QUESTE pagine di diario, inserite come un tassello dal basso nelle analisi storiche già note, confermano nel vissuto di un semplice soldato tedesco tre elementi cruciali della vicenda di Cefalonia.
Primo: la Divisione Acqui combatte duramente, sfatando la leggenda tragicamente confermata dall'8 settembre, che «gli italiani non si battono». Secondo: da parte italiana viene ingaggiata una lotta «disperata», motivata da ragioni che i soldati tedeschi non capiscono o non vogliono capire: Per loro si tratta di «tradimento», anche se questa parola non appare nelle pagine qui riportate. Ma soltanto l'idea del tradimento può spiegare la brutalità della reazione tedesca, di cui il diario non tace affatto la natura e l'estensione del massacro. Terzo: a conferma dell'efficace immunizzazione ideologica subita allora dai protagonisti, Waldemar nel parlare del massacro non va oltre la pietà privata per i soldati italiani «poveri cani» sacrificati ad incomprensibili interessi superiori.
Ma già un’annotazione del 18 settembre è significativa per un altro motivo. Parla di una pattuglia tedesca perduta in modo sconsiderato perché mandata in zone di montagna «in mezzo a bande partigiane locali». In realtà più probabilmente la pattuglia tedesca è stata intercettata da contingenti italiani dislocati in zona e pronti all'azione. Ma ciò che conta è il commento di Waldemar, dettato evidentemente dall'esperienza nei Balcani e in Grecia: «La vendetta colpirà 50 persone e anche civili, neanche le donne e i bambini sopra i cinque anni verranno risparmiati. Ma così il numero di partigiani non diminuirà, al contrario l'odio contro tutto ciò che è tedesco aumenta di giorno in giorno».
Le osservazioni del 19 e 20 settembre confermano le premesse strategiche del successo tedesco dei giorni successivi: un silenzioso e indisturbato avvicinamento alle posizioni italiane e quindi l'attacco a sorpresa notturno. Segue una brutale e inequivoca annotazione: «Non si fanno prigionieri: tutto quello che capita davanti alla canna dei fucili viene fatto fuori». E qualche giorno dopo: «Ieri l'isola si è arresa. Due ore prima sono stati fucilati fino a 200 italiani nelle vicinanze». Dal diario non traspare alcuna apparente emozione.
Storici e giudici cercheranno a lungo di capire chi ha dato l'ordine dei massacri, palesemente contrari ad ogni etica e convenzione di guerra. Ogni volta si assiste al rimpallo di responsabilità: un ordine specifico del Führer o del Comando supremo della Wehrmacht o delle autorità militari territorialmente competenti? Nel 1947 al processo di Norimberga il comandante dei «cacciatori di montagna» Hubert Lanz sarà condannato a dodici anni (per poi essere rilasciato nel 1951). Il diario di Waldemar non lascia dubbi sul fatto che i combattenti sul campo non agivano selvaggiamente ma dietro ordini precisi.
Ma al di là della responsabilità morale e giuridica, rimane un interrogativo inquietante. Che cosa pensavano i soldati semplici mentre eseguivano il massacro? Le poche frasi del diario non ci illuminano molto. «Questi poveri cani dovevano lasciarci la pelle, nonostante non abbiano nulla a che fare con gli ordini di alcuni ufficiali impazziti . Non c'è da stupirsi, il comandante italiano dell'isola portava la croce di cavaliere tedesco».
Waldemar, quindi, attribuisce la responsabilità del corportamento dei soldati italiani agli ordini di «alcuni ufficiali impazziti». Allude cioè al fatto che la decisione di resistere ai tedeschi aveva i suoi sostenitori più convinti in un gruppo di ufficiali mentre il comandante in capo, il generale Gandin, aveva inizialmente ritenuto di poter trattare il rientro con onore della Divisione Acqui in Italia. Evidentemente i tedeschi erano informati (anche ai livelli più bassi) delle differenze di posizione all'interno del comando italiano. Anche se il senso del riferimento al comandante italiano, che effettivamente portava sul petto una «croce di ferro» tedesca, non è chiara. In realtà Gandin alla fine interpretava in maniera giusta, attiva e audace le indicazioni del Comando supremo italiano nei confronti dei tedeschi. Si è attirato così l'epiteto insultante di «uomo di Badoglio»; come del resto tutte le unità militari che facevano resistenza ai tedeschi erano sprezzantemente chiamate e maltrattate come «Badogliotruppen». Ma qui si apre un capitolo ancora inesplorato dalle storiografie tedesca e italiana: la valanga di insulti dei vertici nazisti contro Badoglio aveva in Germania l'effetto di fuoco di sbarramento contro un processo autocritico, iniziato da alcuni circoli nazional-conservatori di opposizione, che guardavano con cauto interesse all'«esperimento Badoglio». Approfondire questi aspetti significa aprire nuove ottiche di lettura delle vicende italiane del 1943 (25 luglio-8 settembre) nei loro virtuali effetti sui gruppi tedeschi che cercavano alternative alla catastrofe imposta da Hitler.
Gian Enrico Rusconi




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