IL COMUNISMO DIMENTICATO
E’ uscito da diverso tempo un libro molto interessante di George Watson in lingua francese, intitolato La letterature oublieè du socialisme. Si tratta di un interessante studio di natura storica dedicato ai particolari rimossi dalla Letteratura Socialista, specialmente quella dell’800. Parliamo di autori, spesso pesantemente contrapposti, e dalle posizioni più variegate, che hanno attraversato un secolo (o almeno una parte di esso) la cui riflessione avrebbe segnato in maniera ineludibile lo sviluppo storico delle società umane nel ‘900.
La prefazione, articolata da Jean Francois Revel, risente indubbiamente di un intento generale che permea l’opera, non nascondendo le intenzioni di screditare e calunniare il Socialismo, o meglio i Socialismi, dal punto di vista del politicamente corretto liberaldemocratico odierno. E’ altrettanto certo che comunque i dati riportati costituiscono un corpus di notizie e di documentazione innegabile e molto appetibile per chiunque voglia conoscere bene la reale situazione storica.
L’uso strumentale e politico delle dottrine, dei saggi e delle teorie di numerosi autori, è una pratica che, specie nella modernità, ha progressivamente riguardato tutti i periodi storici, ma forse mai come in quest’ultimo secolo, si era potuto assistere alla totale mistificazione e all’aggiustamento della storia retroattivamente a partire dalle condizioni stabilite all’indomani dell’assestamento post-bellico del 1945.
Quell’evento così disastroso e devastante per l’umanità intera, o almeno per grande parte di essa, ha nei fatti condizionato in qualche maniera tutti: al di là delle idee, e delle opinioni, nessuno di noi sembra essere stato in grado di uscire del tutto al di fuori degli schemi e delle categorie mentali, impostesi a seguito di quel conflitto mondiale. Anche a costo di negare l’evidenza, si è ostinatamente cercato di ricondurre ogni evento passato e ogni prefigurazione futura, alle categorie che avevano caratterizzato quei terribili sei anni di storia.
Ovviamente tutto ciò è pura follia, è la totale assolutizzazione di una contingenza, che ha tutto di prospettico e non di rado persino “casuale” nella determinazione del suo momento storico. Revel ci propone subito, come uno schiaffo diretto, una riflessione forse eccessiva e densa di livore soggettivo: “È nelle origini più autentiche del pensiero socialista, nei suoi più antichi dottrinari, che si trovano le giustificazioni del genocidio, della purificazione etnica e dello Stato totalitario, impugnate come delle armi legittime, indispensabili al successo della rivoluzione e alla preservazione dei suoi risultati”.
E’ necessario risalire al periodo, e capire la situazione europea: a seguito delle rivoluzioni industriali, il Capitalismo era ormai pienamente funzionante e trionfante sul piano nazionale, e cercava, attraverso il colonialismo, lo sbocco all’esterno. Cominciavano a delinearsi in maniera sempre piu nitida le caratteristiche di un fenomeno, quello industriale e produttivo, figlio di un progresso tecnico e scientifico, che nei fatti riproponeva un mondo diviso e drammaticamente lacerato, malgrado le promesse e le premesse della Rivoluzione Francese, dei “lumi”, e del fideismo antropocentrico e dell’ottimismo enciclopedista.
L’esperimento era fallito: l’uguaglianza, la fratellanza e la libertà rimanevano uno slogan ad effetto, ma nulla di altro. C’è nel primitivo Socialismo utopista (non estraneo a legami pur vaghi e molto generici con le riflessioni precedenti di Campanella o Tommaso Moro) il tentativo di reagire in ogni modo ad una condizione, che proprio in virtù di quel lodato progresso, andava deteriorandosi. Fourier, Owen, Saint Simon e per certi versi lo stesso Proudhon rappresentano un’energica reazione ad un mondo in declino: in loro e nelle loro sintesi non c’è una elaborazione metodica e rigorosa, e c’è ben poco di economico. La riflessione è rabbiosa, drammatica, quasi ellenica nella sua forza eroica in difesa di un proletariato e di un’insieme di sfruttati sempre più infausto.
C’è una precisa sete di vendetta, forse giustificata, che anima la loro opera, e si sussegue nella fase di individuazione del nemico: quell’idea o quella casta, o quell’origine politica, che ha imposto la divisione della società in classi, lo sfruttamento e l’infelicità. Non era certo nascosto il ruolo di “intelligence” degli ebrei in Europa: l’ebreo era visto da secoli, come un infiltrato strano e infido, un elemento di cui non fidarsi, un personaggio che pretendeva isolamento dal resto della società, e allo stesso tempo ne riceveva altrettanto dal resto delle popolazioni. Le sue attività mercantili e l’avvio del prestito ad interesse nel periodo compreso tra il Basso Medioevo e l’era moderna, contraddistinsero pesantemente l’ascesa nell’immaginario collettivo di un’idea molto suggestiva e pericolosa, seppur non certo priva di motivazione.
La pesantezza degli attacchi antiebraici stava andando di pari passo con la critica al Capitalismo: l’ebreo, con la sua nota predilezione per le attività commerciali, e la sua nomea di “strozzino”, era visto quasi come un padre culturale del Capitalismo, ne era l’emblema. Quando con Marx ed Engels, il Socialismo diventerà scienza, rigoroso metodo di analisi dei rapporti di produzione, e poggerà sul materialismo dialettico come analisi e diagnosi del Capitalismo, ecco che queste critiche non solo non spariranno, ma si faranno metodiche, in un clima culturale, che non può non rimandare ad Hegel, sia per l’impostazione dialettica, sia per la pretesa escatologica, seppur nella divergente trasposizione dal piano idealistico-filosofico a quello materialistico-storico.
Come ricorda David North, esponente di un Partito Socialista americano, in un suo intervento pubblico nel 1997, “Attorno al 1870”, scrive lo storico Robert Wistrich, “gli Ebrei sembravano i tipici borghesi in una società che non era ancora completamente imborghesita, gli innovatori che annunciavano la modernità in una nazione che moderna ancora non era”. Secondo le cifre di Wistrich, il 22% degli impiegati di banca e degli operatori di borsa nel 1882 erano ebrei. In un periodo in cui gli Ebrei erano poco più dell’1% della popolazione tedesca, essi rappresentavano il 43,25% dei proprietari e direttori di banche e istituti di credito. Alcune delle più grandi banche tedesche erano controllate dagli Ebrei, come quella di Bleichröder a Berlino, Warburg ad Amburgo, Oppenhein a Colonia, e Rothschild a Francoforte. Un altro fattore importante del successo degli Ebrei tedeschi era la loro posizione vantaggiosa nelle professioni specialistiche: nel 1882 l’11,7% di tutti i dottori, l’8,6% dei giornalisti, e il 7,9% degli avvocati erano ebrei.”
Karl Marx, tedesco di Treviri, pur nato da famiglia di origini ebraiche, non esitò a dare una definizione del problema in tali termini all’interno di uno suo noto scritto, La Questione Ebraica: «Il denaro è il geloso Dio d'Israele, di fronte al quale nessun altro dio può esistere. Il denaro avvilisce tutti gli dei dell'uomo, e li trasforma in una merce. Il denaro è il valore universale, per sé costituito, di tutte le cose. Esso ha perciò spogliato il mondo intero, il mondo dell'uomo come la natura, del valore loro proprio. Il denaro è l'essenza, fatta estranea all'uomo, del suo lavoro e della sua esistenza, e questa essenza estranea lo domina, ed egli l'adora. Il Dio degli ebrei si è mondanizzato, è divenuto un dio mondano. La cambiale è il dio reale dell'ebreo. Il suo Dio è soltanto la cambiale illusoria. [... ] Ciò che si trova astrattamente nella religione ebraica, il disprezzo della teoria, dell'arte, della storia, dell'uomo come fine a se stesso, è il reale, consapevole punto di partenza, la virtù dell'uomo del denaro. Lo stesso rapporto sessuale, il rapporto tra uomo e donna, ecc., diviene un oggetto di commercio! La donna è oggetto di traffico. La chimerica nazionalità dell'ebreo è la nazionalità del commerciante, in generale dell'uomo del denaro»
Risulta evidente che agli occhi di Marx, la teologia e la sociologia ebraica rappresentavano un problema ben maggiore all’emancipazione dalla religione da lui auspicata, rispetto alla cristianità della borghesia tradizionale continentale, la quale anzi, a detta dello stesso pensatore socialista, pagava lo scotto di essere stata “ebraizzata” nella propria interiorità. L’equazione denaro = ebraismo era chiara: la piu probabile origine del Capitalismo e della disuguaglianza sociale veniva rintracciata nelle dottrine della Torah.
L’origine ebraica di Karl Marx, ancora oggi inviso a molto ebrei per queste dichiarazioni, era però anche al centro di una disputa che lo vide scontrarsi per motivi ideologici, ai tempi della Prima Internazionale con Mikhail Bakunin, il teorico dell’anarchismo socialista russo, il quale era convinto di un complotto ebraico per il dominio delle masse e dei popoli, fino ad ipotizzare di esserne egli medesimo una vittima. Nel suo storico discorso, influenzato anche dall’aspra polemica di quegli anni tra socialisti tedeschi (Marx ed Engels ma non solo) e socialisti russi (Bakunin fra questi), tenuto proprio in occasione dei lavori della Prima Internazionale egli dirà: “Gli Ebrei formano oggi in Germania una vera potenza. È già da molto tempo che regnano come padroni assoluti nella banca. Ma da una trentina d'anni sono riusciti anche a formare una specie di monopolio nella letteratura. In Germani non vi è quasi più nessun giornale che non abbia il suo redattore ebreo, e il giornalismo e la banca si danno la mano, rendendosi a vicenda dei servizi preziosi … La razza degli Ebrei è una razza molto interessante. Essa è, nello stesso tempo, strettamente nazionale, ed internazionale per eccellenza, ma nel senso dello sfruttamento. È questo che ha creato il commercio internazionale, e quello strumento economico così potente che si chiama credito. Ecco, certamente, dei diritti incontestabili alla riconoscenza dell'umanità … Gli Ebrei sono sempre stati una razza molto intelligente e molto infelice, inumana, crudele, e vittima al tempo stesso, persecutrice e perseguitata. Essa adora fin dalla sua infanzia un Dio omicida, il più barbaro e al tempo stesso il più vanitosamente personale di tutti gli Dei conosciuti dalla terra, il feroce e vendicativo Jehovah, che ne aveva fatto il suo popolo eletto. Il suo primo legislatore, Mosé, le aveva ordinato di massacrare tutti i popoli, per stabilire la sua propria potenza. Questo fu il suo debutto nella storia … Molto fortunatamente per le altre nazioni, la potenza del popolo ebraico non eguagliò la sua crudeltà! Sempre vinto, molto prima del trionfo finale dei Romani, trapiantato di forza dai suoi conquistatori assiri, babilonesi e persiani nelle parti più lontane dell'Asia, passò dei secoli i un'emigrazione forzata. E fu nel centro di questa emigrazione che si formò ed approfondì nel cuore degli Ebrei il culto di Gerusalemme, simbolo dell'unità nazionale. Nulla unisce tanto quanto la disgrazia … Diffusi e sparsi in tutta l'Asia, schiavi, disprezzati, oppressi, ma sempre intelligenti, essi formarono più che mai una nazione: la nazione internazionale dell'Asia e di una parte dell'Africa. Sradicati dalla terra che Jehovah aveva dato loro e non potendo più dedicarsi all'agricoltura, essi dovettero cercare un altro sbocco per la loro attività appassionata ed inquieta. Questo sbocco non poteva essere altro che il commercio; ed è così che gli Ebrei divennero il popolo commerciante per eccellenza. In tutti i paesi, essi ritrovarono i loro compatrioti, vittime come loro dell'oppressione straniera, disprezzati, come loro perseguitati, e come loro animati da un odio naturale e profondo contro le nazioni conquistatrici. Ciò spiega come ha dovuto formarsi infine tra tutte le tribù ebraiche sparse in Africa ed in Asia, fra gli Ebrei di tutti gli Stati, una vasta associazione commerciante, di mutuo soccorso e di assistenza, e di sfruttamento in comune di tutte le nazioni straniere; un popolo di parassiti vivente del sudore e del sangue dei loro conquistatori … Con il credito nacque o meglio si sviluppò, in una spaventosa proporzione l'usura, questa piaga sempre sanguinante dei proprietari nobili prima, e più tardi delle popolazioni agricole. Nell'occidente dell'Europa, vi sono ancora molti paesi in cui i contadini proprietari o non proprietari sono letteralmente divorati dagli Ebrei; ma è soprattutto nell'Europa orientale, nei paesi slavi ed ungheresi dell'Austria, nel granducato di Posen, in Prussia, in tutta la Polonia, la Lituania e la Russia Bianca qui compresa, in Moldavia e in Valacchia, che lo sfruttamento ebraico esercita i suoi saccheggi più spietati e più eccessivi. Così, in tutti questi paesi, il popolo detesta gli Ebrei. Esso li detesta al punto che tutte le rivoluzioni popolari sono accompagnate da un massacro di Ebrei: conseguenza naturale, ma che non è per niente adatta a fare degli Ebrei dei partigiani della rivoluzione popolare e sociale…”
Friedrich Engels non esitò a pubblicare e precisare in una lettera nel 1890 che l’antisemitismo, compreso quello russo molto aggressivo (tipicamente zarista), spesso fosse solo una caratteristica di un Socialismo rozzo e reazionario, un Socialismo finto che in realtà avrebbe soltanto mascherato l’interesse di classi feudali, impaurite dal Capitalismo su vasta scala ma estranee anche allo stesso interesse proletario.
E in fin dei conti, l’antisemitismo era per Engels un fenomeno che sarebbe scomparso necessariamente con l’avvento della società socialista e del comunismo. Questo chiaramente non era un atteggiamento censorio e morale nei confronti del problema degli ebrei, ma solo la fredda disamina scientifica per cui scomparendo la religione ebraica e tutte le altre religioni, sarebbe scomparso anche l’antisemitismo, di necessità. L’approccio alla Questione degli Ebrei è, come notato, per Marx ed Engels estremamente teologico e sociologico, proprio per la natura biblica e religiosa di cui si nutre quello che loro chiamano "problema ebraico": al momento delle prime pubblicazioni dei due autori, siamo persino ancora lontani dalla nascita del Sionismo come movimento ufficiale e dal suo dispiegamento nel mondo. Eppure non sarebbe mancato loro modo, se avessero mai voluto, di approfondirne la questione sul piano eminentemente razziale.
Lo stesso Engels, mentre considerava l’antisemitismo un pretesto della classe borghese o piccolo-borghese, si è più volte prodigato nell’analisi delle razze umane, come il suo più stretto collaboratore e coteorico, Karl Marx. E’ Leon Poliakov, storico dell’antisemitismo e studioso di origine ebraica, nel suo Il Mito Ariano a dire:
«Per Engels come per Marx, era inteso che la razza bianca, portatrice del progresso, era più dotata delle altre razze. Nella "Dialettica della natura" per esempio, Engels scriveva che "selvaggi inferiori" potevano ripiombare in "uno stato abbastanza vicino a quello dell'animale" ; più avanti un ragionamento più preciso gli faceva concludere che i Negri erano congenitamente incapaci di capire la matematica». Lo stesso Marx, descriverà il suo rivale e critico Ferdinand Lassalle con queste frasi: «Vedo ora chiaramente che egli discende, come mostrano la forma della sua testa e la sua capigliatura, dai Negri che si sono congiunti agli Ebrei al tempo della fuga dall'Egitto (a meno che non siano sua madre o sua nonna paterna che si sono incrociate con un negro... ). L'importunità dell'uomo è altresì negroide». Poliakov ne riassume che per quanto riguarda il pensiero di Marx, esso «restava influenzato dalle gerarchie germanomani», si rifaceva all'idea dell'influenza del suolo di Trémaux, un determinismo geo-razziale, che fondava agli occhi di Marx l'inferiorità dei Negri».
Del resto nel Manifesto Comunista, diventato ormai famosissimo, edito originariamente nel 1848 anche se pubblicato più volte in seguito in altre edizioni, Marx e Engels non hanno mai menzionato nessun egualitarismo e nessun cosmopolitismo. L’unità dei proletari e la rivoluzione socialista, in quanto concepite in base alla presa di coscienza e al ribaltamento dei rapporti di produzione, riguardavano necessariamente soltanto il mondo "bianco e progredito", così come pure, la scomparsa degli "antagonismi nazionali", non sottendeva affatto ad una sparizione dei confini geografici, ma anzi era il risultato conseguente della lotta di classe del proletariato, che – a detta di Marx e di Engels – doveva energicamente "farsi classe nazionale" esso stesso.
Sarà Marx, ormai emigrato da anni in Inghilterra, ad affermare, sin dal 1870, con sempre maggior forza, la necessità dell’indiupendenza dell’Irlanda e a sottolineare che la stessa lotta irlandese contro la borghesia oppressiva anglosassone, avrebbe aiutato lo stesso proletariato britannico, nell’ambito di un concetto di internazionalismo inteso come collaborazione, ispirando Lenin e Mao, e ancor più lo stesso Stalin, quando parleranno della necessità del patriottismo e della lotta di liberazione nazionale nell’ambito della rivoluzione comunista.
I concetti di internazionalismo proletario e di eguaglianza sono nei fatti quasi sempre stati al centro di una lettura monolitica e asfittica, letteraria e decisamente travisata, deviata dalla sinistra politica e dal dibattito Euro-Comunista, e dal revisionismo imperante, specialmente nell’epoca della destalinizzazione in URSS da un lato, e in virtù del mito del ’68 dall’altro. Improvvisamente, il Comunismo divenne dottrina dal volto umano, globale, pacifista, addirittura assimilabile alle sottoculture hippy, al libertarismo, al meltin’ pot, e al consumo di droghe.
Ma il saggio che per certi aspetti, più di altri testi mette in crisi il mito dell’egualitarismo sia in ambito etnico sia in ambito politico, è forse il famoso Anti-Duhring di Engels. Nell’introduzione spicca una ennesima considerazione razziale, genetica nel senso letterale del termine (eredità accumulata è il termine pesante usato nel passo dell’opera), del pensatore comunista tedesco: "Se, per esempio, nel nostro paese gli assiomi matematici sono perfettamente evidenti per un bambino di otto anni, senza nessun bisogno di ricorrere alla sperimentazione, non è che la conseguenza dell'eredità accumulata. Sarà al contrario molto difficile insegnarli a un boscimane o a un negro d'Australia".
Per quanto concerne invece l’egualitarismo sociale, Engels attacca nei fatti l’utopismo tipico di quello che Duhring chiamava "socialismo radicale egualitario" in opposizione al socialismo marxista, e parla di uguaglianza in un’accezione indubbiamente molto diversa. Scrive: "Il contenuto reale dell’esigenza proletaria dell’uguaglianza, si riduce all’esigenza della distruzione delle classi. Qualsiasi esigenza di uguaglianza che vada più in là di questo punto, inevitabilmente conduce all’assurdità", concetto su cui insistette Lenin dicendo: "Engels aveva mille volte ragione quando scrisse: il concetto di eguaglianza al di là della distruzione delle classi, è un pregiudizio stupido e assurdo. I professori borghesi hanno tentato di servirsi del concetto di eguaglianza per accusarci di voler fare ogni uomo eguale all'altro. Di questa cosa insensata, inventata da loro stessi, hanno cercato di accusare i socialisti. Ma nella loro ignoranza essi non sapevano che i socialisti - e precisamente i fondatori del socialismo scientifico moderno , Marx ed Engels - hanno detto che l'eguaglianza è una frase vuota, se per eguaglianza non si intende la distruzione delle classi. Noi vogliamo sopprimere le classi e in questo senso siamo per l'eguaglianza. Ma pretendere che vogliamo fare tutti gli uomini eguali l'uno all'altro, è una frase priva di senso, è un'invenzione cretina di intellettuali"
A.F.
PUBBLICATO SU: NUOVA DIMENSIONE - Windows Live




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