Torneremo presto a parlare di scorie nucleari, sia per fare il punto della situazione, che per mantenere viva l'attenzione della gente su un atto che lo stato italiano stava per compiere e che era ai confini tra l'arroganza e il terrorismo.
Nell'attesa, avendo notato che un paio di sciacalli spelacchiati hanno messo il loro muso tremante fuori dalle fogne dove si erano mantenuti acquattati finché il loro dio-padrone, costretto dalla furia degli elementi, non ha dovuto obtorto collo togliergli la paura dalle reni, dedico a loro, ai loro simili presenti anche in mezzo ai sardi ed al loro dio-padrone, questo "Canto":
IL CANTO DELLO SCIACALLO
Vivo
in compagnia del mio branco
negli oscuri anfratti
della viltà e della paura.
Anzi
più che vivere
sto.
Custodisco il livore
l’invidia che mi consuma
la malvagità innata
che non sono capace di esprimere
se non nel buio della notte
quando non corro pericoli
ed è più facile la fuga.
Non conosco sentimenti
non ho cuore
ed il cervello
rinsecchito
non mi consente di pensare.
Ma non ho nemmeno artigli
né zanne robuste
solo miseri denti cavernosi
per rosicchiare carogne.
Dall'albero caduto
ognuno vuol fare legna...
ed io aspetto
con la bava alla bocca
che cada la Quercia
che l’Aquila precipiti dal cielo
o il Toro cada in un agguato.
Io aspetto anzi bramo
che ciò avvenga
fin da quando mi accorgo
che l’aria tempestosa
e i fulmini del cielo
potrebbero abbattere
un mito, un simbolo, un eroe
o semplicemente
un qualsiasi soldato
con le armi in pugno.
Quello è il giorno del trionfo!
Allora
con le mascelle scarnite
e la gola gonfia di bile
invio il mio ululato al cielo...
Ma... lo stomaco in tumulto
continua a indicare
la mia paura insana
del momento in cui
il Toro
o l’Aquila
o la Quercia
o il semplice Soldato
si rialzeranno
e mi colpiranno a morte.




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