Una piccola storia (1)
Io non so dire come sia potuto succedere. È successo, e basta. Una di quelle situazioni nelle quali scivoliamo, quasi senza accorgercene, all’inizio come fosse un gioco, poi sempre più coinvolti, in una cosa che sentiamo sbagliata, ma che, per il solo fatto che accada, che la stiamo vivendo, ci appare legittima, ovvia, naturale.
Ero convalescente da una brutta caduta con la Vespa. Milza quasi spappolata, lesioni interne, tre ore sotto i ferri, tanti punti da guadagnare la mucca Carolina e, dulcis in fundo, ambedue le braccia ingessate, quasi fino alle dita, delle quali spuntavano soltanto la falangina e la falangetta.
Convalescente in casa, costretto prevalentemente a letto dalla prostrazione e dalla debolezza seguite al trauma e vivendo già da solo, avevo dovuto organizzarmi. Mario, amico dell’adolescenza e dei suoi sogni maliziosi ed ingenui, provetto elettricista, aveva trasferito il ricevitore del citofono sul comodino; Adele, quasi balia di un’infanzia non priva di dolori ma comunque dolce, provvedeva a quasi tutto il necessario. Persino mangiare, mi era difficile, per la difficoltà di stringere, con la punta delle dita, forchetta e coltello.
Suonasti alla porta, era prima di mezzogiorno.
- Ciao Claudia, ti apro subito, entra... come stai?
- Io bene, e tu? ...come sei buffo. Ma come fai, a sbrigartela, in queste condizioni?
- Sono totalmente dipendente da Adele. Mi imbocca, mi fa il bagnetto, borotalco compreso, mi veste...grazie di essere venuta, senza un aiuto, non avrei saputo come fare.
- Cosa è successo, ad Adele?
- Mah, il figlio è di nuovo dentro, per una storia che non ho ben capito. È andata a Firenze, per cercare di parlare con il giudice istruttore. Un figlio così, non lo meritava...è più scemo che cattivo, e si lascia coinvolgere nelle storie più strane e, quasi sempre, illegali.
Mi chiedesti
- Che devo fare?
E io ti risposi - Nulla, mi basta la tua presenza. Il pranzo, me lo porta Daniele dalla rosticceria, appena chiude, qualche minuto dopo l’una.
- Furbo lui, ti rifila tutto quello che nessuno gli ha comprato durante la mattinata...
- Ma no, non è vero, non vuole neanche che lo paghi.
Il caldo del luglio (i condizionatori in casa erano allora un lusso per pochi) si faceva già sentire, la camera era esposta a levante, e il ventilatore sul cassettone, accresceva quasi il fastidio, pareva rendere il sudore quasi più appiccicoso.
- Tu non senti il caldo? Pare tu sia all’Abetone!
- Ho fatto una doccia bollente, prima di uscire. Funziona, secondo me...tu, invece...già, hai detto che ti lava Adele.
- Ah, si, da solo mi bagnerei gesso, garze, punti e ferita. È bravissima, mi lava con la spugna, in piedi, nella vasca.
- Allora, oggi non ti sei lavato...vuoi che lo faccia io?
- Ma no, scherzi...mi basta la tua compagnia e, se vuoi, che mi aiuti a mangiare.
- Non scherzo per niente, l’ho già fatto altre volte...
- Si, con tuo figlio, che ha cinque anni...
- ...non solo con lui, non dimenticare che sono infermiera diplomata. Non ho mai esercitato, causa matrimonio con coetaneo pieno di soldi, ma nei tre anni di corso, ne ho lavati di pazienti, in ospedale e quasi tutti vecchi bavosi, non venticinquenni abbronzati e senza cispe. Vieni, vieni, che ti sistemo io.
Nella vasca da bagno, in piedi, nudo, mi sentivo a disagio. Cominciasti a stropicciarmi energicamente, alternando nelle mani spugna, sapone e doccia flessibile, con una certa maestria professionale. Alto, sopra di te, con le braccia alzate e forzatamente piegate dall’ingessatura, in una posizione da prete benedicente, ti guardavo un po’ imbarazzato, mentre mi lavavi dappertutto, con sicurezza, anche nei punti più delicati e intimi.
Ti guardavo come non ti avessi mai vista prima. Sette anni più di me, un figlio, sembravi ancora una ventenne. Non altissima, giusta e proporzionata, con quelle forme sinuose che, tu stessa, scherzando, definivi come quelle di un’anfora. I tuoi capelli, neri secondo madre natura, erano del color del bronzo. Il tuo viso somigliava vagamente a quello di un’attrice allora in voga, Paola Pitagora, la Lucia dei Promessi Sposi televisivi.
La camicetta, con i primi bottoni aperti, mi lasciava intravedere il seno, che era uno dei tuoi motivi di scherzoso orgoglio. - Porto il reggiseno perché mi piace, ma sono “loro” a tenerlo su, non il contrario. Ti guardavo, non visto, quasi rubando con gli occhi quell’immagine cosi piacevole ed invitante.
Non so come sia potuto succedere. Quel che vedevo di te, dall’alto, le fantasie alle quali mi stavo abbandonando, le tue mani che mi stavano lavando all’interno delle cosce, fatto sta, ricordi? che mi ritrovai con una parziale erezione, puntata diritta verso di te.
Nudo com’ero, non potevo nascondere né erezione, né imbarazzo. Credo di essere diventato rosso come un peperone. Tu, ridendo, sbloccasti la situazione:
- Fai così anche con Adele..?
- Ma no, cosa dici, ha quasi settant’anni, e poi mi ha fatto il bagno mille volte, quand’ero bambino...non so come sia successo, oggi...
- Non scusarti, è una cosa naturale, succedeva anche in ospedale. Nel depilare i pazienti da sottoporre ad intervento, era abbastanza frequente. Si faceva finta di nulla, anche perché erano loro i più imbarazzati. Se qualcuno azzardava a fare lo stupido, con risolini, strizzate d’occhio o ammiccamenti, bastava un gesto eloquente col rasoio per calmare i bollenti spiriti.
Le tue parole, ironiche, tranquille, senza esitazioni, quasi professionali, avevano fatto ritornare lo stato di quiete e le abluzioni si conclusero senza ulteriori turbamenti. Mi asciugasti e poi, in camera, mi aiutasti a rivestirmi.
- E Lori? È venuta a trovarti? Ho l’impressione che tu ne abbia bisogno...
Ridevi, parlando senza malizia, con la libertà che avevamo sempre avuto nel parlare di tutto, anche di cose intime e personali.
- Povero me, l’ho fatta, la mia. No, mi ha solo telefonato. C’eravamo lasciati la settimana prima dell’incidente. Storia chiusa.
- Ecco, ora capisco tutto. Sei come un povero all’uscio, una fame arretrata...dovresti arrangiarti da solo..ah,ah, non puoi... rise, accennando alle mie dita.
Vestito, per quanto si possa esserlo stando a letto di luglio, ero sdraiato sul letto, scoperto. Tu eri seduta accanto. Ma la piega presa dal discorso, mi aveva di nuovo eccitato. Imbarazzato, avrei voluto coprire l’erezione tirando il lenzuolo, ma temevo, nel far questo, di rendere ancora più evidente il mio stato.
Guardasti l’orologio -Abbiamo tempo, dicesti.
Poi, con lo stesso atteggiamento quasi professionale del bagno, mi abbassasti il pigiama e lo slip, prendendo l’oggetto del mio imbarazzo nel cerchio tra il pollice e l’indice.
Il movimento era delicato, ma piuttosto meccanico. Dopo la sorpresa, avevo socchiuso gli occhi, continuando a guardarti. Diligente, compresa nel compito, ma senza emozione, senza passione.
Non sembravi molto brava, in questo, ma poche donne lo sono. Provasti con la sinistra, ma il tintinnio dei tuoi braccialetti (una decina di cerchietti d’oro) ti fece desistere. Riprendesti con l’altra mano, sempre senza alcun trasporto visibile.
Guardandoti meglio, sempre di sottecchi, mi accorsi che eri preoccupata di capire se quel che facevi mi dava piacere.
Questo m’intenerì. Chiusi gli occhi, lasciandomi andare.
Dopo aver raggiunto il piacere, mi riprese di nuovo il disagio.
Ma tu, asciugandoti le mani, dicesti, con voce tranquilla:
- Ho solo soddisfatto un tuo bisogno fisiologico che, come altri bisogni, non eri in grado di assolvere da solo, nulla di più...
- Ah, ho capito, come se mi avessi aiutato a fare la pipì...
Come sempre, avevi saputo farmi uscire, con semplicità, dal mio imbarazzo. Suonarono alla porta. Era sicuramente Daniele, con il pranzo.
(continua)
Tosco (Valerio M.)




Rispondi Citando