Spunti – Aprile 2003


Ucraina: Terra di Martiri


Un libro che squarcia il velo d'omertà




“La Chiesa, quando è perseguitata fiorisce, mentre è ferita vince, e proprio allora trionfa: quando sembra che sia sconfitta”. Con queste parole di S. Ilario di Poitiers, il card. Saraiva Martins introduce il quaderno dell’Osservatore Romano “Ucraina, terra di martiri”, tutto dedicato ai martiri greco-cattolici del comunismo in quella nazione, beatificati da Giovanni Paolo II il 27 giugno 2001. L’autore del quaderno, il giornalista Giampaolo Mattei, ringrazia non senza ironia gli “agenti del famigerato servizio segreto sovietico (…) perché i documenti messi insieme per accusare e condannare i cristiani sono oggi prova di santità. Spietati aguzzini si sono rivelati oggi efficaci ‘postulatori’ di cause di canonizzazione. Le carte dei processi-farsa presentano testimoni eroici, espressione del popolo e non ‘traditori del popolo’. E’ la rivincita della storia” (p. 5). Ed è proprio su questi documenti e sui testimoni ancora viventi che si basa il suo libro.

Tutti ormai sappiamo che sulla tragedia del comunismo è calato un gigantesco sipario molto simile all’omertà. A parte qualche ambiente accademico, privo di grande ripercussione nell’opinione pubblica, quasi nessuno ne parla più. Chi infrange la “regola”, viene subito messo a tacere, oppure deve rassegnarsi a non accedere mai ai “pulpiti” mediatici. Quelli che invece fino all’altro ieri si sono fregiati del titolo di comunisti, “riciclandosi” nel frattempo in liberal-democratici o altro, pretendono oggi nientemeno che di dettare dai detti “pulpiti” le regole della “pacifica convivenza” alla società contemporanea. Eppure, se questi non sono stati diretti responsabili, non hanno neppure potuto ignorare completamente tragedie come quelle raccontate da Mattei. Ed hanno taciuto. Anzi, a volte si sono perfino lasciati scappare espressioni di rammarico al constatare che i loro paesi liberi erano privi di certi “benefici” dei paesi del socialismo reale. E non potevano ignorare la tragedia, anche perché non sono mai mancate le testimonianze di prima mano, di cui la più nota forse è stata quella del Premio Nobel Solgenytzin. Ma guai a dirlo perché persino ora, o soprattutto ora, a fatti compiuti, più di uno diventa terribilmente suscettibile.

La Chiesa ha sofferto per mano dei comunisti una persecuzione mai vista dai tempi antichi. Forse la peggiore in assoluto nella sua bimillenaria storia. Alcuni dei testimoni ancora sopravvivono. L’apostolato di Luci sull’Est è nato proprio per portare un sollievo spirituale a coloro che hanno patito l’indicibile sotto il comunismo ed è buono ogni tanto ricordarlo ai nostri lettori. Sì perché, in un certo senso, sono stati vittime due volte: prima del sistema sovietico e poi del silenzio dell’Occidente.





L’utopia sociale genera violenza


A metà dell’anno scorso sono stati scoperti nel sotterraneo di un monastero a Zhovka, in Ucraina, 225 scheletri di persone uccise dopo il 1950. Uomini, donne e bambini, tutti “macellati nudi come animali”, i più fortunati fucilati, gli altri finiti a bastonate (1). I pochi giornali che hanno parlato dell’argomento non hanno ricordato, almeno a quanto ci risulta, che all’epoca il capo sovietico ucraino più importante era quel sorridente pacioccone di Nikita Krusciov, resoci simpatico dai mass media per il suo "aperturismo" verso l’Occidente e la sua condanna di Stalin.

Oggi non c’è uno studioso serio che neghi che la persecuzione contro la Chiesa continuò anche dopo la caduta di Stalin, proprio nel periodo in cui Krusciov diventò segretario generale del PCUS. Già, perché quando diviene inevitabile ricordare qualcosa sul comunismo, coloro di cui parlavamo prima tendono ad attribuire tutte le nefandezze solo allo stalinismo, che fu certamente il periodo più brutale, ma non l’unico periodo brutale. Una reazione che sembra ricollegarsi al tentativo, mai del tutto smascherato, di far credere che il comunismo sia stato cattivo solo nella sua applicazione, non nella sua idea. Come se i crimini comunisti non derivassero proprio dal desiderio di attuare nel campo socioeconomico una concezione ideologica contraria alla natura dell’uomo. Questo bisognerebbe capirlo bene: la violenza è congenita all’utopia sociale, anche quando si autoproclama pacifista. La natura dell’uomo, sia per quanto ha di buono che per quanto è inficiato dalla colpa originale, va sempre tenuta nella dovuta considerazione.





Una martire che ci interpella senza sconti


Fra i 27 beatificati ci sono ben 8 vescovi, a testimonianza di un episcopato virtualmente annientato, perché non si piegò al regime comunista, che intendeva far confluire tutta la Chiesa Cattolica di rito bizantino unita al Papa nel Patriarcato ortodosso di Mosca, divenuto malleabile a forza di subire i colpi di maglio inferti dai tiranni del Cremlino. Gli altri martiri sono sacerdoti, suore e persino un laico. Nella sua commovente ricostruzione dei fatti, Giampaolo Mattei ci racconta una caso impressionante, accaduto quasi alla vigilia della Perestroika, che ci fa capire come la persecuzione sia durata in pratica fino agli sgoccioli del regime:

“Il giorno della beatificazione a Lviv poteva esserci anche Maria Sved. Avrebbe avuto 44 anni. E’ stata uccisa in una centralissima strada della città. La sua testimonianza interpella senza sconti. Aveva 25 anni. Era il 29 settembre 1982, il giorno del compleanno di sua mamma. L’hanno massacrata di botte perché non ha voluto consegnare agli agenti comunisti la borsa con gli oggetti liturgici. Maria si è fatta ammazzare brutalmente piuttosto che cedere ciò che serviva al sacerdote per celebrare l’Eucaristia”.

Questa giovane uccisa quando buona parte del mondo libero ormai se ne infischiava delle persecuzioni aldilà della Cortina di ferro, almeno di quelle fatte per motivi religiosi, ci ricorda un episodio raccontato da Didier Rance, nel suo libro Un siècle de témoins, di cui abbiamo precedentemente parlato su Spunti (ottobre 2002, pag. 6). Il sacerdote bulgaro Gavril Bielovejdov era venuto alla fine degli anni ottanta a Roma, invitato da una università pontificia per riferire sui suoi tredici anni di calvario sofferto in un lager nel suo paese, quando alla fine si sentì dire da un confratello italiano, spalleggiato da un gruppo di studenti: “La prossima volta non racconti sciocchezze come ha fatto oggi”. Si è tentati di credere che all’eventuale comprensibile "non sapere", spesso si aggiunga l’inammissibile "non voler sapere".





A Lviv come a San Callisto, sull’Appia Antica


I compagni di sventura dei martiri vivono ancora. Giampaolo Mattei è andato a trovarli. Per questo ci dice, nelle parole conclusive: “Un cristiano che fa di professione il giornalista si domanda come sarebbe stato straordinario intervistare i cristiani dei primi secoli, i martiri che si riunivano nelle catacombe e nelle case (…), che cosa avrebbe significato respirare la fede e il coraggio dei cristiani dei primi secoli”.

E subito dopo aggiunge: “La straordinaria possibilità di intervistare i martiri, di entrare nella loro casa, si può compiere in Ucraina, e non solo. Anche in una povera casa alla periferia di Lviv, ad esempio, è possibile intervistare i martiri e i figli dei martiri, proprio nelle catacombe del XX secolo dove sono vissuti. Raccontare la loro storia non è canonizzare, ma è toccare con mano che le catacombe del XX secolo hanno solo cambiato forma rispetto alle catacombe dei primi secoli, perché l’essenza è la medesima. Non c’è differenza tra i cristiani che si riunivano – di notte e di nascosto – in una casa di Lviv e i cristiani che si riunivano – di notte e di nascosto – a San Callisto, sulla Via Appia Antica di Roma”.

E’ come dire che per far luce sul comunismo non è neppure necessario andare nei polverosi archivi e scovare documenti inediti. Basta bussare a certe porte, visitare certe famiglie che oggi vivono nella stessa nostra “post-modernità”. Cosa di cui tanti politici e commentatori dell’attualità, tanti inviati speciali, tanti autori di "drammatici" documentari TV sulla sfortuna che perseguita gli orsetti cinesi o i poveri squali, si guardano bene dal fare.

Sulla valorosa Ucraina, un tempo nota come granaio dell’Europa, Giampaolo Mattei conclude tracciando un quadro forte ma realistico: “Le sorti dell’Europa si sono decise anche nelle sterminate pianure ucraine, dove per sette decenni il regime comunista pretendeva di costruire un uomo nuovo, secondo i dettami di una ideologia armata e trionfante, chiamata ateismo scientifico. E’ nato l’homo sovieticus e i danni genetici richiederanno anni e tante lacrime per essere superati”.





Il frutto del sangue dei martiri


Luci sull’Est ha da poco patrocinato l’edizione in Ucraina del libro “La Chiesa di Kiev nell’Oriente Slavo”, scritto dal vescovo greco-cattolico, Mons. Andrea Sapelak, proprio per ricostruire ad usum di questi ammirevoli fedeli la travagliata vicenda e l’identità storica della comunità cattolica di rito bizantino, che lungo i secoli e dopo ripetute persecuzioni e martìri, ha voluto mantenere la sua fedeltà alla Chiesa di Roma restando in piena comunione col Papa. Quello che si vede oggi, nonostante tutte le ombre che aleggiano sull’Ucraina ben descritte dal commento di Mattei sopra riportato, ancora una volta conferma che, come disse Tertulliano, “il sangue dei martiri è seme di cristiani”.

Recentemente, in una intervista alla rivista Famiglia Cristiana, l'arcivescovo maggiore degli ucraini, il Card. Lubomir Husar, ha parlato della grande vitalità di questa chiesa dopo la caduta del comunismo: “Nel solo 1946, e nella sola Galizia, il Governo sovietico diede in uso agli ortodossi 592 delle nostre chiese. Considerando questo, la Chiesa ortodossa russa dovrebbe ammettere un primo fallimento: la sua opera pastorale non è stata in grado di portare la gente alla ‘ortodossia’. Inoltre, nel solo periodo 1990-1991, più di mille comunità sono tornate alla Chiesa greco-cattolica”. Tutto ciò nonostante il Patriarcato di Mosca avesse inizialmente chiesto al Vaticano di “abolire ogni contatto con la nostra Chiesa: avrebbe dovuto farci ‘latini’ o farci ‘tornare’ alla Chiesa ortodossa. D’altra parte, c’era stata l’Ostpolitik, durante la quale si voleva parlare con gli ortodossi di Mosca ad ogni costo, anche al prezzo di rinunciare alla nostra Chiesa (…). Ma il Papa si oppose a quella richiesta. Oggi la tattica è ancora la stessa. E infatti Mosca dice: se volete avere buoni rapporti con noi, rinunciate agli uniati”. (2)





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Mons. Andrij Sapelak, vescovo emerito greco-cattolico, scrive a Luci sull’Est: “Durante le Feste Natalizie ho pregato in modo particolare per Voi come nostri grandi benefattori in questi tempi cruciali per la Chiesa e per la Nazione ucraina. La seconda edizione ampliata del mio libro “La Chiesa di Kiev nell’Oriente Slavo”, generosamente finanziata dalla Associazione “Luci sull’Est”, destinata all’Ucraina Orientale, è già uscita e si sta diffondendo”.



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Note:

1. Avvenire, 25 luglio 2002

2. Famiglia Cristiana, 48/2002, pp.65 e 67