GUIDO KELLER
(6‑2‑1892 ‑ 9‑11‑1929)
UFFICIO STORICO AERONAUTICA MILITARE 1970
Guido Keller nacque a Milano nel febbraio del 1892. Discendeva da un' antica famiglia elvetica, i Conti Keller Von Kellerer, trasferitisi in Lombardia verso la metà del 18° secolo. Il nonno paterno di Guido fu uno dei primi patrizi milanesi che osarono rompere le tradizioni aristocratiche del tempo promuovendo, con l'impiego di cospicui capitali, l'industrializzazione dell'Italia Settentrionale. La madre era di nobile sangue lombardo, una Osnago.
Dopo le scuole elementari Keller fu inviato in un convitto svizzero reputato per la serietà dell'insegnamento e nel quale affluivano i rampolli d'illustri famiglie, in gran parte straniere.
Vi rimase all'incirca due anni. Sebbene incitato dal padre, non riuscì a vincere la repulsione per un sistema educativo razionale, ma pedantesco ‑ tipico dei collegi signorili del tempo ‑ che lui comunque riteneva nocivo alla formazione della sua personalità. Non che non avesse interessi intellettuali. Tutt'altro. Amava la filosofia, la musica, le arti figurative, i classici della letteratura italiana e straniera. Detestava però acquisire la cultura secondo i convenzionali metodi scolastici, cioè mediante una metodica disciplinata applicazione.
Lasciato dunque il convitto, poté liberamente dedicarsi, senza preoccupazioni di carattere economico, alle sue letture e studi preferiti. Coltivava in pari tempo ogni sorta di sports.
Era inevitabile che un giovane come Guido Keller, rivelatosi sin da ragazzo di temperamento irrequieto, mistico, romantico, innamorato dell'avventura per l'avventura, non venisse prima o dopo attirato dalla Aviazione. Nel gennaio del 1915 infatti, quando si costituì il Battaglione Aviatori Civili, a Mirafiori, Keller si iscrisse senza indugio: egli era già allora, quello che sarà in seguito, fino al termine della vita: una figura singolare, originalissima, irripetibile. Di lui ne ha tracciato un fedele efficace ritratto il Generale dell'Aeronautica Mario Fucini, asso della prima guerra mondiale, vivente, che lo conobbe e gli fu amico durante il conflitto. « Keller ‑ racconta Fucini ‑ era piccolo di statura, con una capigliatura sempre troppo abbondante e arruffatissima, con una barba selvaggia ma con baffi fieramente obbligati all'insù come quelli di un moschettiere. Aveva uno sguardo fra l'accigliato e il tenero; era alieno dagli scatti con i quali ognuno reagisce di fronte ad una enormità, contentandosi di una scrollatina di spalle o di un malinconico oscillare della grossa testa. Nessuno lo sentì mai alzare la voce. Sul più bello di una discussione nella quale stava per persuaderti (caso raro, perché di solito non lo capivi) ti lasciava, senza concludere la sua vittoria. Se mai sorrideva, ed era un sorriso che non dimenticavi più: niente ironia, niente superiorità: il bel sorrìso puro di un fanciullo. Ma sorrideva rarissimamente perché tutto ciò che vedeva, anche la più grossa stramberia, era per lui cosa normalissima, e lo lasciava indifferente, o paternamente consenziente. Sorrideva di rado. Una vera risata, poi, non l'ha mai fatta ». E più oltre Fucini dice: « Sempre spiantato e sempre trasandato nel vestire ma con l'indifferenza del gran signore, un giorno ti capitava davanti con un capo di raffinata eleganza: una cravatta, un paio di scarpe indubbiamente provenienti da un ottimo negozio. Ma il giorno dopo la cravatta era lordata da una larga macchia d'olio che lui non si curava di togliere, e le scarpe erano orribilmente scalcagnate. Le aveva adoperate per una gita in montagna dove si era arrampicato di notte per assistere allo splendore dell'alba. E ti raccontava, senza enfasi però, la commozione che ne aveva provato. Ma se gli proponevi di ripetere la gita insieme ti guardava come se tu fossi matto ».
A Mirafiori Guido Keller, stranezze a parte, fu uno dei migliori allievi‑piloti. In poche lezioni fu in grado di volare da solo. Ebbe anche un curioso incidente che poco mancò non gli riuscisse fatale. Al ritorno da un giro di campo compiuto a bordo di un Blériot, prese terra ai limiti del campo col motore fermo. Anziché raggiungere a piedi il lontano hangar per chiamare un motorista, volle rimettere in moto il motore, con le proprie mani. Dopo qualche tentativo, l'elica prese a ruotare, accelerando rapidamente a causa del gas dato in eccesso. Allora Keller afferrò una delle estremità alari e puntando i piedi fece sforzi inauditi per fermare il velivolo: questo invece, fatto perno sull'ala, incominciò a girare su se stesso. Keller non mollò la presa. D'un tratto, perso l'equilibrio, e spinto in avanti dal movimento dell'ala andò a finire con il capo nel disco di rotazione dell'elica. Fu colpito di scorcio: cadde a terra stordito, il volto imbrattato di sangue. Aveva riportato uno squarcio, per fortuna soltanto al cuoio capelluto. Il Blériot intanto, non più trattenuto, percorse qualche metro e si ribaltò.
Prontamente soccorso, suturata la ferita all'ospedale, in circa due settimane fu perfettamente ristabìlito. Nel frattempo il personale di volo di Mirafiori, con goliardico spirito burlesco, di cui erano allora animati un po' tutti gli aviatori, aveva creato una sorta di leggenda: quella del pilota dalla testa così dura da mandare in frantumi un'elica. Subito, con gran prontezza di spirito, Keller reagì e convocati i « detrattori », costituì, seduta stante, una Società degli Amìci del Pelo e da ognuno dei presenti si fece consegnare una ciocca di capelli. Poi dettò le norme sociali della Società. Terminata la cerimonia, serio e solenne come un sacerdote che compie una cerimonia liturgica, seguito dai «soci» in processione, raggiunse l'hangar e partì in volo recando, in una busta, i capelli degli stessi soci e arrivato su Torino li sparse nel cielo della città « in segno di promessa e di protezione dei piloti di Mirafiori ».
Ottenuto il brevetto civile su apparecchio Blériot Keller si arruolò nell'Aeronautica. Il 1° giugno 1915 era nominato pilota militare su Aviatik, e il 15 di novembre dello stesso anno era in zona operativa, quale comandante di una Sezione della 3^ Squadriglia Aviatik. Questo aereo di tipo biplano, biposto, ideato e costruito in Germania, veniva riprodotto su licenza in Italia. Sul nostro fronte fu dapprima usato come ricognitore, successivamente per la difesa di Brescia e di Verona, ma nell'una e nell'altra forma d'impiego, date le sue modeste prestazioni, non ebbe lunga vita. Era poco manovriero, sviluppava una massiva velocità oscillante, a seconda dei modelli, fra i 115 e i 130 chilometri orari, saliva lentamente raggiungendo, a pieno carico, una quota non superiore ai 3.000 metri. Essendo però di robusta struttura, stabile e di facile governo, venne proficuamente utilizzato nelle scuole di pilotaggio. Rese grandi servigi in tal senso, per l'intera durata del conflitto e per gli anni seguenti. Sopravvisse fino al 1930. Keller, dicevamo, venne inviato in zona operativa, al comando di una Sezione di Aviatik. Rivestiva in quei giorni il grado di Sottotenente del Genio (aveva militato appunto nell'Arma del Genio, prima di frequentare il Corso di Pilotaggio a Mirafiori).
Incurante della vulnerabilità del velivolo, il cui armamento difensivo consisteva in un fucile a ripetizione brandeggiato dall'osservatore, effettuò parecchie missioni belliche, in breve distinguendosi, nonostante la scarsa esperienza, pilota abilissimo e coraggioso. Il suo coraggio era a volte ragionato, a volte inutilmente pazzesco, come se avesse deciso di trovar morte gloriosa in combattimento. Altre volte invece, tutto preso dall'ebrezza del volo, dall'incanto del panorama, eseguiva le sue missioni dimenticando le artiglierie contraeree, gli scoppi degli shrapnels, le insidie dei caccia austriaci.
Verso la fine del 1915 il Comando del Corpo Militare Aeronautico, preoccupato dei continui, bombardamenti nemici su Verona, decise di costituire un reparto, il primo del genere, per la difesa della città. Furono scelti piloti di provata audacia e bravura. Fra essi Keller.
Qualche giorno dopo una sera, verso il tramonto, suonava la sirena di allarme. Il neo‑cacciatore, sebbene sconsigliato dai colleghi, decisamente si levava in volo col suo Aviatik, (che disponeva nella versione caccia di una mitragliatrice Fiat e di una pistola‑mitragliatrice) e raggiunta la presumibile quota cui volavano i nemici, un po' aiutato dal chiarore lunare. e un po' dalla fortuna riuscì a individuare un velivolo. Serrate le distanze, era in procinto di far fuoco, quando si avvide trattarsi, nientemeno, che di un idrovolante italiano. (Come poi gli fu spiegato a terra, l'allarme era stato trasmesso, oltreché al campo d'aviazione di Verona, alla Stazione Idrovolanti di Desenzano: quest'ultima però, non avendo ricevuto la segnalazione della partenza degli apparecchi terrestri, aveva disposto il decollo di un proprio aereo). Keller non lasciò partire neppure un colpo, il pilota dell'idro, per converso, scambiato l'Aviatik per un aeroplano nemico, gli scaricò addosso un paio diraffiche, che per buona sorte non furono micidiali; nondimeno Keller rientrò al campo con la sua macchina danneggiata in più parti.
Come s'è visto all'inizio trascrivendo il profilo tracciato dal Generale Fucini,Guido Keller fu un precursore, un ante litteram della contestazione. Del contestatore tipo ne aveva perlomeno gli attributi formali: un gran barbone nero, capelli prolissi e scomposti, trasandatezza nel vestire. Sul piano intellettuale la sua contestazione, se possiamo ancora usare un tale termine, s'ispirava ad una filosofia della vita così come l'avevano concepita gli antichi elleni: culto della bellezza in ogni forma, dell'eroismo, dell'atletismo, dell'affermazione individuale, dell'esistenza spartana. Ciò spiega, in certo senso, il suo slancio spavaldo e talora dissennato come combattente dell'aria, spiega il suo bizzarro modo di comportarsi, il dispregio per le formalità e le convenzioni sociali. Viveva in maniera disordinata, libera, prodiga fino alla dissipazione, censurava senza tanti peli sulla lingua l'operato dei superiori. « I nostri comandi non funzionano, dobbiamo muoverci, far sentire la nostra voce»! era solito dire in tono vibrante ai compagni di squadriglia. In effetti lui più d'ogni altro soffriva dell'incomprensione degli alti comandi terrestri per l'opera svolta dagli aviatori; imprecava contro coloro che non provvedevano a rimpiazzare i velivoli di, mano in mano che andavano perduti; non ammetteva le restrizioni di volo imposte dalle avverse condizioni meteorologiche. E via di questo passo.
Keller era solito volare in abiti succinti, senza giacca, calzando in capo, in luogo del caschetto di cuoio, un fez da bersagliere munito di un lunghissimo cordone terminante in un grande fiocco: il cordone, come lui desiderava, si distendeva in aria, a guisa di una tremula manica a vento. E in volo talvolta leggeva tenendo il volume assicurato al ginocchio a mezzo di una funicella: leggeva l'Orlando Furioso, oppure liriche del Leopardi, del Petrarca, o tragedie di Shakespeare. Leggeva davvero perché, dopo l'atterraggio, più che riferire della missione compiuta, si preoccupava di commentare il libro. A terra, nelle giornate serene, trascorreva le ore libere da impegni di servizio e di volo, nelle campagne circostanti: si denudava, prendeva bagni di sole, faceva lunghe marce, corse, esercizi ginnastici. Ad eccezione dei mesi invernali, dormiva sotto la tenda. Una volta, in un campo di guerra, si fece costruire, come sua dimora, una grotta.
Questo eteroclito modo di comportarsi gli veniva facilmente perdonato anche dai superiori più esigenti e severi, in quanto lui, in fondo, dal punto di vista morale, aveva le carte in regola, e come pilota era sempre il primo a levarsi in volo.
Ma nonostante le sue strampalerie, impennate, insofferenze, mostrava all'occorrenza di possedere lo spirito pratico dell'uomo comune. Valga un esempio.
I reparti di volo dislocati nella vallata dell'Adige, sovente fermavano l'attività aerea per la formazione di nebbie. La questione fu studiata anche da Keller, il quale senza tanti calcoli, ma guidato dal buon senso, si mise a cercare dall'alto, con l'aeroplano, un'area di terreno sufficiente per consentire decolli e atterraggi e sopraelevata di quel tanto da emergere sulla formazione di eventuali banchi nebbiosi. E riuscì a trovarla. Prese terra là sopra, esaminò la natura del suolo, ripartì, e tornato alla base presentò al comando un'esauriente persuasiva relazione. Approvato che fu il progetto s'incominciò ad approntare quello che doveva poi divenire il Campo d'Aviazione di Sant'Anna di Alfaedo (Verona) a circa mille metri sul livello del mare. I lavori furono condotti sin nei dettagli secondo i piani elaborati da Keller, che nell'occasione si rivelò dotato di talento costruttivo. Egli si occupò altresì, di persona, della esecuzione dei lavori, della realizzazione della strada studiata in modo da riuscire transitabile agli autocarri pesanti nonostante il forte dislivelIn fra il campo e la sottostante vallata. Fece costruire condutture sotterranee, e per appagare la sua natura di artista dispose, a monte, fontane e laghetti. Non tralasciò infine le sue tendenze naturistiche, approntando una sorta di « sala da bagno elioterapica », in un avvallamento del terreno. E colà, con grande beatitudine, fra volo e volo di guerra, faceva, completamente nudo, cure solari.
Il campo di Sant'Anna di Alfaedo, così come aveva previsto Keller, consentì di svolgere attività aerea quando i campi in pianura non erano operativi perché coperti di nebbia.
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