L’arte del coraggio negli insegnamenti di un guerriero giapponese settecentesco: esaltò i kamikaze, ispirò Mishima e piace anche oggi
Manager o samurai, il vostro maestro sarà Tsunetomo


A metà del codice, aforisma 206: «Considerare il mondo alla stregua di un sogno è corretto. Durante un incubo uno tenta di svegliarsi e dire a se stesso che è solo un sogno. Il mondo attuale non va inquadrato in una prospettiva differente». Bisognerebbe immaginarselo, l’anziano Yamamoto Tsunetomo, nel monastero dell’isola di Kyushu, circondato dalla solitudine, anno 1716, samurai di un tempo ormai in declino a disegnare, in sequenza, tutto ciò che la sua vita di guerriero gli ha insegnato. Immaginarlo quando infine sceglierà di intitolare il suo sentiero di inchiostro «Hagakure», letteralmente «Al riparo del fogliame», titolo d’ombra e di tramonto: niente più inganni dalla troppa luce della vita, niente più tremori dal troppo buio della morte. Serenità. E un riverbero sul più implicito (e sorprendente) dei suo insegnamenti, questo: che per scrivere della guerra bisogna (in verità) smettere di farla. «Hagakure, il codice del samurai» - ripubblicato ora da Rizzoli con eccellenti note e introduzione di Leonardo Vittorio Arena, che lo definisce una «tattica dell’interiorità nella quale è al vertice la psicologia piuttosto che l’arte marziale» - procede per pensieri, aforismi, racconti, che hanno la smagliante brillantezza della brevità.
Per esempio, sulla conoscenza: «Come si entra nella Via? Conoscendo i propri difetti». «Correggersi per tutta la vita, questa è la Via». E ancora: «Nel coltivare se stessi non esiste la parola fine. Chi si ritiene completo in realtà ha voltato le spalle alla Via».
Libro di grande fama per tre secoli. Poi libro maledetto, venerato dai kamikaze della Seconda Guerra mondiale che partivano in sua compagnia per l’ultimo volo sul Pacifico. Libro esaltato da Mishima e da una certa anima purista del Giappone ossessionata dall’onore e dalla tradizione. Ma anche libro (laicamente) usato da schiere di manager come strategia portatile nella loro perenne guerra per il denaro. Poi finalmente riscoperto e ricollocato nel suo valore trasversale alle multiple filosofie orientali, viatico della cultura taoista, sguardo profondo alla «impermanenza delle cose», alla compassione buddista per tutti i viventi e alla fissità Zen che colloca il vuoto al centro (oltre che ai bordi) di ogni destino.
È la morte, non più ostacolo (ma compimento di un passaggio) a marcare gran parte di questo sentiero sapienziale. Tsunetomo sa che il valore (e la grandezza) di ogni samurai non si misura sulla capacità di dare la morte, quanto sulla indifferenza nel riceverla che ne moltiplica il coraggio. Quel coraggio necessario nella battaglia, lui lo estende alla vita. Scrive: «Ogni mattina e ogni sera dovremmo continuamente pensare alla morte, sentendoci già morti da sempre: in tal modo saremo liberi di muoverci in ogni situazione». E ancora: «Solo se ci si abitua all’idea della morte nella vita quotidiana si potrà morire serenamente». «Un acquazzone - scrive - impartisce i suoi insegnamenti. Se la pioggia vi sorprende a metà strada e camminate più in fretta per trovare un riparo, nel passare sotto alle grondaie o nei punti scoperti vi bagnerete ugualmente. Se invece ammettete fin dall’inizio la possibilità di bagnarvi non vi darete pena, pur bagnandovi lo stesso».
Non vi darete pena, scrive il guerriero, che ha infine scoperto il riparo del fogliame, dunque la quiete, la vanità della gloria, la grandezza della semplicità. Ed è per questo che uno dei suoi ultimi pensieri recita così: «Occorre faticare per tutta la vita, rinunciando persino al sonno della notte. In tal modo si diverrà, a poco a poco, uomini comuni».


Il libro: «Hagakure, il codice del samurai» di Yamamoto Tsunetomo, a cura di Leonardo Vittorio Arena, editore Rizzoli, pagine 152, 4,99


Pino Corrias