...sta facendo serio.
Forse ci siamo: anche al Tesoro sembra scoccata l’ora delle riforme. Chi, negli ultimi giorni, ha parlato con Giulio Tremonti sostiene che il ministro dell’Economia appare davvero convinto della necessità di procedere alla revisione del sistema previdenziale. Una riforma vera, ben più consistente di quella prefigurata dall’attuale legge delega all’esame del Parlamento.
Come mai il ministro ha cambiato idea? Probabilmente, più che sulla via di Damasco, Tremonti è stato folgorato su quella di Bruxelles. O meglio, ha intravisto quale terribile trappola si sta preparando intorno alla revisione dei patti di stabilità. Infatti, Francia e Germania vorrebbero che l’orientamento dei Dodici sia quello di permettere solo ai paesi con il debito a posto (inferiore o intorno al 60 per cento del pil) di superare il fatidico 3 per cento di deficit annuale. In questo caso, l’Italia non solo non potrebbe usare la spesa pubblica per contrastare la stagnazione economica, ma finirebbe nel mirino di Bruxelles per lo squilibrio di bilancio, dal momento che con la prossima Finanziaria sarà impossibile continuare a perseverare con le entrate una tantum e appare difficile immaginare una contrazione della spesa corrente significativa se non, appunto, intervenendo sulle pensioni.
Così, Tremonti ha preparato le sue contromosse. Che poggiano su due cardini: la riforma previdenziale e il semestre italiano di presidenza dell’Unione europea. A via XX settembre stanno preparando la “Maastricht delle pensioni” più volte annunciata, ma con un plus di non poco conto: la dichiarazione che da subito il governo italiano attiverà le condizioni previste nel piano, in attesa che gli altri governi seguano il suo esempio virtuoso. Con questa patente di credibilità, a settembre Tremonti conta di strappare la deroga al patto di stabilità, forte di essere stato il primo paese a compiere la riforma strutturale più importante e difficile che sta in tutte le agende politiche dell’Unione europea. Se così davvero sarà, bene. Anzi, benissimo.
E nessuno si azzardi a fare dell’ironia sul fatto che la spinta decisiva verso questo passo più volte invocato nasca proprio dell’incapacità dimostrata da Tremonti e dall’intero governo di arrivare a un risanamento strutturale del bilancio pubblico. Alla fine, ciò che conta è tagliare il traguardo del processo riformatore. D’altra parte, il vero problema sta altrove: anche ammettendo che l’intera maggioranza – persino la recalcitrante Lega – si ritrovi compatta dietro a Tremonti, cosa impedirà che si riproponga quel clima di “guerra sociale” innescato dall’articolo 18? Chi ci salverà da un’ondata di scioperi generali come quelli che stanno paralizzando la Francia proprio per le pensioni? La risposta sta naturalmente nella qualità del rapporto con i sindacati, almeno quelli più “dialoganti” come Cisl e Uil, che andrebbero coinvolti nella gestione di questo passaggio cruciale. Scontata la pregiudiziale ostilità della Cgil, la contrapposizione delle altre due confederazioni potrebbe essere limitata nell’intensità solo se si verifica una doppia condizione: l’abbandono di ogni ottimismo di maniera da parte del governo, che dovrebbe ammettere con franchezza il declino che l’intera economia italiana – finanza pubblica e sistema industriale privato – sta vivendo; il bilanciamento degli interventi sulla spesa pensionistica con misure di welfare e di inclusione sociale, da “concertare” con il sindacato. Sul piano finanziario, questo ardito ardito ma realizzabile progetto politico può trovare le risorse necessarie su due fronti: irisparmi generati dalla riforma delle pensioni, seppur ridotti nell’immediato, e l’extra- deficit che la deroga al patto di stabilità ci permetterebbe di conseguire senza incorrere nelle sanzioni europee.
Ma non basta, rimane un fondamentale problema di metodo. Infatti, c’è il rischio, anche dopo essere passati indenni per un percorso così tortuoso e aver messo d’accordo interessi così discordanti, che le risorse vengano sprecate, disperdendosi nei rivoli di un’azione di governo che finora si è rivelata tutt’altro che coerente. Per cui la garanzia finale di successo ci sarà solo se si riuscirà a trovare la volontà politica di affidare a un unico soggetto – una cabina di regia istituita ad hoc, un ministero, Palazzo Chigi stesso – in grado di muovere tutte le leve necessarie e di rispondere ai vari interlocutori di tutti gli aspetti coinvolti, dalle politiche di bilancio a quelle di welfare passando per quelle industriali. Paradossalmente, proprio questo sembra lo scoglio più grosso. Gelosie personali e le difesa di posizioni di rendita possono far naufragare il più ragionevole dei progetti.
Enrico Cisnetto
Da Il Foglio
saluti




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