Risultati da 1 a 4 di 4

Discussione: Una piccola storia

  1. #1
    Nuovo Iscritto
    Data Registrazione
    19 Jul 2003
    Località
    Toscana
    Messaggi
    19
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Una piccola storia

    Una piccola storia (1)

    Io non so dire come sia potuto succedere. È successo, e basta. Una di quelle situazioni nelle quali scivoliamo, quasi senza accorgercene, all’inizio come fosse un gioco, poi sempre più coinvolti, in una cosa che sentiamo sbagliata, ma che, per il solo fatto che accada, che la stiamo vivendo, ci appare legittima, ovvia, naturale.

    Ero convalescente da una brutta caduta con la Vespa. Milza quasi spappolata, lesioni interne, tre ore sotto i ferri, tanti punti da guadagnare la mucca Carolina e, dulcis in fundo, ambedue le braccia ingessate, quasi fino alle dita, delle quali spuntavano soltanto la falangina e la falangetta.

    Convalescente in casa, costretto prevalentemente a letto dalla prostrazione e dalla debolezza seguite al trauma e vivendo già da solo, avevo dovuto organizzarmi. Mario, amico dell’adolescenza e dei suoi sogni maliziosi ed ingenui, provetto elettricista, aveva trasferito il ricevitore del citofono sul comodino; Adele, quasi balia di un’infanzia non priva di dolori ma comunque dolce, provvedeva a quasi tutto il necessario. Persino mangiare, mi era difficile, per la difficoltà di stringere, con la punta delle dita, forchetta e coltello.

    Suonasti alla porta, era prima di mezzogiorno.
    - Ciao Claudia, ti apro subito, entra... come stai?
    - Io bene, e tu? ...come sei buffo. Ma come fai, a sbrigartela, in queste condizioni?
    - Sono totalmente dipendente da Adele. Mi imbocca, mi fa il bagnetto, borotalco compreso, mi veste...grazie di essere venuta, senza un aiuto, non avrei saputo come fare.
    - Cosa è successo, ad Adele?
    - Mah, il figlio è di nuovo dentro, per una storia che non ho ben capito. È andata a Firenze, per cercare di parlare con il giudice istruttore. Un figlio così, non lo meritava...è più scemo che cattivo, e si lascia coinvolgere nelle storie più strane e, quasi sempre, illegali.

    Mi chiedesti
    - Che devo fare?
    E io ti risposi - Nulla, mi basta la tua presenza. Il pranzo, me lo porta Daniele dalla rosticceria, appena chiude, qualche minuto dopo l’una.
    - Furbo lui, ti rifila tutto quello che nessuno gli ha comprato durante la mattinata...
    - Ma no, non è vero, non vuole neanche che lo paghi.

    Il caldo del luglio (i condizionatori in casa erano allora un lusso per pochi) si faceva già sentire, la camera era esposta a levante, e il ventilatore sul cassettone, accresceva quasi il fastidio, pareva rendere il sudore quasi più appiccicoso.


    - Tu non senti il caldo? Pare tu sia all’Abetone!
    - Ho fatto una doccia bollente, prima di uscire. Funziona, secondo me...tu, invece...già, hai detto che ti lava Adele.
    - Ah, si, da solo mi bagnerei gesso, garze, punti e ferita. È bravissima, mi lava con la spugna, in piedi, nella vasca.
    - Allora, oggi non ti sei lavato...vuoi che lo faccia io?
    - Ma no, scherzi...mi basta la tua compagnia e, se vuoi, che mi aiuti a mangiare.
    - Non scherzo per niente, l’ho già fatto altre volte...
    - Si, con tuo figlio, che ha cinque anni...
    - ...non solo con lui, non dimenticare che sono infermiera diplomata. Non ho mai esercitato, causa matrimonio con coetaneo pieno di soldi, ma nei tre anni di corso, ne ho lavati di pazienti, in ospedale e quasi tutti vecchi bavosi, non venticinquenni abbronzati e senza cispe. Vieni, vieni, che ti sistemo io.

    Nella vasca da bagno, in piedi, nudo, mi sentivo a disagio. Cominciasti a stropicciarmi energicamente, alternando nelle mani spugna, sapone e doccia flessibile, con una certa maestria professionale. Alto, sopra di te, con le braccia alzate e forzatamente piegate dall’ingessatura, in una posizione da prete benedicente, ti guardavo un po’ imbarazzato, mentre mi lavavi dappertutto, con sicurezza, anche nei punti più delicati e intimi.

    Ti guardavo come non ti avessi mai vista prima. Sette anni più di me, un figlio, sembravi ancora una ventenne. Non altissima, giusta e proporzionata, con quelle forme sinuose che, tu stessa, scherzando, definivi come quelle di un’anfora. I tuoi capelli, neri secondo madre natura, erano del color del bronzo. Il tuo viso somigliava vagamente a quello di un’attrice allora in voga, Paola Pitagora, la Lucia dei Promessi Sposi televisivi.

    La camicetta, con i primi bottoni aperti, mi lasciava intravedere il seno, che era uno dei tuoi motivi di scherzoso orgoglio. - Porto il reggiseno perché mi piace, ma sono “loro” a tenerlo su, non il contrario. Ti guardavo, non visto, quasi rubando con gli occhi quell’immagine cosi piacevole ed invitante.

    Non so come sia potuto succedere. Quel che vedevo di te, dall’alto, le fantasie alle quali mi stavo abbandonando, le tue mani che mi stavano lavando all’interno delle cosce, fatto sta, ricordi? che mi ritrovai con una parziale erezione, puntata diritta verso di te.
    Nudo com’ero, non potevo nascondere né erezione, né imbarazzo. Credo di essere diventato rosso come un peperone. Tu, ridendo, sbloccasti la situazione:
    - Fai così anche con Adele..?
    - Ma no, cosa dici, ha quasi settant’anni, e poi mi ha fatto il bagno mille volte, quand’ero bambino...non so come sia successo, oggi...



    - Non scusarti, è una cosa naturale, succedeva anche in ospedale. Nel depilare i pazienti da sottoporre ad intervento, era abbastanza frequente. Si faceva finta di nulla, anche perché erano loro i più imbarazzati. Se qualcuno azzardava a fare lo stupido, con risolini, strizzate d’occhio o ammiccamenti, bastava un gesto eloquente col rasoio per calmare i bollenti spiriti.

    Le tue parole, ironiche, tranquille, senza esitazioni, quasi professionali, avevano fatto ritornare lo stato di quiete e le abluzioni si conclusero senza ulteriori turbamenti. Mi asciugasti e poi, in camera, mi aiutasti a rivestirmi.

    - E Lori? È venuta a trovarti? Ho l’impressione che tu ne abbia bisogno...
    Ridevi, parlando senza malizia, con la libertà che avevamo sempre avuto nel parlare di tutto, anche di cose intime e personali.
    - Povero me, l’ho fatta, la mia. No, mi ha solo telefonato. C’eravamo lasciati la settimana prima dell’incidente. Storia chiusa.
    - Ecco, ora capisco tutto. Sei come un povero all’uscio, una fame arretrata...dovresti arrangiarti da solo..ah,ah, non puoi... rise, accennando alle mie dita.

    Vestito, per quanto si possa esserlo stando a letto di luglio, ero sdraiato sul letto, scoperto. Tu eri seduta accanto. Ma la piega presa dal discorso, mi aveva di nuovo eccitato. Imbarazzato, avrei voluto coprire l’erezione tirando il lenzuolo, ma temevo, nel far questo, di rendere ancora più evidente il mio stato.
    Guardasti l’orologio -Abbiamo tempo, dicesti.
    Poi, con lo stesso atteggiamento quasi professionale del bagno, mi abbassasti il pigiama e lo slip, prendendo l’oggetto del mio imbarazzo nel cerchio tra il pollice e l’indice.

    Il movimento era delicato, ma piuttosto meccanico. Dopo la sorpresa, avevo socchiuso gli occhi, continuando a guardarti. Diligente, compresa nel compito, ma senza emozione, senza passione.
    Non sembravi molto brava, in questo, ma poche donne lo sono. Provasti con la sinistra, ma il tintinnio dei tuoi braccialetti (una decina di cerchietti d’oro) ti fece desistere. Riprendesti con l’altra mano, sempre senza alcun trasporto visibile.
    Guardandoti meglio, sempre di sottecchi, mi accorsi che eri preoccupata di capire se quel che facevi mi dava piacere.
    Questo m’intenerì. Chiusi gli occhi, lasciandomi andare.

    Dopo aver raggiunto il piacere, mi riprese di nuovo il disagio.
    Ma tu, asciugandoti le mani, dicesti, con voce tranquilla:
    - Ho solo soddisfatto un tuo bisogno fisiologico che, come altri bisogni, non eri in grado di assolvere da solo, nulla di più...
    - Ah, ho capito, come se mi avessi aiutato a fare la pipì...
    Come sempre, avevi saputo farmi uscire, con semplicità, dal mio imbarazzo. Suonarono alla porta. Era sicuramente Daniele, con il pranzo.

    (continua)

    Tosco (Valerio M.)

  2. #2
    Nuovo Iscritto
    Data Registrazione
    19 Jul 2003
    Località
    Toscana
    Messaggi
    19
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Una piccola storia
    (2)

    Il giorno dopo, non venisti. Ascoltavo distratto il racconto di Adele, che mi metteva a giorno delle sue peregrinazioni fiorentine e delle accorate perorazioni rivolte al Pubblico Ministero, al Giudice di sorveglianza, al Direttore e, “Siccome contano come le monache dell’ospedale” al Cappellano del carcere.
    L’odissea della giornata della povera donna, consumata tra Piazza S. Firenze e Le Murate, in altri momenti mi avrebbe interessato, ma quel giorno, non ci avevo proprio la testa.
    Il mio pensiero era rivolto a quel che era successo, a quell’imprevisto sviluppo dei nostri rapporti, insomma, senza tanti giri di parole, era rivolto a te.
    E il tuo tono professionale, il tuo atteggiamento asettico, mi apparivano sempre di più una forma di difesa, un mettere le mani avanti per fermare qualcosa di più grande di noi.
    Ma poi, mi dicevo che no, non poteva essere così, era stata sicuramente la debolezza di un momento.
    Avevamo avuto, già adulti, altri cento momenti d’intimità, in particolare durante le vacanze, che quasi tutti gli anni avevamo trascorse insieme, ovviamente con i rispettivi partner. Ci eravamo trovati spesso da soli e sempre avevamo vissuto quei momenti con allegro cameratismo, senza pudori, ostentando le rispettive semi-nudità e prendendosi reciprocamente in giro per imperfezioni vere o presunte.
    Ma allora, perché non riuscivo a toglierti dalla mente? Adele si accalorava nel suo racconto ed io fingevo di ascoltarla, facendo eco alle sue parole, ma il pensiero di te non mi abbandonava neanche per un momento.

    Squillò il telefono. Eri tu.
    - Come stai? Oggi, avevo degli impegni, ma domattina pensavo di venirti a trovare…
    - Sto bene. Adele se n’è andata da poco, non prima di avermi riempito la testa con le sue disgrazie…domani pomeriggio non c’è, ha appuntamento con l’avvocato…
    Mi sentii a disagio. Che cos’era quel riferimento al pomeriggio, che avevo buttato là con indifferenza, se non un invito, neanche tanto implicito, perché tu venissi quando avremmo potuto essere da soli?
    Ma aggiunsi subito, tanto per dare una motivazione:
    - Sai, doveva venire Renzo [il nostro comune medico] a darmi un’occhiata alla ferita e ai punti e, con l’occasione, cambiare cerotti e garze, che stanno diventando piuttosto lerci, ma è dovuto partire e non tornerà prima di lunedì. Vorrebbe farlo Adele domattina, ma io vorrei evitarlo, perché al di là della sua buona volontà…insomma, se gli dico che lo farai tu, non avrà nulla da obiettare…
    Avevo parlato tutto d’un fiato.
    - Va bene, stai calmo, verrò domani pomeriggio. Che è successo a Renzo?
    - E’ corso dalla moglie, che è in vacanza a Castiglioncello, per cercare di rimettere insieme i cocci del matrimonio…
    - Ed io vengo da te, rischiando di fare i cocci del mio…
    Sentii un velo d’inquietudine nella tua voce. Era una cosa rara.
    - Non importa…[cominciai a dire] …se non è il caso…
    - Va là, saprò pur difendermi da un povero invalido… ciao, a domani.
    La tua voce era tornata quella solita: ironica, tranquilla, sicura. Avrei dovuto insistere perché tu non venissi? Oggi me lo ripeto, ma allora? Come avrei potuto, se non desideravo altro che vederti, averti accanto di nuovo?

    Arrivasti nel primo pomeriggio, verso le tre. Pochi convenevoli e ti mettesti subito all’opera, io sdraiato sul letto, con indosso solo la parte inferiore del pigiama.
    Staccavi dalla pelle i larghi cerotti che tenevano le garze, senza farmi troppo male, intanto perché non ho molti peli (quante volte mi avevate preso in giro, per questo!) e poi perché nella zona dell’intervento chirurgico, ero stato completamente rasato.
    - La ferita è in condizioni buone, almeno per quel che io posso giudicare. Una leggera medicazione e siamo a posto.
    Dopo pochi minuti, ero di nuovo con tutti i cerotti e le garze al loro posto. Ti sedesti sulla sedia vicino al letto e cominciammo a parlare, evitando qualunque accenno, anche indiretto, a quel che era successo due giorni prima.

    - Mi ha scritto Ilse. Mi chiede di andarla a trovare. Ci andrei volentieri davvero, ma come faccio? Non è che posso piantare figlio e marito e andarmene per un paio di settimane.
    Ilse, tua coetanea, era una ragazza svedese, di Uppsala. Una dozzina d’anni prima, studentessa di storia dell’arte di quella Università, era in Italia con una borsa di studio.
    In occasione di alcune visite ai fregi robbiani dell’Arcispedale del Carmine, vi eravate conosciute, casualmente; tu, in quell’Ospedale, frequentavi il corso per infermiera professionale. Un’amicizia fulminea e totalizzante. Per diversi mesi, avevate passato insieme gran parte del vostro tempo libero.
    In una piccola città come la nostra, eravate diventate quasi subito uno degli argomenti di conversazione, non sempre benevola, di bar, parrucchiere e barbieri.
    Allora ero un ragazzino, ma ricordo le tante volte che partivate sulla tua “Mini” rombante. “Andiamo a vivere” gridavate dai finestrini aperti a chi vi apostrofava.
    Anche dopo, eravate rimaste in contatto. Ilse era tornata diverse volte, in vacanza o per motivi professionali (era diventata un critico d’arte) restando sempre qualche giorno ospite a casa tua.

    - Insomma, ci vai?
    - Ma no, come faccio a piantare tutto? Non è proprio possibile, anche se la tentazione è forte.
    La nostra conversazione si era mantenuta su binari tranquilli. Guardasti l’ora e ti apprestasti ad andartene, avvicinandoti per salutarmi.
    Istintivamente, ti carezzai il viso. Ricambiasti la carezza, con tutt’e due le mani, sul mio viso, sul collo, sulle spalle nude. Con le braccia rese goffe dal gesso, ti abbracciai. Poi tu, sciogliendoti dall’abbraccio, cominciasti a baciarmi. Mi copristi di baci, nel collo, sul petto, scendendo giù, lungo il mio corpo.
    Mi sfilasti quel che avevo indosso. Le tue mani, le tue labbra, la tua bocca, mi davano un piacere che ancora oggi, pur col filtro dei tanti anni trascorsi, non so descrivere, tanto era forte, appagante, totale.
    Non saprei neanche dire quanto sia durato, un minuto o un’ora, perché avevo perso la dimensione del tempo. Carezzavo i tuoi capelli, dolcemente, e mi sembrava di essere disteso su una nuvola, insieme a te.
    Un attimo prima di raggiungere il piacere, istintivamente, ti toccai più forte con la mano, per darti modo, se lo avessi voluto, di allontanarti da me. Ma non lo facesti, felice, quasi trionfante, come mi dicesti qualche giorno dopo, di questo possesso totale di me, del mio corpo.

    Poi, senza fretta, andasti in bagno. Quando uscisti, nonostante ti fossi ricomposta, ti si leggeva in viso l'eccitazione. Te lo dissi.
    - Ma tu, non…(allungai un braccio verso di te)…perché non ti togli quella roba di dosso?
    Ti spogliasti, nuda. Eri splendida. Venisti sul letto, alta sopra di me, con i ginocchi appoggiati ai lati del mio corpo. Mi tirai su un poco, facendo leva sui gomiti ingessati. Il tuo fiore, era a pochi centimetri dal mio viso, pronto a dischiudersi, ed i suoi petali, non chiedevano altro che di essere baciati.
    Una sensazione esaltante. Vi sono momenti in cui dare il piacere, è gioia altrettanto forte che riceverlo. Fremevi, sussultavi, ti inarcavi ai miei baci, alle mie carezze, in un crescendo naturale e meraviglioso, fino ad esplodere in un urlo sordo, represso a fatica, ma appagante e liberatorio.

    Restammo lì, abbracciati stretti, dimentichi di tutto. Poi, a quell’età succede, il desiderio fu di nuovo presente, imperioso.
    Per la prima volta, fummo uno solo, uno nell’altro. Unimmo i nostri cuori e le nostre vite, senza avere la percezione di quel che questo avrebbe significato.

    - Ora devo proprio andare, è tardissimo. Stasera Moreno mi aveva chiesto di uscire, forse a quest’ora è già a casa.
    Il fatto che te ne andassi, l’aver rammentato tuo marito, mi dettero un senso di vuoto, quasi di sofferenza.
    - Tornerò a trovarti, ciao.

    Verso le otto, suonò il citofono. Una scampanellata prolungata. Alzai la cornetta, era Moreno. Aprii.
    Percorse il corridoio a passo di carica, com’era il suo solito, seguito da te e da una coppia di amici, con i quali ero uscito diverse volte anch’io.
    Soliti convenevoli. Raccontare com’era andato l’incidente, sentire che l’avevo scampata bella, che la Vespa ha le ruote piccole ed è perciò pericolosissima, che…che…che…
    Poi, mentre tu spiegavi ai due amici la presumibile natura delle lesioni interne e la portata dell’intervento chirurgico, tuo marito mi si avvicinò con fare complice e, parlando in modo che anche voi poteste udirlo, disse:
    - Comodo eh, vagabondo, stare qui tutto il santo giorno a fare un cazzo. Chissà quante seghe ti fai, sempre qui solo…ah, neanche quelle…pardon, non avevo notato le mani infortunate. Domando e dico, ma proprio ora dovevi chiudere con Lori? Lei, qualche confortino, te l’avrebbe dato…
    Rideva al suo solito modo, un po’ volgarotto, ma allegro ed amichevole. Mi si avvicinò ancora di più e, questa volta parlando piano per non farsi sentire da voi, aggiunse:
    - Avrei un indirizzo… una di classe, arrivata da qualche mese, riceve solo se ti conosce o se sei presentato da qualcuno che lei conosce. Cinquantamila sono tante, ma ne vale la pena. Se glielo chiedo io e con un regalino extra, forse viene anche a farti visita qui…
    Gli risposi, anch’io a bassa voce, che non importava si disturbasse e che in fondo, tra un paio di settimane, sarei stato di nuovo in circolazione.
    Tornò verso di voi, ti prese a braccetto e, tutti insieme, andaste via, rumorosamente come eravate arrivati.

    (Continua)


    Tosco (Valerio M.)

  3. #3
    Nuovo Iscritto
    Data Registrazione
    19 Jul 2003
    Località
    Toscana
    Messaggi
    19
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Una piccola storia (3)

    Nelle due settimane che seguirono, ci vedemmo quasi tutti i giorni. Ci eravamo creati uno spazio esclusivo, nostro. In quelle ore, eravamo lontani dal nostro piccolo mondo, dalle sue banalità come dal suo calore, come se non vi appartenessimo più.
    Se il discorso cadeva su tuo marito, ne parlavamo come una qualunque coppia parla di una persona che si frequenta, ma comunque estranea ad essa. Solo di tuo figlio, che in quel periodo era in vacanza coi nonni paterni al Forte, non parlammo mai.
    Quello spazio, era solo nostro. Fu il nostro nido e la nostra prigione. Facevamo l’amore, la passione ci travolgeva, ogni volta sembrava la prima volta.

    Appena entrata – anche se non ce n’era alcun bisogno – chiudevi a chiave la porta della camera. Quel girare della chiave nella serratura, quel gesto così semplice ed usuale, era divenuto un elemento simbolico del nostro rapporto, un rito che ogni volta aveva il significato di liberarci dai nostri timori, dalle nostre inquietudini, dalle nostre paure.
    Parlavamo, poi. Di noi e degli altri, ma sempre al passato e al presente, mai al futuro. Parlavamo di tutto, ci aprivamo l’un l’altro, come non sempre accade in un rapporto di coppia.

    Parlavi di tuo marito, con il quale – si capiva – non eri molto in sintonia, con il rispetto che si deve a chi ci vuole comunque bene, anche se non si rende conto di aver sposato la persona meno adatta per lui. Né potevi comportarti diversamente, considerato che tu, pienamente consapevole della vostra diversità, avevi comunque accettato di sposarlo.

    Per quanto fossi allora un adolescente, ricordavo bene come erano andate le cose. Fino da ragazzina, tu eri follemente innamorata di Rodolfo, che aveva qualche anno più di te e che era intelligente, bello, elegante, pieno di charme. Faceva il cantante di musica leggera – stile Nico Fidenco – ed era abbastanza conosciuto ed apprezzato, perlomeno a livello della nostra regione.
    Fino da quando ti fu consentito di uscire da sola, cominciasti a seguirlo, in tutte la sale da ballo in cui si esibiva. Lui apprezzava, ti portava volentieri in macchina con se, ma senza farti alcuna avance, senza andare mai al di la del bacetto della buona notte. Tutti vi consideravano fidanzati, ma lo eravate in modo platonico. Tu, come qualche volta avevi raccontato a noi intimi, attribuivi questo ad un malinteso senso di rispetto dell’adulto nei confronti di una ragazzina.

    A toglierti ogni illusione, ci pensarono - clamorosamente - i fatti. Rodolfo venne arrestato, insieme ad un’altra quindicina di persone, dopo l’irruzione della polizia in una villa di Montecatini Terme, dove era in corso un festino riservato a soli uomini con gusti rigorosamente particolari.
    La cosa ebbe grande rilievo sulla stampa che, nell’Italietta ancora perbenista dei primi anni ’60, definiva questi fatti con l’appellativo di “balletti verdi”. La tua delusione fu, com’è facile immaginare, cocente.
    Dopo qualche mese, annunziasti che ti fidanzavi con Moreno, tuo spasimante da un bel po’ di tempo, ma fino ad allora snobbato per correre dietro a Rodolfo.

    Ti prendevo in giro, scimmiottando Benigni in un film che avevamo visto tutti insieme poco tempo prima:
    - Voglio Moreno, mi garba Moreno, datemi Moreno…ma va’ aff…… te e Moreno!
    - Tu ci scherzi, ma Moreno è un marito che gran parte delle donne, a ragione, m’invidia. Non solo per le cose materiali – vita da signora, soldi a volontà, domestica fissa, casa al Forte dei Marmi, … scusami se è poco! – ma anche per il comportamento. Non ti scarica addosso le sue tensioni, è sempre attento e gentile, non alza mai la voce – almeno con noi – è profondamente attaccato alla famiglia.

    - E…come uomo..? ti chiedevo, con la confidenza che era entrata tra noi, ma anche con un briciolo di gelosa curiosità.
    - Nulla da dire, sul serio. Non è molto fantasioso, per lui l’amore si fa solo in un paio di modi…ma è raro che salti una sera. Lo considera un piacere, un diritto, un dovere, un motivo d’orgoglio nei confronti della propria donna.
    Ed io, stupidamente malizioso…
    - Immagino che questo specchio di virtù sia anche molto fedele…
    - Si, non mi sveli nulla…ogni tanto va con qualche “signora” a pagamento. Me ne accorgo, perché sono le sere che non esercita i doveri coniugali. Non crede di offendermi, ed è anzi convinto di farlo per una sorta di rispetto nei miei confronti. Una volta, ad un suo amico, l’ho sentito dire: “le maialate, con la moglie, non si fanno!” Sono convinta che con “quelle” fa cose che con me non ha mai fatto. A volte, quando rientra e non mi cerca, ho quasi l’impressione che abbia quasi voglia di raccontarmi quel che ha fatto con una di "quelle"...

    Quante cose ci dicemmo, in neanche tre settimane. Ogni volta eravamo nudi, non solo fisicamente, uno di fronte all’altro. Non vi fu segreto dell’uno, che restasse nascosto all’altra. E parlare ci liberava, ci dava l’impressione di volare…

    Io mi ero ormai completamente rimesso. Non ero ancora uscito di casa, perché la doppia ingessatura mi avrebbe comunque impedito di guidare la macchina.
    Il giorno precedente a quello in cui mi avrebbero tolto i gessi, mi dicesti:
    - Allora, da domani sarai di nuovo in piena efficienza, ricomincerai la tua attività. Ci vedremo ancora…come faremo?…
    Ed io, stupidamente:
    - Penso sia meglio di no…
    Ti vidi come non ti avevo mai vista. Non sapesti nascondere un gesto di sconforto, di delusione, di scoramento…ma fu un attimo, poi riprendesti la tua solita ironia.
    - Hai ragione, per te lo stato di necessità è finito, ora puoi cercarti la compagnia da solo. Sono capitata io, ma un’altra sarebbe stato più o meno lo stesso. Se Adele fosse stata un po’ più giovane ed attraente…
    Ed io, a dimostrazione che la stupidità giovanile non ha limiti:
    - Ma no, cosa dici, è stato bellissimo…ma io, lo dicevo soprattutto per te…
    Eri seria, ora…
    - Questa storia, dopo la nascita di mio figlio, è stata la cosa più importante della mia vita, nonostante tutto, sai bene perché. Per te, lo capisco solo ora, è stata una storia come un’altra. Ma non è questo che mi fa star male, ne uscirò da sola, stai tranquillo.
    - Quello che mi da amarezza, è sentire dalle tue parole che tu mi hai giudicata. Per quella che sono: una puttana! Hai ragione…

    Quante parole ti dissi, per convincerti che non era vero, che mi ero espresso male, che mi avevi frainteso, che…che…che…
    A me, nella mia incoscienza, parve anche di averti convinto. Ma quell’ultima volta, non facemmo l’amore.

    Prima di andartene, mi prendesti la faccia tra le mani e mi baciasti in fronte. Sulla bocca, sembrerà strano, non ci siamo mai baciati. Poi, mi sganciasti la catenina d’oro che portavo al collo - che aveva la medaglietta con il mio nome e il gruppo sanguigno – e la mettesti nella borsetta. Non aveva alcun senso, ma mi parve una cosa logica, naturale.

    Passò l’agosto, fui anche in ferie da voi, al Forte, tu sembravi ridiventata la stessa che eri prima della nostra storia. Allegra, ironica, disponibile con tutti, attenta a tuo figlio e a tuo marito.
    Pensai, stupidamente, che in fondo avevo avuto ragione io, un bel taglio netto aveva rimesso tutte le cose al loro posto.
    Solo una volta, girandomi di scatto mentre stavo facendo il cascamorto con un’ospite tedesca, figlia di clienti di tuo marito, ebbi l’impressione di vederti gli occhi gonfi di lacrime. Pensai che fosse normale, solo un po’ di gelosa nostalgia, dopo quello che c’era stato tra noi.

    (continua)

    Tosco (Valerio M.)

  4. #4
    Nuovo Iscritto
    Data Registrazione
    19 Jul 2003
    Località
    Toscana
    Messaggi
    19
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Una piccola storia (4)

    Un giorno, nella seconda metà di settembre, tuo marito si precipitò in casa mia, preoccupato e trafelato.
    - Claudia è sparita da stamani, non so dove sia. Ha preso la valigia con pochi vestiti, credo non abbia molti soldi con se e se n’è andata. Non so cosa pensare, non voglio denunciare la scomparsa, almeno per ora. Tu sei sempre stato il suo confidente preferito, anche quando eri fermo in casa – mi diceva – ti veniva spesso a trovare…forse sai qualcosa…
    - No, non mi ha mai detto niente di particolare [speravo non vedesse la mia agitazione] …ah, si, mi disse che Ilse l’aveva invitata ad andare da lei, in Svezia. Ma, pur piacendole, escluse di poterci andare.

    Provammo a chiamare i numeri di Ilse segnati nell’agenda che avevano in casa, ma nessuno di essi rispondeva.
    Il giorno dopo, con un po’ di ricerche, riuscimmo a trovarla in un albergo di Stoccolma, dov’era per un convegno. Negò che tu fosti da lei. Lo avrebbe fatto, certo, anche se fosti stata tu a chiederglielo, ma la sua sorpresa mi sembrò sincera. E poi, io avevo un’idea fissa, che giudicavo assurda, ma che non mi riusciva scacciare dalla mente.

    Neanche la denuncia a Carabinieri e Polizia, ebbe alcun effetto. L’unica informazione,l’aveva data un vostro vicino di casa, ferroviere, che t’aveva incontrata alla stazione di Santa Maria Novella, la mattina stessa della tua scomparsa. T’aveva salutata, gli eri sembrata tranquilla. Sorpreso che tu viaggiassi in treno, che non usavi più da molti anni, disse anche di essere sicuro di non averti visto una valigia.

    Qualche giorno dopo, tuo marito mi disse che doveva partire per un viaggio di lavoro di alcuni giorni, in Baviera. L’aveva già rimandato a causa della tua scomparsa, ma ora gli era impossibile un ulteriore rinvio. Mi dette le coordinate per rintracciarlo (i cellulari erano di la da venire) qualora vi fossero stati sviluppi.

    Anch’io dovetti andare a Roma, per due giorni. Ero rientrato da poco in casa, quando ricevetti una telefonata dalla Stazione dei Carabinieri della zona. Il sott’ufficiale, molto cortesemente, mi disse che avevano cercato inutilmente di rintracciare tuo marito o anche me dal giorno prima. Mi chiese poi, a nome del maggiore Franzillo, se potevo cortesemente portarmi in caserma.

    Andai subito. Il maggiore, mi chiese se avevo letto i giornali locali, quel giorno. Dissi che ero a Roma. Cominciò a parlare, con tono volutamente professionale.
    - La signora Claudia M. è stata ritrovata ieri mattina, da due cercatori di funghi, in una forra, alla base di uno dei piloni del Ponte Stagno, lungo la linea ferroviaria Porrettana. La signora era morta da diversi giorni, probabilmente dal giorno della scomparsa, a causa delle ferite riportate nella caduta dal ponte, alto 70 metri. Ferma restando l’indagine della magistratura, si può ragionevolmente ipotizzare che la signora si sia suicidata.
    Dall’esame autoptico, effettuato stamani e del quale ho notizie ufficiose, risulterebbe che la signora non aveva assunto alcolici, psicofarmaci o droghe. Lo stomaco, era completamente vuoto.
    Inoltre, la signora era incinta, presumibilmente di sei – otto settimane.

    Capivo quel che mi veniva detto, ma rincorrevo i miei pensieri. Non riuscivo ancora a fissare bene nella mia mente la realtà. Tu, avevi scelto di andartene, sola perché io t’avevo lasciato sola.
    È vero, la nostra era una storia impossibile, ma io avrei potuto lo stesso restare al tuo fianco, affrontare con te le conseguenze, qualunque esse fossero. Non l’avevo fatto.

    Tu, avevi preso da sola la croce, e ti eri silenziosamente avviata sul Golgota. Mi tormentava, mi tormenta, sarà cosi per tutta la vita, non tanto la tua morte, ma il pensiero di te, sola, nelle settimane, nei giorni, nelle ore che l’hanno preceduta.

    Il maggiore, dopo una pausa, riprese a parlare.
    - Nella borsetta c’erano solo pochi effetti personali, i documenti e uno scontrino del deposito bagagli di Santa Maria Novella, con il quale è stata recuperata la valigia.
    Ah, c’è un’altra cosa che volevo dirvi… e che ci era sembrata strana. La signora portava al collo una catenina d’oro. La medaglietta, porta inciso il vostro nome ed un gruppo sanguigno non corrispondente a quello della signora, che immagino sia il vostro. Ma a dire il vero, non è poi cosi strana, trattandosi di vostra sorella. Vi prego accogliere, scusatemi per non averlo fatto prima, le mie più sentite condoglianze. Se sapete dove si trova vostro cognato, potremo rintracciarlo subito, per telefono. Se potete restare, preferiremmo foste voi a dargli la notizia.

    (Fine)

    Tosco (Valerio M.)

 

 

Discussioni Simili

  1. Una piccola storia di tasse
    Di Abbott nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 09-07-10, 21:57
  2. Una piccola storia...
    Di Miles nel forum Destra Radicale
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 05-12-09, 12:56
  3. piccola storia...
    Di massimocr nel forum Aviazione Civile
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 19-07-05, 15:09
  4. Una piccola storia ignobile
    Di MrBojangles nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 58
    Ultimo Messaggio: 26-08-04, 23:20
  5. una piccola storia ignobile
    Di benfy nel forum Centrosinistra Italiano
    Risposte: 26
    Ultimo Messaggio: 27-07-04, 00:05

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito