il processo SME contro Berlusconi
Vorremmo fissare alcuni punti fermi.
il contesto
Negli anni '80 era in corso una lotta senza quartiere tra due schieramenti, trasversali ai partiti allora esistenti (dove ad essere divisa era soprattutto la DC, con una parte più vicina al PSI di Craxi, costituendo con lui il cosiddetto CAF, Craxi-Andreotti-Forlani, e un'altra parte, ruotante attorno a De Mita, più vicina al PCI). Si trattava di un anticipo di quella che sarebbe poi stata, con la Seconda Repubblica, la contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra.
A tale divisione politica corrispondeva una parallela divisione nel mondo imprenditoriale e culturale. Ogni schieramento aveva i suoi "imprenditori amici": Berlusconi era il principale, emergente, amico del CAF, mentre De Benedetti e Pirelli erano fidati amici dello schieramento opposto. A livello giornalistico Repubblica era in quotidiano più espressivo dell'asse De Mita-PCI, e il suo direttore Eugenio Scalfari era il grande patron di questa alleanza, che avrebbe dovuto emarginare "i corrotti" del CAF. Prodi era senza dubbio in quota De Mita-PCI. Il Giornale era invece più vicino al CAF.
Schematizziamo così i due schieramenti
CAF e alleati sinistra catto-tecnocratico-leninista
pol. [MSI] parte della DC (Andreotti, Forlani, altri), PSI (eccetto la sinistra interna: Giugni), parte del PSDI, PLI PCI, sinistra DC (De Mita), PRI
econ. Berlusconi De Benedetti, Pirelli
l'essenza costituiva dei due schieramenti
Sarebbe comunque troppo semplice dire che si trattava di una destra e di una sinistra in pectore. Non sarebbe corretto in effetti dipingere come uomo di destra Craxi, figlio di un partigiano, amico dell'accesissimo antifascista Sandro Pertini, lui stesso antifascista convinto e grande assertore della apertura all'immigrazione extracomunitaria (fu lui a volere quella legge Martelli, che segnò un primo punto a favore dell'immigrazione legalizzata). D'altra parte il PRI di La Malfa, sostenitore di uno Stato leggero, con riduzione delle tasse e delle spese statali, e grande amico di Israele, non rappresenta certo il prototipo di un partito di sinistra europeo.
Che cosa allora caratterizzava tali due schieramenti? Una maggior importanza data al rigore astrattamente universale delle regole, nel caso di De Mita-PCI-Prodi-Scalfari, una maggior fiducia alla creatività spontanea delle persone, nel caso del CAF: questa ci sembra essere una più adeguata enucleazione del quid essenziale dei due schieramenti trasversali.
i fatti
Negli anni '80, sulla scia della storica sconfitta del comunismo e del trionfo del capitalismo reaganiano e tatcheriano, comincia a soffiare con forza anche in Italia il vento delle privatizzazioni: lo Stato, si pensa, deve smettere di essere imprenditore e deve sbarazzarsi delle imprese statali. Lo SME era appunto una delle finanziarie statali, quella che controllava varie importanti imprese alimentari (tra cui Motta, Alemagna, Pavesi, Cirio, De Rica, Bertolli, Gs, Autogrill), che si pensò di privatizzare.
Il caso contestato a Berlusconi vide appunto il contrasto tra i due schieramenti: da una parte Prodi, presidente, per volontà di De Mita e col plauso di Scalfari, dell'IRI, che era interessato a favorire l'amico De Benedetti; dall'altra Craxi, che per motivi simmetricamente opposti, era interessato a far fallire l'accordo Prodi - De Benedetti, ricorrendo a imprenditori amici, in primis Berlusconi.
Che cosa è accaduto?
Prodi ha cercato di (s)vendere a(ll'amico) De Benedetti lo SME, a un prezzo e a condizioni di estremo, ingiustificabile, favore. Siamo nell'85.
prezzo ultrageneroso: in pratica ha spiegato Berlusconi che De Benedetti non avrebbe pagato niente: lo SME gli veniva di fatto regalato. Prodi regalava all'amico De Benedetti un capitale che apparteneva ai cittadini italiani. Infatti, citiamo da Tempi, " De Benedetti avrebbe versato 393 miliardi a rate, pari a 333 miliardi netti, per un gruppo che aveva 2.800 miliardi di ricavi e soprattutto 630 miliardi di liquidità." Che tale cifra fosse risibile emerge dal fatto che nove anni dopo, quando la SME fu venduta venne pagata complessivamente 2.400 miliardi. Da 393 a 2400 c'è una bella differenza, anche al netto dall'inflazione.
condizioni ultragenerose: il contratto era di quattro pagine, e fu frutto di una trattativa privata durata solo due incontri. Normalmente un contratto di tale portata comprende centinaia di pagine ed è frutto di decine di incontri con laboriose trattative per conciliare le esigenze delle due parti. Non una sola clausola del contratto tutelava lo Stato: tutte le tutele erano per l'acquirente.
Craxi, fiutando la truffa, si è mobilitato per impedirla (e per impedire, al contempo, un aumento di potere complessivo dello schieramento avversario): chiedendo a Berlusconi di scendere in campo con una offerta più vantaggiosa di quella di De Benedetti. E così è stato. Unendosi ad altri imprenditori alimentari (Barilla, Ferrero e altri), Berlusconi ha di fatto mandato in fumo l'accordo Prodi-De Benedetti.
De Benedetti si è infuriato ed è ricorso ai giudici. Ora tutte le sentenze pronunciate su tale caso hanno dato torto a De Benedetti. L'unanimità dei 15 giudici, che a vario titolo e in vari gradi, hanno affrontato i ricorsi dell'imprenditore di Ivrea, non ha avuto la minima esitazione a dargli torto: tanto evidente era il fatto che il contratto sottoscritto tra lui e Prodi era una truffa per lo Stato.
il processo SME
Il caso si riapre con le dichiarazioni della teste Omega, Stefania Ariosto, che nel 1995 accusa Previti, avvocato e amico di Berlusconi, di aver corrotto dei giudici romani, Renato Squillante e Filippo Verde (dipingendo la magistratura di Roma come un "porto delle nebbie"), anche nel caso dell'affare SME, versando loro dei soldi (300 milioni di lire) perché dessero torto a De Benedetti.
I soldi li avrebbe dati Previti, per conto di Berlusconi, nel 1986, utilizzando dei conti correnti esteri, subito dopo che le sentenze che davano torto a De Benedetti erano passate in giudicato.
Tre sono i fondamenti della accusa: a) una testimone, b) alcune intercettazioni e c) movimenti su conti correnti esteri.
a) la testimone e la sua (scarsa) credibilità
chi è la Ariosto, e che motivi aveva per dire certe cose? Compagna di Vittorio Dotti, mancato leader di Forza Italia, in quanto sconfitto dal rivale Cesare Previti, si immedesimò nei velenosi sentimenti del compagno contro il rivale e contro l'antico amico Berlusconi, reo di avergli preferito l'avvocato romano. Ma non era solo il risentito livore a motivarla: era anche personalità in pessime acque con la giustizia, assediata com'era da debitori, tra cui la Cariplo di Milano, per debiti ingenti. Compiacere la magistratura inquirente milanese, insaziabilmente avida di pretesti antibelusconiani, era un modo per acquistarne la ferrea protezione e rintuzzare dietro tale scudo d'acciaio i tanti procedimenti pendenti sul suo capo, che rischiavano di procurale un durevole futuro carcerario.
Ariosto, una teste credibile? Si tratta di una personalità che ha mentito molte volte. Ad esempio ha sostenuto, mentendo, di essere rimasta vedova, e, mentendo, di essere nobile. Ha mentito parlando di un certo conto corrente, che non è mai esistito. Ciò nonostante i PM Bocassini e Colombo, l'hanno ritenuta attendibile e proprio sulle sue testimonianze hanno costruito il processo SME.
b) le inquietanti manipolazioni delle "prove"
Quelle che dovrebbero essere poi le (uniche) prove in questo processo risultano inspiegabilmente manipolate dall'accusa:
manipolate sono le bobine in cui dei giudici romani farebbero il nome di Berlusconi;
incredibilmente rotto il CD-rom contenente importanti testimonianze (si provi a far cadere per terra un CD e si veda se è facile spezzarlo, come vuol far credere l'accusa);
inquietante è poi la mancata messa agli atti di verbali importanti, in particolare testimonianze a favore di Berlusconi e gli atti della visita del PM Jelo a Roma;
strano l'ostracismo contro l'audizione di testimoni della difesa;
Non si possono infine tacere gli atteggiamenti "politici" dei PM, specie della Bocassini, che ha fatto discorsi che attribuiscono al processo una esplicita valenza politica.
c) i movimenti sui conti correnti
Resta un unico elemento di qualche peso, che però si configura come indiziario e non probatorio: quei versamenti da conti correnti Fininvest a Previti e da Previti a magistrati romani (Verde e Squillante).
La cosa certa è che l'entità delle somme versate dalla Finivest a Previti è congrua con le prestazioni di un avvocato del suo calibro. Dunque non appare giustificato vedervi qualcosa di sospetto.
Sconveniente è però il fatto che un avvocato versi delle somme di una certa entità a dei giudici, con cui ha a che fare professionalmente.
E tuttavia, ancora, come ha detto Berlusconi, se avesse voluto corrompere dei giudici, trattandosi di una cifra tutto sommato modesta per le sue tasche, non avrebbe utilizzato del denaro "tracciabile", in quanto stornato dai bilanci delle sue società e registrato su conti correnti, ma avrebbe usato dei contanti, a sua personale disposizione.
per un giudizio
alcune certezze evidenti
Non si corrompe un giudice per avere ragione, se già si ha ragione. Non si corrompe un giudice per fagli emettere una sentenza giusta.
Ora nella vicenda SME, Berlusconi e chiunque si opponeva alla svendita-truffa dello SME a De Benedetti, aveva evidentemente ragione, oltre ogni dubbio. Quella sentenza era inoppugnabilmente giusta, come è stato confermato dalla ripetizione di sentenze identiche nel dar torto a De Benedetti.
Dunque manca il motivo della corruzione.
e alcuni lati oscuri
E' però un fatto che Previti aveva con alcuni magistrati romani dei rapporti quanto meno torbidi. Ed è un fatto che dei soldi sono stati versati da Previti a tali magistrati. Non ci risulta che Previti abbia convincentemente spiegato tale transazioni.
Non è detto che si sia trattato di corruzione; certo è che si tratta di comportamenti assolutamente sconvenienti. Ma è ancor più certo che sul caso SME non occorreva comprare una sentenza, che era dettata dall'evidenza delle cose. Senza contare che i soldi sarebbero stati dati a un giudice, al massimo due, mentre sul caso SME ben 15 furono i magistrati chiamati a decidere. Che cosa si deve pensare: che si siano distribuiti le cifra tra tutti loro 15? Perché allora non indagare tutti e 15?
E se fosse vero che per avere una sentenza giusta si deve pagare, non sarebbe ancor più vero che si deve pagare per averne una ingiusta? Dunque si deve ipotizzare che i magistrati romani avrebbero detto a Previti qualcosa come "dacci di più di quello che altrimenti ci darebbe De Benedetti, altrimenti, prendendo i suoi soldi, daremo ragione a lui, anche se ha torto?"? Ma allora perché non mettere anche De Benedetti sul banco degli imputati?
Inoltre all'accordo Prodi - De Benedetti non si oppose il solo Berlusconi, ma l'allora presidente del consiglio, l'intero consiglio di amministrazione dell'IRI, una cordata di imprenditori (Barilla, Ferro e altri): perché avrebbe pagato per tutti solo Berlusconi? Perché prendersela solo con lui?
Senza contare che Berlusconi avrebbe sborsato di tasca sua semplicemente per rompere le uova nel paniere a De Benedetti, senza averne poi personalmente nessun vantaggio: davvero è pensabile che sia stato così scemo?
Non ci sentiamo di concludere in modo definitivo. Troppe sono le domande ancora aperte. Di sicuro c'è l'accanimento, strano, contro uno che ha oggettivamente avuto il merito di salvare lo Stato italiano da un raggiro senza precedenti.


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