....guerra in Irak
Ci sono ottimi argomenti contro la guerra.
Uno dei più efficaci riguarda le sorprese che ogni guerra inevitabilmente produce, molte delle quali niente affatto piacevoli.
La seconda guerra in Iraq non è stata un’eccezione, sebbene, cosa non consueta, abbia riservato sorprese tanto a chi ne era in favore quanto a chi era contro. Molti sostenitori della guerra sono rimasti sorpresi dalla rapidità con la quale è stata vinta, dall’esiguo numero di perdite civili e militari, dal fatto che Saddam Hussein non abbia impiegato armi chimiche o biologiche e, cosa più controversa di tutte, dal fatto che in Iraq non si siano ancora trovati depositi di queste armi. Tuttavia, queste stesse persone sono rimaste sorprese, e sconcertate, di scoprire che l’America non avesse elaborato alcun piano concreto su ciò che bisognava fare in Iraq una volta vinta la guerra. Molti di coloro che si opponevano alla guerra sono pure rimasti sorpresi, a ogni modo, dalla sua rapidità, dal fatto che non ci sia stata alcuna sanguinosa battaglia nelle strade di Baghdad e che non si sia verificato un esodo in massa di rifugiati o scoppiata un’epidemia di colera, nonché dall’assenza di rivolte o instabilità in altri paesi arabi e di attentati terroristici per tutta la durata della guerra. Quasi tutti, infine, sono rimasti sorpresi, ma presumibilmente piacevolmente, dal serio impegno mostrato dal presidente Bush per una soluzione del conflitto arabo-israeliano subito dopo
la fine delle ostilità in Iraq.
La maggior parte di queste sorprese sono state piacevoli, anche se è ancora troppo presto per esprimere un giudizio definitivo. In Iraq, molti civili non si sentono al sicuro e si lamentano dell’inefficienza di servizi fondamentali come l’acqua e l’elettricità; e praticamente ogni giorno vengono uccisi soldati americani.
La tregua in Palestina è molto fragile, e i colloqui per i negoziati di pace e la realizzazione della road map sono continuamente esposti al rischio di un fallimento. Ciononostante, tre mesi dopo la vittoria della guerra, rimane ancora una domanda alla quale rispondere, soprattutto perché non si è ancora trovata nessuna arma di distruzione di massa: la guerra era davvero giustificata?
La minaccia posta dal rais
Secondo l’Economist lo era certamente. Lo abbiamo detto con grande chiarezza in un servizio dedicato al ruolo mondiale dell’America (“Present at the creation”, 29 giugno 2002), e, nella rubrica “leaders”, sui numeri del 3 agosto 2002 (“The casefor war”), 22 febbraio 2003 (“Why war would be justified”) e 15 marzo 2003 (“Saddam’s last victory”).
I lettori che vogliano controllare che cosa abbiamo sostenuto possono trovare tutti questi articoli sul sito web della nostra rivista (www.economist.com).
Chi ha appoggiato la guerra perché riteneva che Saddam Hussein costituisse una minaccia in virtù delle armi in suo possesso deve ammettere, se è onesto, di essere stato screditato e messo persino in imbarazzo dal fatto che finora non se ne sia trovata nessuna. Possono ancora essere scoperte: l’Iraq è un paese molto grande, le armi chimiche e biologiche sono spesso di dimensioni ridotte, e Saddam negli anni Novanta si è dimostrato un maestro nell’arte dell’occultamento. Tre mesi non sono molti per effettuare una ricerca, soprattutto in mezzo al caos e oberati dagli altri compiti richiesti nel primo periodo post-bellico. Tuttavia, il fatto che non si sia trovato alcun deposito di armi di distruzione di massa significa, come minimo, che queste armi non erano state dislocate sul territorio per essere impiegate durante la guerra, perché, in tal caso, se ne sarebbero certamente trovate alcune
nel corso della rapida avanzata degli alleati.
Perciò, la pretesa del governo britannico che l’Iraq fosse in grado di usare queste armi nel giro di quarantacinque minuti sembra essere del tutto errata e giustamente messa in ridicolo.
Comunque, in retrospettiva, il problema se la guerra fosse giustificata non dipende da quella pretesa, e neppure dall’eventualità che Bush o Blair possano in qualche caso avere esagerato, trasformando semplici ipotesi formulate dai loro servizi segreti in assolute certezze.
Al contrario, per affrontare nel modo più opportuno questo problema bisogna suddividerlo in tre questioni distinte:
1) C’erano buone ragioni per minacciare Saddam Hussein di un attacco militare se non avesse rispettato le risoluzioni delle Nazioni Unite?
2) Quando poi non le ha rispettate, c’erano buone ragioni per mettere in pratica quella minaccia?
3) Dopo la vittoria militare, gli alleati hanno agito in modo da migliorare la situazione sia in Iraq che nell’intera regione?
Alla prima domanda ha risposto di persona lo stesso Saddam Hussein. Il dittatore iracheno aveva firmato un accordo nel 1991, dopo la prima guerra del Golfo, in forza del quale si era impegnato a sbarazzarsi entro un anno delle sue armi nucleari, chimiche e biologiche, a smantellare i missili balistici a lunga gittata, e a smettere di maltrattare il suo popolo. Ma non rispettò i propri impegni, e gli ispettori dell’Onu giunsero alla conclusione, con l’aiuto delle indiscrezioni ricevute da vari disertori, che avesse nascosto le sue armi.
Per esempio, dopo aver in un primo tempo negato di aver mai prodotto un gas nervino letale chiamato VX ed essere stato smentito da un ritrovamento, ha affermato di averne prodotti 200 litri; ma gli ispettori dell’Onu hanno poi dimostrato che ne aveva prodotti almeno 3.900 litri.
Essendosi stabilito che di Saddam non ci si poteva fidare, gli ispettori lasciarono l’Iraq nel 1998. Considerando che, nel 2002, si era già infischiato di ben 16 risoluzioni dell’Onu, qual era il mezzo migliore per convincerlo ad accettare il ritorno degli ispettori? Ponendolo di fronte alla concreta minaccia di mettere in pratica la misura estrema prevista da queste risoluzioni, ossia l’uso della forza, nel caso di un suo rifiuto. Ciò ha richiesto lo stazionamento di truppe ai confini iracheni e l’approvazione di una nuova risoluzione dell’Onu a novembre.
Tutto questo non è stato messo affatto in dubbio dalla mancata scoperta di armi di distruzione di massa. E’ assolutamente provato che Saddam le ha avute, ne ha fatto uso e ha cercato di nasconderle. Per di più nessuno dubita che sia un dittatore brutale e senza scrupoli, che ha ucciso centinaia di migliaia di suoi concittadini e ha nutrito ambizioni di dominio su tutta le regione medio orientale: negli anni Ottanta ha combattuto contro l’Iran, nel 1990 ha invaso il Kuwait, minacciando anche Israele e Arabia Saudita, e nel 1994 ha di nuovo minacciato il Kuwait. Era insomma un uomo pericoloso, nelle cui mani armi così distruttive rappresentavano un’autentica minaccia, sia per la pace nella regione, sia, grazie al potere che conferisce il controllo delle riserve petrolifere mondiali, per quella di tutto il nostro pianeta.
Le ragioni dell’impazienza
Come rispondere, allora, alla seconda domanda? Era giusto mettere in pratica le minacce che avevamo fatto a Saddam, combattendo una guerra allo stesso tempo punitiva e preventiva? Di una cosa si può essere certi: non aveva ottemperato alla Risoluzione 1441. Lo hanno affermato gli ispettori nominati dall’Onu, sia per quanto riguarda la voluminosa documentazione presentata dall’Iraq a dicembre, sia rispetto allo stesso metodo delle ispezioni.
Che un uomo, già ben noto per la sua disonestà, abbia scelto di non obbedire alle richieste impostegli, proprio mentre truppe americane e inglesi si stavano ammassando ai confini del suo paese, è davvero una cosa sorprendente.
Anche in quel momento, comunque, si è aperto un dibattito: lo si poteva forse persuadere a obbedire per mezzo di ulteriori ispezioni dell’Onu, nelle quali (per fare un esempio) Saddam avrebbe finalmente permesso agli scienziati iracheni di uscire dal paese insieme alle loro famiglie per essere interrogati?
Chi si è opposto alla guerra in marzo, pur avendo votato in favore della risoluzione approvata a novembre (Francia compresa), pensava di sì, perché sembrava che il dittatore avesse assunto un atteggiamento più collaborativo. Chi invece era favorevole, compreso l’Economist, riteneva che aspettare ancora sarebbe stato troppo rischioso. Saddam era già riuscito una volta a cavarsi fuori dalle difficoltà quando gli era stata data l’opportunità di un nostro indugio, e avrebbe potuto benissimo riuscirci di nuovo.
Persone ragionevoli possono non essere d’accordo con questa decisione, e obiettare che sarebbe stato più opportuno, prima di passare all’azione, raggiungere un voto unanime per una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza.
Però, né la mancata scoperta di armi di distruzione di massa né le recenti prove di un’esagerazione nelle dichiarazioni dei governi inglese e americano influiscono in alcun modo sulla decisione in
favore o contro la concessione di altro tempo. Saddam Hussein era considerato, in base a prove indiscutibili, un uomo pericoloso e un bugiardo. In precedenza, le operazioni dell’Onu si erano arenate dopo che indugi e ritardi avevano scatenato divisioni e polemiche. Il tentativo di usare il contenimento, le sanzioni e le ispezioni era andato avanti per dodici anni, senza quasi il minimo segno di efficacia. La prospettiva che Saddam potesse ripresentarsi sulla scena nel giro di un paio d’anni, rimettendo nuovamente in moto i suoi programmi di armamento e minacciando la regione medio orientale, era senz’altro reale.
Al momento in cui è stata presa, e anche in retrospettiva, la decisione di entrare in guerra, anziché aspettare ulteriormente, è stata giustificata.
....continua
saluti




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