Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
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    Predefinito Dove sono gli Aquilani?

    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao

    Dove sono gli Aquilani?

    L'Aquila era un città a misura d'uomo. A L'Aquila una donna sola poteva circolare liberamente anche nel cuore della notte, senza aver nulla da temere. A L'Aquila potevi lasciare l'automobile incustodita, nessuno te la rubava. A L'Aquila lo straniero era visto con occhio benevolo e curioso. E, se per bene, veniva integrato senza problemi nella comunità. A L'Aquila ci si conosceva tutti, almeno di vista. A L'Aquila si viveva benissimo. Ora tutto è cambiato. Oggi pomeriggio, sola su una piazzola di sosta, ho avuto paura, per la prima volta nella mia città. Circolano individui mai visti prima. Italiani. Facce che fanno paura. Gli Aquilani sono pochissimi, se ci sono, stanno nascosti. La polizia e la protezione civile, tanto solerti nel fermare noi cittadini per bene quando vogliamo dire la nostra, quando vogliamo cercare di incontrarci, quando vogliamo entrare nelle tendopoli per incontrare i nostri concittadini, non circola dove bivaccano queste persone. Nel centro storico, privo di Aquilani, senti parlare solo persone con accento marcatamente campano. Bene inteso, nulla ho contro i Campani. Ma è strano che si sentano solo loro. Nessuno li ferma, nessuno li identifica. I cittadini, invece, vengono tenuti sotto controllo, ma sotto controllo non vengono tenute le loro abitazioni. Che vengono depredate. Ci hanno ingabbiati quando non occorreva, e ci trascurano ora che questa terra sta diventando territorio di conquista. L'Aquila non è più degli Aquilani. Ci hanno deportati. Continuano a farlo. Hanno importato altri.

    Miss Kappa
    Muntzer il Sopravvissuto

  2. #2
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    Predefinito Rif: Dove sono gli Aquilani?

    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao


    Il fallimento



    Ormai agli Aquilani appare chiaro: la gestione dell'emergenza nel nostro territorio è stata fallimentare. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti. La mano forte, quella di ferro, che non ha permesso ai cittadini la partecipazione e che non ha contemplato trasparenza alcuna circa le decisioni prese, sfruttando uno stato di emergenza protratto ad arte, quella che si è arrogata il diritto di determinare le sorti dei disgraziati e di usarli unicamante come cornice pittoresca a copertura di oscuri disegni, ha decretato lo sfacelo di un territorio, di una comunità, della vita di decine di migliaia di persone. I campi sono in via di smantellamento e gli sfollati vengono allontanati dalla città. Gli altri, quelli che raggiunsero la costa, sono ancora lì. L'Aquila è ferita a morte da un evento naturale, gli Aquilani sono feriti a morte da chi ne ha calpestato i diritti. Chi prova a ribellarsi e ad urlare viene tacitato, dal di fuori, dagli Italiani stessi che credono, poiché così, ad arte, a loro è stato dato di credere, che, nonostante il colossale progetto di case arredate e corredate per tutti, ci si lamenti in attesa che il Governo ci conceda sempre più, molto più di ciò che ad altri è stato concesso. Ma i cittadini responsabili, coloro che hanno cercato, nonostante il dolore e lo spaesamento e la paura, di guardare aldilà di ciò che volevano farci credere, lo gridavano da maggio che i moduli provvisori per tutti, e subito, erano l'unica soluzione da attuare per permettere alla comunità di non morire. Un modulo provvisorio costa 500 euro al mq. Una c.a.s.a. ne costa 2.400. Un modulo provvisorio si monta in meno di due mesi. E si monta subito. Non occorrono faraonici pilastri antisismici. Già da luglio gli Aquilani avrebbero potuto riprendere a vivere nella loro città. E l'economia, già boccheggiante, non sarebbe morta. E bambini e ragazzi oggi sarebbero a scuola. La loro scuola. Ma il piano diabolico di imbonimento delle masse continua, pervicace. Le c.a.s.e. pronte son pochissime (guardate la foto, mi aspetto commenti), ma gli elenchi degli aventi diritto sono già stati resi noti. Nomi, solo nomi e codici fiscali. Senza trasparenza sui punteggi. Senza pubblicazione di graduatorie. Tu lì, l'altro lì, non si sa quando. E come si potrebbe esercitare il controllo sulle graduatorie se queste sono inesistenti? Allora il controllo viene esercitato sul vicino, sul conoscente, sull'amico. E la rabbia esplode. Facendo perdere di vista il vero nocciolo della situazione: lo scempio perpetrato su tutti noi. Si pilota la rabbia del singolo verso l'altro singolo. Per occultare il disegno criminale che ha determinato il fallimento del piano di chi avrebbe dovuto aiutarci e proteggerci. Una schiera nutritissima di invisibili, tra i quali anche mio marito ed io, non è rientrata in alcun elenco. Neanche in quello dei non aventi diritto. Le rimostranze non possono essere inoltrate presso alcuno ufficio, ma rese note al Comune esclusivamante tramite raccomandata con ricevuta di ritorno. Di fatto, non risultando, gli invisibili vengono azzerati. Non esistiamo, le case, ovvio, non occorrono. Sarebbe il caso di effettuare il censimento delle migliaia di persone in tale condizione, un censimento fatto dai cittadini stessi. Ma come coordinarci se siamo disgregati? Il piano emergenza è stato fallimentare. Il piano di azzeramento della capacità dei terremotati di unirsi per reagire al sopruso è, invece, riuscito perfettamente. Ma noi non demordiamo. Le assemblee cittadine nei campi in via di smantellamento continuano. E martedì avrà luogo la manifestazione. Saremo tanti? Non lo so. Le persone sono stanche, e avvilite. Ed hanno paura perché tenute sotto il ricatto della consegna delle c.a.s.e. Ma quelli che ci saranno, noi, sappiamo bene di rappresentare la stragrande maggioranza degli Aquilani.

    Miss Kappa
    Muntzer il Sopravvissuto

  3. #3
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    Predefinito Rif: Dove sono gli Aquilani?

    L'AQUILA: I RIFIUTI BLINDATI DI PIAZZA D'ARMI

    Una trentina di sfollati di piazza d'armi si sono opposti alla deportazione e sono rimasti nel campo. Ci sono vecchi, bambini, persone con l'invalidità totale, italiani e stranieri.
    La protezione civile gli ha lasciato solo le tende, una lavatrice, un cesso chimico e tanta monnezza.
    Da oltre 10 giorni vivono in una vera e propria discarica. Non hanno cucina, né viveri.
    Da oltre 10 giorni la Sebach non provvede allo svuotamento e pulizia del cesso.
    Dalla protezione civile fanno sapere che ora la gestione del campo è di pertinenza del Comune.
    Ma il Sindaco non è mai stato lì, a vedere i ratti e i cani che sguazzano nella merda che sta allagando i cessi, la tenda tagliuzzata non si sa da chi, a una giovane donna residente nel campo, le bombole del gas abbandonate e tanti altri rifiuti lasciati dai militari che hanno smantellato la tendopoli.
    Io ci sono stata, ho visto e ascoltato. Mi hanno detto che ora quel campo è terra di nessuno, che da quando è andata via la protezione civile è stato abbandonato a sé stesso e non c'è più vigilanza. Ma la vigilanza io l'ho vista eccome. Da sabato, il giorno dell'assemblea cittadina in preparazione della manifestazione del 29, si è concretizzata con digos e polizia, sempre solerti quando annusano nell'aria odor di protesta. Un ragazzo mi ha raccontato che in quel campo c'era la zona a luci rosse e la zona spaccio. Mi ha detto che la polizia sapeva tutto ma chiudeva entrambi gli occhi, anzi, nei giorni del G8, andava da loro e diceva: "drogatevi, vendetevi, consumate, basta che non facciate casino". Nei giorni del G8 quel ragazzo aveva perso la madre e non aveva un paio di pantaloni nuovi per andare al funerale. La polizia entrava nella tenda e lo bloccava per le gambe sul letto. "Non azzardarti ad uscire da questa tenda durante il G8, per una settimana rimarrai qui dentro!" "drogatevi, vendetevi, consumate, basta che non facciate casino".
    Ho dormito lì sabato notte e la mattina dopo volevo scattare qualche foto, per documentare le condizioni bestiali in cui esseri umani sono tenuti da questo Stato da "nobel per la pace".
    La prima foto l'ho scattata ai poliziotti che mi hanno subito bloccata, perquisita la macchina e trattenuta lì per un'ora. "E' vietato fare foto", mi hanno detto. "Non si può fotografare questo scempio?" - "chiamate i giornalisti e non immischiatevi" la risposta. E poi: "siete in visita agli ospiti del campo?" - "quali ospiti?, qui i terremotati non sono ospiti, qui è casa loro, questa discarica è casa loro" gli ho detto io (quei poliziotti venivano da Roma) - "qui non ci saranno servizi, ma non gli manca la SSICUREZZA", ribatte lo sbirro.
    L'amico che mi ha ospitato quella notte è venuto da me e loro gli hanno intimato di chiudersi in tenda.
    "drogatevi, vendetevi, consumate, basta che non facciate casino"
    Il mondo non deve conoscere la verità, la verità è rivoluzionaria...
    "drogatevi, vendetevi, consumate, basta che non facciate casino"
    Per il 29, quando Silvio verrà a strappare il suo nobel per la pace a Bazzano, tutto deve essere pulito e in ordine, nessuno deve sapere, nessuno deve protestare. I rifiuti e gli sfollati barbonizzati chiusi nella discarica di piazza d'armi.
    "drogatevi, vendetevi, consumate, basta che non facciate casino"
    Queste foto, la verità che contengono e la solidarietà le dedico ai miei amici di piazza d'armi.
    A questo regime fascista e spietato, che vuole cancellare la libertà faccio i miei auguri di rivoluzione.
    Chi non ha pietà non merita pietà.

    Luigia, per una rete di soccorso popolare

    foto su sfollati autorganizzati

    News e documenti di controinformazione su carcere, repressione, prigionieri rivoluzionari, lotte

  4. #4
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    Predefinito Rif: Dove sono gli Aquilani?

    UN MIRACOLO CHE SA DI FALLIMENTO

    Anche se nulla ancora emerge dall’informazione televisiva che ci inonda con le immagini delle inaugurazioni delle case per i terremotati dell’Aquila, il tragico fallimento dell’esperienza guidata da Bertolaso sta iniziando ad essere evidente a tutta la popolazione aquilana, anche a quella che aveva creduto alla favola delle new town. Ma proprio quando gran parte della stampa grida al miracolo della realizzazione di (poche) case in tempi rapidissimi, come è possibile parlare di fallimento? È che nella popolazione abruzzese inizia a rendersi evidente la cinica disinvoltura con cui il governo li priverà per molti anni a venire del bene più prezioso che essa aveva: le città, i borghi, i centri storici.

    Una popolazione che era abituata a vivere in luoghi in cui le relazioni umane erano rese possibili e facilitate proprio dai luoghi urbani, inizia a toccare con mano che dovrà abituarsi a vivere per molti e molti anni in condizioni di isolamento sociale, con le difficoltà a risolvere anche le esigenze primarie come quelle degli acquisti o dell’uso dei servizi pubblici. In quelle che hanno chiamato spudoratamente new town esistono solo abitazioni e nessun presidio sociale. Le città si riconoscono per i servizi sociali, ma questo ai liberisti fa evidentemente orrore. Se si tiene poi conto che buona parte di quella popolazione è anziana e non è in grado di spostarsi autonomamente con l’automobile, si comprende di quale misfatto si sia macchiato il governo.

    Non saranno dunque i fuochi artificiali di questi giorni a cancellare l’infamia di aver scelto deliberatamente di trasferire in luoghi isolati, senza alcun servizio pubblico, senza la minima dotazione di quelle attrezzature private che rende gradevole (o almeno meno disagevole) la vita di tanti cittadini aquilani. E la condanna della popolazione sarà senza appello perché, come racconta nel suo bel libro Giovanni Pietro Nimis (Terre mobili, Donzelli editore, 2009), le alternative esistevano. Gli straordinari esempi di ricostruzione da eventi sismici sperimentati negli altri tragici casi (Friuli 1976 e Umbria-Marche 1997) sono lì a dimostrare che in tempi contenuti e con il coinvolgimento pieno delle popolazioni locali sono stati raggiunti risultati straordinari con un consenso generalizzato. Il Friuli è un esempio celebre di rinascita di una popolazione. I centri antichi dell’Umbria e delle Marche sono di nuovo vitali e abitati. Le case sono state rese sicure. Si obietterà che le popolazioni hanno dovuto passare qualche anno in scomodi container. Ma la scomodità era resa meno acuta dalla vicinanza alla propria abitazione, dall’essere localizzati all’interno dei luoghi urbani, dalla condivisione con le stesse persone con cui si erano condivise vite di relazioni,. L’assegnazione delle case abruzzesi è avvenuta per sorteggio: la vita ridotta ad una tombola a premi in cui guadagnano soltanto coloro che stanno realizzando alloggi che costano 2.800 euro a metro quadrato a fronte dei mille con cui si costruisce in ogni luogo d’Italia.

    Così, famiglie che abitavano in un luogo conosciuto e misurabile nella vita di ogni giorno saranno costrette a vivere da tutt’altra parte, in tanti luoghi periferici scelti in base alla disponibilità dei suoli e non sulla base di un ragionamento sul futuro di una comunità urbana. E questo avviene senza che nulla si sappia sui tempi e sulle modalità della ricostruzione dei centri antichi, ad iniziare da quello de L’Aquila. Insomma pochi cittadini abruzzesi si vedono assegnare una casa mentre tutti non hanno ancora alcuna certezza su quando partiranno i lavori per la ricostruzione delle loro meravigliose città. A sei mesi dal terremoto del 1997, le due regioni coinvolte avevano già deciso criteri e suddiviso i centri da ricostruire in comparti operativi. A sei mesi dall’evento del 6 aprile 2009 sono state consegnate solo poche case. Ad un ragionamento organico si è sostituito un gesto teatrale sotto gli occhi delle televisioni. La complessità della città è stata sostituita dalla semplificazione di case in desolate periferie.

    In questi giorni in cui Il Manifesto sta svelando la impressionante ragnatela con cui imprese blasonate hanno inquinato tanti luoghi del nostro paese. Mi hanno colpito le frasi di un colloquio di due malavitosi che parlavano dell’affondamento delle navi dei veleni lungo le coste calabresi. Dice il primo che a causa dell’affondamento il mare si guasterà per sempre. Il secondo risponde che con tutti i soldi guadagnati potranno cercare mari lontani e puliti. L’inquinamento, insomma, non li riguarda. Anche in questo caso la distruzione chissà per quanti anni delle comunità urbane non coinvolge i decisori. Nelle periferie de L’Aquila ci andrà la parte debole della società. Mica loro.

    Paolo Berdini
    Fonte: IL MANIFESTO
    30.09.2009


    Viva la Comune

 

 

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