....Andreotti, gliela dico tutta da amico, dopo le assoluzioni di Tribunale e le beatificazioni alla memoria in cui sono specialisti i suoi nemici. Lei non è un mafioso di terzo livello in termini giudiziari o storici, ma nemmeno un campione della lotta alla mafia.
Le due definizioni sono entrambe ridicole. Lei è un politico democristiano di rango che ha operato negli anni 40, 50, 60, 70, 80 e primi anni 90.
Bilanci non negativi per l’Italia, tutto sommato, ma con qualche cratere lungo la strada..Però se a rifare la strada, la storia, ci pensano Caselli e Violante con i loro metodi, siamo messi male. Punto.
Messa al sicuro la seconda assoluzione, veniamo alla dichiarazione con cui lei ha a riguardo delle immunità e del modo altrui di difendersi:”Io mi faccio i fatti miei”. Ecco, appunto. Gli ultimi dieci anni lei gli ha passati facendosi i fatti suoi. Noi, che non siamo nessuno, invece, gli abbiamo passati facendoci i fatti nostri e anche i suoi. Ma lei, sette volte presidente del Consiglio, identificato con la storia della Dc e della Repubblica, ammetterà che non è eticamente indiscutibile il suo comportamento?
E’ stato solo un imputato bonario, tranquillo, forte nella coscienza, che non alza mai i “toni” e stringe la mano a Caselli. Ma è stato pure un politico “pensionato” che ha letteralmente dimenticato o ignorato la mala sorte riservata al suo partito, cancellato per mano giudiziaria anche in conseguenza del suo voto intimidito, quello che autorizzava i giustizialista a procedere in giudizio contro di lei, due settimane dopo le monetine di Craxi e l’imbavagliamento della Camera; lei fu in questi dieci anni anche un uomo di Stato, incurante del destino dello Stato.
L’altra faccia del suo comportamento, processualmente impeccabile e forse non inutile al fine della sua più che giusta assoluzione bis, è stata il poco impeccabile impegno di tanta gente, che anche per difendere i diritti a un giusto processo di un imputato come lei, e per criticare la sua vergognosa liquidazione fisica, si è sporcata le mani, ha affrontato querele e processi, ha rischiato la vita politica su un altare da lei lasciato vuoto.
Risultato buono come imputato. Ma come statista?
Lei esprime l’Italia di mezzo che se c’è un inciucino da fare non si tira mai indietro. E che, come il giunco, si cala quando passa la piena. Una cosa di sapore un po’ mafioso.
tratto da il Foglio di martedì 6 maggio 2003
saluti




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