di Chris Hedges



La seduzione della guerra e' insidiosa perche' molto di cio'
che diciamo e' vero - essa crea un senso di complicita' che
oblitera la nostra alienazione e ci rende, forse per la prima
volta nella nostra vita, parte di qualcosa.
"Un oratore intralcia seduta di laurea al RC" - questo il titolo del Rockford Register Star dell'Illinois. L'articolo descrive il modo in cui l'oratore della seduta, Chris Hedges, e' stato scacciato a suon di fischi dal palco per aver fatto un discorso contro la guerra lo scorso sabato alle lauree del Rockford College. Il giornale riporta che due giorni dopo i laureati ed i membri delle loro famiglie erano "ancora storditi".
Hedges e' un giornalista del New York Times vincitore del Premio Pulitzer ed un esperto corrispondente di guerra, da 15 anni inviato nei paesi scossi da conflitti. E' anche l'autore dell'acclamato "La guerra e' una forza che ci da' un senso".

I funzionari del Rockford College hanno spento il suo microfono tre minuti dopo l'inizio del suo discorso. Il preside del college ha chiesto ad Hedges di terminare in fretta, cosi' lui ha ripreso a parlare tra i fischi ed ululati.


Alcuni laureandi e persone del pubblico hanno dato le spalle ad Hedges. Altri si sono precipitati nei corridoi per protestare; uno studente ha lanciato il berretto e la toga verso il palco prima di uscire.

Ecco il testo completo del discorso di Hedges pubblicato sul Rockford Register.



Vorrei parlarvi oggi di guerra ed impero.

Il massacro, o almeno la sua parte peggiore, e' terminato in Iraq. Ma il sangue continuera' ad essere versato - il loro ed il nostro - siate preparati a cio'. Perche' ci stiamo imbarcando in un'occupazione che, se la storia puo' ancora essere consigliera, sara' dannosa per le nostre anime tanto quanto per il nostro prestigio, potere e sicurezza. Ma cio' avverra' in seguito, quando il nostro impero si espandera' e, in esso, diventeremo paria e tiranni verso chi e' piu' debole di noi. L'isolamento indebolisce sempre il giudizio, e oggi noi siamo isolati.

Abbiamo sciupato la buona predisposizione e l'empatia che il mondo senti' per noi dopo l'11 settembre. Ci siamo ripiegati in noi stessi, abbiamo scosso severamente i delicati equilibri internazionali e le alleanze che erano vitali nel mantenere e nel promuovere la pace e, oggi, siamo parte di una ambigua troika nella "guerra al terrorismo", insieme a Vladimir Putin e Ariel Sharon, due persone che non si curano di insanguinare la Cecenia e la Palestina con gratuiti atti di violenza. Siamo diventati la compagnia che frequentiamo.

La censura e la rabbia di gran parte del mondo, certamente di un quinto della popolazione mondiale rappresentato dai musulmani, la maggior parte dei quali, vi ricordo, non e' araba, incombono su di noi. Guardate oggi alla gente uccisa la scorsa notte in diverse esplosioni a Casablanca. E questa rabbia, in un mondo in cui almeno il 50% del pianeta lotta per due dollari al giorno, vedra' noi come obiettivi. Il terrorismo diverra' un modo di vivere, e quando saremo attaccati, inveiremo con grande violenza, proprio come i nostri alleati Sharon e Putin. Il circolo di violenza e' una spirale di morte; nessuno ne esce vivo. Stiamo sfrecciando ad una velocita' che non siamo in grado di sostenere. Di fronte al piacere che proviamo per la nostra abilita' militare - la sofisticazione della nostra tecnologia e del nostro equipaggiamento militare: in pratica abbiamo dato prova di cio', in Iraq - perdiamo di vista che il fatto che abbiamo la capacita' di sferrare guerre non ci da' il diritto di sferrare guerre. Cio' ha condannato gli imperi del passato.
"La moderna civilta' occidentale puo' perire", ha messo in guardia il teologo Reinhold Niebuhr, "perche' essa idolatra falsamente la tecnologia come bene supremo".

Le vere ingiustizie, l'occupazione israeliana della terra palestinese, le brutali e corrotte dittature che noi sosteniamo e finanziamo in Medioriente per opprimere i loro popoli, ci dicono che non ci libereremo con le bombe dagli estremisti che ci odiano. Anzi, rinforzeremo i loro ranghi. Se si conquista un popolo con la forza, esso si potra' solo controllare attraverso l'uso della forza. Nell'isolamento, si cominciano a fare degli errori.

La paura produce crudelta'; la crudelta', paura, pazzia e paralisi. Al centro del girone infernale di Dante, i dannati erano immobili. Ci muoviamo goffamente in una nazione di cui conosciamo poco e siamo imbelli di fronte ad aspre rivalita' e gruppi etnici in competizione, e di fronte a leaders che non comprendiamo. Cerchiamo di trapiantare un sistema politico inventato in Europa e caratterizzato, tra l'altro, dalla divisione della terra in stati secolari indipendenti basati sulla cittadinanza nazionale in un paese in cui la fede in un governo civile secolare e' una concezione aliena. L'Iraq fu un pozzo nero per i britannici che l'occuparono nel 1917; sara' un pozzo nero anche per noi. I coprifuoco, gli scontri armati con folle adirate che lasciano sul terreno un gran numero di morti iracheni, il governatore militare, i gruppi cristiano-evangelisti che arrivano al seguito delle nostre truppe d'occupazione e che cercano di insegnare a dei musulmani chi sia Gesu' ...

Hedges si ferma a causa di proteste e disturbi da parte del pubblico. Il preside del college, Paul Pribbenow, prende il microfono:

"Amici miei, una delle meraviglie di un college di arti liberali e' la sua abilita' e la sua profonda dedizione verso la liberta' accademica e la decisione di ascoltare ciascuna opinione. (La folla applaude) Se volete protestare per il discorso del relatore, vi chiedo di farlo in silenzio, come qualcuno di voi gia' sta facendo. Cio' e' perfettamente appropriato, ma lui ha il diritto di offrirci la sua opinione e dunque vorremmo che continuasse il suo discorso" (Qualche applauso).

... L'occupazione dei campi petroliferi, l'idea che i curdi e gli sciiti ascolteranno le richieste di un governo centralizzato a Baghdad, gli stessi curdi e sciiti che morirono a migliaia nella rivolta contro Saddam Hussein, il sacco di Baghdad - o, meglio, il sacco di Baghdad eccetto il ministero del petrolio e quello dell'interno, cioe' gli unici luoghi che ci siamo preoccupati di proteggere - tutto cio' e' auto-immolazione.

Come uomo che conosce l'Iraq, parla arabo ed ha trascorso sette anni della sua vita in Medioriente, io dico che, se gli iracheni, a torto o a ragione, dovessero credere che siamo venuti solo per il petrolio e l'occupazione, allora comincerebbe una lunga e sanguinosa guerra d'attrito; ecco come cacciarono via i britannici e ricordate che, quando gli israeliani invasero il sud del Libano nel 1982, furono salutati come liberatori dai dispossessati sciiti; qualche mese dopo, quando essi compresero che gli israeliani non erano liberatori, ma occupanti, cominciarono ad ucciderli. E sono stati gli sciiti di Hezbollah a cacciare fuori Israele dal Libano del sud.

Come scrisse William Butler Yeats in "Meditazioni in tempo di guerra civile", "Abbiamo nutrito la terra di fantasie/ ed i cuori che erano buoni si trasformano in crudeli".
E' vero: in Iraq vi e' una guerra di liberazione. La guerra di liberazione degli iracheni dall'occupazione americana. E, se guardate attentamente a cio' che sta avvenendo in Iraq, se riuscite a scrutare attraverso la terribile informazione che ci viene somministrata, lo vedrete nella furia degli squadroni della morte, nell'assassinio dei leaders shiiti nelle moschee e nell'uccisione dei nostri giovani militari per strada. E' una guerra a cui presto parteciperanno islamici radicali ed oggi siamo molto meno sicuri che prima della nostra invasione dell'Iraq.

Pagheremo per questo, ma cio' che mi rattrista di piu' e' il fatto che coloro che pagheranno il prezzo piu' salato saranno i poveri ragazzi del Mississippi, dell'Alabama e del Texas, che non avevano un lavoro decente, ne' un'assicurazione sulla salute e che sono entrati nell'esercito perche' questo e' cio' che gli abbiamo offerto. Perche' la guerra, alla fine, e' sempre un tradimento, tradimento dei giovani da parte dei vecchi, dei soldati da parte dei politici, degli idealisti da parte dei cinici. Leggete Antigone, quando il re impose la sua volonta' senza ascoltare la voce di coloro che governava e la storia di Tucidide. Leggete di come l'impero di Atene in espansione vide la sua trasformazione in tiranno all'estero e poi in tiranno a casa. La stessa tirannia che Atene impose agli altri, impose poi a se' stessa.

Questo, scrive Tucidide, e' cio' che condanno' la democrazia ateniese: Atene distrusse se' stessa. Perche' lo strumento dell'impero e' la guerra, e la guerra e' un veleno, un veleno che siamo costretti ad ingerire come un malato terminale e' costretto ad ingerire una pozione velenosa pur di sopravvivere. Ma se non capiamo il veleno della guerra - se non capiamo, cioe', quanto velenoso esso sia - esso ci uccidera' come la malattia.

Abbiamo perso i contatti con l'essenza della guerra. Dopo la sconfitta in Vietnam diventammo una nazione migliore. Eravamo umili, persino umiliati. Ci facevamo domande su noi stessi mai fatte in precedenza.
Eravamo costretti a vederci come gli altri ci vedevano, e la visione non sempre ci piaceva. Eravamo costretti a confrontarci con la nostra capacita' di infliggere atrocita' per il solo gusto di farlo, ed in cio' scoprivamo non solo la guerra ma anche noi stessi. Quell'umilta' oggi e' sparita.

Siamo arrivati a credere che la guerra sia uno sport per spettatori. I militari e la stampa - ricordate che, in tempi di guerra, la stampa e' sempre parte del problema - hanno trasformato la guerra in una immensa galleria video, tenendo nascosta al pubblico la sua vera essenza.
Non c'era piu' candore nella guerra del Golfo Persico, in quella in Afghanistan o in quella all'Iraq di quanto ve ne fosse in Vietnam. Ma, nell'era delle notizie dal vivo e delle televisioni satellitari, lo stato ed i militari hanno perfezionato l'apparenza di candore.
Poiche' non capiamo piu' la guerra, non capiamo neanche piu' che tutto potra' andare terribilmente male. Non capiamo piu' che la guerra comincia con la pretesa di annientare l'altro e finisce, se non riusciamo a capire quando e' l'ora di smetterla, con l'auto-annientamento. Amoreggiamo, data la potenza delle armi moderne, con la nostra stessa distruzione.
La seduzione della guerra e' insidiosa perche' molto di cio' che diciamo e' vero - essa crea un senso di complicita' che oblitera la nostra alienazione e ci rende, forse per la prima volta nella nostra vita, parte di qualcosa.

La guerra ci permette di librarci al di sopra delle piccole stazioni della nostra vita; troviamo nobilta' in una causa ed un sentimento di altruismo e persino di beatitudine. E, in un periodo di deficit in ascesa, di scandali finanziari e di deterioramento rampante dell'industria domestica, la guerra e' un bel diversivo. Per coloro che vanno a combattere, la guerra ha una bellezza fosca, piena di grottesche mostruosita'. La Bibbia definisce cio' la cupidigia degli occhi e mette in guardia i credenti da essa. La guerra ci da' un senso distorto di noi stessi, ci da' senso.

(Un uomo tra il pubblico dice: "Posso dire una parola"? Hedges: Certo, quando avro' finito).

Una volta in guerra, non esiste ne' passato ne' futuro, ma solo un presente intossicato. In guerra, si sente ogni battito del cuore, i colori sono piu' brillanti, la mente si libra al di sopra di se'. (Confusione, problemi al microfono eccetera). Ci sentiamo complici, in tempo di guerra. (Fischi). E confondiamo tutto cio' con l'amicizia, con l'amore. Ci sono coloro che insistono che la complicita' di guerra sia amore - il tocco esotico che, in guerra, ci fa sentire un solo popolo, una entita' e' reale, ma e' parte dell'intossicazione di guerra.

Tornate indietro ai giorni dopo l'attacco dell'11 settembre. All'improvviso non ci siamo sentiti piu' soli; eravamo uniti agli stranieri, anche a coloro che non amiamo. Sentivamo un senso di appartenenza, che eravamo racchiusi nell'involucro di una nazione, di una comunita'; in breve, non ci sentivamo piu' alienati.

Mentre questo sentimento si dissolveva nel corso delle settimane successive, sentivamo quasi un senso di nostalgia per il suo caldo tocco e la guerra porta sempre con se' questo tipo di complicita', il quale e' l'opposto dell'amicizia. Gli amici sono pre-determinati; l'amicizia ha luogo tra uomini e donne che possiedono affinita' intellettuale ed emotiva. Ma la complicita' - questa beatitudine estatica che si prova quando si e' parte della folla in tempo di guerra - e' perfettamente raggiungibile. Tutti possono avere dei complici, dei compagni.

Il pericolo di una minaccia esterna rappresentato da un nemico non crea amicizia, crea complicita'. Ecco perche', una volta che la minaccia sia passata, che la guerra sia finita, i compagni diventano nuovamente estranei gli uni agli altri. Ecco perche', dopo la guerra, ci sentiamo disperati.

Nell'amicizia, c'e' un approfondimento del nostro senso di noi stessi. Attraverso l'amico, diventiamo piu' consapevoli di cosa siamo e cosa facciamo, ci ritroviamo negli occhi dell'amico. Gli amici ci incitano, ci domandano e ci sfidano ad essere piu' completi; con la complicita', quella che arriva nel fervore patriottico, vi e' la soppressione dell'auto-consapevolezza, dell'auto-conoscenza e del possesso di se'. In tempo di guerra, i complici perdono le loro identita' in favore della corsa collettiva verso una causa comune - uno scopo comune.
Nella complicita' non vi sono richieste per il "se' ". Questa richiesta fa parte dell'amicizia.

In tempo di guerra, quando siamo minacciati, non siamo costretti piu' ad affrontare la morte individualmente, ma come gruppo, e cio' rende la morte piu' facile da sopportare. Nobilitiamo il sacrificio di se' a favore degli altri, dei compagni; in breve, cominciamo ad adorare la morte. E questo e' cio' che ci chiedono gli dei della guerra.

Infine, pensate a cosa significhi morire per un amico. E' deliberato e doloroso, non c'e' estasi. Per gli amici, morire e' duro ed amaro. Il dialogo che essi hanno e che curano teneramente non sara', probabilmente, mai piu' ricreato. Gli amici non amano la morte ed il sacrificio, i compagni si'. Per gli amici, la prospettiva della morte e' spaventosa. Ecco perche' l'amicizia, o, lasciatemelo dire, l'amore, e' il piu' potente nemico della guerra. Grazie.


(Fischi di saluto, urla, ululati e cose del genere).