Se in alto s'è deciso che il futuro d'Europa sia calura, avrei una preghiera (non credo molto all'effetto serra per opera dell'uomo): visto che c'è il torrido, arrivi anche il monsone. Capisco che la domanda è prematura: ci lamentiamo, ma non siamo ancora l'India. Nemmeno chi c'è stato riesce a raccontarlo. Da febbraio, il termometro comincia a salire di due gradi al giorno. Implacabile. A marzo la soglia del sopportabile è già superata.Di notte come di giorno, 40, poi 42, 44 gradi. Ad aprile ti stupisci di essere ancora vivo sotto le martellate del sole, e a Delhi entri in tutti gli uffici postali solo per stare vicino ai condizionatori grandi come armadi, che soffiano un soccorrevole gelo polare. A maggio persino i fachiri danno segni di insofferenza, e i guru e gli yogi scappano a meditare sull'Himalaya. "Si muore dal caldo" in India non è una metafora.
Ma poi, con certezza sovrumana, viene il monsone. Il Grande Evento liberatore. Lo senti arrivare, una bava fresca nel vento torrido. Lampi secchi. Lo vedi, se stai sulla costa dell'Oceano, tra Goa e Bombay: un spaventosa nube blu - il colore del corpo di Kalì, l'orribile dea della vita e della morte - corre sul mare gonfia di fulmini. Sotto, si trascina una cortina nera: è la pioggia e s'avvicina rapida, minacciosa e benefica. Per un attimo, l'afa s'aggrava; poi, le cateratte.
Gli emiri del Qatar portano figli e mogli in India a veder piovere, non esagero. Lo spettacolo vale il viaggio, non delude: a Bombay, in due mesi, cadono 5 metri d'acqua. Poi, nel suo viaggio inarrestabile verso oriente, la nube-Kalì perde forza: ma ne ha ancora a Calcutta da gonfiare il delta del Bramaputra e farne impazzire i milioni di rospi, per gonfiare i fiumi selvaggi dell'Orissa dove attendono le mandrie di elefanti, per far sbocciare gli ibiscus di Madras.
Tutto diventa lussureggiante. Le liane diventano serpenti. I bambù crescono (non scherzo) dieci centimetri al giorno, con una violenza vitale inaudita. Gli indiani escono a godersi le catinelle, l'acqua sporca fino al ginocchio.
Ecco: potendo chiedere, chiederei il monsone. E' vero che porta anche alluvioni e disastri. Ma il monsone è per l'India quello che il Nilo è per l'Egitto: la vita, la felicità. Perché - se il torrido è scritto nel nostro futuro - l'alternativa la conoscete dalla tv: l'Afghanistan. Cime altissime senza un fiocco di neve. 20 sottozero d'inverno e 50 d'estate. Non un goccio d'acqua. Pendici lunari riarse dove millenni fa c'erano conifere e ghiacciai. Deserto dove abitò una umanità scomparsa, ora rada e inasprita.
Le Alpi potrebbero diventare così? C'è da sperare davvero che arrivi il monsone. Che sulle Alpi, piuttosto, fioriscano ninfee e tigri. Che i mutamenti decisi lassù pendano a favore della violenza della vita, più che a quella della polvere e delle petraie morte.
Maurizio Blondet




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