Il magico viaggio dei Beatles
di Carmine Pescatore
La recente e prematura scomparsa di George Harrison e il grande vuoto che ha lasciato, ci lascia ripensare alla straordinaria carriera dei Beatles, ricca di successo e di enigmi. Enigmi veri, poiché in un brevissimo periodo della loro parabola artistica comparve un aspetto sconcertante, spesso sconosciuto agli appassionati, costituito dal fatto che un gruppo, fino a quel momento di musica leggera, cre" d’improvviso dei capolavori inaspettati, immortali, inventando, un suono nuovo ancora oggi, diverso da ogni altro, speciale, sognante, ipnotico e al contempo, minaccioso, sinistro, unico.
Cercheremo di raccontare le tappe di questo breve e incredibile viaggio verso l’ignoto, e se l’opinione appare troppo azzardata possiamo dire di essere in buona compagnia nel sostenerla.
Timothy Leary, ad esempio, filosofo e ideologo del cyberpunk scrisse: "Io dichiaro che i Beatles sono dei mutanti. Prototipi di agenti evolutivi mandati da Dio con il misterioso potere di creare una nuova specie, una giovane razza di uomini liberi e ridenti. Sono le più sagge, le più sante, le più efficaci divinità che la razza umana abbia mai prodotto"._
Queste parole, chiaramente provocatorie, adombrano per" un’ipotesi: quella che i Beatles, fossero entrati in contatto con una misteriosa energia creativa. Secondo Leary, il gruppo di Liverpool ottenne questa nuova e improvvisa consapevolezza attraverso un mutamento di percezione e quindi di concezione del mondo, scivolando in un altro livello della realtà che ebbe immediati riflessi nella loro musica. Esistono tuttora molti interrogativi legati alla tarda produzione dei Beatles. La loro storia rappresenta un mito polinterpretativo continuamente sondato senza perdere nulla di un fascino che vive in testimonianze sonore e testuali e forma un intreccio ancora oggi non completamente decifrato. Un mistero lontano dai libri per fan, dai fan stessi, dal pur interessante collezionismo musicale.
Critici specializzati e sociologi, hanno analizzato la carriera e il messaggio della loro musica in migliaia di pagine, articoli e saggi, notando come in molte delle loro ultime canzoni si avverta realmente qualcosa di recondito, di sfuggente, un atteggiamento dello spirito, un modo di comporre geniale, imprendibile, un’indulgenza verso l’assurdo e il fantastico. Il tempo ha reso questi elementi ancora più manifesti; evidenziando il raggiungimento di una immensa e rara creatività, rafforzata dall’utilizzo instancabile ed ossessionante degli arrangiamenti e della sala di registrazione.
Ma questo richiederebbe un capitolo a parte; valga dire che la tecnologia della riproduzione sonora venne inventata dai Beatles praticamente dal nulla facendo delle sedute di incisione un ulteriore strumento musicale da aggiungere ai brani. Brani ricchi di aspetti sorprendenti, metamusicali (non di rado casuali), disseminati di indizi e segnali riferiti ad una realtà ora trascendente ora misteriosa.
MITI BEAT E MITI GRECI
Tutti coloro che si sono occupati dell’avventura dei Beatles hanno usato e useranno sempre i termini "mania" e "mito", lasciandoli scorrere meccanicamente. Ed invece tali definizioni illuminano come poche la loro vicenda. Esaminiamole: "mania" deriva dal greco e significa "esser pazzo", stato che in psicopatologia inquadra una condizione caratterizzata da un’euforia creativa, dall’ideazione di idee che possono spesso avere un influsso generativo legato alla malinconia, alla depressione; "mito" invece, sempre dal greco, sta a significare "narrazione", "leggenda", identificando eventi in grado di attrarre e scatenare la fantasia divenendo un’ispirazione, un insegnamento.
Anche la più melodica e tradizionale "She’s leaving home" ("Lei ha lasciato casa"), si sviluppa come un coro greco che accompagna una voce narrante che giorno dopo giorno informa sulla scomparsa di una ragazza mentre il coro riporta le frasi dei genitori che la ricordano. "Within you, without you" (Dentro te, fuori di te), è invece una bella (inusuale), parentesi di musica indiana. A coronamento di un anno straordinario viene stampato il giàcitato singolo "Strawberry Fields Forever" ("Campi di fragole per sempre"), un titolo che prende il nome da una sede dell’Esercito della Salvezza di Liverpool vicina alla casa di John Lennon che chiamava per estensione in questo modo anche la zona boscosa circostante il suo quartiere.
Le parole sono spiazzanti: "Lascia che ti porti con me perchè sto andando a Strawberry Fields, niente è reale e niente per cui stare in attesa. Strawberry Fields per sempre. E’ facile vivere con gli occhi chiusi senza capire quello che vedi". La canzone non adombra il fenomeno dell’estasi e anzi lo racconta. L’estasi consiste nella sensazione di lasciare il proprio corpo mentre la realtà diventa piccola e lontana e si è invasi da un senso di leggerezza e benessere; la mente si apre su un nuovo mondo parallelo e interagente con quello dei cinque sensi, un mondo dove i pensieri scorrono liberi, idee inaspettate si rincorrono e i colori e i suoni sono più intensi. Resta un mistero se in questo stato si raggiungano livelli sconosciuti di comprensione o si attinga inconsciamente alle proprie conoscenze. Di certo un’artista ne può ricavare sicuramente dei risultati eccezionali.
Scrive lo studioso di tradizioni Elèmire Zolla: "L'uomo ha bisogno di assiomi per la mente e di estasi per la psiche come ha bisogno di cibo per il corpo: estasi e assiomi possono provenire soltanto dal mondo degli archetipi. Né bastano estasi lievi, brividi modesti: la psiche cerca la pienezza del panico. L'uomo vuole periodicamente smarrirsi nella foresta primigenia degli archetipi. Lo fa quando sogna, ma i sogni non bastano. Deve sparire da sveglio, rapito da un archetipo di pieno giorno...".
Molto lontani dall'attuale mentalità che pretende la modificazione dello stato di coscienza, ma solo per negare il proprio malessere.
Il brano viene ricordato come il primo videoclip della storia in quanto mostrava con una serie di immagini dei quattro che non cantavano ma si muovevano in un bosco. Il titolo era il nomignolo dato alla droga LSD, quando veniva distribuita in piccole pastiglie rosa scuro. Anche un’altra nota canzone dei Beatles intitolata appare un richiamo a sostanze stupefacenti e nello specifico, allucinogene: è "Lucy in the Sky with Diamonds" ("Lucy nel cielo con diamanti"), la cui sigla forma L.S.D.. "Immagina di essere in una barca su un fiume, con alberi di mandarino e cieli di marmellata. Qualcuno ti chiama, e tu rispondi lentamente". Allora era ben noto come queste parole fossero state ispirate proprio dall’influenza dell’acido lisergico, e che le iniziali di questa canzone fossero un accenno neanche troppo sottile a quel tipo di stupefacente e a nulla servirono le smentite degli autori su quell’allusione.
IL VIAGGIO CONTINUA
Il singolo "Strawberry Fields Forever", verrà poi inserito nel disco "Magical Mystery Tour" assieme a "Penny Lane" un’elegia del passato e di Liverpool con ricordi che scivolano e parlano all’ascoltatore, mentre il brano diviene pian piano tridimensionale attraversato com’è da voci, rumori, oggetti che cadono, campanelli, suoni di una banda lontana.
Nel novembre del 1967, verrà messo in vendita "Magical Mystery Tour" colonna sonora del film omonimo diretto e prodotto dai Beatles.
Il titolo prende spunto dalla consuetudine britannica dei viaggi organizzati con itinerario a sorpresa, il film e le canzoni si pongono come la cronaca di un viaggio anche e principalmente onirico con percorsi, come scrisse Daniele Soffritti "possono essere anche soprannaturali e avvenire sia nel mezzo che alla fine della vita e a volte in entrambi i momenti. Il viaggio non è solo uno spostamento fisico ma una liberazione dalla prigione del quotidiano".
Infatti, nonostante il ritmo e l’allegria del cantato, viene lasciata intendere un’intenzione preoccupante sul viaggio che si offre: "Il magico viaggio del mistero aspetta di portarvi via (É) spera di portarvi via (É) muore dalla voglia di portarvi via".
Da parte sua, il lungometraggio (non privo comunque di alcune ingenuità) possiede lo stesso strano fascino della morte e della follia presente nel disco, narrando fra illuminazioni e allucinazioni, la gita senza meta compiuta da un gruppo di turisti: un tragitto attraverso luoghi talvolta magici, più spesso inquietanti, con il sottofondo delle tristezze, le nostalgie e i sogni della middle-class britannica. L’autobus giallo che li accompagna prosegue attraverso i prati e i monumenti del Devon e la Cornovaglia ma anche fra i fitti boschi e le nebbie del grigio cielo inglese. Era giallo anche il metafisico sottomarino della canzone, "Yellow Submarine" incisa sull’album "Revolver" che fornirà il titolo e la trama a uno dei migliori film animati di ogni tempo, con i Beatles trasformati in cartoni animati.
Entrambi i mezzi, l’autobus e il sottomarino, conducono i viaggiatori verso una tregua dalla vita, in spazi e dimensioni sconosciute, e la scelta del colore appare tanto inconscio quanto riuscita; il giallo per la tradizione alchemica rappresenta il passaggio dalla materia allo spirito. Tornando al "Magical Mystery Tour" sono moltissime le prove di assoluta bellezza, a cominciare dall’improvvisa sospensione dalla realtà che coglie il protagonista di "Blue Jay Way" in attesa, nella nebbia sempre più fitta di una strada, amici che non verranno, a "The Fool on the Hill" sulla diversità intesa come maggiore consapevolezza e sensibilità frutto dell’isolamento: "lo scemo sulla collina guarda il sole tramontare e con gli occhi della mente vede il mondo girare. Fermo sulla strada con la testa tra le nuvole, l’uomo dalle mille voci parla assolutamente forte ma nessuno lo ascolta". Tematicamente simile a questa canzone è l’altrettanto splendida "Fixing a Hole" ("Riparando un buco") il cui artificiale andamento sereno non maschera a lungo le intenzioni di un testo disarmante e originalissimo: "Sto riparando un buco che lascia entrare la pioggia e impedisce alla mia mente di vagare dove vuole, mi sto prendendo il tempo per un sacco di cose che ieri non erano importanti...". Riappare il senso di una vita in controtempo, fatta di bagliori, estranea al succedersi abituale degli avvenimenti tesa ad ascoltare i segnali che appaiono e scompaiono di uno stato di veglia superiore a quello comune. Un concetto in linea con la "non-azione" caratteristica della filosofia Zen. Comunque testimone di un certo "sentire" il trascendente.
Con la definizione di "Beatles-mania" quindi intendiamo qualcosa ben distante dal luogo comune. Ma esiste un ultimo importante particolare ancora in accordo con le narrazioni dell’antichità e che riguarda addirittura il mito dell’eroe: quando lasciarono le apparizioni dal vivo, separandosi fisicamente dalla comunità che li idolatrava, i Beatles abbandonarono per sempre la riproposizione di se stessi, isolandosi in una "discesa agli inferi" che non aveva bisogno di spettatori né di successo. Come si sa, ogni eroe della mitologia si distacca dall’umanità (come ad esempio, Ulisse), esegue un viaggio costituito da prove con una discesa agli inferi e un "ritorno a casa", dove ridiventa se stesso. Dopo il loro misterioso viaggio, la loro discesa agli inferi, i Beatles rifiutarono il loro passato come se non fosse mai esistito e tornarono a occuparsi di canzoni, in maniera più che dignitosa, ma lontani anni luce da quella stella cometa che li aveva illuminati e guidati.
John Lennon, Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr: nessuno di loro, nelle rispettive carriere da solisti ha più minimamente toccato quell’onda anomala e misteriosa che caratterizz" parte della loro vita dove l’azione e il sogno si confondevano. Se tra gli artisti, quelli che godono di una corsia privilegiata verso la psiche degli uomini sono i musicisti, i Beatles furono tra i pochissimi a percorrerla davvero. La loro esperienza costituisce a tutt’oggi l’unico esempio nella musica popolare di perfetto bilanciamento fra quello che gli antichi greci definivano apollineo e dionisiaco, ovvero da una parte l’equilibrio, l’ordine e l’armonia, dall’altra l’ebbrezza mistica e la follia.
L’avventura cominci" quando dopo essere stati compositori ed esecutori di canzoni di straordinario successo, in meno di due anni e tramite una serie di coincidenze creative si inoltrarono in un ambizioso progetto di libertà artistica che darà frutti oltre ogni previsione.
Il gruppo infatti passerà dall’euforia giovanile per la vita e l’amore (temi comuni sino alla noia a tutta la musica pop e rock), direttamente al sogno, all’incubo, al sovrannaturale, alla morte lasciando lo stile che lo aveva reso famoso per entrare in un territorio musicale sconosciuto, obliquo a ogni altra esperienza, aprendo e chiudendo un discorso mai più ripreso.
Finalmente liberi da un contratto discografico folle che li aveva costretti a sfornare ben sette album in pochissimo tempo, risolti gli obblighi e forti del potere economico acquisito, si imposero uno stop e pubblicarono dopo mesi di lavoro un singolo: "We Can Work It Out", la loro prima composizione anomala dove si ascolta un curioso strumento, un armonium (un organo con le sonorità frastornanti da fiere di paese) suonato dal loro produttore George Martin, utilizzato in maniera angosciante, ovvero tenuto in un sottofondo via via sempre più incisivo in un testo a due voci dove la prima descrive con ottimismo la possibilità di andare avanti nella propria vita ("We can work it out" si pu" tradurre con il nostro "ce la faremo"), per venire interrotta da un controcanto di profonda disillusione: "la vita è molto breve e non c’è tempo per agitarsi e combattere, amica mia".
Cominciando da quel brano, i Beatles, svincolati per sempre dagli estenuanti (e musicalmente assai scadenti), tour mondiali si dedicarono a tempo pieno nella sperimentazione di suoni ed alla produzione di canzoni sempre più complesse. Non di rado impiegavano intere settimane a trovare un solo frammento musicale per una canzone. Ad esempio, una sola seduta di prova effettuata per il brano "Rain" necessitò di 11 ore
ininterrotte di lavoro, mentre occorse un mese per registrare la famosa "Strawberry Fields Forever".
Divennero persino un gruppo fantasma, che decise coltivare le proprie idee affrancandosi dal suonare, lasciando eseguire le loro composizioni ad altri musicisti, fossero essi un quartetto d’archi o un ensemble di esecutori indiani.
Potrà apparire come un controsenso, ma in questo geniale percorso ai "Fab Four", servì anche il fatto che nessuno di loro fosse un virtuoso dello strumento, avesse particolare presenza scenica, possedesse una voce indimenticabile. Queste apparenti carenze permisero invece di coltivare la loro maggiore qualità: il dono inestimabile del lavoro di gruppo nella sperimentazione di nuove forme sonore. Una coesione che produsse, nel 1967, canzoni di intensità sbalorditiva, talvolta persino spaventosa. A cominciare dall’album "Revolver", le loro composizioni presentano d’improvviso suoni senza precedenti, che richiamano le esperienze più estreme della musica concreta e sperimentale del dopoguerra, inconsueti effetti sonori singoli o stratificati, strumenti inusuali (spesso orientali o elettronici), sequenze di voci e rumori, e l’utilizzo di archi ed ottoni d’orchestra genialmente inseriti da George Martin.
LE PAROLE DELLA MORTE
In "Revolver" ascoltiamo brani che possiamo definire senza tema di smentita eterni, a cominciare da "Eleanor Rigby", per voce e quartetto d’archi che non ha nulla da invidiare alle migliori partiture di musica colta ed è registrato con un particolare posizionamento dei microfoni.
La canzone descrive la giornata di una donna che in una chiesa raccoglie il riso di un matrimonio che non conosce, e che muore sola come era vissuta. Il testo cerca di dare un volto alla sua solitudine e quella del sacerdote Mc Kenzie, impegnato a scrivere "un sermone che nessuno ascolterà". Poi Eleanor muore e, recita il testo: "venne sepolta sotto una lapide insieme al suo nome. Non venne nessuno. Padre McKenzie si pulì le mani dalla terra allontanandosi dalla tomba. Nessuno fu salvato. Tutta la gente sola da dove viene? tutta la gente sola a chi appartiene?".
Analizzando la struttura testuale della canzone si evidenziano alcune parole-chiave: sola, nessuno, morte. Cosa stava succedendo ai Beatles? Praticamente tutto. E sarà solo l’inizio, perché in ogni brano aleggerà via via più fortemente, una sensazione intensamente drammatica di trapasso, di allucinazione, o di aperta allusione a dimensioni aldilà della vita. Un aspetto presente con intensità anche in "Taxman" anch’esso con parole impensabili in una canzone dell’epoca: "dichiarate i penny che avete sui vostri occhi", un’immagine che ricorda in maniera immediata l’usanza dell’antichità di metter delle monete sugli occhi dei defunti. O ancora in "She Said, She Said" dove si parla lucidamente di morte: "lei disse io so com’è essere morti, Io so cos’è sentirsi tristi".
Indimenticabile "I am the Walrus" (Io sono il tricheco), per i suoi crescendo e gli accelerando, i suoni e le voci inusuali con una struttura formale costituita dalla ripetizione, e una particolare impostazione ritmica, ovvero forme musicali utilizzate per procurare stati psicologici e fisici alterati sino alla trance. Il brano non a caso è costituito da un solo martellante accordo musicale e i suoni bassi sapientemente amplificati, si insinuano in chi ascolta con un effetto ipnotico.
Assolutamente notevole il riferimento al tricheco, un animale che nelle tradizioni nordiche è immagine della morte e qui viene descritto come "l’uomo delle uova". Dove le uova che moltiplica sono le ombre che si porta dietro ogni esistenza sempre segnata dalla morte. Con una voce sinistra, ossessiva, cantilenante. Il "tricheco" del testo afferma di essere "tutto e tutti", mentre elenca particolari ed avvenimenti confusi, assurdi, sgradevoli, dolorosi del vivere quotidiano in una cupio dissolvi che ha del terribile; una "totentanz" in versione moderna. Il verso del tricheco nella canzone "goo goo goo joob" sono anche le ultime parole del personaggio di Humpty Dumpty in "Alice nel Paese delle Meraviglie" prima di cadere a terra. E’ strano come tanti paludati esperti di musica non abbiano capito questo importante rimando narrativo. Una citazione di grande interesse. Humpty Dumpty, ha una forma di un uovo, e il protagonista del brano dei Beatles si definisce come "l’uomo delle uova": sta seduto su un muretto e imbastisce un curioso dialogo con Alice. "Quando io uso una parola, essa significa esattamente ciò che io voglio che significhi. né più né meno. Il problema è chi deve essere il padrone delle parole, ecco tutto". E strane parole abbondano in "I’m the Walrus": "Io sono lui, come tu sei lui, come tu sei me e noi siamo tutti insieme, guarda come corrono, sto piangendo. Materia gialla cola dall’occhio di un cane morto, moglie pornografica del pesce granchiostrica. Io sono l’uomo delle uova, loro sono gli uomini delle uova, Io sono il tricheco, goo goo goo joob".
CERCANDO UNA SPIEGAZIONE
E’ riduttivo dire che queste canzoni vennero scritte con l’aiuto di droghe lisergiche e qualche frammento di filosofia orientale, a nostro parere c’è qualcosa di più complesso dietro di esse. Critici meno razionali hanno avvertito in queste composizioni perturbanti, la sensazione che a condurre il gioco non siano stati i quattro Beatles, ma che la loro identità si sia dissolta in un gioco di coincidenze o del destino non codificabile.
In effetti questa percezione si avverte come qualcosa di subliminale, che va oltre la ragione ed è visibile attraverso l’attenta visione e lettura di elementi pubblicitari come le foto e le copertine dei dischi del gruppo inglese. Un’alterità che neanche gruppi straordinari e palesemente legati a musiche e temi inquietanti e labirintici come, ad esempio, i King Crimson, i Van Der Graaf Generator i Cure, i Radiohead, sono riusciti ad avere. Ciò che distingue i Beatles da tutti gli altri sorge da canzoni in apparenza concepite per il mercato, le quali con l’ausilio di uno svolgimento stupefacente, svelavano modelli e sviluppi anomali, divenendo opere di immaginazione fuori dal comune, che si avventurano e avventurano gli ascoltatori verso spazi sconosciuti o intravisti. In loro afflato verso il soprannaturale viene comunicato attraverso una prospettiva non artefatta da una un atteggiamento programmatico autodistruttivo, come è sempre stato di moda per colpire l’immaginario del pubblico giovanile, ma un tentativo riuscito, anche se momentaneo, di ampliare la propria coscienza.
Un viaggio breve, dicevamo, quello dei Beatles, ineguagliabile e allucinante che si conclude nel 1967 e svanisce completamente un anno dopo con un colpo di coda impensabile.
Tratto dal sito Dal sito http://www.storiainrete.com/




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