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    Predefinito “Elogio delle differenze”

    “Elogio delle differenze”

    | Lunedi 30 Giugno 2003 - 18:11 | |

    Cavallo di battaglia della “contro-cultura” attuale, di certa destra o di certa sinistra, militante o non, sembra essere la critica alla globalizzazione, argomento imperante nelle discussioni riguardanti il destino dell’economia e, quindi, purtroppo, dei popoli.
    Un interessante saggio dal titolo “Elogio delle differenze” (Edizioni di Ar, distribuzione nazionale Libreria Ar, Salerno), propone, oltre all’analisi del fenomeno dal punto di vista economico, ulteriori spunti di approfondimento su aspetti forse meno evidenti, ma sicuramente altrettanto pericolosi.
    L’autore, Giovanni Damiano, insegna filosofia nei licei, ed ha pubblicato, sempre per le Edizioni di Ar, “La Filosofia della libertà in Julius Evola”, e collabora al periodico “Margini”. In un’intervista, ci ha gentilmente esposto le sue tesi e riflessioni.

    - Rispetto alle comuni critiche mosse nei confronti della globalizzazione, le sue tesi si differenziano perché non analizzano il fenomeno solo sul piano economico, ormai evidente a tutti, ma si spingono oltre, verso un’analisi più completa. Quali sono gli ambiti che verranno influenzati dalla globalizzazione, che più che un fenomeno economico pare stia diventando un ‘modus operandi’?
    - La risposta è già contenuta nella parola “globalizzazione”. La globalizzazione è quella dinamica che tende a integrare e unire il globo in un’unica rete. Pertanto non può riguardare solo l’ambito tecno-economico-finanziario. Questo è, attualmente, l’ambito più “globalizzato”. Ma la dinamica globale investe tutti gli ambiti dell’uomo.
    Ecco perché ho parlato nel mio libro di multidimensionalità della dinamica globale. Di conseguenza, una volta che la globalizzazione arrivi a dispiegare compiutamente tutta la sua dinamica, si avrà una politica globale, una società globale e così via.

    - L’aspetto su cui, nel libro, sembra soffermarsi più ampiamente è la ‘società globale’ o, per meglio dire, ‘società multirazziale’. Quali sono i presupposti ideologici alla sua base?
    - Potremmo definire la “società globale” come quel tipo di società che in ogni punto del pianeta rimandi sempre e solo agli stessi principi e allo stesso modo di intendere le relazioni sociali, prescindendo, quindi, dalle specificità etnoculturali che da sempre hanno connotato l’esperienza umana.
    In particolare, un tipo di società del genere potrà realizzarsi da noi in Europa con l’arrivo sempre più massiccio di immigrati extraeuropei. È evidente, infatti, che per tenere in piedi una società della quale potrebbero indifferentemente far parte uomini provenienti da ogni luogo del pianeta, si dovrà far ricorso non alla specifica cultura dei popoli ospitanti ma a dei principi universalistici, ad esempio un individualismo sempre più esasperato.
    Il punto molto problematico però è il seguente: se non ci sono tradizioni, costumi, storie condivise, come si può vivere insieme? E’ pensabile una società di “estranei”, di atomi solitari, che hanno tra loro solo rapporti funzionali e contrattuali? Io credo proprio di no.

    - Il termine ‘multirazziale’, poi, sembra quantomeno inesatto, considerando l’annullamento delle differenze fra le varie identità razziali, che questo tipo di società porterebbe con sé. Lei cosa ne pensa?
    - Mi sembra una osservazione molto pertinente. Avremmo una società “monorazziale”, ossia una società in cui le differenze tra le etnie e le culture non potrebbero trovare più posto, sostituite, dappertutto, da quegli stessi principi individualistici di cui parlavo prima.

    - Per capire meglio: cos’è e cosa rappresenta il termine identità nell’ambito etnico e cosa, invece, il termine differenza?
    L’identità, come etimologicamente segnala quell’idem che costituisce la sua radice, rimanda ad un qualcosa di stabile, di persistente. L’identità etnoculturale è pertanto costituita dallo stabile e duraturo patrimonio di idee, valori, tradizioni che connota una determinata etnia. Ovviamente, però, stabile non vuol dire immutabile. L’identità è dunque stabilità e insieme mutamento. Mutamento nella continuità, potremmo dire. Ma la globalizzazione, privilegiando esclusivamente il mutamento, finisce per distruggere il nocciolo identitario. Inoltre l’identità è sempre in relazione con la differenza. Identità e differenza sono termini relazionali.
    Non può esistere una identità se non in relazione con ciò che è differente.
    Ecco perché rispettare le identità significa rispettare, contemporaneamente, le differenze. La globalizzazione invece, essendo un processo omologante, finisce per dissolvere sia le identità che le differenze. Un mondo unico, globale, è un mondo senza differenze.

    - Tornando indietro all’analisi economica, fenomeno a quanto pare strettamente legato alla considerazione sui diritti dei lavoratori, allo sfruttamento del lavoro a basso costo e allo spostamento in blocco delle masse umane, elemento fondante della globalizzazione sembra la conversione delle economie nazionali in trans-nazionali. Come si attua questo processo?
    - La domanda è complessa. Diciamo che l’economia trans-nazionale, i cui attori principali sono le multinazionali, tende a “scavalcare” gli Stati attraverso la delocalizzazione degli impianti industriali, la divisione globale del lavoro, la possibilità di spostare masse di denaro ovunque, le privatizzazioni, la flessibilità del lavoro. Potremmo definirla una deregulation economico-finanziaria, che priva sempre più gli Stati dei loro poteri d’intervento nelle questioni economiche, monetarie, sociali, ecc.

    - Questo argomento è trattato in un altro libro delle Edizioni di Ar “Il disastro di una nazione. Saccheggio dell’Italia e globalizzazione”, in cui si analizzano le trasformazioni dell’economia italiana nel periodo di ‘mani pulite’. Trova dei punti di contatto fra i due libri?
    - Il libro di Antonio Venier spiega bene come i diktat globali abbiano pesato in modo devastante sull’economia italiana negli anni ‘90 del secolo scorso.
    In particolare Venier si è soffermato su alcune questioni essenziali, dal debito pubblico alle privatizzazioni, dalla demolizione dei servizi pubblici all’attacco allo Stato sociale.

    - In definitiva, la globalizzazione è un destino ineluttabile, o vi sono ancora degli ‘spazi’ di confronto e contrasto al fenomeno?
    - Credo che la tentazione di scrivere la storia in anticipo sia una tipica malattia ideologica. Così come credo che presentare la globalizzazione come un fenomeno irreversibile sia solo un tentativo, alquanto goffo per la verità, di autolegittimazione, cioè, in ultima analisi, di resa nei confronti dell’esistente.
    Personalmente, siccome penso che la storia non sia indirizzata deterministicamente, ritengo che ancora esistano alternative praticabili, alcune delle quali ho tentato di descrivere nel mio testo.

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    Non per proporre questi scienziati a modello di pensiero, visto che si fermano al solo primo grado del razzismo, ma fa piacere constatare come il Sistema arranchi nel dimostrare, anzi nell'imporre, il suo assudro" dogma" egualitarista.


    ------------------------------------------------------


    Oggetto: Gli scienziati razzisti-da internazionale del 6 dicembre 1996

    "Gli scienziati razzisti". brano tratto da http://members.odinsrage.com/prometheus/Cristopher Brand è orgoglioso di essere un razzista. Non un razzista cattivo, un pazzo che infila fuochi d'artificio accesi nelle cassette delle lettere degli asiatici o un maniaco violento che assale i neri per strada armato di una bottiglia rotta. Brand è un "razzista scientifico".Non è uno che pensa che i neri siano meno intelligenti dei bianchi: lo sa.Per dimostrare che ciò che crede è una verità fondamentale e irrefutabile, Brand ha scritto recentemente un libro, The g factor. General Intelligence and lts Implications (Il fattore g. L'intelligenza generale e le sue implicazioni), (scaricalo gratis) sostenendo le sue affermazioni con grafici, diagrammi,tabelle e dati reali. L'editore di NewYork, John Wiley & Sons, ha salutato il libro come "un saggio critico e ben argomentato" scritto da un uomo "ben noto per i suoi contributi alla ricerca e al dibattito sull'intelligenza e sulla personalità".Poi qualcosa è andato storto. In un'intervista a un giornale britannico, Brand (che insegna all'Università di Edimburgo)ha spinto le sue opinioni sulla razza fino ad affermare che le madri single dovrebbero accoppiarsi con maschi dal quoziente di intelligenza elevato, per allargare il patrimonio genetico della prole.L'editore ha ritirato il libro e un portavoce ha affermato che "la casa editrice non intende sostenere e diffondere queste idee, o essere associata a un libro nel quale si fanno asserzioni che troviamo repellenti".Poco dopo, il corpo studentesco ha votato la rimozione di Brand dal suo posto di insegnante,e il giorno successivo il rettore dell'Università di Edimburgo, Stewart Sutherland, ha detto di trovare le opinioni di Brand "false e odiose".Brand è stato colpito, ma non affondato.Nel piccolo ma rumoroso mondo accademico degli scienziati della razza - quelli che credono all'esistenza di un legame genetico tra la razza e l'intelligenza - su entrambi i lati dell'Atlantico, l'esperienza recente di Brand appare come una cerimonia sadomasochistica di iniziazione, un rito di passaggio per chi ha affinato l'arte di creare la controversia della quale poi si dice vittima. (no comment)Si tratta di un gruppo chiuso i cui membri seguono avidamente il lavoro di tutti gli altri, si telefonano regolarmente a casa e intonano un coro ben orchestrato di disgusto sulla stampa nazionale ogni volta che uno di loro viene accusato per aver dato dignità accademica a stanchi miti razzisti. "La mitologia del martirio tra gli scienziati della razza è così forte da rendere altamente improbabile che non sappiano quali sono ie probabili conseguenze delle loro teorie", dice Marek Kohn autore di The Race GaIIery: The Retum of racial Science (La galleria della razza: il ritorno della scienza razziale).Il più duro di tutti è Roger Pearson, nato Gran Bretagna ma residente negli Stati Uniti. Sostiene che i popoli nordici sono la più elevata forma di vita che la natura abbia mai prodotto,e ha elaborato la teoria di una "super generazione", una razza padrona creata dall'ingegneria genetica. Nel 1982 Pearson cevette una lettera di congratulazioni dall' allora presidente degli Stati Uniti Ronald Regan per il suo contributo alla causa conservatrice. Ha insegnato in diversi college e università americane, ed è nota la sua attività politica nell'estrema destra: nel 1957 fondò la lega del Nord allo scopo di sostenere "gli interessi l'amicizia e la solidarietà della nazioni teutoniche". Pubblica il Mankind Quarterly,un giornale che Kohn definisce "un rifugio per gli scienziati della razza che non hanno accettato l'ordine antirazziale dell'Unesco". (gli "ordini" sono una metodologia di ricerca un po' insolita per degli scienziati, che, generalmente dovrebbero attenersi esclusivamente ai fatti ndr.)Poi c'è il professore emerito di psicologia Richard Lynn, oggi in pensione, dell'Universita'dell'Ulster, in Irlanda del Nord. Come Brand Lynn si definisce un razzista scientifico.Se stiamo parlando di credere all'esistenza di differenze genetiche tra le razze, sono decisamente un razzista scientifico" dice. Ha raccolto prove da alcuni test sul quoziente d' intelligenza condotti in Africa, le quali suggeriscono che metà della popolazione nera del continente è mentalmente ritardata.A metà strada si trova Jean Philippe Rushton, professore di psicologia nell'Università dell'Ontario occidentale, in Canada, che secondo Kohn "non si descriverebbe mai come un razzista". Tra le altre cose, Rushton crede he il cervello dei neri sia piu piccolo di quello di altre razze, cosa che li renderebbe meno intelligenti ma fortemente spinti al sesso e all'aggressione.Rushton ha ampliato la sua versione della scienza razziale in un libro dal titolo Race, Evolution and Behaviour (Rivoluzione e comportamento), che Arthur Jensen, psicologo dell' Università della California a Berkeley, ha lodato definendolo "brillante".Jensen viene descritto come il "grande sacerdote" degli scienziati razziali e non ha sempre creduto che ci fosse una differenza genetica nell'intelligenza. "La scarsezza del quoziente intellettivo medio tra i neri è dovuta a fattori ambientali piuttosto che razziali", scrisse nel 1967 Due anni dopo, sulla Harvard Educational Review, cambiò idea e fece nascere una tempesta che continua a infuriare.Si trattava dell'articolo "più esplosivo nella storia della psicologia americana, che provocò una delle più dure controversie scientifiche dai tempi di Darwin e lo catapultò da una relativa oscurità alla prominenza nazionale", secondo William H. Tucker, autore di The Science and Politics of Racial Research Scienza e politica della ricerca razziale).Dice Jensen: "La reazione fu incredibile e in massima parte ostile.Dovetti prendere delle guardie del corpo e venivo costantemente minacciato. Questo dimostra come le cose siano cambiate: oggi si può parlare di queste cose e nessuno alza un sopracciglio".Ciò non è proprio vero. Quando Charles Murray e il defunto Richard Hernstein pubblicarono The Bell Curve (La curva a campana), due anni fa, Murray venne marchiato dal New York Times come "l'uomo più pericoloso d'AmeriCa". Il libro sosteneva che la gran parte dei neri poteva anche condurre una vita socialmente utile, ma restava biologicamente inferiore ai bianchi per quanto riguarda l'intelligenza. The Bell Curve non rivelava molto che Jensen non avesse già detto venticinque anni prima, ma lo impacchettò in una forma più accettabile in un momento in cui gli Stati Uniti erano ossessionati dalla questione razziale.Vendette quattrocentomila copie, e gli scienziati razziali ritengono che abbia dato un enorme sostegno alla loro causa.L'assunto centrale condiviso da tutti gli scienziati della razza è che il quoziente intellettivo della popolazione nera è più basso di quindici punti di quello dei bianchi (ci si riferisce agli afroamericani, il Q.I dei negri africani é piú basso di 25-30 punti !) e che ciò non può essere spiegato da fattori sociali ma "sta nei loro geni". Perciò, e questo è ciò che chiamano "corrispondenza con lo status socioeconomico", un nero laureato è sempre quindici punti piu' basso di quello di una laureato bianco."Si e'potuto registrare quasi l' intero deficit afroamericano in bambini di anche solo tre anni di eta', nati da madri in possesso di istruzione universitaria, sposate e che non presentavano complicazioni nella gravidanza o problemi di salute", scrive Brand in The g factor.La maggior parte degli scienziati razziali crede anche a una tavola periodica dell'intelligenza su base etnica, che Lynn definisce "il gradiente orientale-caucasico-negro. Gli orientali hanno un quoziente intellettivo marginalmente più alto dei caucasici, che a loro volta hanno un quoziente ben più alto dei neri". Chiedete a Brand se crede per dawero a tutto questo e farà una sonora risata. "Nor posso credere che lei mi stia facendo questa domanda", dice. "Non troverà nessuno scienziatodi una qualche reputazione che abbia detto qualcosa di diverso dall'inizio del secolo".A dire la,verità, ci sono psicologi dichiara fama che criticano aspramente queste teorie.Dice il professor Steven Rose, un importante neurologo, direttore del gruppo di ricerca sul cervello e comportamento della Open University: "Abbiamo considerato tutte queste cose parecchio tempo fa, insieme alla domanda se il quoziente intellettivo possa misurare qualcosa. Che i test abbiano a che fare con l'intelligenza,piuttosto che essere dei giochini stupidi con i numeri,dipende dalla teoria secondo la quale esiste un qualche fattore sottostante che loro chiamano 'g', ovvero intelligenza cristallizzata e misurabile".Rose crede che gli sviluppi della teoria scientifica abbiano reso queste opinioni superflue: "I biologi hanno rifiutato da tempo il concetto di razza. Le differenze genetiche tra qualunque 'razza'data, e definita socialmente, sono più grandi che tra 'razze' diverse".

    Da: "Internazionale" del 6 dicembre 1996, rivista bolscevica, riportata integralmente, mie note in rosso. L.L.

 

 

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