Il caso Stefanini, quando....
.....l Pool scoprì la diversità del Pci-Pds
Oggi è sabato 28 agosto 1993. Stamattina, sui giornali, abbiamo letto varie interviste a Tiziana Parenti, pubblico ministero del pool Mani pulite della procura di Milano. Tiziana Parenti sta indagando sulle tangenti al Pci e al Pds.
Qualche giorno fa, il 24 agosto, abbiamo saputo che la signora Parenti ha inviato un avviso di garanzia a Maurizio Stefanini, che è tesoriere del Pci-Pds dal 1989, quando prese il posto di Renato Pollini. La vicenda di Stefanini, si è saputo e meglio si saprà nei prossimi tempi, è strettamente legata a quella di Primo Greganti. Che non porterà a nulla, lo abbiamo già visto e scritto. Il pool di Milano, nelle settimane e nei mesi a venire, accerterà che Greganti prese tangenti per il proprio tornaconto, non per quello del partito.
Fu un millantatore. Si attribuì aderenze coi vertici delle Botteghe Oscure per avere dagli imprenditori denaro che altrimenti mai avrebbe avuto. Aprì conti in Svizzera per depositarvi il denaro senza che il suo partito ne sapesse nulla né tantomeno potesse attingervi. Questo risulterà al pool di Milano.
Risulterà che Greganti riuscì a fare becco uno come Lorenzo Panzavolta, forse il massimo manager della Ferruzzi. Gli spillò oltre un miliardo in cambio di promesse, intorno a lavori dell’Enel, che si concretizzarono forse per puro caso. E dunque si accerterà, senza dubbio, che il tesoriere Stefanini non c’entrava e dunque non c’entrava il partito.
Ma sono cose, queste, che ci siamo ripetuti mille volte. Come mille volte abbiamo ricordato che fra molti anni, nel 1998, il pm Paolo Ielo dirà: “Anche se Greganti nega, lui i soldi li ha dati al partito”. Ma è altro che ci preme, oggi.
“Oppure Greganti è un gran bugiardo e dopo aver detto di prendere i soldi per il partito, se li è spesi in donne e in champagne”. Gerardo D’Ambrosio, ai giornalisti, 26 agosto 1993.
Oggi, 28 agosto 1993, molti giornali hanno pubblicato un’intervista a Tiziana Parenti.
L’Indipendente vi ha dedicato il principale titolo della prima pagina: “Mi hanno lasciata sola contro il Pds”. Nell’intervista, la
signora Parenti ha detto che era tutto pronto per spedire l’autorizzazione a procedere nei confronti di Stefanini, che l’indagine è già parecchio avanti, che le prove non le fanno difetto, ma che la procura è, stavolta, molto più prudente che non in passato.
E che l’hanno lasciata col fiammifero acceso in mano. Questo ha detto. Noi ci siamo fatti l’opinione che sarà di Ielo, e sarà anche di
Antonio Di Pietro quando dirà di aver seguito le tangenti sin sul portone delle Botteghe Oscure, senza però riuscire a capire chi le avesse infine intascate.
Quando si è saputo dell’avviso di garanzia a Stefanini, il 24 agosto, qualche cosa è cambiato, qualche tono, qualche presa di posizione, qualche condotta che sembrava consolidata dopo oltre un anno e mezzo di Mani pulite.
Quel giorno, per esempio, siccome il procuratore capo, Francesco Saverio Borrelli, era in vacanze, in nome del pool ha parlato il procuratore aggiunto, Gerardo D’Ambrosio.
Quando a Palazzo di giustizia i cronisti gli hanno chiesto una conferma alla notizia, egli ha detto: “No comment”. Poi: “Non confermo e non smentisco”. Ha spiegato così una riservatezza che ci è parsa inedita: “Specie quando si tratta di parlamentari sarebbe il caso di mantenere il più stretto riserbo, perché se l’avviso di garanzia poi non si concretizza in una richiesta di autorizzazione a procedere…”.
E’ una gentilezza, questa, che non si ritenne di dover usare a molti altri, anzitutto a Bettino Craxi.
Il giorno successivo, il 25 agosto, D’Ambrosio si sentirà di aggiungere: “Sulla richiesta di autorizzazione a procedere sarà fatta una valutazione collegiale, perché non si può correre il rischio del fumus persecutionis”.
Un altro giorno ancora, ieri l’altro, giovedì 26 agosto: D’Ambrosio si è intrattenuto di nuovo con i giornalisti. Ha detto quanto sia delicato il lavoro degli inquirenti. Quanto sia necessario procedere con cautela e circospezione:
“La giustizia è questo, il lavoro del magistrato è pieno di dubbi e quando finalmente si trovano le prove che confermano le ipotesi avanzate, c’è un vero e proprio senso di liberazione. Ora la collega Tiziana Parenti, che indaga su questo filone dell’inchiesta, si è formata determinate convinzioni e ha deciso di iscrivere Stefanini tra gli indagati. Poi l’avviso di garanzia è stato discusso e firmato dalla nostra squadra… Abbiamo deciso che una parte delle accuse della Parenti poteva andare, una parte no”.
Dunque prudenza: l’avviso di garanzia sì, la richiesta di autorizzazione a procedere no. D’Ambrosio ha poi creduto di dover specificare che il 22 luglio 1993, quando Stefanini è stato iscritto nel registro degli indagati, lui era in ferie. Ha chiesto agli amici cronisti d’aver pazienza, che c’è un dovere di riservatezza, per “evitare che le persone siano linciate prima del tempo”. Non abbiamo capito se, dopo, possono essere linciate.
Non abbiamo capito se certi linciaggi più recenti, per esempio a Craxi, abbiano scosso le coscienze dei magistrati.
Abbiamo invece capito che idea si stia facendo D’Ambrosio di questa storia:
“Certo, stupisce che di fronte a tanti miliardi pagati per le tangenti si faccia tutto questo chiasso per 621 milioni. Resta un fatto grave, soprattutto perché, se fosse vero, l’opposizione avrebbe perso una grande occasione per denunciare il sistema e magari far cominciare l’inchiesta Mani pulite qualche anno fa. Oppure Greganti è un gran bugiardo…”
e si è bevuto i quattrini in donne e champagne.
“Dovrebbero farle una perizia psichiatrica”. Gerardo D’Ambrosio, su Tiziana Parenti, al Corriere della Sera, 22 novembre 1994.
Oggi, 28 agosto 1993, Tiziana Parenti si è sfogata. Si è sfogato anche il numero due del Pds, Massimo D’Alema, che rispetto a D’Ambrosio sembra aver compiuto il percorso inverso, abbandonando l’atteggiamento di distaccato appoggio alla magistratura: “Non c’è alcun elemento di accusa contro Stefanini. Nessuno. Dal punto di vista giudiziario, questo avviso di garanzia è un atto sconcertante… Mi pare indiscutibile che da tempo ci sia una campagna violentissima, campagna politica e di una parte dei mezzi di informazione”.
Abbiamo letto questa frasi sull’Unità, la mattina del 25 agosto. Oggi, invece, D’Ambrosio ha avuto il solito uditorio di cronisti con cui commentare le frasi di Tiziana Parenti: “Se ci si occupa di un settore autonomo rispetto agli altri, si partecipa di meno al lavoro collettivo”.
Abbiamo controllato. Passeranno dei giorni prima che il pool, finalmente ricompattato dalla conclusione delle villeggiature, discuterà sull’opportunità di chiedere l’autorizzazione a procedere. Il 6 settembre, il summit nella stanza del procuratore Borrelli sarà protetto dalle orecchie-radar con delle trincee: “Per evitare che i giornalisti si avvicinassero… i carabinieri di servizio hanno posto alcune scrivanie di traverso sul corridoio”, leggeremo in una nota dell’Ansa.
Poi Borrelli rassicurerà su una “assoluta unità di intenti”.
Sugli intenti, non reputerà suo dovere dare ragguagli.
Tuttavia i giornali continueranno a scrivere.
“Ritengo deplorevole la diffusione di notizie non solo non certe ma addirittura infondate”. Francesco Saverio Borrelli, ai giornalisti, 27 settembre 1993.
Oggi, 28 agosto 1993, sappiamo che il 4 ottobre la procura maturerà una decisione: chiedere al gip l’archiviazione per Stefanini. Poi il gip la respingerà, ordinando altri quattro mesi di indagini. Nella richiesta di archiviazione, il segretario del Msi, Gianfranco Fini, forse disorientato, troverà la conferma del “dimostrato rigore della magistratura milanese”, rigore attraverso il quale, molto presto, sarà possibile appurare “i traffici della partitocrazia, cui il Pci-Pds non è estraneo”.
Dopo l’opposizione del gip, D’Alema cercherà di mantenere freddezza: “E’ una questione che riguarda gli avvocati, non mi occupo di queste cose”.
Proprio in quei giorni, però, il settimanale Panorama stamperà altri verbali, quelli di Angelo Simontacchi, imprenditore arrestato nell’aprile del 1992. Abbiamo recuperato quel numero di Panorama. I verbali si riferiscono a un interrogatorio del settembre scorso, del 1992. Simontacchi racconta di essere stato convocato alle Botteghe Oscure, nel 1991, da Stefanini:
“Mi resi conto che Stefanini era ben informato del fatto che io versavo denaro anche alle segreterie della Dc e del Psi… Mi fece intendere che in futuro avrei dovuto intrattenere rapporti con il Pds sostanzialmente identici a quelli che avevo con le segreterie della Dc e del Psi… Stefanini mi disse in quell’occasione, chiaramente, che noi imprenditori avremmo dovuto per il futuro abbandonare il sistema della contribuzione locale ai partiti (e quindi nella fattispecie avremmo dovuto evitare di continuare ad avere rapporti con i rappresentanti locali e milanesi del Pds) e trattare le contribuzioni al sistema dei partiti direttamente con il fiduciario nazionale e cioè con la sua persona. Quanto poi si è verificato nei primi mesi del 1992 (con l’inchiesta Mani pulite) non ha permesso che si concretizzassero ulteriori incontri”.
Ora abbiamo recuperato un’ulteriore notizia dell’Ansa. E’ del 10 ottobre 1993: “Una circolare nella quale si chiedono spiegazioni scritte su come siano finiti ai giornalisti, che poi li hanno pubblicati, alcuni documenti relativi all’inchiesta su presunte tangenti al Pci-Pds, è stata inviata dal procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Saverio Borrelli, ai sei sostituti che compongono il pool Mani pulite…”. Borrelli si riferirà alla bozza di richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Stefanini, che conteneva i verbali di Simontacchi. Quello stesso 10 ottobre, Borrelli spiegherà: “La ragione per cui ho scritto questa lettera riservata, che tale doveva restare, è che era uscita una bozza di documento che non è mai diventato documento ufficiale”. Due giorni più tardi, Borrelli riterrà utile sottrarre il caso a Tiziana Parenti, che lascerà prima il pool e poi la magistratura. D’Ambrosio dirà che “non è allineata con la procura” e le impartirà una lezione deontologica:
“Questo non è il processo al Pds, ma a Greganti e a Stefanini”.
Lo resterà fino alla fine.
“Il senatore Marcello Stefanini, ex tesoriere del Pds, è morto alle 6,20 nella clinica Nuova Latina di Roma… Era stato colpito da ictus”. Notizia Ansa, 29 dicembre 1994. (75. continua)
saluti
Giacomo Mancini scopre di essere....
....anche lui un appestato del Psi. Poi però ritornerà sindaco
Oggi è sabato 9 ottobre 1993. Stamattina, sui giornali, abbiamo letto le nuove accuse degli investigatori calabresi contro Giacomo Mancini, vecchio socialista, ex segretario del Psi. Uno schema che oggi ci sembra sempre più consolidato, dice che i leader del pentapartito garantivano floridezza a sé e alla propria fazione per il mezzo delle tangenti al Nord, e intrattenendo rapporti con la criminalità organizzata al Sud. Mancini – che ha settantasette anni e ne vivrà altri otto e mezzo, i primi da presunto mafioso, poi da sindaco di Cosenza e da malato terminale – da qualche giorno ha trovato il suo spazio in questo schema.
La notizia ha cominciato a circolare tre giorni fa, mercoledì 6 ottobre. Nel primo pomeriggio si era saputo che la procura distrettuale di Reggio Calabria aveva chiesto l’arresto di Mancini per via dei suoi rapporti con la cosca Iamonte di Melito Porto Salvo. La richiesta di arresto spiegava che Mancini “abusando della qualità di parlamentare della Repubblica… si faceva promettere da Natale Iamonte l’appoggio elettorale della consorteria mafiosa da lui diretta come prezzo della propria mediazione nei confronti dei magistrati della Corte d’appello di Bari che avrebbero dovuto giudicare il figlio di Iamonte, a nome Giuseppe, imputato dell’omicidio in pregiudizio di Domenico Artuso”.
Gli inquirenti hanno individuato una “inquietante connessione mafiosa tra l’ex parlamentare Giacomo Mancini e la consorteria dei fratelli Iamonte”.
Il giudice per le indagini preliminari ha detto di no all’arresto, ma Mancini resta sotto tiro. Giovedì mattina, Mancini ha scritto una lettera al procuratore della Repubblica di Reggio.
“Non ho ricevuto avvisi di garanzia né comunicazioni di alcun genere, benché dalla stampa apprendo con sbigottimento di essere stato oggetto di una richiesta di arresto in relazione a reati prescritti, amnistiati o addirittura inverosimili”.
Giacomo Mancini, 7 ottobre 1993.
Oggi è il 9 ottobre, e Mancini riceverà l’incartamento completo delle accuse a suo carico fra dieci mesi, il 13 agosto 1994. Vi saranno spiegati con dettaglio – e con la fondamentale collaborazione dei pentiti – i suoi rapporti ormai almeno pluriventennali con la ’ndrangheta. Quantomeno, dal 1972 in poi. Il reato è naturalmente quello di concorso esterno in associazione mafiosa.
Frequentava latitanti, partecipava a strane cene con notori boss locali, si faceva eleggere coi voti della mafia in cambio di sostegno.
Il 25 marzo del 1996, dopo cinque giorni di camera di consiglio, il tribunale di Palmi, cui nel frattempo il processo sarà stato trasferito, lo condannerà a tre anni e sei mesi di reclusione e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, che gli impedirà di mantenere la carica di sindaco di Cosenza.
E’ un “soggetto organico della cosca”, scriveranno i giudici. Nell’aprile del 1997, Catanzaro archivierà una seconda inchiesta, sempre per il reato di concorso esterno.
Il 24 giugno dello stesso anno, la corte d’appello di Reggio Calabria annullerà la condanna di Palmi per incompetenza territoriale.
Il 28 ottobre, sarà chiesto un nuovo rinvio a giudizio; “un atto dovuto”, dirà il pm. Il 19 novembre 1999, il gip di Catanzaro, al termine di un rito abbreviato, assolverà Mancini: alcuni addebiti verranno dichiarati prescritti, altri verranno valutati “generici ed indefiniti e, comunque, penalmente irrilevanti”.
“E’ morto a Cosenza Giacomo Mancini, sindaco della città. L’uomo politico, 86 anni, per anni esponente di primo piano dell’ex Psi e più volte ministro, era ammalato… Pur essendo ammalato e con problemi in particolare alla deambulazione (era costretto su una sedia a rotelle) non ha rinunciato fino all’ultimo alla sua attività amministrativa”. Agenzia Ansa, 8 aprile 2002.
Oggi, 9 ottobre, Mancini sa di avere un ruolo in quello schema. E’ uno schema in cui ha creduto anche lui, e al quale, ora crede molto meno. Pochi mesi fa, ad aprile, disse:
“Avrei la curiosità di conferme precise sul ruolo dell’Eni in una serie di operazioni non pulite nel periodo della strategia della tensione. I giudici di Palermo stanno indagando per fare luce sui rapporti mafiapolitica…
L’indagine iniziata dai giudici milanesi può evitare giudizi circoscritti nel tempo e concentrati su poche persone.
Sarebbe ora che emergessero le responsabilità effettive, che non sono individuali ma di interi partiti”.
(79. continua)
saluti