Si allarga la rivolta dei giovani in Iran
di Gabriel Bertinetto
Ore difficili per i teocrati di Teheran. Gli universitari continuano a manifestare per la democrazia non solo nella capitale, ma, è notizia di lunedì, anche nella città santa di Mashhad e a Tabriz, oltre che, nei giorni scorsi, a Shiraz, Ahvaz, Ispahan.
Non sono raduni oceanici. I partecipanti sono in genere alcune migliaia, ma è notevole sia la continuità delle iniziative, che si ripetono ormai quotidianamente da una settimana, sia la presenza di cittadini di vari strati sociali, che uniscono le loro forze alla contestazione studentesca.
A Mashhad, che insieme a Qom è considerata una roccaforte del potere politico dei religiosi sciiti, i dimostranti si sono radunati nelle facoltà di tecnica e ingegneria e all’università intitolata al celebre poeta Ferdowsi. I cortei si sono poi spostati anche sul Viale Sajjad e sulla Via Rahnamei, alcuni dei luoghi più eleganti della città. Secondo alcune testimonianze si è trattato di raduni estremamente mobili.
La rivolta contro il potere assoluto degli ayatollah reazionari contagia gli ambienti più disparati. Tra gli autori della lettera aperta firmata da 248 politici e intellettuali, in cui si ribalta su Khamenei e compagni l’accusa di eresia spesso rivolta da costoro agli oppositori, figura ad esempio Seyed Hossein Musavi Tabrizi, già molto vicino all'Imam Khomeini e procuratore generale dello Stato nei primi anni dopo la rivoluzione. Un personaggio non certo sospettato di tendenze filo-liberali o filo-americane.
Lunedì una lancia in favore della contestazione giovanile è stata spezzata dal vicepresidente del Parlamento Reza Khatami, leader del più forte partito iraniano e fratello del capo di Stato Mohammed Khatami. «Non vi è insulto peggiore per un popolo che quello di dire che è controllato dall’estero», ha affermato Reza Khatami, attaccando la tesi ufficiale secondo cui i dimostranti sono pilotati dagli Stati Uniti.
Il vicepresidente del Parlamento ha espresso inoltre comprensione per le critiche che i manifestanti rivolgono alla tendenza riformatrice (che ha in lui e nel fratello due dirigenti di primo piano): «Ci criticano per la nostra indecisione nel realizzare i nostri programmi, e io accetto questa critica».
Dopo avere sguinzagliato contro i dimostranti le squadracce della milizia basij, i duri del regime hanno ritenuto opportuno rinunciare al pugno di ferro, almeno per il momento. Probabilmente si rendono conto di avere gli occhi del mondo puntati addosso, e in particolare gli occhi di Bush, che ha esplicitamente elogiato i giovani contestatori ammonendo gli ayatollah a rispettare i diritti umani e politici dei loro concittadini. Preferiscono allora non infierire. I basij gironzolano nei pressi del quartiere universitario di Teheran, ma negli ultimi due giorni hanno evitato di attaccare i giovani democratici.
Le autorità si sentono sotto tiro non solo per la solidarietà che da vari paesi e forze politiche è stata espressa ai cittadini che lottano per la libertà, ma anche per le forti critiche che da più parti sono arrivate al programma nucleare iraniano, che Teheran per altro sostiene di sviluppare solo per usi civili.
La Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) ha discusso lunedì a Vienna un rapporto del direttore Mohammed El Baradei, in cui si accusa l’Iran di non avere denunciato certe attività e la disponibilità di alcuni materiali. Baradei ha esortato l’Iran a firmare un protocollo aggiuntivo al trattato di non proliferazione nucleare, autorizzando così verifiche improvvise e non preannunciate da parte degli ispettori dell’Aiea. Le autorità iraniane hanno risposto che potrebbero anche acconsentire, purché in cambio di tecnologia atomica di cui da tempo chiedono di entrare in possesso. E hanno chiesto all’Aiea maggiore «flessibilità».
Anche i ministri degli Esteri dell'Unione europea riuniti lunedì a Lussemburgo hanno chiesto formalmente a Teheran di «adottare e attuare con urgenza e senza condizioni» il protocollo addizionale al Trattato di non proliferazione nucleare.




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