Lo spirito di setta sostituisce l'amore del prossimo; l'orgoglio individuale, che certi talenti malamente impiegati mettono al posto dell'amore di Dio, cresce nell'ombra. Giorno verrà in cui tutte queste mine cariche di polvere costituzionale e progressiva scoppieranno. Voglia il cielo che, dopo aver veduto tante rivoluzioni e assistito a tanti disastri, io non sia testimonio di nuove disgrazie della Chiesa! La barca di Pietro non naufragherà certamente: ma io divento vecchio, io soffro da lungo tempo, e sento il bisogno di raccogliermi nella pace, prima di andar a render conto a Dio d'una vita sì travagliata al servizio della Sede apostolica. Sia fatta la sua divina volontà, e tutto sarà per il meglio!"



    XVI. Lettera indirizzata da Livorno a Nubius da Piccolo Tigre, che ignora il riposo forzato del suo capo, 5 gennaio 1846.
    "Il viaggio che ho fatto in Europa è stato felice, fecondo più di quello che abbiamo sperato. D'ora innanzi non ci resta che metter mano all'opra per arrivare al termine della commedia. Ho trovato da per tutto gli animi molto inclinati all'esaltazione; tutti confessano che il vecchio mondo scricchiola, e che i re han fatto il loro tempo. La messe che ho raccolta è stata abbondante; sotto questo plico voi ne troverete le primizie, di cui non ho bisogno che mi mandiate una ricevuta, perché io amo poco di tener conto co' miei amici, potrei dire co' miei fratelli. La messe fatta deve fruttificare, e, se io presto fede alle notizie che mi sono qui comunicate, noi siamo arrivati all'epoca tanto desiderata. La caduta dei troni non è più dubbia per me che ho studiato in Francia, in Svizzera, in Germania, e persino in Russia il lavoro delle nostre Società. L'assalto che da qui a qualche anno sarà dato ai principi della terra, li seppellirà sotto gli avanzi dei loro eserciti impotenti e delle loro cadenti monarchie. Dappertutto vi è entusiasmo in mezzo ai nostri, e apatia o indifferenza in mezzo ai nemici. È un segno certo ed infallibile di successo; ma questa vittoria, che sarà così facile, non è quella che ha provocato tutti i sacrifici che abbiamo fatti. Havvene una più preziosa, più durevole e che da lungo tempo desideriamo. Le vostre lettere e quelle dei nostri amici degli Stati romani ci permettono di sperarlo; è il fine a cui tendiamo, è il termine a cui vogliamo arrivare. Infatti, che cosa abbiam noi dimandato in riconoscenza delle nostre pene e dei nostri sacrifici?

    "Non è già una rivoluzione in una contrada o in un'altra: ciò si ottiene sempre quando lo si vuole. Per uccidere sicuramente il vecchio mondo, abbiam creduto che fosse necessario soffocare il germe cattolico e cristiano, e voi, coll'audacia del genio, vi siete offerto di colpire alla testa, colla fionda del nuovo Davide, il Golia pontificio. Benissimo, ma quando colpirete voi? Io sono impaziente di vedere le Società segrete alle prese con questi cardinali dello Spirito Santo, povere nature ammalate che non possono mai uscire dalla cerchia in cui l'impotenza o l'ipocrisia le rinchiude.

    "Nel corso de' miei viaggi, io ho veduto molte cose e pochissimi uomini. Noi avremo una moltitudine di obbedienti subalterni, ma non una testa, non una spada per comandare; il talento è più raro che lo zelo. Questo bravo Mazzini che ho incontrato diverse volte, ha sempre nel cervello e in bocca il suo sogno di umanità unitaria. Ma a parte i suoi piccoli difetti e la mania di far assassinare, egli ha del buono. Egli colpisce col suo misticismo l'attenzione delle masse che non comprendono niente alla sua grand'aria di profeta ed ai suoi discorsi d'illuminato cosmopolita. Le nostre tipografie di Svizzera sono bene avviate; esse mettono in luce libri quali noi desideriamo; ma a troppo caro prezzo. Ho consacrato a questa propaganda necessaria una gran parte dei sussidii raccolti. Io voglio utilizzare il resto nelle Legazioni. Io sarò a Bologna verso il 20 di questo mese. Voi potete farmi tenere le vostre istruzioni coll'indirizzo ordinario. Di là, mi porterò dovunque giudicherete che la mia presenza sarà più necessaria. Parlate, io sono pronto ad eseguire".



    XVII. Lettera d'un Agente delle Società segrete nel 1845.
    "Esistono ora diversi partiti in Italia. Il primo si accontenta di tutto. Dopo di esso vien quello che vuol andare più oltre; che vuol delle riforme progressive, ma continue, non solo nell'amministrazione, ma eziandio nella politica. L'ultimo di essi è il partito italiano, che spinge il primo e il secondo, che tutto accetta per andar innanzi; esso maschera, traveste e nasconde il suo ultimo scopo, che è l'unità italiana. In mezzo a questi partiti, havvi un'altra divisione o suddivisione; io intendo parlare del clero, pel quale Gioberti è ciò che Mazzini è pel partito italiano. Gioberti prete parla ai preti il loro linguaggio, ed io vi dirò che vengo a conoscere da tutte le parti che, nei ranghi del clero secolare e regolare, le dottrine di libertà, e il Papa alla testa di questa libertà e dell'indipendenza italiana sono un pensiero che ne seduce molti, a tal segno che essi si persuadono essere il cattolicismo una dottrina essenzialmente democratica. Questo partito aumenta ogni giorno più fra il clero; si aspetta con impazienza la nuova opera di Gioberti; quest'opera è per i preti. Il libro o piuttosto i cinque volumi di Gioberti non sono ancora pubblicati; Mazzini li aspetta impazientemente per parlarne nell'ultimo capitolo dell'opera che sta per comparire ed avrà per titolo: I partiti in Italia o l'Italia coi suoi principi, o l'Italia col Papa".

    In un Breve, diretto a Crétineau-Joly, il 25 febbraio 1861, Pio IX ha consacrato, per così dire, l'autenticità dei brani sopra riportati:

    "Caro figlio, salute e Apostolica benedizione.

    "Voi avete acquistato un diritto particolare alla Nostra riconoscenza, quando, or sono due anni, avete avuto l'idea di comporre un'opera compiuta da poco e di nuovo stampata, per mostrare con documenti questa Chiesa Romana sempre esposta all'invidia e all'odio dei malvagi, e in mezzo alle rivoluzioni politiche del nostro secolo, sempre trionfante. Ed è con gioia che Noi abbiamo ricevuto gli esemplari di cui Ci avete fatto omaggio, e di questa affettuosissima attenzione Noi giustamente vi ringraziamo. Del resto, i tempi che son succeduti, tempi, ahimè! sì tristi e crudeli, così funesti alla Sede di Pietro e alla Chiesa, non possono turbare la Nostra anima, perché noi difendiamo la causa di Dio, causa per la quale i Nostri predecessori hanno sofferto la prigione e l'esiglio, lasciando così un bell'esempio da imitare. Supplichiamo dunque il Signore onnipotente che ci fortifichi colla sua virtù ed esaudisca le preghiere che la Chiesa innalza ovunque fervorose, per dissipare questa spaventosa tempesta. Noi vi confermiamo il Nostro particolare affetto colla Benedizione Apostolica, pegno di ogni grazia celeste che a voi, caro figlio, e a tutta la famiglia, accordiamo nell'affettuosa effusione del Nostro cuore paterno.

    "Dato a Roma, presso S. Pietro, il 25° giorno di febbraio 1861, del Nostro Pontificato XIV anno.

    "PIO IX, PP.".

    La grande opera che l'Alta Vendita avea avuto l'incarico di compiere fin dal 1820, non fu compiuta coll'occupazione di Roma per mezzo dei Piemontesi; la continuazione è affidata ad altre mani.

    Venti anni dopo la rovina del Potere temporale, Lemmi, il Gran Maestro della framassoneria in Italia, indirizzò il documento seguente a tutte le loggie della Penisola:

    "Dal T..., 10 ottobre 1890.

    "Ai Ven... F... delle Loggie italiane,

    "L'edificio che i FF... stanno innalzando nel mondo non potrà essere riguardato come giunto a buon punto finché i FF... d'Italia non avranno fatto dono all'umanità dei ruderi della distruzione del grande nemico.

    "L'impresa progredisce rapidamente in Italia ... Noi abbiamo applicato lo scalpello all'ultimo rifugio della superstizione, e la fedeltà dei F... 33... che è alla testa del potere politico (Crispi), ci è una garanzia che il Vaticano cadrà sotto il nostro martello vivificante ... Gli ultimi sforzi incontreranno maggiori ostacoli da parte del capo dei preti e de' suoi vili schiavi ... Il G... O... invoca il genio dell'umanità affinché tutti i F... lavorino con tutte le loro forze a disperdere le pietre del Vaticano, per costruire con esse il tempio della nazione emancipata.

    "Il G... O... della Valle del Tevere".



    Annotazioni

    (1) Le Vendite del Carbonarismo all'apice delle quali era posta l'Alta Vendita.

    (2) Questo scritto porta la data del 1819.

    (3) "La Commissione speciale nominata dal nostro Santo Padre Papa Leone XII, felicemente regnante, e presieduta da Mons. Tommaso Bernetti, governatore di Roma, si è riunita questa mattina, tre ore prima del mezzodì, in una delle sale del Palazzo del governo per giudicare il misfatto di lesa maestà e di ferite con tradimento e altre circostanze aggravanti di cui sono accusati: Angelo Targhini, nato a Brescia, domiciliato a Roma; Leonida Montanari di Cesena, chirurgo a Rocca di Papa; Pompeo Garofolini, romano, legale; Luigi Spadoni, di Forlì, prima soldato nelle truppe straniere, poi cameriere; Ludovico Gasperoni, di Fusignano, provincia di Ravenna, studente in diritto; Sebastiano Ricci, di Cesena, domestico disoccupato, aventi tutti l'età maggiore.

    "La discussione apertasi colle solite preghiere e coll'invocazione del Nome Santo di Dio si fece la relazione della causa secondo il tenore del processo e del sommario in via preliminare distribuito. L'avvocato fiscale e il procuratore generale svolsero i punti della legislazione e le Costituzioni concernenti gli attentati dei quali si tratta.
    "L'avvocato dei poveri presentò i motivi della difesa, tanto a viva voce che mediante memorie precedentemente distribuite.
    "La Commissione speciale, dopo avere preso in maturo esame i risultati del processo, le ragioni della difesa e il disposto delle leggi ha dichiarato:
    "Che Angelo Targhini, durante la sua reclusione per omicidio commesso nel 1819 nella persona di Alessandro Corsi, s'immischiò in tutto ciò che avea rapporto colle Società segrete proibite, si aggregò poi alla setta dei Carbonari ed infine ne divenne il fondatore nella capitale stessa tosto che vi poté ritornare;
    "Che dopo aver fatto alcuni proseliti, questi, per la maggior parte, non frequentarono questa società in cui egli figurava come capo, anzi come despota, come riferiscono i suoi stessi compagni;
    "Che dopo aver fatto, cogli altri suoi coimputati, tutti gli sforzi per indurli ad entrare nella detta setta ed a frequentarla affinché potesse ulteriormente progredire, risolvette di spaventare con qualche esempio terribile gl'individui che se n'erano separati: formò dunque il progetto di assassinare alcuno di essi a tradimento;
    "Che nella sera del 4 giugno ultimo, col disegno ben deciso di venire all'esecuzione del suo progetto, il detto Targhini fece una visita ad uno di questi individui nella sua dimora, ed avendolo fatto uscire sotto alcun pretesto, lo condusse in un'osteria dove bevettero insieme, e di là sempre con modi amichevoli fino alla via che mette sulla piazza di S. Andrea della Valle, dove questo giovine senza diffidenza ricevette all'improvviso e per di dietro, nel fianco destro, un colpo di stile che lo ferì gravemente, per mano di Leonida Montanari, che s'era posto in agguato per attendere il loro passaggio; che quasi nell'ora medesima in cui Targhini si recava alla casa di questo individuo, Pompeo Garofolini e Luigi Spadoni andarono a quella d'un altro affiliato della setta che pure non la frequentava; e mentre che l'uno restava nella via, l'altro salì alla casa indicata col medesimo disegno, come lo si crede, di farnelo uscire perché fosse assassinato, il che fortunatamente non avvenne perché costui, trovandosi indisposto, faceva in quel momento un bagno ai piedi;
    "Che nel tempo stesso e nel momento medesimo in cui Targhini uscì di sua casa con Montanari, e subito dopo di loro Spadoni e Garofolini, uscirono ancora Lodovico Gasperoni e Sebastiano Ricci, i quali tutti si erano precedentemente riuniti;
    "Che raccogliendo queste circostanze ed altre non meno rimarchevoli di questi fatti i quali si trovano a lungo nel processo, si può concludere che precedentemente i coaccusati avevano stabilita l'esecuzione del delitto che non fu effettuato se non sulla persona d'un solo degl'individui designati;
    "Che perciò la Commissione speciale, considerando la gravità tanto di questo delitto quanto di quello di lesa maestà e le prove che si riuniscono a carico dei detti coaccusati giudica e condanna ad unanimità Angelo Targhini e Leonida Montanari alla pena di morte; Luigi Spadoni e Pompeo Garofolini alla galera in vita; Lodovico Gasperoni e Sebastiano Ricci alla galera per dieci anni".

    (4) "È nostro dovere, venerabili Fratelli, di richiamare la vostra attenzione sopra queste Società segrete d'uomini faziosi, dichiarati nemici del Cielo e dei principi, che si adoperano a desolare la Chiesa, a perdere gli Stati, a sconvolgere l'intero universo, e che rompendo il freno della vera fede, aprono la via a tutti i delitti. Mentre si sforzano di nascondere, sotto la religione d'un giuramento tenebroso, e l'iniquità delle loro adunanze e i disegni che vi formano, essi hanno offerto per ciò solo giusti sospetti di quegli attentati i quali, in questi tempi disgraziati, sono usciti come dal pozzo dell'abisso e scoppiarono con grande danno della Religione e degli Imperi. Perciò i Sommi Pontefici nostri predecessori, Clemente XII, Benedetto XIV, Pio VII, Leone XII ai quali noi succediamo, nonostante la nostra indegnità, colpirono successivamente di anatema queste Società segrete, qualunque fosse il loro nome, mediante Lettere Apostoliche le cui disposizioni noi confermiamo con la pienezza del nostro potere, volendo che siano interamente osservate. Noi ci adoperiamo con tutto il nostro potere a che la Chiesa e la cosa pubblica non soffrano alcuna congiura di queste sette, e domandiamo per questa grande opera il vostro aiuto quotidiano, affinché, rivestiti dell'armatura dello zelo ed uniti coi vincoli dello spirito, sosteniamo gagliardamente la nostra causa comune o meglio la causa di Dio, per distruggere questi baluardi dietro i quali si trincerano l'empietà e la corruzione di uomini perversi.
    "Fra tutte queste Società segrete noi abbiamo risoluto di segnalarvene una di recente formate, il cui scopo é di corrompere la gioventù educata nei ginnasi e nei licei. Siccome si sa che i precetti dei maestri sono assai potenti per formare il cuore e lo spirito dei loro discepoli, così si mettono in opera tutte le cure e le astuzie per dare alla gioventù maestri depravati, che la conducono nei sentieri di Baal mediante dottrine che non sono secondo Dio.
    "Da ciò ne deriva che noi vediamo, gemendo, questi giovani pervenuti ad una tale licenza, che avendo scosso ogni timore della Religione, sbandita la regola dei costumi, disprezzate le sane dottrine, posto sotto i piedi i diritti dell'uno e dell'altro potere, non arrossiscono più di nessun disordine, di nessun errore, di nessun attentato; di guisa che si può dire di loro con S. Leone il Grande: Loro legge è la menzogna, il demonio è loro dio, e il loro culto è ciò che vi ha di più vergognoso. Allontanate, venerabili Fratelli, tutti questi mali dalle vostre Diocesi, e procurate, con tutti i mezzi che sono in vostro potere, coll'autorità e colla dolcezza, che uomini distinti, non solo nelle scienze e nelle lettere, ma ancora per la purezza della vita e per la pietà, sieno incaricati della educazione della gioventù.
    "Siccome ogni giorno vanno crescendo in una maniera spaventevole questi libri così contagiosi e col favore di essi la dottrina degli empi penetra come una cancrena in tutto il corpo della Chiesa, vegliate sul vostro gregge e tutto mettete in opera per allontanare da esso questa peste di cattivi libri, la più funeste di tutte. Rammentate sovente alle pecorelle di Gesù Cristo che vi sono affidate questi avvertimenti di Pio VII, santo nostro predecessore e benefattore, che non considerino come salutari se non i pascoli dove li condurranno la voce e l'autorità di Pietro, che non si nutrano se non di essi, che stimino nocivo e contagioso tutto ciò che questa voce loro indica come tale, che se ne allontanino con orrore, e che non si lascino sedurre da nessuna apparenza, né ingannare da nessuna attrattiva".

    (5) Il cardinal Castiglioni venne nominato Papa col nome di Pio VIII.

    (6) Che era allora Segretario di Stato.

    (7) Memorandum. - I. "Sembra ai rappresentanti delle cinque Potenze che, quanto allo Stato della Chiesa, si tratti, nell'interesse generale dell'Europa, di due punti fondamentali: 1° Che il governo di questo Stato sia stabilito sopra basi solide mercé i miglioramenti meditati ed annunziati da S. S. medesima fin dal principio del suo regno. 2° Che questi miglioramenti i quali, secondo l'espressione dell'editto di S. Ecc. Mons. Cardinal Bernetti, formeranno un'èra nuova per i sudditi di S. S., sieno, per una garanzia interna, messi al sicuro dai cangiamenti inerenti alla natura di ogni governo elettivo.
    II. "Per raggiungere questo scopo salutare, quello che, a motivo della posizione geografica e sociale dello Stato della Chiesa, è d'un interesse europeo, pare indispensabile che la dichiarazione organica di S. S. parta da due principii vitali:
    "1° Dall'applicazione dei miglioramenti in questione non solo nelle provincie ove la rivoluzione è scoppiata, ma eziandio in quelle che sono rimaste fedeli e nella capitale;
    "2° Dall'ammissibilità generale dei laici negli uffici amministrativi e giudiziarii.
    III. "Sembra che i miglioramenti stessi debbano da prima abbracciare il sistema giudiziario e quello dell'amministrazione municipale e provinciale.
    "A. Quanto all'ordine giudiziario, sembra che l'esecuzione intera e il conseguente sviluppo delle promesse e dei principii del motu proprio del 1816 presentino i mezzi più sicuri e più efficaci per togliere le lagnanze abbastanza generali relative a questa parte così interessante dell'organizzazione sociale.
    "B. Quanto all'amministrazione locale, sembra che il ristabilimento e l'organizzazione generale delle municipalità elette dal popolo, e la fondazione di franchigie municipali che regolerebbe l'azione di queste municipalità negli interessi locali dei comuni, dovrebbe essere la base indispensabile di ogni miglioramento amministrativo.
    "In secondo luogo, l'organizzazione dei consigli provinciali, sia d'un consiglio amministrativo permanente, destinato ad aiutare il governatore della provincia nell'adempimento delle sue funzioni con attribuzioni convenienti, sia d'una riunione più numerosa, presa soprattutto nel seno delle nuove municipalità e destinata ad essere consultata intorno agl'interessi più importanti della provincia, sembra estremamente utile per condurre al miglioramento e alla semplificazione dell'amministrazione per controllare l'amministrazione comunale, per ristabilire l'imposte e per illuminare il governo dei veri bisogni della provincia.
    IV. "L'importanza immensa d'uno stato regolato delle finanze e d'una tale amministrazione del debito pubblico, che darebbe la garanzia sì desiderabile per il credito finanziario del governo e contribuirebbe essenzialmente ad aumentare i suoi mezzi ed assicurare la sua indipendenza, sembra rendere indispensabile uno stabilimento centrale nella capitale, incaricato, come Corte Suprema dei Conti, del controllo della contabilità di servizio annuale, d'ogni branca dell'amministrazione civile e militare, e della sorveglianza del debito pubblico, con attribuzioni corrispondenti allo scopo grande e salutare che si propone di conseguire.
    "Quanto più una tale istituzione avrà il carattere d'indipendenza e l'impronta dell'unione intima del governo e del paese, tanto più essa risponderebbe alle intenzioni benevole del sovrano e alla aspettazione generale.
    "Per raggiungere questo scopo, vi dovrebbero risiedere delle persone, scelte dai consigli locali e formanti con consiglieri del governo una giunta o consulta amministrativa. Una tal giunta formerebbe o no parte di un Consiglio di Stato i cui membri sarebbero nominati dal Sovrano fra le notabilità, per nascita, per fortuna e talenti, del paese.
    "Senza uno o più stabilimenti centrali di questa natura, intimamente legati alle notabilità di un paese ricco di elementi aristocratici e conservatori, sembra che la natura d'un governo elettivo toglierebbe necessariamente ai miglioramenti che formeranno la gloria del Pontefice regnante questa stabilità il cui bisogno è generalmente e molto sentito, e lo sarà tanto più vivamente quanto più i beneficii del Pontefice saranno grandi e preziosi".

    (8) La Sainte-Vehme, tribunale segreto stabilito da Carlo Magno per tenere i Sassoni nell'obbedienza.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Pio VII
    Servo dei Servi di Dio
    A perpetua memoria della cosa a tutti i Figli in Gesù Cristo.
    La chiesa di Gesù Cristo da 18 secoli eretta dai suoi fedeli vicari in terra ad utilità della Fede e dell'Unità Cattolica, trova nei suoi maggiori pericoli sempre dei validi soccorsi che la destra dell'Altissimo le procura, onde farla trionfare e risplendere in mezzo agli urti dell'ambizione e della barbarie.

    Senza dubbio è questo il maggiore dei prodigi, che il Dio delle Misericordie possa oprare, onde condurre in salvo la navicella di San Pietro in tempi tanto difficili, e pieni di angustie. Dal canto nostro abbiamo incessantemente presentati umili voti a S.Divina Maestà a che tante anime redente col preziosissimo sangue dell'eterno suo Figlio non corrano irreparabilmente in bocca a Satana.

    La potenza incomprensibile di Dio e la storia di altre persecuzioni avvenute alla Chiesa ci hanno sollevato dal peso imposto ai nostri scarsi talenti del sommo Episcopato della Cristianità, e ci hanno presentato dei mezzi, onde questa Santa Città, al dir di San Giovanni, possa mantenere il suo splendore fino alla consumazione dei secoli. Sotto questo corpo mistico, in mezzo all'Impero Romano, furono perseguitati mai sempre i Fedeli da coloro, il cui zelo avrebbe potuto proteggerli, perché si formano di essi tanti sudditi ubbidienti alle leggi, di modo che nei tempi della più remota antichità eran costretti i nostri Fratelli in Cristo a praticare i misteri della Fede, e le liturgie religiose nei luoghi più reconditi della città, che Agape si appellarono.

    Questi proseliti di Cristo segretamente riuniti trionfando dei Diocleziani, de' Deci, de' Massimini e di una turba innumerevole di Tiranni giunsero alla perfine a stabilire, a propagare questa Santa Cattolica ed Apostolica Religione, di cui noi siamo al presente immeritevolmente Rettore.

    Sembrando a noi ora ch'Essa si trovi nelle medesime infelici circostanza dei primi secoli essendo stata privata degli ordini ausiliari della Cristianità ed essendo attaccata nella santità dei suoi misteri, colla Divina ispirazione abbiamo creduto fissare il centro della Cristianità e trovare un aiuto nella santa e pura società della Carboneria, di cui per la grazia del Clementissimo Iddio conosciamo i princìpii, il mezzo e il fine. Il principio di render gloria all'Altissimo, il mezzo di popolare il mondo di fedeli, e il fine di renderli tutti fratelli liberi senza eccessi e quasi senza disordine come Cristo chiamava gli Apostoli.

    Noi dunque in vigore della presente, e per la facoltà da Cristo Signore trasmessa ai suoi vicari qui in terra, avvertiamo ed esortiamo tutti i singoli Arcivescovi, Vescovi e Parrochi, e loro successori Sacerdoti operai nella vigna di Cristo, e tutti i Fedeli dell'Orbe Cattolico, affinché non rechino alcuna molestia, anzi seguano i Carbonari ne' loro passi, si uniscano con loro nelle segrete Adunanze dove con vera indulgenza si travaglia al bene della Chiesa, al ravvedimento dei nemici, allo stabilimento della libertà e della pace.

    Vogliamo inoltre che di questa Nostra Paterna insinuazione sian partecipi anche i nemici della Carboneria, perciò in nome di Gesù Cristo preghiamo tutti i membri di essa a riceverli, come Dio riceve nel Regno dei Cieli un peccatore ravveduto, decretando che le prefate lettere in qualunque tempo non possano attaccarsi di nullità e di mancanza di nostra volontà o di altro benché non immaginato errore ché anzi debbono avere il loro pieno effetto.

    Ed essendo difficile che possano pervenire in tutti quei luoghi, ne' quali debbono essere conosciute coll'istessa autorità apostolica ordinata, così vogliamo che sia prestata ad esse piena credenza, anche con carattere sconosciuto, attesa la difficoltà dei tempi; ed inoltre dichiariamo nullo, contrario alla religione e d alla felicità dei popoli, qualunque ordine od altro atto fatto con avvertenza, o per ignoranza dei sovrani contro la Carboneria, e contro la veracità dei presenti. Ad alcun uomo finalmente non sia permesso impugnarle, e se qualcheduno lo ardisse sappia che incorrerà lo sdegno dell'onnipotente Iddio, e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo.

    Dato in Savona l'anno dell'Incarnazione del Signore 1809, 17 luglio, anno decimo del Nostro Pontificato.


    Luogo del Sigillo.

    PIO PP.VII
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    La bolla di scomunica
    "ECCLESIAM A JESU"
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    PIO VESCOVO
    SERVO DEI SERVI DI DIO
    A PERPETUA MEMORIA
    1. La Chiesa fondata da Gesù Cristo Salvatore Nostro sopra solida pietra (e contro di essa Cristo promise che non sarebbero mai prevalse le porte dell’inferno) è stata assalita così spesso e da tanti temibili nemici, che se non si frapponesse quella promessa divina che non può venir meno, vi sarebbe da temere che essa potesse soccombere, circuita dalla forza o dai vizi o dall’astuzia. Invero, ciò che accadde in altri tempi si ripete anche e soprattutto in questa nostra luttuosa età che sembra quell’ultimo tempo preannunciato in passato dall’Apostolo: "Verranno gli ingannatori che, secondo i loro desideri, cammineranno nella via dell’empietà" (Gd 18). Infatti nessuno ignora quanti scellerati, in questi tempi difficilissimi, si siano coalizzati contro il Signore e contro Cristo Figlio Suo; costoro si adoperano soprattutto (sebbene con vani sforzi) a travolgere e a sovvertire la stessa Chiesa, ingannando i fedeli (Col 2,8) con una vana e fallace filosofia e sottraendoli alla dottrina della Chiesa. Per raggiungere più facilmente questo scopo, molti di costoro organizzarono occulti convegni e sette clandestine con cui speravano in futuro di trascinare più facilmente numerosi individui ad essere complici della loro congiura e della loro iniquità.2. Già da tempo questa Santa Sede, scoperte tali sette, lanciò l’allarme contro di esse con alta e libera voce e rivelò le loro trame contro la Religione e contro la stessa società civile. Già da tempo sollecitò la vigilanza di tutti perché si guardassero in modo che queste sette non osassero attuare i loro scellerati propositi. È tuttavia motivo di rammarico che all’impegno di questa Sede Apostolica non abbia corrisposto l’esito cui essa mirava e che quegli uomini scellerati non abbiano desistito dalla congiura intrapresa, per cui ne sono derivati infine quei mali che Noi stessi avevamo previsto. Anzi, quegli uomini, la cui iattanza sempre si accresce, hanno perfino osato creare nuove società segrete.3. A questo punto occorre ricordare una società nata di recente e diffusa in lungo e in largo per l’Italia e in altre regioni: per quanto sia divisa in numerose sette e per quanto assuma talvolta denominazioni diverse e distinte tra loro, in ragione della loro varietà, tuttavia essa è una sola di fatto nella comunanza delle dottrine e dei delitti e nel patto che fu stabilito; essa viene chiamata solitamente dei Carbonari. Costoro simulano un singolare rispetto e un certo straordinario zelo verso la Religione Cattolica e verso la persona e l’insegnamento di Gesù Cristo Nostro Salvatore, che talvolta osano sacrilegamente chiamare Rettore e grande Maestro della loro società. Ma questi discorsi, che sembrano ammorbiditi con l’olio, non sono altro che dardi scoccati con più sicurezza da uomini astuti, per ferire i meno cauti; quegli uomini si presentano in vesti di agnello ma nell’intimo sono lupi rapaci.4. Anche se mancassero altri argomenti, i seguenti persuadono a sufficienza che non si deve prestare alcun credito alle loro parole, cioè : il severissimo giuramento con cui, imitando in gran parte gli antichi Priscillanisti, promettono di non rivelare mai e in nessun caso, a coloro che non sono iscritti alla società, cosa alcuna che riguardi la stessa società, né di comunicare a coloro che si trovano nei gradi inferiori cosa alcuna che riguardi i gradi superiori; inoltre, le segrete e illegali riunioni che essi convocano seguendo l’usanza di molti eretici e la cooptazione di uomini d’ogni religione e di ogni setta nella loro società.5. Non occorrono dunque congetture e argomenti per giudicare le loro affermazioni, come più sopra si è detto. I libri da loro pubblicati (nei quali si descrive il metodo che si suole seguire nelle riunioni dei gradi superiori), i loro catechismi, gli statuti e gli altri gravissimi, autentici documenti rivolti a ispirare fiducia, e le testimonianze di coloro che, avendo abbandonato la società cui prima appartenevano, ne rivelarono ai legittimi giudici gli errori e le frodi, dimostrano apertamente che i Carbonari mirano soprattutto a dare piena licenza a chiunque di inventare col proprio ingegno e con le proprie opinioni una religione da professare, introducendo quindi verso la Religione quella indifferenza di cui a malapena si può immaginare qualcosa di più pernicioso. Nel profanare e nel contaminare la passione di Gesù Cristo con certe loro nefande cerimonie; nel disprezzare i Sacramenti della Chiesa (ai quali sembrano sostituirne altri nuovi da loro inventati con suprema empietà) e gli stessi Misteri della Religione Cattolica; nel sovvertire questa Sede Apostolica (nella quale risiede da sempre il primato della Cattedra Apostolica) (Sant’Agostino, Ep. 43) sono animati da un odio particolare e meditano propositi funesti e perniciosi.6. Non meno scellerate (come risulta dagli stessi documenti) sono le norme di comportamento che la società dei Carbonari insegna, sebbene impudentemente si vanti di esigere dai suoi seguaci che coltivino e pratichino la carità e ogni altra virtù, e che si astengano scrupolosamente da ogni vizio. Pertanto essa favorisce senza alcun pudore le voluttà più sfrenate; insegna che è lecito uccidere coloro che non rispettarono il giuramento di mantenere il segreto, cui si è fatto cenno più sopra; e sebbene Pietro principe degli Apostoli (1Pt 2,13) prescriva che i Cristiani "siano soggetti, in nome di Dio, ad ogni umana creatura o al Re come preminente o ai Capi come da Lui mandati, ecc.", sebbene l’Apostolo Paolo (Rm 3,14) ordini che "ogni anima sia soggetta alle potestà più elevate", tuttavia quella società insegna che non costituisce reato fomentare ribellioni e spogliare del loro potere i Re e gli altri Capi, che per somma ingiuria osa indifferentemente chiamare tiranni.7. Questi ed altri sono i dogmi e i precetti di questa società, da cui ebbero origine quei delitti recentemente commessi dai Carbonari, che tanto lutto hanno recato a oneste e pie persone. Noi, dunque, che siamo stati designati come veggenti di quella casa d’Israele che è la Santa Chiesa e che per il Nostro ufficio pastorale dobbiamo evitare che il gregge del Signore a Noi divinamente affidato patisca alcun danno, pensiamo che in una contingenza così grave non possiamo esimerci dall’impedire i delittuosi tentativi di questi uomini. Siamo mossi anche dall’esempio di Clemente XII e di Benedetto XIV di felice memoria, Nostri Predecessori: il primo, il 28 aprile 1738, con la Costituzione "In eminenti", e il secondo, il 18 maggio 1751, con la Costituzione "Providas", condannarono e proibirono le società dei Liberi Muratori, ossia dei Francs Maçons, o chiamate con qualunque altro nome, secondo la varietà delle regioni e degli idiomi; si deve ritenere che di tali società sia forse una propaggine, o certo un’imitazione, questa società dei Carbonari.E sebbene con due editti promulgati dalla Nostra Segreteria di Stato abbiamo già severamente proscritta questa società, seguendo tuttavia i ricordati Nostri Predecessori pensiamo di decretare, in modo anche più solenne, gravi pene contro questa società, soprattutto perché i Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle due Costituzioni di Clemente XII e di Benedetto XIV né di essere soggetti alle sentenze e alle sanzioni in esse previste.
    8. Consultata dunque una scelta Congregazione di Venerabili Fratelli Nostri Cardinali di Santa Romana Chiesa, con il loro consiglio ed anche per motu proprio, per certa dottrina e per meditata Nostra deliberazione, nella pienezza dell’autorità apostolica abbiamo stabilito e decretato di condannare e di proibire la predetta società dei Carbonari, o con qualunque altro nome chiamata, le sue riunioni, assemblee, conferenze, aggregazioni, conventicole, così come con il presente Nostro atto la condanniamo e proibiamo.9. Pertanto a tutti e a ciascuno dei fedeli di Cristo di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità e preminenza, sia laici sia chierici, tanto secolari che regolari, degni anche di specifica, individuale ed esplicita menzione, ordiniamo rigorosamente e in virtù della santa obbedienza che nessuno, sotto qualsivoglia pretesto o ricercato motivo, osi o pretenda di fondare, diffondere o favorire, e nella sua casa o dimora o altrove accogliere e nascondere la predetta società dei Carbonari, o altrimenti detta, come pure di iscriversi od aggregarsi ad essa o di intervenire a qualunque grado di essa o di offrire la facoltà e l’opportunità che essa si convochi in qualche luogo o di elargire qualcosa ad essa o in altro modo prestare consiglio, aiuto o favore palese od occulto, diretto o indiretto, per essa stessa o per altri; e ancora di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi, ad aggregarsi o a intervenire in tale società o in qualunque grado di essa o di giovarle o favorirla comunque. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalla società stessa, dalle sue adunanze, riunioni, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra indicati, senza alcun’altra dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte.10. Inoltre prescriviamo a tutti, sotto la stessa pena di scomunica, riservata a Noi e ai Romani Pontefici Nostri Successori, l’obbligo di denunciare ai Vescovi, o ad altri competenti, tutti coloro che sappiano aver aderito a questa società o che si sono macchiati di alcuno dei delitti più sopra ricordati.11. Infine, per allontanare con più efficacia ogni pericolo di errore, condanniamo e proscriviamo tutti i cosiddetti catechismi e libri dei Carbonari, ove costoro descrivono ciò che si è soliti fare nelle loro riunioni; così pure i loro statuti, i codici e tutti i libri scritti in loro difesa, sia stampati, sia manoscritti. A tutti i fedeli, sotto la stessa pena di scomunica maggiore parimenti riservata, proibiamo i libri suddetti, o la lettura o la conservazione di alcuno di essi; e ordiniamo che quei libri siano consegnati senza eccezione agli Ordinari del luogo o ad altri cui spetti il diritto di riceverli.
    12. Vogliamo inoltre che ai transunti, anche stampati, della presente Nostra lettera, sottoscritti per mano di qualche pubblico notaio e muniti del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica, si presti quella stessa fede che si concederebbe alla lettera originale se fosse presentata o mostrata.
    13. Perciò a nessuno sia lecito strappare o contraddire con temeraria arroganza questo testo della Nostra dichiarazione, condanna, ordine, proibizione e interdetto. Se qualcuno osasse tentare ciò, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei beati suoi Apostoli Pietro e Paolo.


    Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1821, il giorno 13 settembre, nell’anno ventiduesimo del Nostro Pontificato.

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