....conflitto d'interesse
Il potere dei media tv è pari a zero.
In Italia, poi.
Un esempio? Da due anni vediamo sullo schermo, al rallentatore,
un ragazzo con estintore che aggredisce una camionetta dei carabinieri intrappolata da una folla linciatoria, e vediamo il dettaglio della mano di un carabiniere che spara per
autodifesa, poi la scena agghiacciante del ragazzo riverso sul selciato di piazza Alimonda.
Risultato tragicamente surreale: il giovane è una vittima innocente, l’appuntato uno stragista di Stato.
L’ideologia è cento volte più forte dell’informazione, il mito sconfigge qualunque testimonianza cinematica.
Robert J. Samuelson, che non è precisamente un galoppino di Silvio Berlusconi e probabilmente ancora ignora che il Senato italiano ha approvato una controversa legge di riassetto del sistema mediatico, scrive su Newsweek a proposito del “mito del
big media”. Ci viene detto, scrive, che la concentrazione del potere mediatico è una minaccia capace di “mettere in pericolo la libertà di espressione, la diversità delle opinioni e forse la stessa democrazia”. Tutto questo, conclude Samuelson, “non è un’esagerazione, è una completa deformazione della realtà”.
Il columnist di Newsweek esamina trent’anni di storia dell’informazione televisiva e stampata in America, e insiste su base empirica nel suo giudizio piuttosto drastico: “L’idea che il gigantismo dei media abbia pericolosamente aumentato il controllo sulla nostra libertà di scelta è assurda. Eppure gran parte del pubblico, inclusi i giornalisti e i politici, crede religiosamente in questo mito. Confondono la crescita delle industrie mediatiche con il loro potere.
E’ vero che alcune compagnie di dimensioni gigantesche
diventano ancora più grandi a spese di altre compagnie. Ma non è vero che il loro potere aumenti a spese del pubblico”.
Il ragionamento di Samuelson riguarda il sistema americano e le locali polemiche sull’antitrust, ma vale anche per la nostra piccola provincia dell’impero. Con l’aggravante che non abbiamo in casa niente di gigantesco e di competitivo in Europa e nel mondo, e abbiamo anzi appena accolto un competitore globale come Rupert
Murdoch che ci farà giustamente vedere i sorci verdi. Oltre all’aggravante, c’è da noi per così dire un’esilarante: in nessun paese al mondo l’opposizione ha istituzionalmente una rete
tutta per sé da un quarto di secolo, in nessun altro paese al mondo lo Stato sovvenziona generosamente una catena di giornali d’opinione politica (tra i quali il nostro), da nessuna parte
la stampa commerciale pretende come atti dovuti aiuti e privilegi pubblici analoghi a quelli in vigore qui.
Insomma noi tocchiamo con mano quanto sia pluralista l’informazione nei fatti, il Tg3 convoca le manifestazioni di piazza contro il governo, i media più radicali godono del finanziamento
pubblico, i gruppi editoriali sul mercato sono molti di più che in Francia o in Germania e fanno quello che vogliono, a partire da quello più forte che appartiene a un businessman che appoggia da sempre la sinistra, ma per convenzione e conformismo facciamo
finta che la democrazia sia in imminente pericolo di vita.
E’ vero che da noi c’è un clamoroso conflitto di interessi del premier, ma è falso che l’accesso del pubblico all’informazione
sia minimamente limitato.
Il conflitto di interessi non è una licenza per dire sciocchezze.
da il Foglio di oggi
saluti




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