Camillo Longone
II CODEX SERAPHINIANUS
ovvero
"LUIGI NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE"
Roba da ricchi, il Codex Seraphinianus. A Parma ce l'avevano in casa solo le figlie degli industriali, donne sgraziate e sciocche (che carino... :D [nota mia]), sciocche al punto da pensare che il corteggiamento fosse diretto a loro. No, era diretto al Codex, ci si faceva invitare a casa avendo come obiettivo non la carne ma la carta, quella magnifica di Fabriano usata da Franco Maria Ricci per un libro d'arte già entrato nella leggenda. Verso fine serata si finiva sul divano a sfogliare insieme il mirabolante oggetto, e solo dopo ci si ricordava di un certo impegno l'indomani mattina presto: peccato, per poter dormire almeno qualche ora bisognava proprio scappare. Ovvio che la manfrina non poteva andare avanti tanto, giusto il tempo di venire impressionati per sempre da quel mondo borgesiano di alfabeti inventati e animali inesistenti.
La prima edizione del 1981 consisteva di due volumi per un totale di 160.000 lire, che secondo i coefficienti di rivalutazione monetaria corrispondono a 300 euro odierni. Era una discreta somma per un esordiente come Luigi Serafini, giovane artista romano, ma l'investimento veniva garantito dal marchese Ricci, l’arbiter elegantiarum di quegli anni felici. L'operazione funzionò soprattutto a Parma, non perché i borghesi locali amassero il bello, anzi, e non perché avessero un animo mecenatesco, quando mai: il parmigiano Ricci, un parmigiano che la Parma contemporanea non si merita (semmai quella del Settecento), a forza di rose all'occhiello e sfondi neri aveva imposto la sua raffinata libreria monomarca come l'unico luogo dove una signora residente tra l'Enza e il Taro potesse approvvigionarsi di regali di prestigio. E così, sotto Natale, in strada Garibaldi c'era la fila di dame impellicciate, e così sugli scaffali dei piani nobili e delle ville suburbane cominciò a formarsi una piccola collezione di grandi libri squisiti. Andavano forte Erte e Petitot, Ligabue e Tamara de Lempicka, ma alla fine riuscì a intrufolarsi nelle bibliotechine confindustriali e confcommerciali anche Serafini, unico artista vivente di un catalogo elegantemente necrofilo. Il solito culatello sfacciato dei parmigiani: oggi la prima edizione del Codex viaggia nella stratosfera, l'anno scorso su eBay i due volumi comparvero a 19.000 dollari. Simili quotazioni inducono nell'autore compiacimento e rimpianto, se a suo tempo avesse potuto farne incetta adesso sarebbe ricco.
Serafini, pur vivo, era e rimane più incomprensibile di uno scriba egizio morto da trenta secoli: il Codex è uno spettacolo di arte varia, tipografica e figurativa, che stupisce per via di bizzarria, oggetto editoriale con pochi precedenti nella storia, forse l’Hypnerotomachia Poliphili pubblicata da Aldo Manuzio nel 1499, altro vortice di enigmi. Le immagini sono tavole dell'enciclopedia di un mondo parallelo, un brulicante manuale di zoologia fantastica con inserzioni umane, vegetali, ameboidi, astratte. Un sottotitolo potrebbe essere: "Luigi nel paese delle meraviglie". Le didascalie non spiegano un bel nulla essendo composte in serafiniano, ghirigori che possono ricordare certi remoti alfabeti asiatici, l'oriya, il singalese, il telugu, il georgiano, il thai, ma vagamente. Sono venticinque anni che chiunque abbia il Codex fra le mani prova a capirci qualcosa; niente da fare, l'artista burlone si prende perfino gioco degli aspiranti decifratori disegnando una specie di stele di Rosetta: da un lato il suo solito alfabeto misterioso, dall'altro un alfabeto diverso per forma ma uguale per impenetrabilità. Calligrafie e disegni sono costati due anni di lavoro certosino, nel tempo fra una donna che se n'era andata e una gatta che era arrivata, in una mansarda di Via Sant'Andrea delle Fratte di proprietà giustamente ecclesiastica. Più che un affitto pagava un obolo: allora anche un artista bohémien poteva permettersi il centro di Roma.
Venticinque anni, buon anniversario, e vediamo se l'Italia troverà i mezzi per festeggiare degnamente tanta opera. Il dubbio è legittimo: dagli anni Ottanta spensierati e spenderecci è davvero passato un millennio, e i pochi soldi pubblici disponibili vengono buttati nelle biennali per promuovere opere dai titoli in inglese, non certo in latino. Nella società del low cost non sarebbe concepibile uno slogan come quello pensato da Ricci per la sua FMR: "La rivista più bella del mondo". Oggi, del resto, nemmeno Franco Maria Ricci è più Franco Maria Ricci. Dopo aver venduto la casa editrice, l'ultimo degli esteti si è ritirato nella campagna parmense a progettare un grande labirinto. Ogni tanto sembra che voglia ritornare in gioco ma, nell'attesa che l'erba cresca, il cavallo (Serafini) ha deciso di ripubblicare il Codex altrove. Nella sfida alla nequizia dei tempi lo assisterà la Rizzoli che ha garantito la stessa carta e lo stesso numero di tavole della prima edizione, però in volume unico e a un prezzo affrontabile da una clientela non impellicciata (essere coraggiosi non significa essere suicidi, e specialmente a Parma non ci sono più gli industriali di una volta).