Teheran, da 6 giorni, i giovani iraniani lottano per la libertà e chiedono conto al presidente Khatami delle promesse mancate Iran, la rivolta degli studenti "Ci batteremo fino alla morte" Contro i ragazzi si scatenano le bande del "partito di Dio" Il regime accusa gli Stati Uniti di fomentare le agitazioni di DELPHINE MINOUI
TEHERAN - Con gli occhi rossi per i gas lacrimogeni e per
la mancanza di sonno, Ali Reza vive la sua sesta notte di
protesta.
"Mi batterò fino alla fine nel nome della libertà", esclama
il giovane iraniano.
Dalla scorsa settimana, infatti, questo studente di scienze
fa la spola tutte le sere tra la sua casa a Karadj, nella
parte occidentale della capitale, e il cuore di Teheran,
dove i manifestanti continuano, una volta calate le tenebre,
a ritrovarsi in gruppi sparsi.
Nate dalle proteste contro la privatizzazione del sistema
universitario, le rivolte di questi ultimi giorni si sono
andate trasformando in manifestazioni politiche.
In ranghi serrati le forze antisommossa hanno ricevuto
l'ordine di bloccare l'accesso nel campus ai miliziani
islamici, i Basij.
Domenica, nei dintorni del parco Laleh, nel cuore di
Teheran, Ali Reza è scampato per un soffio ai colpi di
manganello dei membri del "partito di Dio" che danno la
caccia ai manifestanti, a cavalcioni delle loro moto
rosse.
Né i controlli rafforzati della polizia, né l'arresto
di sabato di uno dei loro leader, Saeed Askhar, li ha
fermati.
"Invece di appoggiare questi gruppi di pressione lo
Stato iraniano dovrebbe piuttosto assumersi il compito
di dare maggiori diritti agli studenti, per evitare che
forze estranee colgano il pretesto per provocare una
sollevazione popolare in Iran" dice Mansourah, una
studentessa.
In questi ultimi giorni la televisione di Stato ha
moltiplica le sue accuse al "complotto americano" volto
a rovesciare il regime iraniano.
"È vero che i manifestanti sono scesi a protestare per
le strade dopo l'appello lanciato dalle televisioni
dell'opposizione iraniana che si trova a Los Angeles
- continua Mansourah. - Tuttavia il regime iraniano non
dovrebbe dimenticare che la popolazione è soffocata
dalla mancanza di riforme".
"Stiamo attraversando una fase critica, è l'intero
regime ad essere rimesso in discussione" interviene un
professore dell'università.
Oltre ai numerosi slogan lanciati contro i religiosi
alla guida del paese, con in testa l'ayatollah Khamenei,
i giovani iraniani si stanno facendo sentire,
pretendendo le dimissioni di Khatami eletto nel 1997 con
oltre il 70 per cento dei voti.
"Gli iraniani ce l'hanno con lui perché in oltre sette
anni al potere è stato incapace di mettere in moto le
promesse riforme - osserva Ali Reza, seduto su una
panchina del parco Laleh - Sul piano economico ci
dobbiamo confrontare con la disoccupazione e con
un'inflazione galoppante.
Sul piano politico ci hanno dato l'illusione della
libertà, con il boom della carta stampata, e con lo
sviluppo di varie associazioni.
Ma nell'arco di questi ultimi pochi anni, circa 90
giornali hanno dovuto chiudere e sono svariate decine
gli intellettuali e gli studenti arrestati".
Le manifestazioni sparse dei giorni scorsi hanno
evidenziato una totale mancanza di spirito di
organizzazione nella popolazione iraniana.
"La nostra speranza è di veder emergere un fronte per
la democrazia interno al paese, affinché tutte queste
proteste sparse confluiscono in un'unica forma di
protesta", spiega Kean Ansari, membro del consiglio
di direzione di Daftar Tahkim Vahdat.
Per il momento alcuni manifestanti prevedono di
continuare le loro proteste fino al 9 luglio,
anniversario dei moti studenteschi dell'estate 1999.
Dal canto suo il dipartimento studentesco unitario è
più cauto: "Per evitare che i gruppi di pressione
colgano il pretesto di attaccare gli studenti,
preferiamo l'opzione del silenzio, come già avvenne
all'epoca del boicottaggio delle elezioni municipali.
All'università questo equivarrà a fermare
temporaneamente l'attività di tutte le facoltà", dice
Kean Ansari.
"La maggioranza degli studenti non è favorevole ad un
cambio di regime attuato con la rivoluzione. Tutto ciò
che vogliamo è passare da una definizione dittatoriale
di Repubblica Islamica ad una definizione democratica.
Chiediamo una riforma della Costituzione e un
referendum" aggiunge.
"Spero che non ci costringano ad arrivare alla soluzione
estrema, quella in cui gli iraniani per ottenere un
cambiamento dovranno rimettersi agli stranieri",
conclude Ali Reza.
(Copyright Le Figaro-Agenzia Volpe. Traduzione di Anna
Bissanti)
(17 giugno 2003)


an Ansari, membro del consiglio
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