...po' stretto.
Roma. Recessione. L’Italia ha davvero varcato la sua soglia fatidica, destinata a macchiare indelebilmente la camicia di chi
governa? Oggi su molta stampa italiana sarà un’orgia di pessimismo, ma la risposta è no.
La situazione è seria. Ma non siamo alla tragedia, né alla recessione. Due trimestri successivi di contrazione del pil la identificano per convenzione. Il secondo trimestre 2003,
secondo l’Istat, ha segnato un meno 0,1 per cento sul precedente, esattamente come il primo trimestre rispetto all’ultimo 2002. Tuttavia – si leggano le analisi del Business Cycle
Commitee del National Bureau of Economics americano, non di Mr Piripicchio – quando le variazioni sono nell’ordine appunto di un decimale di punto, i tecnici non parlano di recessione.
Anche tra chi non simpatizza con l’attuale governo, è così possibiledistinguere, a seconda della parola che usino, le persone serie dai propagandisti.
Tra le prime, Paolo Onofri e Giacomo Vaciago, che correttamente notavano come sui dati negativi della produzione industriale di maggio e giugno pesasse ancora il fattore Iraq, e di come
“l’incertezza irachena è già finita e ora siamo in ripresa”.
I politici dell’Ulivo calcano invece la mano, con diverso dosaggio. Si passa da Pierluigi Bersani che accusa il governo di “affidarsi a uno stellone che non c’è più”, a Sergio Cofferati secondo il quale “l’andamento negativo di tutti gli indicatori economici italiani è molto più consistente e dura da più tempo degli altri paesi industrializzati”.
Quest’ultima affermazione non regge. Purtroppo, la frenata italiana è coerente al quadro europeo. Con l’aggravante che la Germania va peggio di noi, il suo pil ha ceduto lo 0,2 per cento nel primo trimestre e si attende almeno analoga contrazione nel secondo. Se si considera che la Germania è il primo partner del nostro export, e che l’apprezzamento dell’euro sul dollaro
ci ha fatto perdere il 13 per cento delle esportazioni verso gli Usa, ecco una prima spiegazione internazionale della nostra stagnazione.
Restiamo un paese trainato dalla domanda estera più che interna, dunque la recessione tedesca e l’euro forte ci penalizzano.
Ma nessun paragone con la crisi del 1992-93 è corretto, anche se bisogna risalire ad allora per due trimestri di contrazione del pil. Lo testimoniano i dati dell’indagine annuale Mediobanca sulle imprese. L’indebitamento finanziario dei gruppi sia privati che pubblici era allora disastroso, quello al 2002 è incomparabilmente migliore, pur essendo tornato ad aggravarsi rispetto al 1999: ma le imprese nel loro complesso hanno registrato nel 2002 un maxibalzo del cash flow, nell’ordine dei 50 miliardi di euro. Pesano
crisi che non si risolvono, come l’auto che brucia produttività (meno 11,9 per cento per addetto nel triennio) e margine industriale (meno 19,9 per cento). Ma il sistema delle imprese
avrebbe risorse liquide da investire, oggi, che 10 anni fa mancavano.
Il confronto con la Germania
Il problema è appunto la fiducia da ricreare, nelle imprese e nei consumatori. Di questo, il governo viene accusato incapace.
Al di là della propaganda, il problema ha tre componenti. La prima, europea, è bloccata dal cemento del Patto di stabilità, vedi
l’attacco in materia di un altro economista illuminato non sospettabile di filoberlusconismo come Franco Modigliani.
La seconda sono adeguati sgravi fiscali: e il governo, sia pur nelle difficoltà di far quadrare i conti meglio di Francia e Germania, ha le carte in regola. L’indagine Mediobanca ricorda a tutti che le 1941 imprese del campione sono riuscite a pagare nel 2002 un’aliquota effettiva del 26,6 per cento (addirittura dell’11,9 le società quotate), contro il 44,9 per cento nominale. La terza componente è quella della fiducia e dei consumi delle famiglie.
Che trainano la crescita negli Usa (attesa del 3,6 per cento nel terzo trimestre), e quella britannica (un apprezzabile 2,3 per cento).
In quei paesi le famiglie conoscono i benefici effetti degli stimoli garantiti da un settore del credito impegnato in una massiccia
e virtuosa gara al rifinanziamento a tassi più convenienti del settore immobiliare e del credito al consumo, traino che da noi grazie alle rigidità del sistema bancario continua a latitare.
Detto questo, non è il caso di autoassolversi.
Gli elettori non interpretano i dati economici come uscissero tutti dalla Bocconi.
L’atmosfera è negativa. Molteplici sono gli interessi a dipingerla più nera di quel che sia. E al governo restano pochi mesi, prima dell’ininterrotta maratona elettorale dalle europee alle politiche.
da il Foglio.
saluti




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