.....America.
Pubblichiamo il dibattito tra Niall Ferguson e Robert Kagan svoltosi all’American Enterprise Institute il 17 luglio 2003, nell’ambito di un incontro organizzato dalla New Atlantic Initiative. Quello che segue è l’intervento di Ferguson, quello di Kagan sarà pubblicato domani. I testi sono usciti sul settimanale on line della rivista National Interest (inthenationalinterest.com).
Gli Stati Uniti sono un impero, anzi uno degli imperi più potenti di tutta la storia, ma si rifiutano di riconoscere questa evidente verità.
E’ un problema, perché, in questo momento, l’America è un colosso malato di mancanza di attenzione, che mette in atto una colonizzazione a prezzo ribassato.
Tanto per non dimenticarcelo: lo scopo dell’Impero americano, nella sua struttura attuale, è quello di diffondere il libero mercato, rafforzare il regno della legge, eliminando alla fonte il terrorismo, di solito radicato nei paesi dove ci sono tirannie e guerre civili, imporre l’ordine in questi paesi, e prepararvi la strada per un governo rappresentativo.
In termini militari, sappiamo che ci sono più o meno 750 basi e installazioni con personale militare americano in circa 130 paesi di tutto il mondo. Sappiamo che gli Stati Uniti sono responsabili del 40 per cento di tutte le spese militari mondiali.
Dunque, da questo punto di vista, non c’è mai stato un impero così potente come l’America di George W. Bush.
Un’altra dimensione del potere è quella economica. Anche in termini economici gli Stati Uniti hanno una potenza impressionante.
Il loro apporto alla produzione economica globale, sulla base del prodotto interno lordo, si aggira intorno al 31 per cento. In altre parole, quasi un terzo della produzione mondiale spetta agli Stati Uniti. Questa cifra è tre volte superiore a quella relativa alla Gran Bretagna nel momento della sua massima potenza, all’apice della Rivoluzione industriale.
E, naturalmente, gli Stati Uniti possiedono un’altra importantissima caratteristica dell’impero, non presente nelle definizioni che ne danno i vocabolari. Hanno la capacità di esportare i loro valori culturali. Anzi, hanno la capacità di rendere questi valori culturali non soltanto attraenti per altri popoli, ma di convincere questi stessi popoli ad adottarli di propria spontanea volontà.
Quando si considerano questi tre pilastri della potenza (militare, economico e culturale) da una prospettiva britannica, la sola cosa davvero sorprendente dell’impero degli Stati Uniti (oltre a far sembrare piccola cosa l’impero inglese) è che gli americani si rifiutano di credere nella sua esistenza. Come ha detto il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld in un’intervista rilasciata in marzo, se ricordo bene, alla televisione al Jazeera: “Gli Stati Uniti non si sono impegnati nella costruzione di un impero; noi non fondiamo colonie”.
Le conseguenze del rifiuto
Ci sono, a mio parere, tre problemi fondamentali per una iperpotenza che rifiuta di riconoscere il proprio ruolo imperiale nel mondo.
Il primo è che tutti gli interventi militari americani, perlomeno dagli anni Sessanta in poi, sono stati effettuati partendo da un presupposto sbagliato, ossia che potevano essere portati a termine nel giro di qualche mese o, al massimo, di pochi anni. Una potenza imperiale commette un errore fondamentale, come si può già osservare in questo momento in Afghanistan e in Iraq, quando dichiara che si ritirerà il più presto possibile dal paese che ha occupato. Eppure questo è proprio ciò che i portavoce americani ripetono in continuazione.
E’ un errore perché tutti gli imperi sono fondati non sulla coercizione ma sulla collaborazione.
Sono basati sulla disponibilità delle élite locali a collaborare per la creazione di istituzioni stabili nella loro patria. Che motivo c’è di collaborare con una potenza occupante che dice di essere sul
piede di partenza? Non riesco a immaginare una cosa più sconsiderata e imprudente di voler partecipare alle forme di autorità che si stanno creando oggi in Afghanistan e Iraq sotto la supervisione americana quando è del tutto chiaro che gli americani intendono semplicemente disfarsene al più presto e tornarsene a casa nel giro di pochi mesi.
Il secondo problema di un impero che nega la propria esistenza è che non mette in campo risorse adeguate per le sue iniziative imperiali. Non vi investe abbastanza denaro. In questo momento l’America è un impero basato sul principio dei grandi supermercati: il principio di avere sempre prezzi bassi. Recentemente, il Pentagono ha rivelato che il costo mensile dell’occupazione irachena si aggira intorno a 3,9 miliardi di dollari. E’ una cifra di gran lunga troppo piccola. E lo è perché è
destinata esclusivamente al mantenimento della presenza militare di circa 140 mila soldati americani. Praticamente non viene speso neanche un soldo per l’importantissimo compito di ricostruire l’economia irachena e garantire che la legge e l’ordine mettano radici nella sua società.
Mi ha scioccato scoprire che in Afghanistan, dove il processo di nation building – un eufemismo per impero (l’impero con un volto umano, potremmo definirlo) – è cominciato già da un anno e mezzo, la cifra totale spesa dal governo americano per sostenere il governo che ha insediato a Kabul è di 5 milioni di dollari. Non si può tenere un impero tirando la cinghia, ma in questo momento non c’è alternativa perché la metropoli imperiale nega di essere tale.
L’America è un colosso con i piedi di argilla. La negazione della realtà non fa l’interesse della nazione. Washington non avrebbe da fare grandi risparmi per essere in grado di aumentare la quantità di fondi destinati agli aspetti non semplicemente militari del nation building.
Se si analizza con attenzione il valore effettivo degli aiuti umanitari americani, risulta che equivale a un terzo di quelli accordati dagli Stati membri dell’Unione europea.
Non si tratta di una cifra molto alta; in verità, è irrisoria. Sarebbe facilissimo perderla negli enormi pantani del bilancio federale. Risparmi di entità davvero modesta sui gonfiati programmi nazionali permetterebbero di destinare al nation building una concreta quantità di fondi.
Il terzo grande problema dell’impero americano è che si basa su un fraintendimento della natura del potere imperiale, ossia che debba essere esercitato in modo unilaterale. Fu il grande statista Lord Salisbury a coniare l’espressione “splendido isolamento”, ma lo fece per criticare con sarcasmo i suoi avversari in Parlamento.
La tesi di Salisbury era che la stabilità e la permanenza della potenza inglese dipendeva dalla collaborazione offerta da una rete di alleanze con le altre grandi potenze europee e con gli Stati Uniti. Gli imperi si fondano, e si sono sempre fondati, sul consenso.
Le lezioni della Gran Bretagna
Inoltre, un impero non preclude necessariamente l’esistenza di istituzioni rappresentative.
Gli inglesi impararono la lezione con il disastro subito negli anni Settanta del Settecento, e concessero al Canada, all’Australia, alla Nuova Zelanda e al Sudafrica un governo responsabile; e
intendevano concederlo anche all’India nonché, in un futuro più lontano, alle colonie africane, quando si sarebbero dimostrate in grado di far funzionare un governo rappresentativo.
Gli Stati Uniti sembrano incapaci di svolgere operazioni di peace-keeping e di controllo nei paesi che hanno appena conquistato.
Hanno un bisogno assoluto non soltanto di sostegno militare ma anche di un contributo economico da parte degli Stati dell’Unione europea, che attualmente spendono circa il triplo degli Stati Uniti
in aiuti umanitari e grosso modo la stessa cifra nelle operazioni di peace-keeping.
Dei sedici interventi militari effettuati dagli Stati Uniti dal 1898 a oggi, soltanto quattro hanno portato all’instaurazione di istituzioni democratiche: Germania occidentale,
Giappone, Panama, Grenada.
In tutti gli altri casi i risultati sono stati tragici: Haiti, Vietnam, Cuba, Cambogia, Nicaragua.
Le prospettive per il Kosovo non sembrano affatto promettenti, mentre in Afghanistan e in Iraq la sensazione è che si sia cominciato con il piede sbagliato.
L’America ha avuto pochissimi successi come impero perché è un impero che nega di esserlo, perché non riconosce la natura delle proprie responsabilità, perché si illude di portare a termine un processo di nation building nel giro di due anni (seguendo il ciclo delle elezioni americane), e senza un’adeguata collaborazione da parte dei propri alleati. Ecco perché gli Stati Uniti sono uno degli imperi più fallimentari e allo stesso tempo teoricamente più potenti di tutta la storia.
Detto questo, non serve all’interesse nazionale che i leader politici del paese facciano un uso esplicito della retorica imperiale.
In effetti, io applaudo alla capacità con cui, in tutte le loro dichiarazioni pubbliche, smentiscono qualsiasi ambizione imperialistica. E’ esattamente questo il modo per affrontare con successo la partita. Gli Stati Uniti devono costantemente negare di essere un impero, e promettere sempre che le loro truppe saranno ritirate.
Questa mi sembra essere una caratteristica quasi essenziale del nuovo impero americano. La chiave di tutto sta nel non intendere troppo alla lettera queste cose. Ciò che mi preoccupa di più è che Rumsfeld, Bush, Bremer e molti altri ancora credano sinceramente che gli Stati Uniti possano ritirarsi dall’Iraq in un futuro molto vicino, dopo aver indetto elezioni libere e giuste.
Un’illusione che non è una novità
Questo tipo di illusione non è una novità. Ha profonde radici in una fede sincera nell’altruismo delle proprie intenzioni.
Dire che l’espansione della potenza americana è un vantaggio per l’America e per il mondo intero, e che pertanto non siamo un impero, è una bella cosa; ma se ci crediamo davvero? Gli inglesi hanno fatto proprio questo errore. Pensate soltanto a queste ben note parole: “Siamo venuti non come conquistatori ma come liberatori”, pronunciate dal generale F. S. Maude nel marzo 1917, subito dopo l’occupazione inglese di Baghdad.
In effetti, la caratteristica più essenziale dell’imperialismo inglese nel XIX secolo era il suo autoproclamato altruismo. Gli inglesi si consideravano, per dirlo con le parole di David Livingston, i latori e i garanti della cristianità, del commercio e della civiltà. Vedevano il loro destino manifesto nell’espansione dei benefici della libertà inglese, tanto economica quanto legale, in tutto il mondo.
L’altruismo imperiale è stata una caratteristica essenziale di entrambi i grandi imperi anglofoni. Insistiamo sul fatto che stiamo agendo nell’interesse dei popoli che sottomettiamo. Fa parte del nostro fascino, e appartiene al nostro patrimonio culturale.
Ma potrebbe diventare anche la nostra rovina.
Traduzione di Aldo Piccato
© In the National Interest
naturalmente preso da il Foglio di giovedì 31 luglio 2003-08-01
saluti




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