L’estensione dell’articolo 18 provocherebbe effetti molto gravi sull’economia e sul mondo del lavoro. Il diritto a non essere licenziati senza giusta causa è sacrosanto, ma le forme della tutela vanno modulate come avviene nel resto d’Europa. Serve una vera riforma che garantisca tutti i lavori. Il rischio che aumenti la precarietà. Le piccole aziende che creano occupazione subiranno le conseguenze peggiori.
Noi pensiamo che una vittoria del sì nel referendum (sull’estensione dell’articolo 18 alle imprese al di sotto dei quindici dipendenti) sarebbe un danno per il paese, per le imprese, per i lavoratori, e alzerebbe nuove barriere all’occupazione in un paese che non ne ha davvero bisogno. Creerebbe una situazione insostenibile, su cui dovrebbe inevitabilmente intervenire il Parlamento, sulla base degli orientamenti dell’attuale maggioranza parlamentare. Inoltre colpirebbe direttamente quel tessuto di piccola imprenditoria che in vaste parti del paese si riconosce nella politica e nelle proposte della sinistra di governo.
Il diritto a non essere licenziati senza giusta causa, già sancito dalla legge, è sacrosanto. Ma le forme di tutela di questo diritto devono essere modulate, come avviene in Europa, per essere efficaci e giuste. Estendere l’obbligo automatico al reintegro nel posto del lavoro anche alle piccole imprese provocherebbe invece incertezza e allarme tra i datori di lavoro e, di conseguenza, un maggior ricorso al lavoro precario. Questo è l’effetto perverso che si genera quando si confonde una tutela con un diritto.
Il governo sembra affidarsi alla speranza che le urne restino deserte. La Cgil ha evidenti contraddizioni, definendo il referendum sbagliato e inutile, ma nonostante ciò invitando a votare per il sì.
Di fronte a questa confusione noi invitiamo i riformisti a dire no al referendum. Bocciare il quesito referendario è l’unica possibilità di aprire la strada a una riforma dell’intero sistema delle tutele nel mercato del lavoro, a beneficio anche di quei milioni di lavoratori precari, irregolari e disoccupati che sarebbero comunque esclusi dall’estensione dell’articolo 18. Per questo il fallimento del referendum sarà una misura della volontà riformista esistente nel paese, e la risposta più efficace alla deriva massimalista che ha provocato la consultazione
referendaria.
Stefano Ceccanti
Sergio Chiamparino
Enrico Letta
Miriam Mafai
Sebastiano Maffettone
Giorgio Napolitano
Umberto Ranieri
Nicola Rossi
Michele Salvati
Giancarlo Sangalli
Tiziano Treu
Aderiscono: Giuseppe Arena, Aldo Bacchiocchi, Roberto Barzanti, Gianfranco Burchiellaro, Vittorio Campione,
Giuseppe Comerci, Domenico Giraldi, Antonino Marcianò,
Andrea Margheri, Leone Pangallo, Andrea Romano.
e ancora:
Paolo Guerrieri, Giovanni Sabbatucci, Mario Gasbarri, Salvatore Veca, Claudio Negro, Lucio Izzo, Pierluigi Battista, Paolo Mossetti, Cesare Pinelli, Roberto Defez, Claudio Mancini, Roberto Gualtieri, Mauro Bernardi, Alberto Martinelli, Michele D'Innella, Ivo Costamagna, Tommaso Nannicini, Alberto Campli, Roberto Gabriele, Andrea Geremicca, Alessandro Petretto, Amedeo Lepore, Ilario Chiaventi, Giovanni Braccini, Luigi Scardaone, Vittorio Stamerra, Franco Gerardi, Luigi Castaldi, Marco Franchitti, Claudio Trezzani, Salvatore Biasco, Francesco Garofalo, Matilde D'Ascanio, Franco Bassanini, Pier Luigi Tolardo, Maurizio Andriolo, Marco Travaglini, Nicola Calcagno, Marco Mascellino, Maurizio Guidaldi, Massimo Bonanni, Marcello Risi, Davide Giacalone, Toni Serafini, Willy Mazzi, Edoardo Borruso.
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