| Lunedi 23 Giugno 2003 - 17:49 | Paolo Emiliani |
Stato Canaglia.
Questo è un nuovo termine ormai entrato nel linguaggio comune. Sotto il martellamento dei media, la gente supinamente associa la definizione all’Iraq, all’Iran o alla Corea del Nord, proprio come vuole il dittatore planetario Bush, ma se viene stimolata ad una spiegazione più articolata ecco che viene fuori un abitino troppo largo per le “canaglie” ufficiali degli atlantici. Piuttosto sembra un abito confezionato su misura proprio per il principale alleato di Washington: l’entità sionista.
Canaglia è infatti colui che non rispetta le risoluzioni dell’Onu, che invade altre nazioni, che mantiene un’occupazione militare su terre non sue (ma quali sarebbero poi le terre di Israele?), che pratica la pulizia etnica, la tortura e l’omicidio: insomma, è proprio il ritratto dell’entità sionista.
Se poi progetta pure l’eliminazione fisica del legittimo presidente, democraticamente eletto, di un altro Paese, come può chiamarsi?
Non c’è dubbio: super canaglia.
La pratica omicida dell’entità sionista per eliminare i leaders di Hamas non la nasconde nessuno.
Non è un caso che dopo l’uccisione di Abdallah Kawasmeh, ad opera di un reparto delle forze speciali israeliane, il premier Ariel Sharon ha voluto esprimere pubblicamente la sua felicitazione.
Discorso ben diverso per quanto riguarda il leader storico palestinese, Yasser Arafat. Le voci che fosse nel mirino di Tel Aviv si sono rincorse tante volte negli anni. Ma nessuno, ai vertici sionisti, aveva mai osato pubblicamente affermare che “l'eliminazione” del leader palestinese fosse un'ipotesi presa in considerazione. Fino ad oggi.
Il generale Moshe Yaalon, il capo di stato maggiore, ha infatti affermato che l’entità sionista ha considerato a più riprese l’ipotesi di “farlo fuori”.
Ancora più inquietante appare il fatto che l’ipotesi di eliminare Arafat potrebbe essere presa di nuovo in considerazione in futuro, qualora tornasse utile. Una vera e propria minaccia di stampo mafioso rivolta a tutto il popolo palestinese.
Yaalon ha fatto le sue rivelazioni senza scomporsi minimamente. “Il dibattito se uccidere Arafat o meno c'é stato alcune volte in passato. La questione è stata affrontata in termini di costi rispetto a utilità”, ha dichiarato Yaalon in una conferenza tenuta l’altra notte a Beer Sheva.
Il quotidiano Haaretz ha poi rilevato che l’uccisione di Arafat è stata discussa l'ultima volta solo un anno fa, dopo che un patriota palestinese si era fatto esplodere in un albergo di Natanya (Tel Aviv).
Lo stesso giornale ha ricordato che il premier Ariel Sharon si è nel frattempo impegnato personalmente a non colpire Arafat. Il fatto inquietante è che tale impegno non lo ha preso con l’autorità palestinese, come sembrerebbe ovvio, ma con il presidente Usa George Bush.
Evidentemente, in una crisi di delirio da onnipotenza, i due “macellai” hanno creduto di poter avere diritto di vita e di morte su chiunque. Rimane infatti inquietante anche come l’entità sionista possa annunciare i suoi omicidi contro i leader di Hamas nel completo disinteresse, anzi con l’approvazione, dei media ammaestrati di tutto il mondo, che si prestano alla vergognosa mistificazione usando termini come “attacco” invece che l’unico possibile in italiano: omicidio premeditato.
E se Israele è una democrazia, per il mero fatto che Sharon è stato eletto dal consenso popolare, vuol dire che si tratta di una “democrazia canaglia”.
© rinascita - 2002




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