L’ISLAM VISTO DAL CAIRO.INTERVISTA DI ALBERTO BENZONI A EMMA BONINO
Segue l'articolo pubblicato a pag 8 di mondoperaio
Questa intervista nasce da una duplice curiosità. Siamo interessati a conoscere quali sono le ragioni che hanno spinto un personaggio pubblico, un ex Commissario Europeo, ad una scelta così distante dai percorsi della “nomenklatura” politica italiana e non, tanto più in un momento assai delicato della storia mondiale.
D. -Ritieni, in particolare, che c’era un problema di “comunicazione” e cioè di reciproca comprensione da colmare; in particolare per quanto riguarda la nostra percezione del mondo arabo e/o islamico?
R. -“Mi pareva evidente già prima degli attentati alle Torri Gemelle che esiste una profonda incomprensione che alimenta la spaccatura fra il sentire che accomuna noi occidentali e quello proprio del mondo arabo. A questo si aggiunge una pressoché totale assenza di conoscenza da parte nostra di quella che è la realtà sociale e politica di questi paesi e la sua evoluzione.
Quello che mi ha spinta a fare le valige e trasferirmi al Cairo per imparare l’arabo è stato, per un verso, l’ambizione di colmare questa lacuna e l’apprendimento della lingua costituisce uno strumento fondamentale di comprensione e di conoscenza; per altro, la consapevolezza della necessità di vivere dall’interno una determinata realtà per poterne capire a fondo la natura.
Venni al Cairo nella primavera del 2001 per seguire il processo a Nawal el Saadawi, la scrittrice femminista egiziana accusata di “eresia” e “non rispetto delle religioni” per essersi battuta in favore dei diritti delle donne arabe. In quell’occasione seppi di un altro processo, quello a Saad Eddin Ibrahim, condannato a sette anni per aver gettato discredito sulla rispettabilità del regime egiziano sollevando la necessità di assicurare un monitoraggio sullo svolgimento delle elezioni parlamentari e organizzando corsi di “educazione al voto” per la popolazione.
Nel giugno dello stesso anno iniziai a prendere lezioni d’arabo a Roma e la decisione di trasferirmi qui e frequentare i corsi della American University è stata immediatamente successiva.
Credo che come europei, ma più in generale come cittadini del mondo, non possiamo più permetterci di ignorare, a maggior ragione in questo momento, la realtà che c’è e che vive al di là del Mediterraneo e il contributo che in qualità di deputato europeo sto tentando di dare è proprio quello di attirare l’attenzione su questo e di fornire elementi di esperienza diretta sul campo che possano consentire un dialogo più consapevole.”
D. -Libertà e democrazia sono valori – secondo noi – universali, ed è possibile coniugare questi valori nell’ambito di diversi contesti storico-culturali. Altri pensano che questi valori siano relativi, e lo pensano sia i “relativisti culturali” che ritengono libertà e democrazia come sacrificabili al rispetto di una presunta integrità di altre culture, sia gli “occidentalisti” che le ritengono possibili soltanto in Occidente e in particolare incompatibili con l’Islam. Qual è la tua posizione?
R. -“Credo innanzitutto che queste due posizioni, nessuna delle quali corrispondente alla mia, riflettano in maniera calzante quella che oggi è per un verso la posizione dei pacifisti e per altro quella di coloro che sostengono l’intervento armato come unica soluzione possibile al regime dittatoriale di Saddam Hussein.
Il dibattito, che personalmente ritengo sterile e in una certa misura anche irresponsabile, cui assistiamo oggi rispetto al conflitto in Iraq è animato solo ed esclusivamente dalla dialettica pace/guerra.
Abbiamo quindi da una parte i pacifisti che evidentemente ritengono che la pace si possa stabilire per decreto, quasi fosse un diritto di derivazione divina e sostengono la pace ad ogni costo e a prescindere dalla soluzione del problema reale, che è quello di acquisire libertà, diritti e diritto all’Iraq e al popolo iracheno, oppresso da vent’anni di dittatura sanguinaria che ha fatto del terrore la garanzia della propria persistenza. Sono gli stessi che da tempo vanno ripetendo ideologicamente che la democrazia non si può esportare e che non è giusto imporre il modello occidentale, senza capire che non c’è proprio nulla da esportare o da imporre. C’è un uomo che ha conquistato il potere con un colpo di Stato, che ha instaurato un regime fondato sulla paura e in grado di controllare anche la vista domestica, dove i padri non parlano davanti ai figli per timore di essere denunciati come traditori e dove le parole “libere elezioni” non fanno parte della vita istituzionale.
Di fronte a tutto questo l’Europa non è stata in grado di offrire politicamente agli Stati Uniti alcuna soluzione concreta che potesse evitare l’uso della forza, ma ha profuso in quantità industriali le immagini di folle di pacifisti.
Dall’altra parte abbiamo i sostenitori dell’intervento armato come unica soluzione possibile, responsabili a mio avviso di non aver saputo cogliere la probabilità dell’esilio di un Saddam che, isolato non solo da una comunità internazionale compatta ma anche dai suoi stessi vicini arabi e con la minaccia di una pistola puntata alla tempia, si sarebbe trovato nella condizione di dover scegliere tra la morte e l’esilio dorato, magari in un altro paese arabo.
Noi radicali dal 20 gennaio stiamo lottando, nella più o meno totale indifferenza dei mezzi d’informazione, non solo per l’esilio di Saddam, ma anche per una amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite per due anni, che sia in grado di assicurare la transizione dell’Iraq verso la democratizzazione.
D. -E le donne arabe? Come sono, oggi, al di fuori degli stereotipi, le donne arabe? Cosa succede, nell’ambito di trasformazioni sociali comunque imponenti che investono ogni angolo del pianeta “globalizzato”, all’identità e alla cultura delle donne arabe?
R. -“Resta un muro apparentemente invalicabile per quanto riguarda quelli che noi definiremmo i diritti individuali, la sfera più personale. Eccezion fatta per la Turchia, la condizione femminile non sembra subire alcuna evoluzione su questioni come il divorzio, l’aborto e neppure per quanto riguarda l’eredità. Sulla famiglia e sulla sfera sessuale il marchio di una società patriarcale e fortemente maschilista non svanisce.
Diverso è il ruolo pubblico delle donne nell’Islam. Il panorama da questo punto di vista è molto variegato, ma in molti paesi le donne assumono normalmente posizioni di rilievo nella società, sul lavoro e nella politica. Alcuni paesi islamici non arabi, pensiamo al Pakistan e al Bangladesh, conoscono da decenni leadership istituzionali femminili senza che questo desti scandalo. In Iran, altro Paese islamico non arabo dove pure sopravvivono pratiche barbare nei confronti, ad esempio, delle adultere che rischiano la lapidazione, si incentiva lo studio universitario delle donne che poi occupano posizioni lavoratrice importanti. In molti paesi arabi propriamente detti, invece, le donne sono tenute ai margini della vita civile, tanto nel ciclo studio-lavoro, quanto nella vita politica.”
D. -Il problema delle mutilazioni genitali sarebbe risalente ad uno strato culturale (sub-culturale) pre-islamico. Non esisterebbe un nesso tra Islam e questo genere di pratiche, che sono praticate anche in famiglie e in comunità non musulmane. Condividi questa precisazione, che di solito è ripresa da tutti coloro che temono una rappresentazione infamante della religione islamica? Più in generale, qual è il motivo (storico, antropologico, sociale…) per cui queste pratiche moralmente inaccettabili ma anche razionalmente incomprensibili si sono affermate in un’area geografica ben definita?
R. -“Infatti non esiste alcun legame storico tra la pratica delle mutilazioni genitali femminili, che per la verità nasce proprio in Egitto, e i dettami del Corano, ma in questo caso la religione funge da paravento ad una tradizione obsoleta e incentrata prettamente sulla figura prevalente del maschio.
Nei paesi dove queste pratiche sono diffuse, la società è impostata su basi fortemente patriarcali, la donna viene considerata semplicemente come uno strumento di procreazione e tradizionalmente la virilità del maschio è misurata in base al numero dei figli. E qui c’è una contraddizione che contribuisce a chiarire le vere ragioni che sono alla base di questa pratica. E’ pacifico infatti che le mutilazioni genitali femminili possono rendere la donna sterile, oltre che causarle tutta una serie di problemi a livello ginecologico che spesso si risolvono nella morte a causa delle condizioni igieniche in cui questi interventi vengono operati. Questa pratica si è sviluppata in una precisa area geografica a causa della cultura propria della tradizione islamica che pone la donna in una condizione di assoluta sottomissione all’uomo e da questo punto di vista le mutilazioni genitali femminili rappresentano l’aspetto più truculento di un problema molto più profondo che è quello dell’emancipazione e della conquista di diritti civili e politici delle donne e in cui certamente la religione si pone in una posizione di connivenza.
L’obiettivo della campagna “StopFgm”, su cui sono impegnata insieme ai compagni di Non c’è Pace Senza Giustizia e agli amici di “Aidos”, non è solo quello di operare per l’eliminazione di questa pratica nell’arco di cinque anni, ma è principalmente quello di fornire alle donne arabe e africane, che sono le principali animatrici della campagna, uno strumento di lotta politica per quel processo di emancipazione contro la paura del cambiamento.”
D. -Circa l’incompatibilità tra Islam e democrazia, molti oggi in Italia e in Europa non ricordano che molti Stati arabi sono retti da regimi che derivano da una rivoluzione laica più o meno lontana nel tempo. E questo vale sia per alcune tra le dittature più efferate (Irak, Siria, etc.), sia per quelle esperienze, dall’Egitto alla Tunisia, che hanno avuto origine da movimenti laici e popolari, che sono state accolte nella famiglia della sinistra internazionale, e che però presentano oggi un bilancio deludente rispetto alle aspettative (ed è questo un tema d’imbarazzo e di riflessione per la stessa Internazionale Socialista, oggi).
Come giudichi la situazione in Egitto, la riformabilità delle sue istituzioni e del suo sistema politico? E, di conseguenza, quali strade, nella società civile e in quella politica, sembrano le più utili da percorrere per avere, anche sulla sponda sud del Mediterraneo, standard democratici adeguati?
R. -“La laicità dello Stato, in definitiva la capacità di avere istituzioni indipendenti dalle gerarchie religiose e una legislazione che non ricalchi i precetti e la morale religiosa, è un elemento essenziale per la democrazia, ma non è l’unico e non è sufficiente al suo radicamento.
L’ultimo rapporto Undp sullo sviluppo civile ed economico. Faccio un solo esempio: il nostro atteggiamento nei confronti dei paesi della sponda Sud del Mediterraneo è schizofrenico: da una parte non vogliamo gli immigrati maghrebini, dall’altra non vogliamo neppure liberalizzare l’importazione delle merci che loro producono o potrebbero produrre (in particolare prodotti agricoli e non solo). Ecco, se davvero abbiamo compreso quanto l’instabilità e la mancanza di Stato di diritto e di democrazia nei paesi mediorientali (non solo quelli, per la verità) sia un problema per i cittadini di quei paesi cui dobbiamo riconoscere il diritto alla libertà e all’autodeterminazione democratica, ma anche un problema per la nostra sicurezza, dobbiamo essere conseguenti. Ciò significa, ad esempio, promuovere la liberalizzazione delle importazioni da quei paesi, necessaria ad innescare un processo di crescita economica accelerata di cui un Paese come l’Egitto ha un bisogno vitale per evitare che le difficoltà economiche diventino terreno di coltura del fondamentalismo.
Con una avvertenza: intensificare i legami commerciali tra le due sponde del Mediterraneo, deve avvenire contestualmente ad una liberalizzazione delle relazioni commerciali tra i vari paesi arabi.”
Wolare
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