don Curzio Nitoglia
1 ª PARTE: LA CHIESA E GLI EBREI
Un popolo teologico
La Chiesa studia il problema ebraico alla
luce della fede. Dio ha creato Israele per
sé, affinché preparasse la via al Messia e lo facesse
conoscere al mondo intero; la grandezza
del popolo ebraico si fonda sulla promessa
che Dio ha fatto ad Abramo di farlo diventare
capostipite di una “razza” (Gen. XII) dalla
quale sarebbe nato il Messia. Abramo ha creduto,
e i suoi discendenti per essere benedetti
da Dio, debbono credere nella promessa messianica
(realizzatasi nell’Avvento di Gesù
Cristo). Non basta dunque essere discendenti
di Abramo solo secondo la carne, ma occorre
avere la sua fede in Gesù Cristo. I “veri Israeliti”
- per la Chiesa - son coloro che imitano la
fede del Patriarca, credendo in Cristo, mentre
coloro che discendono solo carnalmente da
Abramo senza avere la sua fede non sono
“veri Israeliti”.
«Ma come allora - scrive S. Tommaso -
colui [Ismaele] che era nato secondo la carne
perseguitava quello che era nato secondo
lo spirito [Isacco], così pure adesso [il falso
Israele o Sinagoga talmudica, perseguita il
vero Israele o Chiesa di Cristo]. Sin dall’inizio
della Chiesa primitiva i giudei hanno
perseguitato i cristiani, come appare dagli
Atti degli Apostoli e lo farebbero ancora ora,
se lo potessero» (1).
In breve, per la Chiesa il popolo ebreo è
stato eletto da Dio per portarci il Messia,
Gesù Cristo, e non perché discende da
Abramo secondo il sangue; ossia è Cristo,
che santifica il popolo ebreo. Se esso Gli è
fedele, Egli è il suo fine ultimo. Tuttavia,
per il falso Israele-carnale, che ha cominciato
a deviare in maniera ufficiale a partire dal
175 a.C., il Messia è grande proprio perché è
ebreo secondo il sangue, e quando venne
Gesù, e cominciò ad insegnare che sono la
fede e le buone opere che salvano e non il
sangue o la razza, Lo misero a morte, macchiandosi
di deicidio.
La vocazione del vero Israele-spirituale è
irrevocabile (Rom. XI, 9) in quanto è unito spiritualmente
a Gesù salvatore del mondo, ma il
falso Israele-carnale, che si ostina ancor oggi a
rifiutare Gesù, “è stato reciso dall’ulivo fruttifero,
per la sua incredulità” (Rom. XI, 20).
Perciò la vocazione, da parte di Dio, permane;
ma da parte dell’uomo può essere rifiutata
(Giuda e il falso Israele-carnale che
hanno rinnegato Gesù) e quindi essere persa.
La radice dell’accecamento ebraico consiste
nello scambiare la razza per il Salvatore:
la razza ha il primato su Cristo. Il giudaismo,
avendo questa concezione razzista della storia,
è nemico di tutti i popoli (1ª Tess. II, 15);
nemico dei pagani che intende dominare come
bestie, ma ancor più nemico dei cristiani
che vorrebbe sterminare come continuazione
di Gesù nella storia. «Quando la romanità divenne
la cristianità - scrive monsignor Benigni
- l’odio della Sinagoga raddoppiò contro
essa per il motivo religioso, giacché lo spirito
talmudico odia più il cristianesimo che non il
paganesimo. Questo rappresenta per la Sinagoga
un gregge da domare, da spogliare;
quello è l’insieme dei seguaci di Gesù Cristo
ai quali va l’eredità dell’odio specialissimo
del Sinedrio contro il Crocifisso» (2).
S. Agostino, nel commento al salmo 58,
scrive che gli ebrei «sussistono ovunque e
sono ebrei ovunque, non hanno cessato di
essere quello che erano».
Gli ebrei saranno sempre una nazione
dentro la nazione che li ospita; quando uno
stato accorda ad uno straniero la pienezza
del diritto lo fa in cambio della rinuncia ai
suoi legami con la sua antica patria; gli ebrei
invece non vogliono rinunciarvi e pretendono
di ottenere la pienezza del diritto comune
della società che li ospita. Per cui - uno stato
confessionale - concede agli israeliti solo un
diritto di eccezione o particolare, poiché gli
ebrei, volendo restar tali, si escludono da sé
dal diritto comune dello stato ospitante (come
gli zingari), il quale si vede costretto a ricorrere
ad una legislazione speciale, restrittiva
o eccezionale per governarli. La Chiesa e
le nazioni una volta cristiane, hanno regolato
la vita civile ed individuale degli ebrei con
leggi speciali che sono teologiche, ossia mirano
a difendere il cristiano dal contagio
dell’anticristianesimo talmudico, e per nulla
razziali, in senso biologico e materialistico.
La questione ebraica
Il Magistero ecclesiastico
La Chiesa non ha mai nascosto l’opposizione
tra Sinagoga e Gesù.
1°) Innocenzo IV (1244), Impia judeorum
perfidia: «I giudei, ingrati verso Gesù,
disprezzando la Legge mosaica e i Profeti,
seguono certe tradizioni dei loro antenati
che son chiamate Talmùd, il quale si allontana
enormemente dalla Bibbia ed è pieno di
bestemmie verso Dio, Cristo e la Vergine
Maria».
2°) Giovanni XXII (1320), Dudum felicis:
esprime lo stesso concetto.
3°) Paolo IV (1555), Cum nimis absurdum:
«I giudei sino a che persistono nei loro
errori, riconoscano che sono servi a causa di
essi, mentre i cristiani sono stati fatti liberi
da Gesù Cristo Nostro Signore».
4°) Pio IV (1566), Dudum felicis: esprime
lo stesso concetto.
5°) Pio V (1569), Hæbreorum: «Il popolo
ebreo, un tempo eletto da Dio, poi abbandonato
per la sua incredulità, meritò di essere
riprovato, perché ha con empietà respinto il
suo Redentore e lo ha ucciso con morte vergognosa.
La loro empietà è giunta ad un tal
livello che, per la nostra salvezza, occorre respingere
la forza di tanta malizia, la quale
con sortilegi, incantesimi, magia e malefici
induce agli inganni di Sàtana moltissime persone
incaute e semplici».
6°) Gregorio XIII (1581), Antiqua judeorum:
«I giudei, divenuti peggiori dei loro
padri, per nulla ammansiti, a nulla rinunziando
del loro passato deicidio, si accaniscono
anche adesso nelle sinagoghe contro
N. S. Gesù Cristo ed estremamente ostili ai
cristiani compiono orrendi crimini contro la
religione di Cristo».
7°) Clemente VIII (1593), Cœca et obturata:
esprime gli stessi concetti.
8°) Benedetto XIV (1751), A quo primum:
«Ogni traffico di merci utili è gestito
dai giudei, essi possiedono osterie, poderi,
villaggi, beni per cui, diventati padroni, non
solo fanno lavorare i cristiani senza posa,
esercitando un dominio crudele e disumano su
di essi. Inoltre dopo aver accumulato una
grande somma di denaro, con l’usura prosciugano
le ricchezze e i patrimoni dei cristiani».
9°) Pio IX (1874-1878), Discorsi del
sommo Pontefice Pio IX pronunciati in
Vaticano: Egli chiama gli ebrei «cani», divenuti
tali da «figli» che erano, «per la loro du-
6
rezza ed incredulità». Il Pontefice continua
definendoli «bovi», che «non conoscono
Dio» ed aggiunge «popolo duro e sleale, come
si vede anche nei suoi discendenti», che
«faceva continue promesse a Dio e non le
manteneva mai».
Inoltre papa Mastai stabilisce un parallelo
tra la Chiesa del suo tempo e quella delle origini,
asserendo: «le tempeste che l’assalgono
sono le stesse sofferte alle sue origini; allora
erano mosse dai pagani, dagli gnostici e dagli
ebrei, e gli ebrei vi sono ancora presentemente
». Quindi ricorre all’espressione di «Sinagoga
di Sàtana» per meglio identificarli.
10°) Pio XI (1937), Mit brennerder
Sorge: «Il Verbo doveva prender carne da
un popolo che lo avrebbe poi confitto in croce
».
Lo stesso Pio XI nella famosa “enciclica
nascosta” (HUMANI GENERIS UNITAS)
che non fu promulgata, data la morte del Papa
avvenuta il 10 febbraio 1939, scriveva: «la
vera natura della separazione sociale degli
ebrei dal resto dell’umanità, ha un carattere
religioso e non razziale. La questione ebraica,
non è una questione di razza, né di nazione,
ma di religione e, dopo la venuta di Cristo,
una questione di cristianesimo... Il popolo
ebreo ha messo a morte il suo Salvatore...
Constatiamo in questo popolo un’inimicizia
costante rispetto al cristianesimo. Ne risulta
San Bernardino
da Siena che
predica agli
ebrei (1470)
una tensione perpetua tra ebrei e cristiani mai
sopita. Il desiderio di vedere la conversione
di tale popolo non acceca la Chiesa sui pericoli
ai quali il contatto con gli ebrei può
esporre le anime. Fino a che persiste l’incredulità
del popolo ebraico la Chiesa deve prevenire
i pericoli che questa incredulità potrebbe
creare per la fede e i costumi dei fedeli».
La legislazione speciale della Chiesa e della
Cristianità
Tale insegnamento magisteriale divenne
legge per proteggere i cristiani da tanta
“perfidia” (in senso teologico). Vari sono i
temi su cui la Chiesa ha legiferato; riassumo
i principali:
a) Il matrimonio:
La Chiesa non ha mai pensato di proibire
il matrimonio tra gli israeliti, i primi che
lo hanno fatto son stati gli assolutisti e i rivoluzionari
anti-cristiani: per esempio, Luigi
XVI nel 1784 proibiva agli ebrei alsaziani di
contrarre matrimonio senza suo permesso.
Benito Mussolini nel 1938 dichiarava invalido
il matrimonio di un ebreo/a con un “ariano/
a”, anche se l’ebreo era di religione cattolica.
Mentre la Chiesa, pur sconsigliando il
“matrimonio misto”, ossia tra un battezzato e
un non battezzato, può concedere una dispensa
affinché esso sia canonicamente valido.
b) I servi cristiani di una famiglia ebrea:
la Chiesa non tollera che il cristiano faccia
da servo agli ebrei, poiché Cristo ha liberato
i suoi fedeli, mentre colui che ha rinnegato
Cristo è schiavo del peccato; soprattutto
per quanto riguarda la donna che può essere
corrotta più facilmente ed anche moralmente.
Innocenzo IV, Clemente IV, Paolo
IV, S. Pio V, Innocenzo XII, Benedetto
XIII, hanno stabilito in diverse costituzioni
tale proibizione.
c) La residenza e le professioni:
la Chiesa regolava severamente la residenza
degli ebrei, in quanto, nemici giurati
del cristianesimo, «hanno ucciso il Signore
Gesù ed i Profeti, ci hanno perseguitato, non
piacciono a Dio, sono nemici di tutti gli uomini,
impedendoci di predicare ai pagani per
la loro salvezza» (S. Paolo, 1ª Tess. II, 15-
16); in questi versetti è racchiusa in nuce tutta
la teologia cattolica sul problema ebraico:
l’israelita è deicida, non piace a Dio e quindi
non deve piacere neppure a noi cristiani, e
nel corso della storia impedisce - tramite
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eresie e persecuzioni - che si predichi il Vangelo
per la salvezza di tutti gli uomini.
Anche se erano costretti a vivere nei
ghetti, perché non nuocessero alla Cristianità,
gli ebrei godevano tuttavia di un diritto
di residenza (pur se limitato).
Occorre specificare che il ghetto è l’opera
della misericordia della Chiesa, la quale non
volendo che il popolo cristiano, angariato
dagli ebrei, arrivasse alla violenza ed ai pogrom
contro gli israeliti, lo istituì per il bene
degli uni e degli altri. Per circolare fuori dal
ghetto l’ebreo doveva indossare un distintivo
giallo, al fine di essere riconoscibile, per
non poter nuocere al cristiano e non per essere
disprezzato o vessato. Inoltre la Chiesa
proibiva loro il campo degli affari e lasciava
aperta la strada dell’agricoltura. Era loro
proibita la professione di insegnante (che
può trasmettere una scienza falsa agli studenti
e rovinare la loro fede).
Così al medico ebreo era proibito curare
il malato cristiano, per pericolo di avvelenamento,
come pure la professione di farmacista
verso i cristiani, per lo stesso motivo e a
causa della preparazione di pozioni magiche.
Similmente quella di magistrato, poiché
per il Talmùd il magistrato ebreo deve favorire
il correligionaro (anche se colpevole)
contro il cristiano (pure se innocente). Nonché
la carriera militare, che si fonda
sull’amor patrio, in quanto l’ebreo apòlide
non si considera francese o tedesco, ma sempre
ebreo.
I cristiani non possono odiare gli ebrei, e
la Chiesa ha condannato l’antisemitismo come
odio razziale (Pio XI, 25 marzo1928),
mentre ammette l’anti-giudaismo teologico
quale legittima difesa.
S. Tommaso insegna: «nessuna ostilità,
bensì misure difensive, libertà vigilata per gli
ebrei ma protezione per i cristiani» (3).
La vera carità verso gli ebrei - scriveva
monsignor Landucci - consiste nell’illuminarli
lealmente sul loro stato attuale di separazione
da Dio, inoltre contro il loro anti-cristianesimo
attivo può esser lecita la legittima difesa,
scevra da ogni odio di malevolenza (4).
Leone XIII, Pio XI e La Civiltà Cattolica
Dal 1878 al 1903, La Civiltà Cattolica, su
ordine di Leone XIII, studiò l’origine e la
causa dei mali che avevano portato alla
“breccia di Porta Pia”.
L’organo dei Gesuiti, riprendendo l’insegnamento
tradizionale della teologia cattolica
sulla pericolosità individuale e sociale
dell’ebraismo e sulla necessità di una legislazione
speciale per tenerlo a freno, notava
che dopo l’abrogazione delle leggi discriminatorie,
iniziatasi con la rivoluzione francese,
la sua pericolosità era passata all’azione
ed era diventata una minaccia vivente per
tutta l’Europa. La parificazione dei diritti
aveva portato alla preponderanza giudaica e
questa aveva suscitato reazioni antisemite.
Quindi proponeva la restaurazione di una
legislazione speciale che impedisse agli ebrei
di danneggiare (in atto) i cristiani, che li salvasse
dal totalitarismo talmudico e che nello
stesso tempo preservasse gli ebrei dai pogrom
antisemiti di stampo materialista e
biologicamente razzista.
La soluzione del problema ebraico consisteva
- per Leone XIII e La Civiltà Cattolica
- o nella conversione del falso Israele postbiblico
al cristianesimo o nella “segregazione
amichevole e non odiosa degli ebrei” nei
ghetti. Per il Papa le leggi di eccezione non
significavano persecuzione, ma legittima difesa
dei cristiani e nello stesso tempo protezione
degli ebrei dall’antisemitismo esagerato
e violento (5).
Cattolicesimo e “razza”
Attorno al 1880 la terminologia è ancora
imprecisa, si parla - da parte cattolica - di
popolo (moltitudine), stirpe (radice, tronco,
famiglia), nazione (da nascere), schiatta (impronta,
carattere, tempra) e razza (radice,
origine, principio, genere o natura), indifferentemente.
I padri Oreglia, Rondina e Ballerini de
La Civiltà Cattolica li utilizzano, a proposito
del giudaismo, per indicare il miscuglio di
Talmùd e Càbala che produce una cultura
nazionale ebraica anticristiana, ossia la famiglia,
unitamente alla cultura ebraica, producono
un legame nazionale giudaico che ritiene
la razza israelitica superiore e padrona del
mondo. L’ebraismo non è descritto - dal cattolicismo
- come un fatto razziale e biologico,
ma come una filosofia che produce una cultura
nazionale iper-razzista; pertanto l’ebraismo
è soprattutto razzismo. Ma verso il 1938,
sotto il pontificato di Pio XI, di fronte alle
leggi razziali fasciste, La Civiltà Cattolica, con
padre Messineo e Barbera, precisa i termini:
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l’ebraismo è una religione razzista, ma è preferibile
parlare di nazione ebraica piuttosto
che di razza, per distinguersi dal razzismo
biologico e materialista del nazionalsocialismo
e del fascismo. Per padre Messineo è di
nazione ebraica chi ha famiglia ebraica, è legato
alla comunità nazionale israelitica e alla
sua cultura razzista-talmudica.
Nazione ebraica è un concetto che include
cultura e civiltà talmudiche; le nazioni di
cultura e civiltà cristiane, possono lecitamente
difendersi contro il razzismo-talmudico
giudaico che lede la loro unità culturale civile
e religiosa, sia ab extrinseco sia ab intrinseco;
il quale razzismo come una nazione giudaico-
talmudica, dentro una nazione cristiana,
non solo non vuole integrarsi, ma pretende
di imporre il proprio dominio a tutte le altre,
corrompendo la loro civiltà, cultura e fede;
ed è perciò che l’ebraismo va discriminato,
con leggi speciali, le quali lo ìsolino - senza
usargli violenza - per impedire che corroda
le nazioni cristiane e le corrompa ed anche
per difenderlo, al tempo stesso, da reazioni
violente da parte dei non ebrei.
Pio XI stesso intervenne il 21 luglio 1938,
nel corso di un’udienza concessa a 150 assistenti
ecclesiastici di Azione cattolica dicendo:
«cattolico vuol dire universale, non razzistico,
iper-nazionalistico, separatistico; c’è
qualche cosa di particolarmente detestabile,
questo spirito di separatismo, di nazionalismo
esagerato, che appunto perché non cristiano,
non religioso, finisce col non essere
neppure umano» (6).
Il 28 luglio il Papa affrontò nuovamente
la questione, durante un discorso pronunciato
agli alunni del collegio Propaganda Fide:
«con l’universalità c’è l’essenza della Chiesa
cattolica; ma con questa universalità stanno
bene assieme, bene intese e al loro posto,
l’idea di razza, di stirpe, di nazione e di nazionalità...
Non occorre essere troppo esigenti:
come si dice genere si può dire razza, e
si deve dire che gli uomini sono innanzitutto
un solo e grande genere, una grande famiglia...
In tal modo il genere umano è una sola,
universale, cattolica razza. Né può tuttavia
negarsi che in questa razza universale
non vi sia luogo per le razze speciali... Ecco
cos’è per la Chiesa il vero, il proprio, il sano
razzismo. Tutti ad un modo: tutti oggetto dello
stesso materno affetto, tutti chiamati... ad
essere nel proprio paese, nelle particolari nazionalità
di ognuno, nella sua particolare
razza, i propagatori di questa idea così grande
e magnificamente materna, umana, anche
prima che cristiana» (7).
In breve, la Chiesa condanna il razzismo
materialista e denuncia il pericolo giudaico,
per riparare il quale occore una legislazione
di disuguaglianza civile, di restrizioni e precauzioni,
per difendere la cultura nazionale
e religiosa e l’ordine sociale cristiano.
Si noti che Pio XI ha ripreso il concetto
di razza ma lo ha spiritualizzato, non è solo
materia, “sangue e suolo”, biologia, ma è genus-
gens- stirpis o nazione, come aveva già
accennato padre Messineo dalla Civiltà Cattolica.
Tuttavia, il concetto di “sola razza” fu
lasciato cadere e gli si preferì quello di nazione;
ed ogni volta che si fosse usato si sarebbe
dovuto specificare che non era inteso
materialisticamente e biologicamente, bensì
spiritualmente come un insieme di civiltà,
cultura e religione che formano - assieme -
una nazione.
Le cause dell’antisemitismo
Uno studioso israelita, morto nel 1903,
Bernard Lazare, scriveva: «Ovunque gli ebrei
si sono stabiliti, si è sviluppato l’antisemitismo,
o meglio ancora, l’antigiudaismo, poiché
9
antisemitismo è una parola poco esatta... Il
popolo ebreo è stato odiato da tutti i popoli
tra i quali si è stabilito... Gli ebrei, almeno in
parte, causarono i loro mali, poiché l’ebreo è
inassimilabile» (8). Secondo il Lazare le cause
generali dell’antisemitismo risiedono nel giudaismo
e non nei popoli che l’hanno combattuto;
poiché se i popoli vinti finivano per sottomettersi
ai vincitori, pur mantenendo -
eventualmente - la propria fede, al contrario
gli ebrei non vollero mai assoggettarsi ai costumi
dei popoli tra i quali erano chiamati a
vivere. Essi vollero dappertutto restare ebrei,
come popolo, religione e stato, fondando così
uno stato nello stato, nel quale non entravano
come cittadini ma come privilegiati o non-assimilati
diventando padroni dei loro padroni.
Inoltre il protestantesimo, la rivoluzione
francese, il liberalismo hanno affrancato gli
ebrei, li hanno emancipati ed hanno permesso
loro di diventare i padroni delle nazioni
cristiane, facendo scoppiare violentemente il
problema ebraico.
Per cui è falso asserire che la Chiesa è la
diretta responsabile del razzismo antisemita,
al contrario essa ha protetto gli ebrei e i cristiani
ed ha cercato di impedire che la tensione
teologica tra loro diventasse reazione
violenta; mentre il mondo moderno, secolarizzato
e laicizzato, avendo lasciato che gli
ebrei emancipati opprimessero i popoli cristiani,
ha causato la reazione violenta di
questi ultimi.
Dall’antigiudaismo all’antisemitismo
L’antigiudaismo è la reazione teologica
della Chiesa all’aggressione del talmudismo
ebraico, che già nei primi tre secoli dell’èra
cristiana cercò di soffocarla nel sangue e nei
secoli post-costantiniani di distruggerla con
le eresie.
Con la secolarizzazione e la laicizzazione
del mondo moderno (a partire dall’umanesimo
e rinascimento) si assiste ad un passaggio
dall’antigiudaismo teologico (che condannava
l’odio e la violenza gratuita contro
gli ebrei, ad eccezione della legittima difesa;
ma che d’altra parte raccomandava la prudenza
per evitare il contagio del giudaismo)
all’antisemitismo razziale, proprio di Lutero
o Voltaire, il quale «in quanto implica odio
e fomenta la violenza - scrive monsignor
Antonino Romeo - è contrario alla morale
cristiana. Tuttavia, non è antisemitismo par-
Cartolina di propaganda antisemita
diffusa in Italia dai nazisti
lare dei pericoli del giudaismo... la giustizia
e la carità non escludono una prudente e moderata
difesa... solo su queste basi, escludendo
ogni odio personale, è lecito un antigiudaismo
nel campo delle idee, volto alla vigile
tutela del patrimonio sociale, religioso e morale
della Cristianità» (9).
La Civiltà Cattolica scriveva: «Se non si
rimettono gli ebrei al loro posto, con leggi
umane e cristiane sì, ma d’eccezione, che
tolgano loro l’uguaglianza civile cui non
hanno diritto... non si farà nulla o ben poco,
data la loro natura di stranieri in ogni Paese...
e dato il dogma fondamentale della loro
religione, che li sprona ad impadronirsi, con
qualsiasi mezzo del bene di tutti i popoli; dato
che l’esperienza dimostra che la parità dei
diritti coi cristiani ha per effetto o la soppressione
di questi o l’eccidio degli ebrei da parte
dei cristiani, ne segue che il solo modo di accordare
il soggiorno degli ebrei col diritto dei
cristiani è quello di regolarlo con leggi speciali,
che al tempo stesso impediscano agli
ebrei di offendere il bene dei cristiani, ed ai
cristiani quello degli ebrei» (10).
2ª PARTE: IL FASCISMO E LE LEGGI
RAZZIALI
Gli ebrei in Italia
Il più antico nucleo di ebrei è quello di
Roma, «essi vi si stabilirono nel II secolo
a.C. senza lasciarla mai più.
A questo gruppo di ebrei d’Italia si aggiunsero
gli ebrei provenienti dalla Spagna
(1492) o Sefarditi, e quello originario
dell’Europa centro-orientale o Ashkenaziti
10
(XIX sec. circa). Quindi vi sono tre riti diversi:
italiano, sefardita e ashkenazita» (11).
A Roma, nel 70 d.C. gli ebrei erano circa
«40 mila su un totale di 800 mila persone. Nel
medioevo il numero era diminuito... a 15 mila
ebrei nella penisola. Tra la fine del Duecento
e l’inizio del Trecento il loro numero era salito
a 50 mila su un totale di 11 milioni di Italiani.
Alla fine del XV sec., in seguito
all’espulsione dalla Spagna (1492) 120 mila
ebrei erano concentrati soprattutto nell’Italia
meridionale ed insulare». Espulsi anche dal
Sud «si fermarono in massa a Roma e
nell’Italia centro-settentrionale, lasciando
completamente privi di ebrei il sud e le isole...
il 31 dicembre 1938 erano 45.270» (12).
Oggi in Italia vivono 35 mila ebrei, rispetto
a 60 milioni d’Italiani. I «simpatizzanti
non sono considerati ebrei: anche se volessero
entrare nella Comunità convertendosi,
il cammino non sarebbe facile perché
l’ebraismo non fa proselitismo, anzi scoraggia
le conversioni rendendole lunghe e difficili
» (13). Ebrei si nasce, non si diventa.
«Oggi secondo la legge ebraica, è da considerarsi
ebreo chiunque sia nato da madre
ebrea... l’ebraismo non è solo una religione,
ma soprattutto una... vita, l’ebreo... è il componente
di un popolo unico» (14).
Le grandi Comunità italiane si trovano a
Roma che conta 15 mila ebrei ed a Milano
con 10 mila, mentre le altre Comunità sono di
media grandezza con 1000-500 iscritti (Torino,
Firenze, Livorno, Trieste, Venezia e Genova),
infine vi sono quelle di piccola entità con qualche
centinaio o poche decine di iscritti (Ancona,
Bologna, Napoli, Padova, Verona, Mantova,
Ferrara, Modena, Pisa, Parma, Merano,
Vercelli, Casale Monferrato).
Gli ebrei italiani al nascere del fascismo
Nel 1922 la Comunità Ebraica Italiana era
perfettamente integrata nella società italiana.
A partire dal Risorgimento gli ebrei erano
stati emancipati ed assimilati pienamente ed
avevano preso parte attiva all’unificazione
dell’Italia. Vittorio Emanuele III aveva detto
a Herzl in visita a Roma nel 1904: «per noi gli
ebrei sono italiani in tutto e per tutto» (15).
Vigeva soltanto l’antigiudaismo teologico
in chiave anti-risorgimentale sostenuto
dalla S. Sede attraverso La Civiltà Cattolica
che vedeva nel giudaismo e nella massoneria
(manovrata dal primo) gli artefici del Risor-
Manifesto che spiega l’applicazione delle leggi razziali,
pubblicato da “La difesa della razza” nel 1938
gimento della Roma dei Cesari contro quella
di Pietro.
Mussolini non aveva una linea ben precisa
sul problema ebraico; sin dall’inizio, anzi
- come spiega De Felice - fu abbastanza ondivago
secondo le circostanze.
Nel clima interventista e nazionalista
(1914-1919) ante-marcia, aveva fatto suoi alcuni
slogan antisionisti, sull’alta finanza
ebraica, sul giudeo-bolscevismo. In un articolo
(Il popolo d’Italia del 4 giugno 1919)
sosteneva che bolscevismo e alta finanza
erano diretti dagli ebrei; mentre l’anno dopo,
sempre sullo stesso giornale (19 ottobre
1920) scriveva che il bolscevismo non poteva
essere considerato un fenomeno ebraico e
così concludeva: «L’Italia non conosce l’antisemitismo
e crediamo che non lo conoscerà
mai...», ma appena diciotto anni dopo
emanava le leggi razziali antisemite.
Da parte loro molti tra gli ebrei italiani si
erano staccati dall’ortodossia giudaica e si
erano laicizzati ed assimilati alla vita italiana.
Allorché «si formò il fascismo anche gli
ebrei... non ebbero delle prevenzioni particolari
che impedissero loro di aderirvi... [circa
300 ebrei parteciparono alla “marcia su
11
Roma”] inoltre le rassicurazioni di Mussolini
nel 1923 ad Angelo Sacerdoti, il rabbino
capo di Roma, dissiparono gradualmente la
diffidenza ... tanto è vero che in più occasioni
i dirigenti dell’ebraismo italiano finirono
per allinearsi sulle posizioni del governo [fascista]...
e per accettare l’avvento di Mussolini
al potere» (16).
Quando nel 1929 Mussolini stipulò il
concordato con la Chiesa, dichiarò che gli
ebrei non avevano nulla da temere: gli accordi
con la Chiesa non comportavano che
gli altri culti, sino allora tollerati in base allo
Statuto Albertino, fossero ignorati; anzi il
fascismo parlava di culti ammessi ed il «30
ottobre 1930 il Regio Decreto Legge dava
alle Comunità Israelitiche Italiane un assetto
giuridico, regolando l’organizzazione interna
e i rapporti con lo stato» (17). Tale legge
del 1930 è rimasta in vigore sino al 1989,
anno in cui è stata sostituita dalla “nuova Intesa
con lo stato”, firmata da Bettino Craxi.
Il razzismo e l’Italia fascista negli anni Trenta
Quando Hitler salì al potere nel 1933,
Mussolini continuò la sua “linea ondivaga”
nei confronti del giudaismo italiano.
Da una parte condannava il razzismo
germanico, pubblicamente, con dichiarazione
amichevoli verso gli ebrei e aiutava gli
ebrei tedeschi perseguitati, dall’altra criticava
il sionismo-italiano (non quello estero),
poiché non poteva tollerare che un italiano
aspirasse a due patrie, Israele e l’Italia.
Mentre nei confronti dell’“Organizzazione
Sionista Internazionale” era ben disposto in
quanto ravvisava nella sua ala destra (il revisionismo
antibritannico di Jabotinsky) un
mezzo per inserire l’Italia nel Mediterraneo
orientale e creare difficoltà alle posizioni
della Gran Bretagna.
Quando nel 1935 l’Italia attaccò l’Etiopia
molti ebrei furono volontari; «nell’esercito
fu istituito un rabbinato militare... La
proclamazione dell’Impero nel maggio del
1936 fu... esaltata anche dalla stampa ebraica
che mise in rilievo come la conquista
dell’Etiopia avesse comportato il passaggio
dei falascià... sotto l’ègida dell’Unione delle
Comunità Israelitiche Italiane» (18).
Il 2 novembre 1935, la Società delle Nazioni
approvò le sanzioni contro l’Italia;
Mussolini, preoccupato dall’isolamento in
cui era venuto a trovarsi, inviò vari esponen-
Il rabbino Angelo Sacerdoti riceve il Re Vittorio Emanuele
III al tempio di Roma per l'inaugurazione della lapide
in memoria degli ebrei romani caduti in guerra
ti dell’ebraismo italiano in Inghilterra per
far togliere le sanzioni all’Italia, ma senza
esito; quindi, il duce cominciò a spostarsi
verso la Germania, pur con molte titubanze,
e il mondo arabo.
Nel 1936 scoppiò la guerra civile spagnola;
Mussolini appoggiò Franco - assieme ad
Hitler - contro i rossi, mentre la Francia sostenne
i rossi; e l’Inghilterra, pur parteggiando
contro Franco, non entrò apertamente in
lizza. Tale evento rese impossibile ogni riavvicinamento
dell’Italia - che pur era desiderato
da Mussolini - all’Inghilterra e Francia
e la spingeva ineluttabilmente, anche se controvoglia,
nelle braccia di Hitler. Si può
tranquillamente affermare che Mussolini
firmò la sua condanna a morte nel 1936, entrando
nel conflitto civile iberico a fianco di
Franco; infatti, la Francia e l’Inghilterra che
avevano mal tollerato l’invasione dell’Etiopia,
non perdonarono a Mussolini di voler
12
farsi spazio anche in Europa, inserendosi
nella guerra civile spagnola.
Il trattato di Versailles, che aveva incatenato
la Germania sconfitta e umiliato l’Italia
che pur aveva vinto la prima guerra mondiale,
non riconosceva, praticamente, ad essa il
suo ruolo internazionale; sino a che Mussolini
fosse rimasto entro i confini italiani gli si
permetteva l’esperienza fascista, ma qualora
ne fosse uscito non si ammetteva libertà ed
esistenza per la dittatura, alla faccia della democrazia
anglo-francese (americana).
Nel 1936 si formò l’asse Roma-Berlino
che può essere considerato come un parto
provocato democraticamente. Gli elementi
oltranzisti del Regime (Farinacci, Preziosi,
Interlandi, Bottai) erano filo-tedeschi ed antisemiti,
cominciò quindi a diffondersi l’antisemitismo
italiano, soprattutto grazie a tre
intellettuali:
Julius Evola (nella rivista Regime
fascista, diretta da Roberto Farinacci), propugnava
un “razzismo spirituale” che tenesse
conto non solo del corpo e del sangue, ma
anche dello spirito ebraico per poterlo combattere.
Ciò non impedì a Evola, che nel
1945 era rientrato dall’Austria in Italia senza
subire condanne, di rilasciare nel 1967,
durante “la guerra dei sei giorni”, un’intervista
(vedi appendice) in cui si schierava con
lo stato d’Israele.
Telesio Interlandi (nel foglio La difesa
della razza, e ne Il Tevere, aiutato dal suo
“segretario di redazione” Giorgio Almirante,
che nel 1945 fu salvato da una famiglia
ebrea piemontese) auspicava che si facesse
una legislazione razziale specificamente per
gli ebrei e, assieme ad Almirante, polemizzava
con Evola, difendendo il puro razzismo
biologico e materialista tedesco; dopo il
1945 Interlandi cambiò campo e passò con il
nuovo vincitore (19).
Giovanni Preziosi (nel periodico La vita
italiana) sosteneva che la razza è la legge
dell’ebreo e per colpire quest’ultimo occorreva
colpire la razza ebraica. Egli fu, dal suo
punto di vista, il più coerente e nel 1945 preferì
suicidarsi senza chiedere aiuto alla razza
che aveva offeso.
Mussolini cercava di divincolarsi e liberarsi
da questa morsa che si faceva sempre
più stretta; se da una parte non poteva inimicarsi
la Germania (l’unico Paese disposto
ad accettarlo come alleato) non voleva neppure
rompere totalmente con la Francia e
Due copertine
della rivista
“La difesa
della razza”
del 1938
l’Iinghilterra, poiché diffidava di Hitler; ma
si faceva illusioni; il suo destino oramai era
segnato; l’America, l’Inghilterra e la Francia
volevano accorparlo alla Germania per distruggerlo
assieme ad essa. Per cui dovette
imboccare, pian piano, la strada dell’antisemitismo,
per necessità di circostanze più che
per convinzione: da una parte si sforzò di
convincere gli italiani che il fascismo era stato
sempre antisemita e razzista, dall’altra rivendicava
una certa originalità italiana rispetto
alla Germania poiché il fascismo - come
soleva dire in quei frangenti - vuole “discriminare,
non perseguitare”. Gli avvenimenti
però lo travolsero.
Le leggi razziali in Italia
Nel gennaio 1938 iniziò in Italia una violenta
campagna razzista ed antisemita, per
mezzo della radio e della stampa.
Il primo atto ufficiale del regime contro
gli ebrei in Italia fu Il manifesto degli scienziati
razzisti, redatto da un gruppo di docenti
universitari sotto l’ègida del Ministero della
Cultura Popolare e pubblicato il 14 luglio
1938 su Il Giornale d’Italia; esso voleva essere
la piattaforma dottrinale o ideologicoscientifica
dell’antisemitismo razzista.
Seguirono talune “applicazioni pratiche”
della “dottrina razzista”:
a) la proibizione agli scienziati ebrei di
partecipare ai convegni internazionali (“provvedimento
restrittivo” del giugno 1938);
b) la proibizione agli ebrei stranieri di stabilire
dimora in Italia e la revoca della cittadinanza
italiana ottenuta dopo il 1° gennaio
1919 (“decreto legge” del 1° settembre 1938);
c) gli insegnanti e gli allievi ebrei furono
espulsi da ogni scuola pubblica che non poteva
adottare libri scritti da autori ebrei
(“decreto legge” del 5 settembre 1938);
d) la “Carta della razza”, approvata il 7 ottobre
1938 dal Gran Consiglio del fascismo
(che conteneva i fondamenti di tutta la legislazione
successiva); vietava i matrimoni misti
di italiani con non-ariani; considerava di razza
ebraica colui che nasceva da genitori entrambi
ebrei o colui che essendo nato da un matrimonio
misto, professava la religione ebraica;
vietava ai cittadini di razza ebraica di essere
iscritti al PNF, di essere titolari di aziende con
cento o più impiegati, di essere proprietari di
oltre cinquanta èttari di terra, ed infine di prestare
servizio militare in pace e in guerra.
13
Mussolini, «in vista dei provvedimenti
per la difesa della razza, prese contatti con il
re ed il Papa. Da parte di Vittorio Emanuele
III non ci fu un’opposizione sostanziale, tanto
che la legislazione antiebraica portò la
sua firma; mentre più complessi furono i
rapporti con la S. Sede.
Pio XI aveva condannato il razzismo tedesco...
in linea di principio la Chiesa accettava
una legislazione discriminatoria nei
confronti degli ebrei... La costante preoccupazione
di Pio XI fu quella di ottenere dal
governo la modifica degli articoli che potevano
ledere le prerogative della Chiesa sul
piano giuridico-concordatario in specie per
quanto riguardava gli ebrei convertiti. La
Chiesa ottenne la soppressione dell’art. 2
del progetto di legge che definiva “concubinato”
il matrimonio di un ebreo anche convertito
con un ariano. Il Pontefice mostrò di
fatto che il razzismo italiano era anticristiano
e materialista in misura minore rispetto a
quello tedesco» (20).
Renzo De Felice spiega ancor meglio e
più obiettivamente, che fu molto difficile superare
lo scoglio di Pio XI; lo storico reatino
si fonda sugli studi, fondamentali tra tutti,
del padre gesuita Angelo Martini, apparsi a
puntate sulla Civiltà Cattolica nel 1959 e rifusi
in un libro (21); tali articoli «furono condotti
con minuzia di ricercatore e sulla base dei
documenti dell’Archivio vaticano»; essi «offrono
una pressoché completa storia - sovente
minutissima - dell’atteggiamento del Vaticano
verso la politica fascista della razza dalla
metà del 1938 alla morte di Pio XI» (22).
Con la Mit brennender Sorge (1937) la
Chiesa aveva condannato - spiega De Felice
- il razzismo nazista; inoltre, La Civiltà Cattolica
del 6 agosto 1938, intenzionata a separare
il destino dell’Italia da quello di Hitler,
commentando il manifesto degli “scienziati”,
scrisse: «Chi ha presente le tesi del razzismo
tedesco, rivelerà la notevole differenza
di quelle proposte da queste del gruppo di
studiosi fascisti italiani. Questo confermerebbe
che il fascismo italiano non vuol
confondersi col nazismo o razzismo tedesco
intrinsecamente ed esplicitamente materialistico
e anticristiano» (23).
Pio XI nel radiomessaggio del Natale del
1938 aveva definito la svastica o croce uncinata:
«croce nemica della Croce di Cristo»,
insistendo in tale definizione - spiega Giovanni
Miccoli - anche quando gli fu fatto os-
servare che si trattava pur sempre di un simbolo
di uno Stato con cui la S. Sede intratteneva
relazioni diplomatiche (24).
Ciò che preoccupava di più i cattolici era
il fatto che la politica fascista non attaccava
l’ebraismo come religione ma come razza ed
anche gli ebrei convertiti al cattolicesimo.
Come abbiamo detto la S. Sede riuscì ad ottenere
la soppressione dell’articolo 2 del progetto,
che equiparava a “concubinato” il matrimonio
religioso tra un ariano/a ed un
ebreo/a convertito/a, «non riuscì però ad ottenere
che l’art. 7... riconoscesse i matrimoni
contratti dagli ebrei convertiti al cattolicesimo.
Invano Pio XI dichiarò che in questo
modo si violava il Concordato, invano scrisse
personalmente a Mussolini (4 novembre) ed
al re (5 novembre). Mussolini non gli rispose
neppure e, anzi, fece sapere - scrive de Felice
- di “aver l’impressione che il Vaticano tiri
troppo la corda” e di essere disposto, se il
Papa insisteva, ad ingaggiare una lotta a fondo
contro la Chiesa; quanto a Vittorio Emanuele
si limitò a rispondere di aver trasmessa
la lettera ricevuta al duce (7 novembre).
La S. Sede, non approvava il razzismo
materialistico, «ma, al tempo stesso, non era
contraria ad una moderata azione antisemita,
estrinsecantesi sul piano delle minorazioni
civili» (25).
Renato Moro, professore di Storia contemporanea
all’Università di Roma Tre,
scrive che «La Civiltà Cattolica (17 marzo e
7 aprile 1934), rifiutò qualsiasi difesa della
razza... se i metodi usati erano contrari alla
legge naturale e divina e condannò severamente
l’idea che la “razza ariana” potesse
essere il “bene supremo” della società» (26).
Riccardo Calimani, riassume l’argomento
(non proprio spassionatamente) nel suo
libro Stella gialla. Ebrei e pregiudizio, Rusconi,
Milano, 1993, cap. XIV Le leggi razziali
in Italia, pagg. 161-178.
e) le dichiarazioni programmatiche del
Gran Consiglio del fascismo furono tradotte
in leggi dello stato italiano il 17 novembre
1938. Esse proibivano agli ebrei di pubblicare
libri, tener conferenze, accedere agli uffici
pubblici, esercitare il commercio ambulante,
essere portieri in case ariane. Fu introdotta
la figura dell’«arianizzato» per la quale il Ministero
degli Interni poteva dichiarare di razza
ariana anche chi fosse ebreo; tale disposizione
andava contro ogni logica razzista e favorì
la concussione e la corruzione (27).
14
La Francia di Pétain e gli statuti degli ebrei
Il primo Statuto degli ebrei francesi fu
promulgato a Vichy - durante l’occupazione
tedesca - il 3 ottobre 1940; il secondo (che
rimpiazzava il primo) il 2 giugno 1941. Il 7
agosto 1941 il Maresciallo Philippe Pétain
scrisse, con prudenza e buon senso, all’Ambasciata
di Francia presso la S. Sede per sapere
se la nuova legislazione sugli ebrei fosse o
no in accordo con la dottrina cattolica romana
(cosa che non fecero - imprudentemente e
senza buon senso - Hitler e Mussolini). La risposta
dell’ambasciatore francese presso la S.
Sede, Léon Bérard, arrivò al maresciallo il 2
settembre 1941; in essa si legge: «Vi è opposizione
tra la dottrina della Chiesa, che è universale
per definizione e professa l’unità del
genere umano e le teorie “razziste”... ma mai
la S. Sede mi aveva informato di una sua disapprovazione
o una critica delle leggi francesi
sugli ebrei di cui Lei mi parla... Tuttavia la
condanna del razzismo non significa che la
Chiesa disapprovi ogni misura presa da tale o
tal altro Stato contro ciò che si chiama comunemente
la razza ebraica... Per la Chiesa un
ebreo battezzato cessa di essere ebreo e fa
parte del gregge di Cristo. Ma non bisogna
concludere che per la Chiesa la fede è l’unica
cosa che distingua Israele dalle altre nazioni...
Essa riconosce che vi sono caratteristiche e
particolarità etniche della comunità israelitica...
La storia della Chiesa ci insegna che Es-
Il Maresciallo di Francia Pétain
(qui assieme a Pierre Laval)
sa ha spesso salvato gli ebrei dalla violenza
dei loro persecutori e nello stesso tempo Essa
li ha relegati nei ghetti.
S. Tommaso d’Aquino nella Somma
Teologica, questione 10 della IIa-IIae, articoli
9-12 insegna che: bisogna essere tolleranti
verso gli ebrei quanto all’esercizio della
loro religione, che non siano battezzati
con la forza, ma S. Tommaso raccomanda
anche di prendere delle misure di difesa prudenziali
nei loro riguardi, di modo che si limiti
la loro azione e la loro influenza nella
società. Infatti sarebbe irragionevole, in uno
stato cristiano, lasciarli governare e sottomettere
così i cattolici a sé. Donde risulta
che è legittimo proibire loro l’accesso alle
funzioni pubbliche, ammetterne solo un numero
chiuso nelle università e nelle professioni
liberali. (...) Tuttavia la legislazione
francese del 2 giugno 1941 parla di razza
ebraica, inoltre se un ebreo prova che ha
aderito prima del 25 giugno 1940 alla religione
cattolica o cristiana riformata, “non è
più visto” come ebreo, purché non abbia più
di due nonni di razza ebraica. Quindi un
ebreo convertito e battezzato, resta ebreo se
ha almeno tre nonni di razza ebraica, là c’è
contraddizione tra legislazione francese e la
dottrina della Chiesa. Questo è l’unico punto
in cui la legge francese si trova in disaccordo
con l’insegnamento della Chiesa romana (28).
(...) Inoltre il Vaticano ci raccomanda di non
aggiungere nulla alla nostra legislazione che
riguardi il matrimonio (come invece è stato
fatto in Italia)... e che nell’applicazione della
legge sia salvaguardato il comandamento
della giustizia e della carità...» (29).
Gli ebrei italiani sotto il governo Badoglio
Il nuovo governo, dopo il 25 luglio del
1943, «lasciò in vita la Direzione generale
della demografia e della razza del Ministero
dell’Interno e mantenne in vigore la legislazione
razziale fascista... Nell’estate del 1943
l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane
ebbe diversi contatti con il governo Badoglio,
senza ottenere il benché minimo impegno
per l’abrogazione delle leggi antiebraiche,
né tantomeno un’attenuazione delle
leggi fasciste che impedivano ancora....
l’accesso alle scuole... ai giovani ebrei o prevedevano
l’esproprio dei beni di loro possesso.
In risposta Badoglio comunicò agli esponenti
dell’ebraismo italiano che “non poten-
15
do per ora procedere radicalmente all’abolizione
delle leggi, queste sarebbero rimaste
inoperanti”; tuttavia le leggi razziali restarono
in vigore» (30). Occorre spiegare che i tedeschi
si trovavano ancora in Italia, vi restarono
per circa due anni, e Badoglio (al contrario
di Pétain) non era un “cuor di leone”.
Conclusione
La Chiesa è sempre stata odiata dal giudaismo
talmudico, sin dai tempi di Gesù e degli
Apostoli, quindi ha dovuto prendere misure
di legittima difesa contro di esso. Queste
misure furono il “Magistero” che spiegava
l’opposizione dottrinale e teologica tra il vero
e il falso Israele ed una “legislazione speciale”
che diminuisse e restringesse il potere ebraico
e nello stesso tempo salvaguardasse gli
israeliti dalla collera popolare, risalente già
alla paganità (31). Legislazione questa ispirata
dalla giustizia (dare a ciascuno il suo o ciò
che si merita: la limitazione per impedire
l’espansione, la preponderanza o l’invadenza;
e la protezione per garantire il diritto all’esistenza)
ma anche dalla carità soprannaturale
(amore di Dio e del prossimo amato, propter
Deum, in quanto creatura di Dio e non in sé
o perché simpatico naturalmente).
Nell’èra moderna, con il protestantesimo
e la rivoluzione francese, si arrivò all’affrancamento,
all’assimilazione, all’equiparazione
degli ebrei che quindi assunsero una preponderanza
nelle nazioni di tradizione cristiana
che li ospitavano, scatenando così la reazione
violenta del popolo angariato o l’antisemitismo
razziale che trova in Lutero, Voltaire,
Hitler i massimi rappresentanti. Costoro non
sono frutti della dottrina cattolica ma della
modernità secolarizzata, laicizzata e materialista
la quale ha prodotto il passaggio dall’antigiudaismo
teologico (giusto e caritatevole)
all’antisemitismo razziale o “razzismo ariano”
(che essendo laicizzato è privo di giustizia,
in quanto non ha la fede soprannaturale e
travalica spesso il diritto per diventare ingiustizia.
Inoltre poiché non ha la carità soprannaturale,
non ama e perseguita diventando
odioso e crudele; la Chiesa invece è irremovibile
nei princìpi perché crede, ma è misericordiosa
nella pratica perché ama, cose che la
modernità non è capace di fare avendo rinnegato
l’ordine soprannaturale).
Il razzismo “ariano” del fascismo, qualificato
da Pio XI come “statolatria pagana”, vol-
le legiferare sui sacramenti, ossia in spiritualibus,
materia che appartiene solo alla Chiesa,
poiché per il paganesimo lo stato è una divinità
immanente, Cesare è divino e quindi il
duce è anche Papa; così Mussolini volle mettersi
al posto della Chiesa e del Papa, e pur
professandosi laico volle pontificare in materia
sacramentaria: contraddizione nei termini.
Al contrario nella Francia (occupata)
Pétain, prima di mettere in pratica la legislazione
sugli ebrei, chiese al Pontefice se essa
era conforme alla dottrina della Chiesa; non
si mise a fare il “papa” come aveva fatto il
duce, ma con buon senso domandò lumi al
Pastore universale, al Vicario di Cristo.
Quanto agli ideologi del razzismo italiano:
Julius Evola era uno stregone gnostico
diabolicamente anticristiano, Giovanni Preziosi
un prete modernista spretato e Telesio
Interlandi un opportunista, pressappochista,
pasticcione e voltagabbana. Tutti e tre erano
a-cristiani o persino anti-cristiani.
In Germania il razzismo biologico aveva
il suo paladino in Alfred Rosenberg, l’autore
de Il mito del XX secolo, messo all’Indice
dei libri proibiti (1934) per il suo anticristianesimo
virulento.
Quindi razzismo nazifascista e antigiudaismo
cattolico sono due concezioni opposte
diametralmente, che non hanno nulla in
comune.
La causa della reazione antiebraica -
scrive Bernard Lazare - è l’esclusivismo giudaico
o il super-razzismo giudaico che non
vuole farsi assimilare dai popoli ospitanti,
ma vuol essere ospite pur restando straniero,
ossia vuole tutti i vantaggi senza alcun inconveniente,
formando così uno stato nello
stato, per schiacciare l’ospitante (come è
successo in Palestina dal 1948 ad oggi).
Leone XIII, di fronte al Risorgimento
del paganesimo ghibellino, volle scoprire la
causa di tanto male e - valendosi della preziosa
collaborazione de La Civiltà Cattolica -
la trovò nella setta massonica diretta dal
giudaismo-talmudico, che come aveva ucciso
i Profeti, Gesù e gli Apostoli, così voleva
sterminare la Chiesa di Roma, che è “Gesù
continuato nella storia”.
Egli indicò il rimedio al flagello della
preponderanza giudaica nel ritorno allo spirito
cristiano, alla sua dottrina e quindi alla
sua prassi (leggi restrittive) che può produrre
frutti solo se è vissuta, ossia se è l’espressione
convinta della fede soprannaturale e
16
non se è usata quale instrumentum regni, come
volevano i movimenti autoritari del XX
secolo da Maurras a Mussolini, i quali hanno
prodotto solo “triboli e spine”.
Pio XI, di fronte al totalitarismo comunista
(Stalin ha perseguitato migliaia di ebrei:
è un fatto, ma quasi nessuno lo dice) e nazifascista
ha condannato il razzismo materialista
e quindi anticristiano, ma ha continuato
a mettere in guardia i cristiani dal pericolo
dogmatico, morale e sociale del giudaismo;
non è stato ascoltato dall’assolutismo neopagano
che ha provocato la rovina sua e di svariati
ebrei.
Il giudizio sulle leggi razziali italiane è
negativo, poiché esse furono materialiste, pasticciate
e improntate con opportunismo di
circostanze (anche se sfavorevoli). Furono
applicate malamente, per eccesso e per difetto,
erano fuori luogo in quanto prodotte da
un movimento che inverava il Risorgimento
laicista e che promulgandole si metteva in
opposizione proprio con lo spirito risorgimentale,
filo ebraico, massonico e liberale.
In breve, fuori di Gesù e della sua Chiesa
non vi è la pienezza della verità ma l’errore
per eccesso (razzismo materialista) o per difetto
(filantropismo filoebraico che non vuol
vedere i pericoli che il giudaismo rappresenta);
mentre la dottrina cattolica si erge in
medio et cùlmen come una vetta tra due burroni,
ed insegna a non odiare crudelmente
ma nello stesso tempo a prendere tutte le
precauzioni per non essere sopraffatti; “semplici
come colombe, ma prudenti come serpenti”
, insegna il Vangelo.
Note
1) S. TOMMASO, Super epistulam ad Galatas lectura, lectio
VII, n° 249, 271-272, Marietti, Torino, 1953, pag. 620 ss.
2) U. BENIGNI, Storia sociale della Chiesa, Milano,
Vallardi, 1922, vol. III, pag. 24.
3) Cfr. G. DAHAN, La disputa antigiudaica nel medioevo
cristiano, ECIG, Genova, 1993.
4) P.C. LANDUCCI, La vera carità verso il popolo
ebreo, in «Renovatio», n° 3, 1982.
5) R. TARADEL - B. RAGGI, La segregazione amichevole.
«La Civiltà Cattolica» e la questione ebraica, 1850-
1945, Editori Riuniti, Roma, 2000, pagg. 124-155, passim.
6) Civiltà Cattolica, 1938, vol. III, pag. 271.
7) Osservatore Romano, 29 luglio 1938.
8) B. LAZARE, L’antisemitisme son histore et ses
causes, Documents et témoignages, Vienne, 1969, pagg.
11; 13-14; 17. Trad. it. “Centro Librario Sodalitium”,
Verrua Savoia (TO), 2000.
9) ENCICLOPEDIA CATTOLICA, Città del Vaticano,
1949, vol I, col. 1502.
10) Civiltà Cattolica, 1890, serie XIV, vol. 8.
11) A. SACERDOTI, Ebrei italiani. Chi sono, quanti
sono, come vivono, Marsilio, Venezia, 1997, pag. 17.
12) Ivi.
13) Ibidem, pag. 11.
14) Ivi.
15) M. MICHAELIS, Mussolini e la questione ebraica,
Milano, 1982, pag. 25.
Cfr. anche:
U. CAFFAZ, L’antisemitismo italiano sotto il fascismo,
Firenze, 1975.
G. DI SEGNI, Ebraismo e libertà religiosa in Italia,
Torino, 1983.
U. NAHON, Per non morire. Enzo Sereni, vita, scritti,
testimonianze, Milano, 1973.
16) F. TAGLIACOZZO - B. MIGLIAU, Gli ebrei nella
storia e nella società contemporanea, La Nuova Italia,
Scandicci (Firenze), 1993, pagg. 210-211.
17) Ibidem, pagg. 216-217.
18) Ibidem, pag. 225.
19) Sulla discussa figura di Interlandi cfr.
G. MUGHINI, A via della Mercede c’era un razzista,
Rizzoli, Milano, 1991.
F. GERMINARIO, Razza del sangue, razza dello spirito.
Julius Evola, l’antisemitismo e il nazionalsocialismo
(1930-43), Bollati-Boringhieri, Torino, 2001.
M.T. PICHETTO, Alle radici dell’odio. Preziosi e Benigni
antisemiti, F. Angeli, Milano, 1983.
G. SALOTTI, Breve storia del fascismo, Bompiani,
Milano, 1998.
20) Ibidem, pagg. 254-255.
Cfr. anche:
F. COEN, Italiani ed ebrei: come eravamo. Le leggi
razziali del 1938, Genova, 1988.
21) A. MARTINI, Studi sulla questione romana e la
Conciliazione, Cinque Lune, Roma, 1963.
22) R. DE FELICE, Storia degli ebrei italiani sotto il
fascismo, Einaudi, Torino, 3ª edizione, 1988, pag. 292.
23) La Civiltà Cattolica, 1938, fasc. 2115, pagg. 277-278.
24) Per l’insistenza del Papa di mantenere tale frase cfr.
A. MARTINI, L’ultima battaglia di Pio XI, riportata
in Studi sulla questione romana e la Conciliazione, Roma,
Cinque Lune,1963, pag. 180.
25) R. DE FELICE, op. cit., pag. 298.
26) R. MORO, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei, Il
Mulino, Bologna, 2002, pag. 77.
27) Leggasi anche:
R. DE FELICE, op. cit., cap VII La persecuzione fascista,
pagg. 344-440.
R. DE FELICE, Mussolini il duce. II- Lo stato totalitario
(1936-1940), Einaudi, Torino, 1996, pagg. 866-877.
G. MICCOLI, in «Storia d’Italia», Annali 11**, Gli
ebrei in Italia, Einaudi, Torino, Santa Sede, questione
ebraica e antisemitismo, V-1, Antisemitismo cristiano e
razzismo, pagg. 1544-1574.
M. SARFATTI, Gli ebrei nell’Italia fascista, Torino,
Einaudi, 2000.
M. GHIRETTI, Storia dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo,
Bruno Mondadori, Milano, 2002.
28) Non so se Pétain abbia ritoccato questo punto e
sarei felice se qualcuno potesse darmi ulteriori spiegazioni.
29) Il testo integrale può essere richiesto a :
ANEC, B.P. 21, F - 44530 Saint-Gildas-des-Bois.
30) F. TAGLIACOZZO - B. MIGLIAU, op.cit., pag. 361.
Cfr. anche:
L. PICCIOTTO FARGION, L’occupazione tedesca e gli
ebrei di Roma, Roma, 1979.
17
L. PICCIOTTO FARGION, Il libro della memoria. Gli
ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano, 1991.
M. TOSCANO, L’abrogazione delle leggi razziali in
Italia (1943-1987). Reintegrazione dei diritti dei cittadini
e ritorno ai valori del Risorgimento, Roma, 1988.
G. FORMIGGINI, Stella d’Italia. Stella di David. Gli
ebrei dal Risorgimento alla Resistenza, Milano, 1970.
31) Cfr. G.P. MATTOGNO, L’antigiudaismo nell’Antichità
classica, ediz. Ar Padova-Salerno 2002.
APPENDICE:
L’INTERVISTA A EVOLA
PUBBLICATA DA HELIODROMOS
A pagina 12 del presente numero di Sodalitium,
don Nitoglia fa riferimento a un’intervista
rilasciata da Julius Evola pubblicata dalla rivista
Heliodromos (n. 6, primavera 1995, pp. ss.).
Come precisa la rivista siciliana, l’intervista
è tratta dal libro di Elisabeth Antébi, “Ave Lucifer”
(Calmann-Lévy editore). Da questa intervista,
pubblichiamo ampi stralci riguardanti la
questione ebraica e il sostegno dato da Evola allo
Stato di Israele. In questo contesto stupisce
meno la possibile collaborazione dello stesso
Evola con la Cia, come riportato nel libro di Sergio
Flamigni, Trame atlantiche, dal quale riportiamo
il passo relativo a Evola (da prendere naturalmente
con beneficio d’inventario).
Sodalitium
« R) – L’ebreo è uno sradicato; non è
pericoloso l’ebraismo tradizionale, bensì
quello che non ha né patria né punti di riferimento.
(…)
D) In questa accusa contro la razza
ebraica Lei fa rientrare certi valori tradizionali
quali la Kabbala?
R) – Certamente no. Sul piano tradizionale
sarebbe frivolo creare delle opposizioni
di questo genere. Solo le formulazioni sono
diverse. Ad un certo livello vi è accordo fra
‘coloro che sanno’ (…)
D) – Lei sarebbe dunque per lo Stato
d’Israele?
R) – Se esistono degli ebrei pericolosi,
non sono quelli di Israele, che lavorano, si
organizzano, testimoniano di straordinarie
virtù militari; sono quelli delle metropoli occidentali,
che grazie alla democrazia hanno
le mani libere. Se oggi qualcuno vuole porre
il problema ebraico arriva troppo tardi, esso
non esiste più. Come Le ho detto, il proble-
ma della razza ‘interiore’ è molto più importante
ai miei occhi; e gli atteggiamenti per i
quali si riteneva l’ebreo indesiderabile sono
oggi diffusi presso i bravi Ariani, che sarebbe
ingiusto ed ingiustificato operare una discriminazione
».
Da Un’intervista a Julius Evola
(Heliodromos, n. 6, primavera 1995)
« Nel maggio del 1995, il magistrato di
Venezia Felice Casson entrerà in possesso di
una lista di dodici ex “collaboratori” della
18
Cia in Italia (Commissione parlamentare
d’inchiesta P2, volume 3, tomo 4, parte III,
pagg. 119-23). Oltre all’ideologo di estrema
destra Julius Evola (…)
(In nota: Il Pm Casson ha inoltrato al governo
americano la richiesta di poter consultare
gli archivi della Cia per appurare l’autenticità
della lista)».
Da SERGIO FLAMIGNI, Trame atlantiche.
Storia della Loggia massonica segreta P2,
Kaos edizioni, Milano, 1996, p. 85