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Discussione: Mattia nel....

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    Oggi è martedì 15 dicembre 1992. Poco dopo le 13, precisamente alle 13,04, l’Ansa ha battuto un dispaccio. Ci aspettavamo che succedesse, prima o poi. Il titolo è questo: “Tangenti a Milano: informazione di garanzia a Bettino Craxi”. Il testo comincia così: “Secondo quanto si è appreso a Palazzo di giustizia di Milano, una informazione di garanzia è stata emessa dalla procura della Repubblica milanese per Bettino Craxi. I magistrati che indagano sulle tangenti avrebbero deciso ieri, nel corso di un duplice vertice col procuratore Francesco Saverio Borrelli, il provvedimento inoltrato al segretario del Psi attraverso un ufficiale dei carabinieri. In procura, nessuno per il momento conferma la notizia”.
    Si è appreso a Palazzo di giustizia. In procura nessuno conferma. Va così, di questi tempi.
    Noi ci scherziamo su, ma mica tanto. Nel senso che nel Partito socialista sono girate le mazzette, si sa dove fisicamente siano state consegnate. Si presupporrà, nei tempi successivi, che Craxi non potesse non saperne. E’ un po’, ma soltanto un po’, come per le fughe di notizie.
    Si sa che escono da Palazzo di giustizia, ma non si sa da che bocca, per la precisione.
    E, sempre per la precisione, l’Ansa ci ha detto tutto ma proprio tutto sulle “indiscrezioni”: concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti.
    “A determinare la svolta e la decisione, prosegue l’Ansa, sarebbero state le dichiarazioni rese alcune settimane fa, come testimone, dall’ex segretario del Psi, Giacomo Mancini”. Ecco, pochi giorni fa c’era anche un’intervista sul Corriere della Sera, a Giacomo Mancini. E ci erano fischiate le orecchie.

    “Balzamo era il segretario amministrativo, ma la parte delle entrate che conosceva era quella che riguardava i grandi progetti dell’edilizia, i lavori pubblici. Ma la vastità del fenomeno, i flussi di finanziamento che hanno avuto come destinatario il Psi non sono certamente passati da Balzamo, non sono stati registrati. Li conosceva solo Craxi”. Giacomo Mancini al Corriere della Sera, 8 novembre 1992.

    Vincenzo Balzamo è morto di infarto sei giorni prima di questa intervista, il 6 novembre 1992. Mancini oggi pomeriggio ha detto di non sapere se davvero l’avviso di garanzia dipenda anche da quello che lui ha raccontato al Corriere. Sa soltanto che dopo quell’intervista è stato chiamato a Milano da Antonio Di Pietro e da Gherardo Colombo, e ha ripetuto. “Non sono un Buscetta”, ha spiegato oggi. “Ho detto cose che tutti i socialisti sanno, compreso Giuliano Amato, il presidente del Consiglio. E cioè che il segretario del Psi conosceva bene tutto quello che passava dalla segreteria amministrativa.
    E anche quello che non passava di lì: cioè i fondi che arrivavano dalle banche, dall’Iri, dalle grandi imprese e dal mondo finanziario. La responsabilità politica di questi contributi, nel Psi, è del segretario”.
    Politica? Politica o penale?
    Però è un’altra la dichiarazione di Mancini che ci ha lasciato un po’ traballanti sulle seggiole, ci veniva quasi voglia di ridere, e invece è una roba tristissima. Si tratta di un’intervista alla Stampa, concessa a Paolo Guzzanti. Sarà in edicola domattina, 16 dicembre, e vi leggeremo le accuse di Mancini a Craxi, le accuse “di essere andato a Reggio Calabria ad attaccare i giudici che stanno facendo un oneroso lavoro contro la mafia”. Mancini morirà fra poco meno di dieci anni, l’8 aprile 2002, a 86 anni. Quel giorno, si ricorderanno anche le persecuzioni giudiziarie di cui fu vittima.

    “Dodici pentiti, un incartamento che ha riempito gli scaffali di una decina di armadi della procura distrettuale di Catanzaro, quasi sette anni di indagini e di dibattimenti: la storia del processo a Giacomo Mancini, accusato prima dalla procura distrettuale di Reggio Calabria e poi da quella di Catanzaro di avere concorso esternamente alle attività di alcune tra le cosche più influenti della ’ndrangheta”. Agenzia Ansa, 8 aprile 2002. Mancini era stato assolto definitivamente il 19 novembre 1999.

    Ora abbiamo saputo che l’avviso di garanzia era partito ieri notte. Lo scriverà per bene anche il Corriere della Sera, domani. Un articolo di Michele Brambilla e Goffredo Buccini. “L’una di notte: si sblocca il timer di Tangentopoli”. Poi: “Un ufficiale dei carabinieri parte da via Moscova. E’ diretto a Roma. Ha in tasca una busta ingombrante.
    In diciotto pagine Antonio Di Pietro e i suoi colleghi contestano al segretario del Psi quarantuno episodi di malaffare, calcolano trentasei miliardi di bustarelle”.
    Si tratta in particolare delle bustarelle pagate dagli imprenditori per i grandi appalti di Milano: Metropolitana, Passante ferroviario, Ferrovie Nord.
    Craxi ha parlato poco prima delle tre del pomeriggio: “Considero questa della procura un’iniziativa del tutto infondata che si trasforma in una vera e propria aggressione contro la mia persona secondo finalità che possono essere politiche ma non certo di giustizia”. Ricorreranno spesso, in futuro, queste parole. Più raramente queste altre: “Sono segretario del Partito socialista da sedici anni e naturalmente non posso che assumermi tutta la responsabilità morale delle attività nazionali del partito”.

    “Doveva essere a conoscenza, almeno nelle linee generali, dell’esistenza di somme illecitamente pervenute al partito”. Dall’avviso di garanzia recapitato a Craxi il 15 dicembre 1992.

    Giusi La Ganga, nonostante tutto, oggi è allegro. Anzi, non nonostante tutto, è allegro proprio perché. Proprio per quello che è successo. Ai giornalisti ha detto: “Sono allegro perché non credo che questa sarà la fine, ma semmai l’inizio del rilancio”.
    Ci è venuto in mente che, quando due anni fa, nel ’90, La Ganga venne condannato in Appello per una storia di tangenti torinesi del 1983, Craxi solidarizzò con lui, e ne rifiutò le dimissioni. Aveva ragione Craxi, visto che l’anno scorso la Cassazione ha assolto La Ganga.
    C’è dunque presunzione d’innocenza e presunzione d’innocenza. E c’è chi la concede e chi no. Ma tanto la montagna sta franando per tutti. Entro giugno del 1993, fra sei mesi, saranno sette gli avvisi di garanzia per La Ganga. “L’inizio del rilancio”.
    Da quel che sappiamo, La Ganga patteggerà e lascerà la politica. Poi finirà comunque in galera, e quando Bettino morirà dirà che i reduci dovranno restituire a Craxi la dignità “vilipesa”.
    Sembra di stare ammollo in un mare brulicante di naufraghi che si fregano il tronco di legno cui sono aggrappati. Carmelo Conte, ministro socialista per le Aree urbane, nel pomeriggio ha detto che andrà personalmente a chiedere le dimissioni da segretario di Bettino Craxi. Stasera stessa un avviso di garanzia è arrivato pure a lui, dalla procura di Salerno. Lo accusano di “istigazione alla corruzione”. Conte si dichiara innocente e non intende dimettersi.
    E Lorenza Foschini? Noi ce la ricordiamo al tempo degli spot elettorali, le famose interviste a Craxi al parco Sempione. Oggi fa la vaticanista per il Tg2, quello dei socialisti, e a un giornalista ha detto: “Se i magistrati hanno mandato un avviso di garanzia a Craxi ne avranno avuto ben donde”. Ha detto che per la magistratura ha un rispetto sacro. Anche adesso, nove mesi e ventotto giorni dopo l’arresto di Mario Chiesa.

    “Il nostro obiettivo non è rappresentato da singole persone, ma da un sistema che cerchiamo di ripulire”. Italo Ghitti, gip di Milano, al Corriere della Sera, 4 aprile 1992.

    Oggi, martedì 15 dicembre 1992, era già stata una giornata dura. Sabato e domenica ci sono state le elezioni amministrative e fra ieri e oggi si sono molto commentati i risultati, disastrosi per quasi tutti, tranne Lega e Msi. La Democrazia cristiana è ora intorno al 24 per cento. Alle Politiche di aprile era al 29, alle ultime Comunali era ben oltre il 35. I socialisti sono appena sotto il 10, otto mesi fa erano al 13.5, alle ultime Comunali sopra il 18. Il Pds è già sceso dal 13 abbondande di aprile all’11 secco di questo fine settimana. Poi c’è la Lega lombarda: oggi è il secondo
    partito italiano col 13.7, ad aprile era già sopra il 10, alle ultime Comunali al 4.3. I segretari del Msi, Gianfranco Fini, e del Pds, Achille Occhetto, sono d’accordo: “La scelta dei giudici di emettere l’avviso a Craxi dopo il voto dimostra che la magistratura milanese non fa politica, contrariamente quanto sostenuto proprio dal segretario socialista.

    “Come tutti i buoni strateghi, i magistrati hanno cominciato attaccando i soldati semplici, per poi arrivare agli ufficiali e quindi a quello che secondo loro è il capo supremo. Sarà un caso, ma da mesi la procura milanese faceva terra bruciata intorno a Bettino Craxi”. Il Corriere della Sera, 16 novembre 1992.

    Il 17 febbraio di quest’anno hanno beccato Mario Chiesa. Il 2 maggio hanno mandato un avviso di garanzia agli ultimi due sindaci di Milano, Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri. Il 6 maggio hanno arrestato il consigliere Cariplo, Sergio Redaelli. Il 9 giugno, Claudio Dini, ex presidente della Metropolitana.
    Poi le indagini su Silvano Larini, Giovanni Manzi, Andrea Parini, Oreste Lodigiani,Walter Armanini, Sergio Moroni, Loris Zaffra. Tutti i socialisti che a Milano contavano, o quelli che ai socialisti si appoggiavano.
    Ora Craxi, e i risultati delle elezioni non li guarda più nessuno. Ugo Pecchioli, del Pds, trovava che fosse “un po’ singolare che i giudici non arrivassero a stringere il cerchio intorno a un uomo come Craxi”. Umberto Bossi ha detto che non è costume della Lega “sparare sugli avversari in fuga o in agonia”, eppoi “l’avviso a Craxi cessa di essere per la Lega un fatto politico e diventa solo uno squallido episodio di cronaca nera”.
    Si sentono robe qua e là, specie fra i socialisti. Rita Dalla Chiesa ha detto che “il lavoro dei giudici milanesi non si discute”. Valdo Spini, Giulio Di Donato, Bruno Pellegrino, Claudio Signorile: tutti per le dimissioni. Claudio Martelli non riesce a trovarlo nessuno. Questo a Roma.
    Ci dicono che a Milano i socialisti hanno la bava alla bocca. Il capogruppo Pino Cova (“Craxi può avere mille e una ragione, ma la gente non sembra più disposta ad ascoltarlo”), il consigliere Roberto Caputo (“basta, se ne deve andare subito”). Ne sapremo di più leggendo i giornali, domattina.

    “Craxi ha perso la sua partita, indipendentemente da quella che sarà la sentenza dei giudici. Sempre che, come ci auguriamo per lui, Craxi a quel giudizio si presenti come un cittadino qualsiasi e sia lui stesso a chiedere che sia concessa dal Parlamento l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti”. Paolo Mieli, Corriere della Sera, 16 dicembre 1992

    Naturalmente, l’avviso di garanzia a Craxi è stato commentato da tutti i direttori.
    Eugenio Scalfari, sulla Repubblica, ha scritto che i risultati delle elezioni e i provvedimenti giudiziari sono “due facce della stessa medaglia”, ha scritto di una “questione morale gravissima, cancerosa”, ha applaudito i giudici di Milano e di Reggio Calabria.
    Sulla Stampa, Ezio Mauro ha previsto la gogna, visto che questo è il paese di piazzale Loreto, e Craxi s’è spesso divertito “giocando con gli stivali”.
    Sul Manifesto, Luigi Pintor chiede lo scioglimento delle Camere, sennò siamo “alla dittatura pura e semplice”.
    Vittorio Feltri, sull’Indipendente, ha scritto che “mai provvedimento giudiziario fu più popolare” e ha raccontato della gente che, con uno scatto d’orgoglio, ha mollato i potenti e s’è messa con la giustizia. E ha applaudito.
    Sulla Repubblica c’è un’intervista ad Achille Occhetto, decisamente soddisfatto perché “per fortuna siamo alla fine del regime”.
    Ottaviano Del Turco, segretario aggiunto della Cgil, a chi gli ha chiesto se fosse disponibile a prendere la guida del Psi, ha risposto: “Le sembra questo il momento?”. Tuttavia, ha aggiunto di aver sempre dato la sua “disponibilità”.
    Leoluca Orlando, della Rete, ha detto di non essersi nemmeno emozionato; lo farà quando avrà dei guai Giulio Andreotti, perché “Andreotti è garante della mafia”.
    Mario Segni ha sottolineato che “la magistratura fa il suo dovere. Sono i partiti che non fanno il loro”.
    Forse ci siamo un po’ persi, in questa tormenta, ma a difesa di Craxi e della sovranità del Parlamento, si sono pronunciati solamente Vittorio Sardella della Dc e Vittorio Sgarbi del Pli.

    “Egregio dottore, ogni giorno quando leggo La Repubblica e c’è l’arresto di un politico mi si riempie il cuore di gioia”. Renato Trupiano, fan di Di Pietro, in una lettera a Di Pietro, 29 giugno 1992”.

    (1-continua)

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    Oggi è giovedì 17 dicembre 1992. Nel pomeriggio, a via del Corso, era in programma la direzione del Partito socialista, ma è cominciata in ritardo. Fuori c’era un gran casino di giornalisti, telecamere, domande. C’era anche della gente qualsiasi. La società civile, crediamo.
    Ci hanno detto che erano giovanotti di destra, ma non solo. Comunque avevano tutti il petto in fuori, abbiamo immaginato quanto il loro petto fosse gonfio di rabbia, di orgoglio e di onestà, ormai così rara nel nostro paese. Avevano anche il coraggio di dire le cose dal lato brutto da cui non si rimedia: scemo! buffone! ladro! in galera!
    In quel rigurgito di limpidezza democratica, ci sono venute in mente alcune cose. Alcune cose che succederanno, che saranno dette fra sei anni, nel 1998, dal procuratore aggiunto di Milano, Gerardo D’Ambrosio: “Quando, dopo le elezioni (intende quelle politiche, ndr) capimmo che quel quadripartito non avrebbe raggiunto la maggioranza in Parlamento, intuimmo che era il momento di dare un’accelerazione all’inchiesta”.
    Mani pulite, dirà, D’Ambrosio, “visse improvvisamente il suo momento magico”.
    Ma quello è il futuro.
    Oggi è oggi. La direzione del Psi si è riunita per capire che farà Craxi, e che farne di Craxi, dopo l’avviso di garanzia dell’altro ieri. Ci siamo annotati alcune cose. Anzitutto che non si è deciso nulla, se non di rinviare ogni decisione a gennaio. Tutti speravano che Craxi si dimettesse, ma non è che fossero in molti a contarci davvero. Agostino Marianetti aveva parlato, poco prima, di una “disponibilità di massima”. Non era vero. “In presenza di un attacco così violento e così ingiusto, io non ho nessuna intenzione di piegare la testa e non ho intenzione di dimettermi”, ha detto Craxi, e naturalmente nessuno se n’è lagnato. E’ persuaso, Craxi, di essere un ostacolo per certi disegni, “un
    ostacolo che deve essere tolto di mezzo, con tutti i mezzi possibili e naturalmente in primo luogo con la denigrazione, la diffamazione e la calunnia”.

    “Di tutti gli eroi della mitologia greca, Capaneo non è tra i più celebrati.
    Ed è una bella ingiustizia. Perché arrogante, tracotante e sbruffone con tutti, Capaneo seppe esserlo anche con Giove quando si trovò a tuppertù con lui (…) La classe politica italiana non è di certo un vivaio di eroi, ma un Capaneo ce l’ha: Bettino Craxi. Non sappiamo come Craxi si difenderà. Ma è impensabile che non si difenda e che esca di scena al modo dei democristiani: che si dissolvono in aria…”. Indro Montanelli, Il Giornale, 17 dicembre 1992

    E’ stato poi il turno di Giuliano Amato e di Claudio Martelli. Alla fine, Craxi è andato a stringere la mano a Martelli, ma in tutto quell’insistere, di Amato e Martelli, ma anche di Giusi La Ganga e di altri sulle difficoltà politiche del partito, che debbono essere distinte dalle grane giudiziarie, c’è qualcosa che non torna. Martelli pareva ben compiaciuto dei propri numeri: da ministro della Giustizia, ha detto, ho firmato centosessantaquattro richieste di autorizzazione a procedere per i deputati e settantotto per i senatori. Da Claudio Signorile a Gino Giugni, si è capito che è decisamente in voga la parola “rinnovamento”.
    Ma leggendo i giornali viene male dappertutto. Ma quale rinnovamento? Il rinnovamento è un ditale d’acqua, per la sete della gente.
    “Non se ne vanno”, ha titolato stamane il Manifesto.
    Giorgio Bocca ha scritto di come erano, i socialisti: “… Persino bonari, tanto erano sicuri della impunità del loro oliato, sperimentato sistema e della intoccabilità del loro padre, padrino”.
    Giulio Anselmi, sul Corriere: “… Trasformando i politici in una vera e propria casta che campava alle spalle del paese… è colpito a morte con il suo Orlando disarcionato… alla gente ciò basta e avanza per festeggiare”.
    Si festeggia un po’ ovunque. Fra una settimana è Natale, e già si brinda colonna dopo colonna. C’era un titolo, oggi, sulla Repubblica, lapidario ed eterno: “Craxi, le quaranta accuse”.
    E il Corriere? “Onorevole Craxi, nomini un avvocato”.

    “Illustre presidente, la ringrazio vivamente per le fotografie che mi ha inviato e che costituiscono un buon ricordo di una piacevole serata in cui ho avuto l’occasione e il privilegio di conoscerla.
    Con la più viva cordialità”. Giulio Catelani, procuratore generale di Milano, a Bettino Craxi, 5 marzo 1992.

    Siccome eravamo tutti presi dalla direzione del Psi, una notizia battuta dalle agenzie di stampa nella prima serata è passata via, liscia, senza sussulti. Era delle 14,06: “Gian Carlo Caselli è il nuovo procuratore della Repubblica di Palermo. Lo ha. deciso oggi il plenum del Consiglio superiore della magistratura, con ventiquattro voti a favore e cinque astenuti”.
    Abbiamo pensato un po’ a Caselli, e ora ci è venuto in mente che è stato fra i fondatori di Magistratura democratica, la corrente di sinistra, oggi così ferocemente determinata nel sostegno all’inchiesta Mani pulite. A Torino ha lavorato nelle inchieste sulle Brigate rosse e andava a braccetto con Luciano Violante, che ora è deputato del Pds, ma soprattutto presidente della commissione Antimafia. Ma ci sono altre cose che ci ballano nella testa, ora. Il posto di procuratore capo, a Palermo, è vacante dal 10 di agosto di quest’anno, del 1992, da quando il Csm ha accolto le dimissioni di Pietro Giammanco. “In un documento approvato dopo la strage Borsellino, i sostituti avevano addebitato a Giammanco scarsa incisività nelle inchieste sulla mafia e disattenzione verso i problemi della sicurezza e dei magistrati più esposti”.
    Così si è scritto nelle cronache. Poi, scartabellando, abbiamo trovato un altro passaggio interessante: “Per i componenti laici del Pds (si parla del Csm, naturalmente, ndr) e per la corrente di Magistratura democratica, Giammanco era troppo vicino all’onorevole Mario D’Acquisto, esponente della corrente andreottiana in Sicilia”.
    Dunque Caselli non dovrebbe essere niente di tutto ciò. Di sicuro non è vicino a nessun andreottiano.
    Di sicuro la sua nomina garba al Pds (Violante non lo ha nascosto) e a Magistratura democratica. Di sicuro servirà per dare più “incisività”. Servirà, “un procuratore che sappia voltare pagina a Palermo”, avevano detto, tramite un appello, i magistrati Vladimiro Zagrebelsky, Gioacchino Natoli e Armando Spataro. Lo ameranno parecchio, per un po’. Abbiamo sfogliato un libro che uscirà per Baldini e Castoldi fra poco più di due anni, nel 1995.

    “Al primo incontro può essere scambiato semplicemente per un duro. Ma gli amici sostengono che possiede la dolcezza dei duri e la durezza di una morale ferrea. In Sicilia da neppure un anno, nei giorni del Natale, la sua immagine finisce accanto a quella di Leoluca Orlando nei presepi di alcune chiese”. Da “Il procuratore”, di Vincenzo Tessandori ed Ettore Boffano.

    Poco fa, proprio mentre Craxi cercava di entrare nella sede socialista di via del Corso, Caselli ha detto di non avere paura: “No, preoccupazione, che è un sentimento diverso”.
    Vi buttiamo lì alcune cose che sono intanto successe e che presto succederanno.
    Il 27 ottobre “l’ufficio di presidenza della commissione Antimafia ha definito, su proposta del presidente Luciano Violante, il programma dei lavori dell’inchiesta su mafia e politica che sarà vagliata giovedì prossimo dal plenum della commissione.
    La proposta prevede anche l’audizione di alcuni politici chiamati in causa, direttamente o indirettamente, nella recente ordinanza di custodia cautelare per l’uccisione di Salvo Lima o coinvolti in precedenti vicende di presunti contatti fra mafia e politica.
    Tra questi, Giulio Andreotti, Mario D’Acquisto e Aristide Gunnella. Il programma dell’Antimafia prevede l’acquisizione di tutta la documentazione riguardante la vicenda Lima con la possibile audizione dei pentiti Mutolo, Marchese, Messina e Spatola, oltre a Buscetta e Mannoia”.
    Buscetta. Tornerà questo nome. E’ un lancio dell’Ansa. Questo, dunque, meno di due mesi fa. Fra poco più di un mese, il 21 gennaio del 1993, Caselli andrà a Roma: “Mi hanno spinto a Roma motivi strettamente privati. Ho colto l’occasione per salutare il presidente dell’Antimafia, Luciano Violante”.
    Ultimo tassello, perché le coincidenze sono tante. Da quella visita del 21 gennaio, trascorreranno altri due mesi e una settimana.
    Poi, leggeremo un’altra notizia devastante: “Sarebbe stato deciso nell’ambito dell’indagine in corso sull’omicidio di Salvo Lima l’avviso di garanzia nel quale si ipotizza il reato di concorso in associazione a delinquere di stampo mafioso recapitato ieri al senatore a vita Giulio Andreotti. Il provvedimento sarebbe una conseguenza delle dichiarazioni fatte ai magistrati palermitani
    dai ‘pentiti’ di Cosa Nostra, i quali hanno indicato proprio nell’andreottiano Lima il personaggio incaricato di tenere i contatti tra l’organizzazione e gli ambienti politici romani”.

    “Caselli è un cattolico, come Giulio Andreotti. Modi diversi di professare lo stesso Vangelo. Spesso nelle celebrazioni religiose legge, dall’altare, le sacre scritture”. Da “Il procuratore”, di Vincenzo Tessandori ed Ettore Boffano.

    Oggi, 17 dicembre 1992, la giornata è andata avanti al modo solito di questi tempi.
    Carlo Palermo, ex giudice istruttore di Trento e ora deputato della Rete di Orlando, ha chiesto la “immediata sostituzione del ministro Martelli” per via di certi “documenti processuali, notizie di stampa e resoconti della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2”. Simone Guerrini, trent’anni, segretario dei giovani democristiani, al congresso di Montecatini ha detto: “Occorre togliere il partito dalle mani degli affaristi perché ci sono persone che ci fanno vergognare di essere democristiani”. Ha parlato di “collusioni mafiose e camorriste”.
    Il presidente della Dc, Rosa Russo Jervolino, l’ha applaudito, sostenendo che il suo grido di dolore “è di tutta la Dc responsabile”. Fra due giorni esatti, scadrà il mandato di Guerrini. Di lui, non sisentirà più parlare.

    “Noi incarceriamo la gente per farla parlare. La scarceriamo dopo che ha parlato”. Francesco Saverio Borrelli al Giornale, 4 giugno 1993”.

    (2-continua)

    saluti

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    Chissà che ne penseranno i vari De Michelis, Cicchitto e piduisti e riciclati e pregiudicati vari di tutta sta popò di storia?


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    In origine postato da MrBojangles
    Chissà che ne penseranno i vari De Michelis, Cicchitto e piduisti e riciclati e pregiudicati vari di tutta sta popò di storia?

    ---------------------
    E mica è finita!.

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    121802Mattia3

    Oggi, venerdì 18 dicembre, abbiamo saputo che Loris Zaffra resterà in galera.
    E’ ora di cena, e ci aspettavamo una telefonata che ci confermasse la scarcerazione.
    Invece no. Il giudice delle indagini preliminari, Italo Ghitti, ha concesso alla procura una proroga di quarantacinque giorni. O meglio, altri quarantacinque giorni di cella per Zaffra. “Ieri al gip è arrivata una richiesta diversa: quella di soprassedere alla liberazione dell’indagato”. Scrivono così, ormai, i giornalisti. Comunque, il gip ha soprasseduto. Ancora non si sa, ma la vigilia di Natale, finalmente, Zaffra avrà gli arresti domiciliari. Un bel regalo di Natale. Quel pomeriggio, il pomeriggio del 24, ci sembrerà finalmente un buon pomeriggio.
    Non lo è certo oggi. Zaffra è stato arrestato agli inizi di luglio, scarcerato ad agosto, rimesso dentro a settembre. Sono quattro, ormai, gli ordini di custodia cautelare a suo carico. L’Indipendente ha detto che dalle mani di Zaffra sono passate tangenti per quaranta miliardi di lire. Ma è una balla. Noi sappiamo già adesso che è una balla colossale. Zaffra, negli anni a venire, patteggerà tutto, resterà sotto i due anni, avrà condanne con la condizionale. Ha quarantacinque anni. E’ stato un giovanissimo consigliere comunale socialista a Milano. E’ stato assessore all’Edilizia privata. Per un po’, in carcere, ha negato tutto. Da quello che ci raccontano gli avvocati, sta negando ancora. Prima o poi, questo ci siamo detti, farà quel nomino che tutti vogliono sentire: Bettino Craxi.
    Infatti, eccolo qui un ritaglio. E’ un’Ansa dei prossimi giorni, dell’8 gennaio 1993: “Il secondo provvedimento della magistratura milanese nei confronti dell’on. Bettino Craxi, riguarderebbe, secondo quanto si è appreso, una somma di 300 milioni pagata dalla Cogefar-Impresit nell’ambito dei lavori per la centrale nucleare di Montalto di Castro e la concessione di una somma di 280 milioni di lire (che avrebbe avuto provenienza illecita) da parte dell’on. Vincenzo Balzamo, il defunto segretario
    amministrativo del Psi, al segretario regionale del partito, Loris Zaffra, per necessità di gestione della sede milanese”.

    “I magistrati possono abusare nella carcerazione preventiva, ma non estorcono false confessioni. Alla fine l’imputato racconta la verità”. Loris Zaffra, a Panorama, 16 gennaio 1993.

    Anche in queste giornate tremende, ci può scappare un sorriso. Abbiamo appena sentito una notizia. Oggi, venerdì 18 dicembre, tre senatori della sinistra, il comunista Luigi Vinci, il verde Emilio Molinari e il retino Carmine Mancuso hanno presentato una proposta per l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulla Cooperazione allo sviluppo. Sostengono che i fondi stanziati per la Somalia “probabilmente sono stati stanziati a beneficio di politici di area Psi”.
    E’ una notiziola ben misera. Non guadagnerà che trafiletti, nei giornali di domani. Ma qui abbiamo un po’ sorriso perché sappiamo già molto di quello che succederà.
    Bene, la commissione la faranno.
    Fra dieci anni esatti, sarà sopravvissuta a tutto, e avrà concluso nulla. Avrà avuto consulenti prestigiosi, come Antonio Di Pietro, come un altro pm, Vittorio Paraggio, e come un agente di polizia giudiziaria, Francesco D’Agostino. Seguiteci bene perché è un po’ complicato.
    Sulla cooperazione scatterà anche un’inchiesta giudiziaria. La condurrà, da Roma, Vittorio Paraggio, insieme con D’Agostino. Paraggio indagherà anche un potente banchiere, Pierfrancesco
    Pacini Battaglia. Questo Pacini Battaglia salterà e risalterà fuori, statene certi. Infatti lo indagherà anche Di Pietro, per il suo capolavoro dei capolavori: Enimont. Lo aiuta il capitano della Finanza, Mauro Floriani.
    Inutile tenerla tanto lunga, tanto vedrete quanto se ne parlerà. Insomma, con un fax Di Pietro dice a Paraggio di lasciar perdere, che a Pacini ci pensa lui. Pacini non farà un giorno di galera. Intercettato, dirà: “Si è pagato per uscire da Mani pulite”.
    D’Agostino avrà da Pacini un appartamento. Floriani avrà settanta milioni per la campagna elettorale della moglie, Alessandra Mussolini. Salterà fuori che Di Pietro usava telefonini di Pacini, e si giustificherà dicendo che glieli aveva dati Giuseppe Lucibello, amico suo e avvocato di Pacini. Ancora, Floriani andrà a lavorare con Lorenzo Necci, che pure ha preso soldi da Pacini, che pure era stato indagato da Floriani. E in questo garbuglio Necci era uscito dall’inchiesta Enimont e Pacini dall’inchiesta Cooperazione.
    Un gran caos, vero? L’abbiamo raccontato per rilassarci un po’.
    Ma non è tempo. Queste sono vicende dell’anno venturo, del ’93. Le si scoprirà nel ’96.
    Adesso è l’anno del mostro, l’anno di Bettino Craxi.

    “Ai burocrati, stipendi adeguati e licenziabilità immediata. Io ti chiamo e ti dico: come mai ieri sera eri in un ristorante da duecentomila lire? Come mai hai cambiato la macchina tre volte negli ultimi anni? E se non dimostri come te lo sei potuto permettere, te ne vai”. Piercamillo Davigo, pm milanese, alla Repubblica, 3 settembre 1997.

    Ancora oggi, venerdì 18 dicembre, non si parla d’altro che della direzione del Psi di ieri. Paiono tutti molto schifati da Giuliano Amato, che ha espresso “solidarietà politica e personale” a Craxi, ora ufficialmente indagato. Il più schifato è il segretario del Msi, Gianfranco Fini: “Sono gravissime le dichiarazioni di Amato in favore di Craxi. Il che fa il paio con l’improvvida presenza del presidente del Consiglio all’ormai famosa riunione in cui la segreteria socialista ‘processò’ il giudice Di Pietro”.

    “Di Pietro, ottimo giudice, superbo calzolaio, egregio contadino, è nondimeno un nuotatore provetto. Se ne sta tranquillo in spiaggia… quando s’accorge che qualcuno, a una decina di metri
    dalla riva, sta agitando affannosamente le braccia… Di Pietro non esita a buttarsi. In poche bracciate raggiunge la poveretta ormai stremata e la porta in salvo… anche i bagnanti più distratti si rendono conto… acclamano il salvatore come un Dio”.
    Da “Antonio Di Pietro”, edizioni Pironti, 1992, di Paolo Colonnello, Piero Degli Antoni, Marco Rota, Rossella Verga.

    Quelli del Movimento sociale picchiano duro, ma le botte arrivano da destra e da sinistra.
    “Colpisce e per certi versi dispiace che Amato sia intervenuto così pesantemente su una vicenda interna del suo partito, con un richiamo piuttosto singolare a una responsabilità collettiva di tutto il Psi, quindi anche sua, rispetto ai rilievi mossi dai giudici di Milano alla gestione del partito da parte di alcuni dirigenti e, in particolare, del segretario Craxi”. Così, oggi, Gavino Angius del Pds.
    Ma, come al solito, sono le seconde file ad azzannare meglio. Due deputati pidiessini, Ernesto Abaterusso e Mario Lettieri, hanno affidato alla prosa la loro furia: “E’ sconcertante che in un momento come questo, in cui le persone oneste, e sono tante, sono impegnate quotidianamente a moralizzare la vita pubblica, il presidente del Consiglio ritenga indispensabile esprimere platealmente la sua solidarietà a chi si sarebbe reso responsabile di azioni per le quali sta indagando la magistratura… Il nostro pensiero va a tutti i cittadini italiani chiamati a enormi sacrifici per risanare lo Stato, i quali sono costretti ad ascoltare dichiarazioni che emanano, almeno in noi, solo un senso di nausea”.
    Mentre i dobermann mostrano i canini affilati, il segretario Achille Occhetto è rimasto sul suo terreno, quello della politica: “Oggi esistono tre schieramenti. Il vecchio sistema che giustamente ha preso un altro colpo, le forze della protesta qualunquistica e di destra, e un polo democratico e riformatore, saldamente in campo con al centro il Pds”.

    “Da palazzo Chigi si fa sapere che si è pronti ai funerali di Stato”, Ansa, 19 gennaio 2000, in occasione della morte di Craxi. Il premier è Massimo D’Alema. Angius è “favorevole”.

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    Oggi, sabato 19 dicembre, abbiamo dovuto ascoltare le voci di molti illustri maestri. Ma non si può dire che sia una novità. Forse certe frasi molto ponderate, dai toni spesso molto contriti, eppure squarcianti, sono soltanto rimbombate di più, in questo ultimo sabato prima di Natale in cui dalle procure, novità delle novità, nulla arriva. Siamo rimasti tutto il giorno in attesa della fucilata. Prima o poi arriva, ci siamo detti. Ma ormai è sera inoltrata, e il morto non c’è.
    Ci sono invece questi saggi, gli uomini nuovi cui il paese si dovrebbe aggrappare per venir fuori dalla melma. Mario Segni, per supremo esempio.
    Stamane ne ha detta una che sa di notti dei patiboli: “Non sono i giudici che stanno processando questi partiti: sono i cittadini”.
    Pare che ci sia una gran voglia di portare i condannati nelle piazze, alle luci delle torce.
    Il pm Gherardo Colombo, già lo scorso luglio, cinque soli mesi dopo l’arresto di Mario Chiesa, aveva detto: “Prima arriviamo a voltare pagina, a dichiarare defunto questo sistema e a instaurarne un altro, e meglio è”.
    Questa si chiama, riteniamo, obbligatorietà dell’azione penale.
    E fra poche settimane, la primavera ventura, ci toccherà di sentire anche il procuratore generale, Giulio Catelani: “Mani pulite è una rivoluzione legale. Quando si fa una rivoluzione indietro non si torna”.
    Fra undici mesi esatti – quando staremo contando i morti suicidi, gli arrestati, gli indagati, tutti quelli spazzati via dalla rivoluzione legale – intervistato dalla Repubblica, il procuratore Francesco Saverio Borrelli ci spiegherà che “il grande processo pubblico è già avvenuto, è già lì, è in gran parte già fatto”.
    Questo ci aspetta. E poi, in nome del popolo italiano, la rivoluzione andrà avanti. Fra due anni, il 7 dicembre 1994, il pm Piercamillo Davigo, intervistato dal Corriere, pronuncerà la frase sua più bella: “Io invece dico: rivoltiamo questo paese come un calzino”.
    Il 7 maggio 1996, il pm Francesco Greco dirà alla Stampa: “Non si trattava tanto di scoprire quello che è successo in Italia in questi anni, quanto piuttosto di risolvere il problema per avere un’Italia migliore (…) E’ mancata l’analisi su come ha funzionato, su cosa è e su cosa vuole il capitalismo italiano”.

    “Il capitalismo è una cosa sporca”, Fabio De Pasquale, pm di Milano, al Giornale, 10 ottobre 1996.

    Oggi, sabato 19 novembre, è stato interessante ascoltare i numerosi proclami di chi si sente nuovo. A Milano, il segretario del Pds, Achille Occhetto, si è dato al promemoria:
    “Ho denunciato fino in fondo il male della corruzione tra i partiti. Ho indicato le ragioni e le responsabilità in una idea e in una pratica della modernizzazione senza qualità sociali e civili che era stata fatta propria dal vecchio regime e, in esso, dalla politica del Psi di Bettino Craxi”. Quella di Craxi, ha detto, era una “modernizzazione rampante, senza equità, senza solidarietà, all’insegna del più sfrenato ed egoistico individualismo, dall’alleanza dei ceti forti, della punizione e dell’assoggettamento dei deboli”. Prima di dettagliare sulla propria, di modernizzazione, ha detto che non gli frega niente delle inchieste, che il Pds su Craxi ha già emesso ben altre sentenze politiche. Ha detto che le inchieste devono andare avanti “compiutamente e in piena serenità”.
    E infine il disegno per l’Italia nuova: “Una costituente della sinistra che abbia solide basi programmatiche, senza pregiudiziali contro nessuno”.
    Che febbre! La novità, il nuovo che avanza, la modernizzazione.
    Si contendono la camiciola linda. Se se lo immaginassero anche soltanto lentamente chi sarà il nuovo che tanto invocano. Se se lo immaginassero chi sarà premier nel 1994, e ancora nel 2001… Ma adesso non si capisce per nulla chi potrà dare gambe giovani e forti al nostro paese. Stamattina, sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco ha scritto che “il tramonto di Craxi segnala la fine di un regime (…) E’ un fatto che gli avversari del regime di sicura fede liberale restano per ora al palo. Resta al palo Segni, espressione di un cattolicesimo liberale che non ha forse grandi radici entro il mondo cattolico. Non decolla La Malfa. Non decolla Pannella”.
    Meno male che soffia un venticello fresco, a sinistra: “La sinistra è ormai libera dal tiranno, si chiude l’orribile parentesi craxiana”, ha scritto Stefano Rodotà sul Manifesto. Tutti aspettano un cavaliere senza macchia e senza paura. Sapessero, che Cavaliere…

    “Ogni giorno esplodono notizie sensazionali: terremoto elettorale, avvisi di garanzia, crepuscolo degli dei. Viviamo giornate elettrizzanti, senza dubbio. (…) Il regime che fino a questi giorni ha governato l’Italia è corrotto, è inefficiente, è culturalmente e moralmente inaccettabile.
    E’ bene che cada e prima cade meglio è. E’ vero che non sappiamo che cosa verrà dopo; ma a un trapasso di regime il dopo non si conosce mai fino a quando non si sia sgomberato il terreno.
    Se attendessimo di conoscere l’assetto futuro della vita politica italiana prima di cancellare quello presente, non lo cancelleremmo mai”. Piero Ottone, La Repubblica, 19 dicembre 1992.

    Oggi Giovanni Spadolini, presidente del Senato, ha detto la sua sulle riforme elettorali.
    Ha detto che non si può “affrontare la riforma delle istituzioni senza avere definito prima il sistema elettorale”. Questa sì che sarà una bella battaglia. Mentre i giudici fanno fuori il vecchio, i sopravvissuti preparano il nuovo. Adesso ci viene in mente quanto gli è costato, a Craxi, l’invito rivolto agli italiani ad andare al mare. E’ roba dell’anno scorso, del 9 giugno 1991. Si trattava del referendum promosso da Mario Segni, quello che ha introdotto la preferenza unica. Segni, in realtà, aveva puntato all’introduzione del sistema maggioritario, ma glielo aveva impedito la Corte costituzionale.
    Ora da lì si riparte. Anche oggi ci hanno spiegato e rispiegato che senza riforma elettorale non si esce dalla cancrena del passato, e da quella del presente. E’ curioso che si accostino sempre le inchieste giudiziarie alle riforme istituzionali. Proprio ieri, venerdì 18 dicembre, il presidente della Camera, il pidiessino Giorgio Napolitano, aveva detto che “un ricambio può esserci, c’è, ci dovrà essere, ma le istituzioni debbono restare. Da un lato cerchiamo di dare risposte alle esigenze assillanti e gravi di governo. E l’altro binario è quello delle riforme istituzionali ed elettorali”.
    Il democristiano di sinistra, Carlo Fracanzani, ha chiesto “nuove leggi elettorali a livello locale e nazionale, nuove alleanze progressiste, nuovo progetto politico: sono tre impegni che la Dc deve assumere contestualmente in questa fase”.
    Anche il socialista Giusi La Ganga ha parlato a nome del suo partito: “Vogliamo definire in tempi brevi un impianto di riforma sia per il Senato che per la Camera”.
    Su questo tema, poiché è il vincitore del referendum, ed è il grande innovatore, oggi il più efficace è stato come al solito Mario Segni: “Il giudizio è stato già irrevocabilmente dato: questo sistema è finito, un ciclo storico si è chiuso e adesso bisogna costruirne uno nuovo”.
    Partendo dalla riforma delle legge elettorale, anzitutto. Sarà un’altra delle belle battaglie del prossimo anno, del 1993, che è qui dietro l’angolo. Ne vedremo di molte, ma un paio ci sembra giusto annotarle subito.
    Spingendo verso il maggioritario, e forse pensando alla irresistibile marcia della sua gioiosa macchina da guerra, Occhetto denuncerà “l’ostruzionismo irresponsabile dei fascisti e di altri gruppi che concorrono, per la loro parte, a fare impantanare ogni atto riformatore”. E ancora lui, Segni, userà parole da epitaffio: “In Italia c’è già una rivoluzione in atto. I referendum romperanno definitivamente il vecchio, ma costruiranno anche il nuovo”.
    Non è per togliere la suspence, ma si voterà presto. Domenica 19 aprile del 1993. Il maggioritario verrà formalmente introdotto con l’87 per cento dei voti. E il nuovo arriverà.

    “Il 25 novembre 1994, Di Pietro mi disse: ‘Ci vado io al dibattimento, io quello’ cioè Silvio Berlusconi, cioè il presidente del Consiglio in carica, ‘lo sfascio…”. Francesco Saverio Borrelli, deposizione davanti al tribunale di Brescia, 25 novembre 1996.

    Sembra quasi sia stata una giornata pacifica, quella di oggi. Per certi versi, sì. Per certi versi è stata quasi divertente. Se non fosse per quello che sarà di Craxi, il 19 gennaio del 2000, quando morirà in Tunisia, a Hammamet, non sarebbe esilarante questa idea di Ottaviano Del Turco?
    Eccola: “Craxi d’ora in poi potrebbe impegnarsi sul terreno internazionale”.
    Naturalmente Del Turco, vecchio socialista, è deluso da Craxi, che non s’è dimesso: “E’ fin troppo facile rispondere di sì per uno come me che chiede il rinnovamento da otto mesi”.
    Ancora qualche annotazione, per riassumere la giornata. Stasera, a Milano, giudici e politici hanno dibattutto dell’informazione. Gherardo Colombo ha detto che in Italia “c’è troppa carta, ma di informazione ne circola pochissima”. Il giornalista della Repubblica, Piero Colaprico, ha vantato che “nessuno di noi, in dieci mesi di inchiesta, ha ricevuto una sola querela. Ciò significa che abbiamo lavorato bene, ma anche che nessuno di noi ha mai violato il segreto istruttorio”.
    L’ha spiegata ancora meglio Davigo: “Se mi dicono ‘sei un ladro’ non posso difendermi dicendo ‘è un segreto’, ma dimostrando che non è vero”. Abbiamo riso parecchio, ma in pochi hanno capito. Infine, ci eravamo dimenticati del picconatore, dell’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. E’ uscita questa mattina un’intervista che ha concesso al Giornale, a Federico Orlando, per osservare che “se Tangentopoli fosse una ordinaria storia di ladri comuni sarebbe grave ma non gravissimo. Ma Tangentopoli è gravissima perché è stata costitutiva di un regime politico”.

    “Sono arrivato alla conclusione che non di complotto si tratta nel senso di una macchinazione a tavolino, ma semmai del punto terminale di una serie di vicende che hanno concorso a mettere in moto quella valanga che ha sconvolto gli equilibri politici italiani, trasformando tra l’altro gli sconfitti della storia in vincitori e spingendo nel girone infernale dei criminali coloro che, come Craxi, avevano visto giusto e si erano collocati da tempo dalla parte della ragione”. Francesco Cossiga, al Giornale, 14 febbraio 2002.

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    ....nel terrore sempre più rosso.


    Oggi qui da noi è domenica. E’ il 20 dicembre del 1992. Siamo rimasti tutti in casa, ma con la tv e la radio accese. Ma pare sia stata domenica anche per Antonio Di Pietro. Abbiamo saputo che è andato a Pontremoli, per partecipare con silenziosa discrezione a un convegno su “ruolo e primato della politica”. Doveva essere l’occasione per un incontro, finalmente pacifico, fra magistrati e politici, ma i politici non ci sono andati. Né il democristiano Gerardo Bianco, né il socialista Giusi La Ganga, né il liberale Alfredo Biondi. Sono stati biasimati dal socialdemocratico Enrico Ferri.
    Ha parlato di “ritirata”. Ha detto di non sapere se dipenda da “paura, arroganza o malintesa diffidenza”. E’ convinto che “per aprire un dialogo tra magistratura e politica manca soprattutto la disponibilità dei politici”. Beh, dipende dai politici. Ce ne sono di più estrosi di Bianco e Biondi, sebbene si debba andare a scovarli in periferia.
    Proprio oggi pomeriggio, subito dopo pranzo, un trentenne missino ha profittato della bonaccia domenicale per sbracciarsi un po’, ed elevarsi al rango di notizia. Si chiama Roberto Menia, è il
    segretario provinciale triestino del Msi, e sa bene come “aprire un dialogo tra magistratura e politica”. Potremmo pure parlare di sinergia. Ha sequestrato – naturalmente “in nome del popolo italiano” – la sede provinciale del Partito socialista italiano, come da settantennale tradizione. L’ardimentoso Menia ha sigillato il portone con un nastro adesivo, e vi ha affisso un cartello con la scritta “chiuso in nome del popolo italiano”. “E’ quello che tutti gli italiani in cuor loro vorrebbero”,
    ha detto Menia prima di distribuire ai passanti false banconote da centomila lire, con la faccia di Bettino Craxi in sostituzione di quella del Caravaggio.
    Ci danno dentro, a destra. Ieri, Gianfranco Fini, a Firenze, aveva sostenuto che “il mastice dell’antifascismo serve a tenere uniti i ladri”. Dopo Fini e prima di Menia, abbiamo avuto una prova di virilità anche da Franco Servello, coordinatore della segreteria politica missina. “Noi temiamo il massacro della nazione, ha detto, se questi partiti, già condannati dal popolo italiano, non saranno
    rapidamente spazzati via. Da questi partiti, dunque, non c’è possibilità di trovare una via d’uscita dalla crisi e dal degrado morale”. Pertanto, nessuna “solidarietà con chi è accusato di rubare”. Il campionato di calcio è fermo, sosta natalizia, ma sugli spalti il tifo è tambureggiante.

    “Aspettando i processi in tv, si poteva uscire. In un localino milanese c’era in menu la pizza Mani pulite; al Laboratorio dell’attore di Firenze mandavano in scena ‘Grazie giudice Di Pietro’; l’emittente Studio 5 organizzava un festone con viaggi premio alle Maldive, alle Seychelles e a Montenero di Bisaccia; alla discoteca Velvet, sempre a Milano, mostra fotografica su Mani pulite e tutti in pista col rap dei Foggy Brains:
    ‘Per i signori delle tangenti / niente monumenti
    / ma tribunale, galera e anni di tormenti
    / Sono un onesto e bravo bambino
    / voglio gridare: ora basta Bettino’
    (…) E’ il Natale di Mani pulite”.
    Da “Di Pietro, la biografia non autorizzata”, di Filippo Facci, editore Mondadori.

    Oggi, domenica 20 dicembre, abbiamo avuto anche un “duro monito”. “Il duro monito del capo dello Stato ai politici corrotti”, lo ha definito un’agenzia dell’Ansa. Qui, in casa, con la mazzetta dei giornali, abbiamo letto riga dopo riga il duro monito di Oscar Luigi Scalfaro, e i bei titoli d’annuncio.
    La Stampa diretta da Ezio Mauro: “Scalfaro: lasciate il potere senza vittimismi”.
    La Repubblica, diretta da Eugenio Scalfari: “Scalfaro, lezione ai politici”. Una vera lezione, impartita con la serena durezza dei giusti: “Bisogna saper servire questo nostro popolo con generosità, salendo le scale del potere solo per servizio e discendendole senza diventare vittime”. C’è crisi di valori umani, ha detto Scalfaro, e per questo la nostra democrazia “ha bisogno di sangue nuovo che le doni nuovo vigore”. Di molto sangue.

    “A questo gioco al massacro io non ci sto (…) Non ci sto, non per difendere la mia persona, che può uscire di scena in ogni momento, ma per tutelare con tutti gli organi dello Stato l’istituto costituzionale della presidenza della Repubblica
    (…) Per questo, nel momento in cui potrò essere legittimamente a conoscenza delle accuse rivolte alla mia persona, reagirò con ogni mezzo legale”. Oscar Luigi Scalfaro, messaggio alla nazione a reti unificate, 3 novembre 1993.

    Sappiamo che oggi, domenica 20 novembre, il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, è a casa, probabilmente per preparare la sua audizione di domani, lunedì, davanti alla commissione parlamentare Antimafia presieduta da un ex magistrato, il pidiessino Luciano Violante. Pensando a Martelli, a Violante, a tutto quello che ci sta per capitare, ci è venuta voglia di tirare fuori dalla libreria un volume di Lino Jannuzzi. Si chiama “Il processo del secolo”. Uscirà fra molto tempo, all’inizio del 2000, dopo che Giulio Andreotti sarà assolto in primo grado a Palermo. Abbiamo trovato il passaggio che ci sembra adeguato a questo stanco pomeriggio di fine 1992.
    Eccolo: “Il 12 marzo avevano ammazzato Salvo Lima. Il 23 maggio hanno fatto saltare in aria a Capaci Giovanni Falcone. Il 19 luglio hanno replicato in via D’Amelio con Paolo Borsellino. Il 17 settembre hanno ucciso Ignazio Salvo. A partire da settembre scende in campo l’Antimafia (…) Violante assume la presidenza della commissione (…) Contemporaneamente a Palermo una congiura di palazzo fomentata da sette magistrati di Magistratura democratica costringe alle dimissioni il procuratore Pietro Giammanco”.
    Al posto di Giammanco è già stato nominato, tre giorni fa, il 17 dicembre 1992, Gian Carlo Caselli. Chissà se avrà ragione, Jannuzzi, a parlare di “congiura fomentata da sette magistrati”.
    Però la domenica ci ha dato il tempo per fare delle verifiche.
    Verifiche sul futuro. Chi sono i magistrati che hanno contestato Giammanco? Alfredo Morvillo, fratello della moglie di Falcone, che sarà pm nel processo a Bruno Contrada (abbiate pazienza un paio di giorni, poi di questo Contrada sapremo molto). Roberto Scarpinato, che sarà pm nel processo ad Andreotti e nel processo al giudice Corrado Carnevale. Gioacchino Natoli, che sarà pm nel processo ad Andreotti. Vittorio Teresi, che sarà pm nel processo al democristiano Calogero Mannino. Ignazio De Francisci, che farà carriera, e sarà procuratore capo ad Agrigento. Antonino Ingroia, che sarà pm al processo a Marcello Dell’Utri. Salvatore Barresi, che sarà giudice a latere del processo ad Andreotti. Ne manca uno, Guido Lo Forte. Lo Forte ha affiancato Giammanco,
    come braccio destro, e non ha preso parte alla “congiura”. Non fa nemmeno parte di Md. Ma a fianco di Caselli diventerà procuratore aggiunto. E sarà, con Scarpinato, pm nel processo ad Andreotti e in quello a Carnevale.

    “L’Italia è divisa, in modo paritario, tra paese legale e paese illegale. E’ l’anomalia italiana, governata da un Gioco Grande dove si devono fare i conti con i poteri criminali forti (…) Ma i costi li pagano i magistrati, unici rimasti a garantire il presidio della democrazia”. Roberto Scarpinato, alla Repubblica, 18 maggio 1997.

    Noi non lo sapevamo. Ora però lo abbiamo scoperto. Un mese e otto giorni fa, il 12 novembre del 1992, Tommaso Buscetta, il superpentito del maxiprocesso, l’uomo di Falcone, è tornato in Italia. Addirittura in Parlamento, per rispondere alle domande di Violante e dell’Antimafia. L’audizione è di poco successiva, il 16 novembre. E’ stata dura, ma abbiamo trovato un altro libriccino.
    Non si trova nelle librerie. Lo distribuirà fra quattro mesi, nell’aprile del 1993, l’Unità diretta da Walter Veltroni. Il colore della copertina è viola. Il titolo dice già parecchio: “Mafia & Potere. Cosa Nostra raccontata davanti alla commissione parlamentare Antimafia”. Lo abbiamo dovuto integrare col libro di Jannuzzi, perché la deposizione, nel testo dell’Unità, è molto incompleta.
    Parla Buscetta: “Signori convincetevi…Che importava a Cosa Nostra di uccidere Dalla Chiesa? Il generale era appena arrivato a Palermo e non aveva ancora fatto niente… E allora bisogna vedere l’entità che aveva chiesto a Cosa Nostra di uccidere
    il generale”. L’entità? Uno chiede: “Possiamo capire cos’è l’entità?”. Buscetta: “L’entità politica, no”. Violante: “Comunque qualcuno aveva chiesto a Cosa Nostra…”. Buscetta: “Ecco, sì”. Violante: “Con Badalamenti vi siete detti il nome dell’uomo politico?”. Buscetta: “Lo dirò al giudice…”. Violante: “Ma deve rispondere sì o no”. Buscetta: “Non facciamo confusione. Dirò il
    nome al giudice”. Violante: “Si tratta di un uomo politico che fa ancora politica?”. Buscetta:
    “E adesso che facciamo… Dieci carte da uno a cinque, poi dieci da cinque a uno, e poi dice: e l’ultima carta qual è?”. Violante: “Noi le chiediamo se si tratta di un uomo politico ancora in vita oppure no…”. Buscetta: “Sì, è vivo”. Poi: “Lima è morto per denigrare Andreotti”. Violante: “Cioè uccidere Lima significava…”. Buscetta: “Denigrare Andreotti… nel senso di privarlo di voti”. Violante: “Serviva anche per far capire che c’erano rapporti fra Lima e Andreotti, e far emergere questi contatti…”.

    “Ecco, tutti conoscevano quel nome… Quel nome affiorava anche nella storia e nella malastoria della Sicilia… Lo fanno Lo Forte, Scarpinato e Natoli, sostituti procuratori di Palermo. Con una richiesta di autorizzazione a procedere.
    Il procuratore Caselli controfirma ‘l’atto dovuto’, come lo definisce Luciano Violante…”. Da “Il procuratore”, di Vincenzo Tessandori e Ettore Boffano, Baldini&Castoldi editore.
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    Oggi, lunedì 21 dicembre 1992, Ottaviano Del Turco ha dichiarato la sua disponibilità.
    Abbiamo capito perfettamente che Bettino Craxi dovrà lasciare la segreteria del Psi. Dovrà farlo a gennaio, e in questi giorni – con la discrezione che il momento richiede e con la frenesia che lo stato agonico del partito pretende – molti buoni socialisti presentano le credenziali. Le loro carte in regola.
    Ottaviano Del Turco ritiene non sia possibile, oggi, tirarsi indietro. Bisogna sapersi assumere le responsabilità imposte dalla storia. Del Turco procede con l’incalzare della quotidianità. Mercoledì 16, ventiquattro ore dopo l’avviso di garanzia a Craxi, Del Turco era già stato interpellato.
    Sarà il successore? “Le pare che in un momento come questo ho voglia di parlare di una cosa come questa?”. Tuttavia, “ho sempre dichiarato la mia disponibilità”. Giovedì 17, in un’intervista alla Stampa, aveva precisato: “Farei volentieri il segretario del Psi se la richiesta venisse dall’insieme del partito e non provocasse altre fratture”. Venerdì 19, in un’intervista a Panorama, aveva
    circostanziato: “Sarei disponibile a guidare il Partito socialista se la scelta avvenisse con un grande consenso”. L’altro ieri, sabato 20, in un’intervista trasmessa da Rai-Tre aveva dettagliato: “Se c’è un consenso largo, io sono pronto a fare la mia parte”.
    La domenica è la domenica. Ieri ha riposato anche Del Turco. Ma oggi s’è adoperato perché il concetto, casomai, fosse chiaro:
    “Craxi non può succedere a Craxi. Se qualcuno mi chiede se sono disponibile a lasciare il sindacato per impegnarmi nel partito, rispondo con l’unico monosillabo che rende chiara la mia disponibilità: sì”.
    Sono tempi in cui è meglio essere molto informati. Qui ormai ci arrivano tutti i giornali. Non ne perdiamo uno. Abbiamo letto, stamattina, un’altra intervista, quella concessa al Tempo dal segretario liberale Renato Altissimo. Anche lui ha ritenuto di dover dire la sua su Craxi: “Ha denunciato in un discorso alla Camera e in questi giorni, un sistema di finanziamento ai partiti che
    coinvolge tutti e non solo il Psi. Ma io non mi sento affatto colpevole. Non sono corresponsabile.
    Anzi, credo che occorra tagliare sempre più i canali di finanziamento parallelo ai partiti”. Altissimo è un galantuomo. Anche il tempo, però, lo è.
    Il nostro fornito archivio riporta che il 13 giugno del 1998, Altissimo sarà condannato in via definitiva, dalla corte di Cassazione, per finanziamento illecito ai partiti. Anche lui aveva preso denaro nell’affare Enimont.

    “Bisogna innanzitutto dire la verità delle cose e non nascondersi dietro nobili e altisonanti parole di circostanza che molto spesso e in certi casi hanno tutto il sapore della menzogna (…) E così all’ombra di un finanziamento irregolare ai partiti e, ripeto, al sistema politico, fioriscono e si intrecciano casi di corruzione e di concussione, che come tali vanno definiti, trattati, provati e giudicati. E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare od illegale. I partiti, specie quelli che contano su
    apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran
    parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile
    politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”. Bettino Craxi al Parlamento, 3 luglio 1992. Nessuno si alzò.

    Oggi, lunedì 21 dicembre 1992, è davvero troppo presto per la resa dei conti. Noi, qui, sappiamo molte cose, ma non sappiamo quando ci sarà la resa dei conti definitiva. Però quando leggiamo certe cose, abbiamo una gran fretta che il tempo passi.
    Ci è venuta fretta leggendo questa mattina l’ editoriale di Giuseppe Turani sul Corriere della Sera: “A Milano i partiti locali, soprattutto Dc, Psi, Pds, avevano organizzato un sistema per cui taglieggiavano ogni attività umana. Si riscuotevano, e forse si riscuotono ancora, tangenti sui funerali dei vecchietti dell’ospizio, sulla minestra per i bambini, sulla metropolitana, sui lavori edilizi in genere, sulla pulizia degli ospedali e probabilmente anche sulla fornitura di carta igienica. Mai città al mondo nemmeno la Chicago di Al Capone) fu taglieggiata in modo così sistematico”. Nemmeno i giornalisti si salvano, in questo putridume di città. Abbiamo i nostri santi archivi,
    archivi di domani, che ci raccontano di quando Turani sarà prosciolto dall’accusa aver preso denari dai Ferruzzi. E meno male che a lui le cose andranno davvero bene, sennò chissà che gli sarebbe capitato, a seguire quello che oggi ha scritto, rivolto ai criminali in gessato Caraceni: “Credete a me: Dio è buono, ma è anche terribilmente giusto. A voi conviene farvi giudicare qui in terra. Comunque finisca, andrà meglio. San Pietro potrebbe trattarvi molto peggio di Di Pietro”.

    “Sentite, io voglio dire una cosa: da una parte non vedo l’ora che finisca questa inchiesta, per poter tornare a giocare a calcio con lui; dall’altra, non vedo l’ora che spacchi il culo a tutti.
    Glielo dico sempre: rompigli il culo, papà”. Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, da “Le Mani pulite”, di Enrico Nascimbeni e Andrea Pamparana, editore Mondadori.

    Oggi è lunedì 21 dicembre 1992, ma ci preme di annotare qualcosa che succederà domani, 22 dicembre. Perché bisogna vedere che giornatina, quella di domani, e che culi spaccati. A Parma proseguirà l’inchiesta “Licenze facili”; sarà interrogato in carcere l’ex assessore socialista Alfredo Stocchi. A Sassari sarà arrestato, con l’accusa di estorsione pluriaggravata, il segretario del Psi di Sassari, Paolo Cuccuru; poche ore dopo, dentro anche il segretario provinciale della Democrazia cristiana, Peppino Bazzoni, e quello dei socialdemocratici, Giuseppe Piredda. A Verona l’ex assessore provinciale della Dc, Carlo Olivieri, accusato di corruzione, si costituirà al pm Guido Papalia. A Monza l’ex vicesindaco socialista, Carlo Terruzzi, otterrà gli arresti domiciliari, dopo sei mesi e due giorni di detenzione in carcere. A Padova i pm Vittorio Borraccetti e Carmine Ruberto
    chiederanno l’autorizzazione a procedere per tre parlamentari del posto: Settimio Gottardo, democristiano, Maurizio Creuso, democristiano, e Antonio Testa, socialista.
    A Reggio Calabria si inizierà l’udienza preliminare nei confronti di ventisei imputati, fra politici e amministratori, sempre a causa di tangenti. A Roma saranno rinviati a giudizio due ex parlamentari socialisti, Mario Vignola e Nevol Querci, per mazzette girate in acquisti immobiliari. A Terni verrà arrestato il presidente della Cassa di Risparmio, Antonio Cassetta, candidato con il Psi per il Senato alle ultime Politiche, e bocciato per pochissimi voti; è accusato di concorso in corruzione insieme con due assessori, uno comunale, l’altro provinciale, entrambi socialisti. A Varese si concluderà la custodia cautelare per Augusto Rezzonico, ex senatore democristiano, in carcere dal 14 agosto al 5 ottobre, poi agli arresti domiciliari. A Venezia, proseguirà l’udienza preliminare a carico di trentadue imputati, fra cui l’ex presidente democristiano della Regione, Gianfranco Cremonese, l’ex presidente democristiano della Regione Basilicata, Gaetano Michetti, e l’ex segretario amministrativo della Dc veneta, Lorenzo Munaretto. Il pubblico ministero è Felice Casson. Questo, domani.

    “Non comprendo, inoltre, perché mai per poter eseguire una perquisizione (personale o domiciliare) nei confronti di un parlamentare, bisognerebbe prima informare lui e il Parlamento”.
    “Il fatto è che un’intera classe politica (o quasi) se ne deve andare”. Felice Casson, il 19 e il 25 luglio 1992, da “Toga! Toga! Toga!”, di Giancarlo Lehner, editore Mondadori.

    Domani si andrà avanti anche a Milano, naturalmente. E a Roma. Quelli del Msi sembrano in forma smagliante. Mai il fiatone. Sia il segretario Gianfranco Fini che il presidente dei senatori, Franco Pontone, chiederanno lo scioglimento delle Camere, colme di delinquenti. Fini è davvero in pieno orgasmo, deve possedere interi serbatoi di candeggina, necessari a smacchiare questo povero paese; già oggi, nel pomeriggio, ne ha sparsi ettolitri: “Miliardi e miliardi di tangenti sono entrati nelle casse dei partiti. Gli italiani hanno già dato: dai presidenti delle Camere ci attendiamo un gesto di moralità che cominci col bloccare il finanziamento pubblico a Dc e Psi, tanto per iniziare…”.
    Torniamo a domani. Sarà organizzata una manifestazione dai Verdi, davanti a Montecitorio, in cui verranno distribuiti soldi di cioccolata per Craxi e Arnaldo Forlani, e manette “al parlamentare ignoto”. Il segretario del Pds, Achille Occhetto, dirà quanto sia necessario un nuovo governo e il segretario del Psdi, Carlo Vizzini, esprimerà il proposito di essergli al fianco. Ci si divertirà anche a Napoli; il responsabile della cultura per il Pds, Antonio Bassolino, chiederà che la Dc lasci la gestione del quotidiano “Il Mattino”. Così, per la pluralità dell’informazione. Infine Milano. Domani sarà interrogato, nel processo a suo carico, l’ex assessore socialista Walter Armanini.
    Lo interrogherà Antonio Di Pietro. Al termine di quel processo, Armanini sarà condannato per concussione, tentata concussione e violazione della legge sul finanziamento pubblico. Come Mario Chiesa fu il primo arrestato, lui sarà il primo condannato di questa rivoluzione legale. Sarà latitante, si costituirà, entrerà e uscirà di galera per motivi di salute. Non rinuncerà mai a proclamare la propria innocenza. Malatissimo, morirà a Orvieto, sessantaduenne, il 18 agosto del 1998.

    “Per costringermi a dire cose che non sapevo, la notte prima degli interrogatori per tre volte mi misero in cella un detenuto di colore in crisi di astinenza”,
    Walter Armanini a “Noi”, 16 febbraio 1995.
    (6 - continua)

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    Predefinito Ora diventa come un ....

    ...pozzo nero.


    Oggi è giovedì 24 dicembre 1992. Questa mattina le agenzie hanno battuto una notizia di quattro parole: “Mafia: arrestato funzionario Sisde”. Abbiamo saputo che il funzionario si chiama Bruno Contrada, e noi, che in questi mesi di rastrellamenti non sappiamo più dove trovare riparo, se non in un esercizio che spesso sa di dietrologia, ci siamo messi di nuovo lì, a fare i conti, a mettere insieme i fatti.
    “Contrada, che è nato a Napoli sessantuno anni fa, è stato arrestato dopo essere stato chiamato in causa da quattro pentiti, Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo e Giuseppe Marchese”. Questo abbiamo letto sull’Ansa, e abbiamo cominciato a pensare. Abbiamo poi trovato quello che fa per noi. Un altro “lancio” dell’Ansa.
    Non è di oggi, e neanche di ieri o dell’altro ieri. E’ un “lancio” che potremo leggere soltanto fra tre mesi e quattro giorni, il 28 marzo del 1993. Il titolo: “Avviso garanzia Andreotti: caso Contrada”. Ecco, c’è una correlazione fra il caso Andreotti e il caso Contrada. “Nella motivazione della richiesta di autorizzazione a procedere per Andreotti, i magistrati fanno riferimento anche alla vicenda di Bruno Contrada, il funzionario del Sisde arrestato con l’accusa di aver dato coperture alla mafia (anche di aver favorito la fuga di Totò Riina, ndr)”.
    C’è qualcosa di micidiale in quello che stiamo leggendo: “La decisione della Cassazione del 5 febbraio scorso (il 5 febbraio 1993, ndr), con la quale è stato respinto il ricorso di Contrada contro l’ordinanza di custodia cautelare, avrebbe incoraggiato i pentiti a proseguire la loro collaborazione, avendo avuto la prova che le loro dichiarazioni vengono adeguatamente utilizzate.
    I giudici hanno ritenuto i pentiti Gaspare Mutolo e Pino Marchese, pienamente credibili”.
    Ancora un breve passaggio: “Gli stessi pentiti sono stati ritenuti attendibili dalla Cassazione nell’ambito dell’inchiesta sul delitto Lima”. Ci è toccato di riassumerla così, tutta questa vicenda, un po’ sommariamente, un po’ dietrologicamente, ma così: c’è un gruppo di pentiti che ci sta spiegando che Lima era il contatto di Andreotti con la mafia, che Andreotti baciò Riina, che Riina
    scampò all’arresto grazie a Contrada. E che ci spiegherà come il giudice Corrado Carnevale, in questo giro di diabolici interessi, assolvesse i boss in Cassazione.
    E’ difficile mettere insieme tutto questo, adesso, a poche ore dall’arresto di Contrada. A ventiquattro ore dalla prima visita del nuovo procuratore, Gian Carlo Caselli, al tribunale di Palermo. A pochi giorni dalla deposizione di Tommaso Buscetta davanti al presidente della commissione Antimafia, Luciano Violante. Ma per quanto sia difficile, abbiamo concluso che qualcuno crede di avere individuato il “terzo livello”.

    “Al di sopra dei vertici organizzativi di Cosa Nostra non esistono terzi livelli di alcun genere”. Giovanni Falcone, alla Stampa, 30 luglio 1989.

    Oggi è il 24 dicembre 1992, e abbiamo saputo tutto di Contrada. Negli anni Settanta è stato a capo della Squadra mobile di Palermo. Poi è passato alla Criminalpol, poi all’Alto commissariato per la lotta alla mafia. Infine al Sisde. Adesso è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
    Eravamo curiosi di vedere quali sarebbero state le reazioni, e non abbiamo dovuto attendere molto. Il ministro dell’Interno, Nicola Mancino, è stato meno prudente di quanto sia sua abitudine: “La notizia in sé è grave, naturalmente bisogna aspettare che le indagini giudiziarie facciano il loro corso. Io mi auguro che possa risultare innocente, ma la notizia in sé desta raccapriccio”.
    Per altri motivi, opposti, ha destato raccapriccio anche nel capo della Polizia, il prefetto Vincenzo Parisi: “Contrada è un funzionario che ha sempre fatto il suo dovere e, per quanto consta all’Amministrazione, assolutamente irreprensibile. Si tratta dell’onorabilità di un alto funzionario, che la polizia intende difendere perché non ha un solo elemento diretto da poter
    valorizzare come accusa in un contesto storico nel quale i processi sommari si fanno con notevole frequenza; e in una città come Palermo dove di calunnie ne sono state fabbricate tante”. In serata, Parisi ha aggiunto che è necessario ragionare “su eventuali interessi ed eventuali corvi che hanno ispirato ai pentiti dichiarazioni di così grave portata”.
    Certe volte uno si stupisce di aver conservato, nelle proprie librerie, persino il Radiocorriere Tv. Ma c’è una ragione se abbiamo seppellito negli archivi il numero del 5 gennaio 1993. Saranno trascorsi soltanto dodici giorni dall’arresto di Contrada, e Luciano Violante dirà: “La vicenda è gravissima, ma dobbiamo aspettarci cose anche peggiori”. La sa lunga, Violante. Del resto è presidente della commissione Antimafia.
    E infatti gli chiederanno, con l’anticipo classico e feroce di questo nostro tempo, se Contrada sia colpevole oppure no. E lui: “Quella della colpevolezza, voglio sottolinearlo, è soltanto una ipotesi. Ma non ci sarebbe da meravigliarsi più di tanto: connessioni, infiltrazioni della mafia in settori dello Stato ci sono state e ci sono…”.

    “L’idea del terzo livello prende le mosse da una relazione svolta da me e dal collega Giuliano Turone a un seminario del 1982 a Castelgandolfo. Attraverso un percorso misterioso, per non so
    quale rozzezza intellettuale, il nostro terzo livello è diventato il ‘grande vecchio’, il ‘burattinaio’, che, dall’alto della sfera politica, tira le fila della mafia. Non esiste ombra di prova o di indizio
    che suffraghi l’ipotesi di un vertice segreto che si serve della mafia, trasformata in semplice braccio armato di trame politiche”. Giovanni Falcone, da “Cose di cosa nostra”, di Marcelle Padovani, Rizzoli editore, 1991.

    Fra quarantotto ore, il giorno di Santo Stefano del 1992, Bruno Contrada sarà trasferito nel carcere militare di Forte Boccea, a Roma. La sua custodia cautelare, ossia la sua condizione di detenuto in attesa di giudizio, durerà due anni, sette mesi e sette giorni. Sarà finalmente scarcerato il 31 luglio del 1995. Il 5 aprile del 1996 sarà condannato in primo grado a dieci anni.
    Sarà assolto in Appello.
    Non sappiamo come finirà questa storia. Sappiamo soltanto che in un futuro molto remoto, nel dicembre del 2002, la corte di Cassazione annullerà la sentenza d’Appello, ordinando la ripetizione del processo. Ma sono cose lontane. Oggi siamo qui, all’inizio del calvario. E su quel “lancio” d’agenzia", mafia: arrestato funzionario Sisde”, ci si sta già accoltellando.

    Oggi, 24 dicembre, i giornali sono chiusi. Le prossime edizioni saranno in edicola soltanto domenica 27 dicembre. Quella mattina, sul Secolo d’Italia, organo del Movimento sociale, troveremo un editoriale di Silvano Moffa, critico con Parisi, che ha difeso Contrada, e brutale con Contrada: “Il nostro è un paese dove troppe volte le indagini sono state viziate e compromesse
    dall’intervento di settori e apparati dei servizi segreti. C’è sempre stato un cono d’ombra, nella nostra storia recente, che ha coperto trame, crimini, attentati. Bruno Contrada, questo è certo, ha occupato nella sua carriera posti chiave, di snodo. Ha operato in quell’area cruciale tra istituzioni e potere investigativo da un lato, e mafia dall’altro.
    Ci auguriamo, per lui e per il paese, che quel confine non abbia mai superato”. Che bel sillogismo. Ma non è da solo, Moffa. Sul Corriere della Sera, Saverio Vertone scriverà che “questo Stato, bucherellato come un colabrodo, spiato dalle stesse spie che manda tra i suoi nemici e ammanettato dalle proprie manette, riesce a saltare sulla propria ombra e a catturarla. E’ inevitabile chiedersi perché questo sussulto avvenga solo adesso, dopo tanti delitti”.
    Un altro epitaffio di Contrada sarà inciso sull’Unità da Ferdinando Imposimato: “La verità è che l’accusa al questore Bruno Contrada non cade all’improvviso, ma si inquadra in uno scenario abbastanza preoccupante”.
    Fra quarantotto ore, il giorno di Santo Stefano del 1992, si leveranno le voci coraggiose degli sdegnati, e gli uomini retti sferreranno implacabili pedate. “Non si può oggi, allo stato delle conoscenze, prendere una posizione favorevole al vice questore Contrada”, dirà il segretario generale del Siulp, il sindacato della polizia, Roberto Sgalla. E motiverà la sua rettitudine: “Perché
    troppe volte questo paese ha conosciuto deviazioni di pezzi dei servizi segreti e delle istituzioni”.
    Ci porteranno un comunicato del direttivo del “Coordinamento Antimafia”, in cui leggeremo che “l’arresto di Contrada suscita perplessità soltanto in quanti hanno vissuto la storia palermitana degli ultimi quindici anni, di riflesso o per sentito dire. Che esistesse una talpa ai massimi livelli della questura, lo si sapeva da tempo…”. Ma oggi è soltanto il 24 dicembre. Contrada è stato arrestato da poche ore. Le sentenze arriveranno fra due giorni.

    “Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità. La cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo”. Giovanni Falcone, da “Il cono d’ombra”, di Mario Patrono, Cerri editore, 1996.

    Oggi, giovedì 24 dicembre 1992, in piazza San Babila a Milano abbiamo potuto vedere quella che è stata definita “l’ultima intelligente provocazione” delle campagne pubblicitarie della Benetton. Abbiamo visto un enorme manifesto, che dovrebbe invogliare all’acquisto di indumenti. Ci sono raffigurati due polsi ammanettati.

    “Cronaca nera, ‘Delitto nel paese di Di Pietro’ (Corriere della Sera); cronaca sportiva: Gianni Rivera invoca Sportopoli, Montanelli la ribattezza Piedi puliti; pubblicità a fondo pagina: ‘Dopo Mani pulite una bella lavata di testa, Shampoo Clear nuova formula risolve vecchi problemi e nuovi grattacapi’, o in alternativa: ‘Mani pulite sempre, con guanti di polietilene Renco Maxwell’ (…) E’ il Natale di Mani pulite. Puoi scegliere tra ‘Tangentopoli’ e ‘Il Tangentomane’, giochi da tavolo per passare un paio d’ore in allegria e magari in galera, ma per finta. I giornali spiegavano che la prossima canzone di Bobby Solo si sarebbe intitolata ‘Mani pulite’. Lo Zecchino d’oro era stato vinto da una canzone che recitava: ‘Siccome era il più grosso, rubava a più non posso”. Da “Di Pietro, la biografia non autorizzata”, di Filippo Facci, editore Mondadori, 1997

    (7 - continua)

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    Predefinito ....con grandi lampi di color...

    .....rosso comunista.

    Oggi è lunedì 28 dicembre 1992, e stasera è successo qualcosa di importante. Importante almeno per noi, che abbiamo in testa una certa idea, un’idea sconcia, un’idea schifosissima su come andranno le cose.
    Inutile girarci attorno. Stasera, poco dopo le 19, ha parlato Massimo D’Alema, che è il presidente dei deputati del Pds ma fra sei anni esatti, nel dicembre del 1998, sarà presidente del Consiglio. Il primo presidente del Consiglio venuto fuori dal Partito comunista italiano.
    Un bel percorso per il dirigente di un partito che ha appena dovuto cambiare nome, dopo tutto quello che è successo da Mosca a Berlino. Ma, insomma, oggi D’Alema si è sentito di condividere una proposta del segretario della Dc, Mino Martinazzoli: istituire una commissione parlamentare di inchiesta sugli arricchimenti illeciti dei personaggi politici.
    Anche D’Alema si è accorto che qualcosa non va, fra i suoi colleghi, oggi, dieci mesi dopo l’arresto di Mario Chiesa, e dopo tanti anni di vita politica. Forse anche lui è eccitato, sente odore di selvaggina. E forse sente anche lui le pallottole fischiare.
    Ma è soltanto una nostra idea, ce la siamo scambiata leggendo le frasi di D’Alema: “… a condizione che l’attività di una tale commissione non interferisca in nessun modo, e tantomeno
    ostacoli, l’azione della magistratura, alla quale, in ogni caso, va riconosciuta una priorità indiscutibile”. Nessuno interferisca, né tantomeno ostacoli. Si lasci fare.
    “Le responsabilità penali sono personali e come tali devono essere individuate. Dal punto di vista delle responsabilità personali, posso dire di non avere colpe”.

    “Interrogato dai pm di Bari, Cavallai conferma: ‘Sì, lo invitai a cena un paio di volte quand’era segretario regionale del Pci. E una sera del 1985, alla vigilia delle elezioni, gli lasciai una busta con venti milioni per la sua campagna elettorale’. Cavallari preciserà di essere sempre stato un anticomunista. Ma finanziò comunque D’Alema, ‘perché la Cgil mi dava noia nelle cliniche,
    e dopo quel contributo se ne stette tranquilla’.
    (…) Diventato nel frattempo segretario nazionale del Pds, D’Alema viene interrogato a Bari alla fine del 1994. (…) Il leader della Quercia comunque ammette i fatti, pur con qualche dubbio sull’entità della somma. Ma la sua è una confessione a costo zero: dopo nove anni, il reato di finanziamento illecito è abbondantemente prescritto.
    Resterebbe la possibilità di contestare il reato di corruzione, ma è necessario provare che D’Alema abbia dato qualcosa in cambio…”. Da “Mani pulite, la storia vera”, di Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio. Editori riuniti, 2002.

    Oggi, 28 dicembre 1992, D’Alema ha detto di avere la coscienza a posto. Quello che non lo fa stare in pace col mondo, ci è parso di capire, è il porcilaio che sono diventati certi partiti. Non vuole, ha detto stasera, “assoluzioni a buon mercato”, altrimenti non sarebbe una commissione, ma un merdaio. Ci sono piaciute, le sue dichiarazioni. Non le abbiamo condivise, ma ci sono piacute davvero molto: “Ho sempre rifiutato l’idea che tutti i partiti siano uguali. Sono cresciuto in un partito in cui la politica non è un mestiere per arricchirsi. Personalmente, non conosco alcun dirigente del Pci e del Pds che si sia arricchito con l’attività politica”.
    Lui non li conosce, oggi. Ma anche per D’Alema, come per altri, si tratta soltanto d’avere un poco di pazienza. Poi lo leggeranno direttamente sull’Unità, chi si è arricchito. Lo leggeranno il 12 ottobre 1993: “Si è appreso in che modo il procuratore aggiunto D’Ambrosio nelle scorse settimane è giunto a scoprire che Greganti aveva usato il denaro di Panzavolta per acquistare l’appartamento di via Tirso a Roma, pagato mille e 500 milioni… Al pool di Mani pulite è poi parso chiaro che neppure una lira di Panzavolta era giunta al Pci- Pds…”.
    Oggi è il 28 dicembre del 1992, e questo articolo uscirà soltanto il prossimo ottobre. Ma qualche bel segnale lo avremo prima.
    Diciamo il 27 agosto del 1993. Ci sarà un’intervista sul Corriere della Sera, un’intervista che probabilmente leggerà anche D’Alema. E’ D’Ambrosio che parla: “Greganti sarà stato un gran figlio di… che s’è speso i quattrini alle Folies Bergères, in donne e champagne”. Ecco uno del Pci-Pds che s’è arricchito personalmente. Ma oggi non è ancora tempo di entrare bene nella vicenda di Primo Greganti. Di tempo ce ne sarà, più avanti. Oggi c’è D’Alema, e la sua questione morale.

    “Anche se Greganti nega, lui i soldi li ha dati al partito, su una menzogna non si può costruire nulla, tantomeno la fortuna politica di un partito”. Luciano Lama (Pds), vicepresidente del
    Senato, al Corriere della Sera, 15 maggio 1993

    Oggi, 28 dicembre 1992, c’è poco di nuovo sul fronte. In giornata abbiamo saputo di due ordini di custodia cautelare emessi a Pesaro, storie di tangenti e di amministratori locali. Uno è democristiano. Troppo poco per distoglierci dal cipiglio di D’Alema.
    Le ha cantate, eccome. “Non dobbiamo confondere l’attività ordinaria dei partiti politici, costituzionalmente tutelata, con l’attività di segreterie personali di parlamentari e singoli dirigenti politici che devono essere considerate ben altra cosa, maglie di una rete di potere personale o di
    gruppo che in parte si sono sostituite alla funzione dei partiti, diventandone una forma di patologia degenerativa. Mentre i partiti sono libere associazioni di cittadini, questi sono apparati funzionali a forme di potere personale o di clan. Bisogna regolamentarle con il principio della massima
    trasparenza finanziaria”.
    Presto, D’Alema sarà premier.

    “Sama si dice comunque certo che la mazzetta al Pci venne consegnata personalmente da Gardini a qualcuno del partito. Anche Gardini, prima di morire, gliel’ha confermato. Ma senza fargli il nome del destinatario. Le indagini sul percorso della valigetta, condotte pubblicamente e direttamente nell’aula del processo, imboccano un vicolo cieco. E la testimonianza di Leo Porcari, la guardia del corpo di Gardini, serve solo ad aumentare la suspence e la confusione: ‘A Botteghe Oscure ci ha ricevuti D’Alema. Lui e Gardini sono entrati in una porta. Posso immaginare che dentro ci fosse anche Achille Occhetto. Ma quello era l’ufficio di D’Alema’. (…) L’esistenza
    della mazzetta è stata riconosciuta dal tribunale solo in primo grado”. Da “Mani pulite, la storia vera”, di Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio. Editori riuniti, 2002
    .
    Nei giornali di questa mattina, lunedì 28 dicembre, abbiamo saputo che la mafia stava progettando l’uccisione di Antonio Di Pietro. Lo hanno scritto la Repubblica e l’Indipendente. Non è la prima volta. Sei mesi fa, il 6 giugno 1992, a Milano erano stati arrestati due croati e un libanese. Nel loro monolocale erano stati trovati candelotti di esplosivo da cava, oltre a un Tuttocittà con evidenziate alcune vie di Milano che, curiosamente, coincidevano con le vie che abitualmente percorre il più celebre pm di questa nostra epoca. Si ipotizzò, per esempio sul Corriere della Sera, un complotto internazionale. Per fortuna non era vero. I tre, insieme ad altri, verranno presto processati per possesso di armi e il tentativo di far saltare in aria Di Pietro non gli verrà mai attribuito. Ora pare che sia la mafia. Alcuni pentiti, dicono le cronache di stamattina, hanno confessato che era interesse della mafia riservare a Di Pietro la stessa fine riservata a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino. Fra un paio di giorni, il 30 dicembre, confermerà tutto anche Piero Luigi Vigna, procuratore capo di Firenze. Ci abitueremo. Negli anni ne sentiremo parecchie. Pure Giovanni Brusca parlerà del progetto di un attentato. Poi Maurizio Avola, della famiglia di Nitto Santapaola. Ne accennerà persino il boss Piddu Madonia.

    Di fronte a queste cronache, che saranno serissime, per l’amor di Dio, ci è venuto in mente quello che scriverà Filippo Facci, fra cinque anni, nel 1997: “Il 3 maggio 1995, un pazzo con un turbante entra soave in tribunale e vaga per un paio d’ore cercando l’aula in cui Tonino sta celebrando l’ennesimo processo, quello sulle discariche. Una guardia blocca il personaggio sulla porticina riservata agli avvocati. ‘Lei?’. ‘Sono un guerriero di Dio’. ‘Prego?’. ‘Devo parlare di pace con Di Pietro, il Papa verrà ucciso e verrà un imperatore islamico’. Si spintonano, cercano di bloccarlo, si accorgono che il pazzo col turbante ha in tasca una lama, scoppia la bagarre. Poco più tardi i cronisti vedono Tonino agitato, preoccupato, s’aggira per i corridoi con una mitraglietta in mano:
    ‘Questa volta volevano uccidermi’. Corriere della Sera del 4 maggio: ‘In aula per uccidere Di Pietro’, prima pagina; la terza è tutta per l’attentatore col suo ‘coltellaccio a serramanico’; altro titolo: ‘Questa volta volevano uccidermi’; taglio basso: ‘Da Alì Agca all’attentatore di Reagan’, un servizio sui grandi attentati del ventesimo secolo; l’opinione di Borrelli: ‘Quando il clima si fa incandescente, i primi a risentirne sono gli squilibrati’. Ha ragione, ma forse si riferiva ai giornalisti. Il giorno dopo infatti si scopre che l’attentatore non era un attentatore. Che aveva in tasca un coltellino. Che si chiamava Pino, era incensurato, viveva in Sicilia ed era un po’ toccato. Faceva il pizzaiolo a Niscemi”.
    E ci è venuta in mente un’agenzia di stampa, dell’Ansa, che sarà stampata fra qualche anno, il 15 gennaio 1998: “Il controllo nell’abitazione di Curno di Antonio Di Pietro è stato compiuto, secondo quanto si apprende, dopo una segnalazione di un possibile attentato all’ex magistrato da attuare con un missile. La presenza degli artificieri è legata alla necessità di verificare se nell’abitazione vi sia una massa di metallo tale da poter innescare i meccanismi direzionali di missili intelligenti…”.

    “Borrelli: non abbiamo paura di morire”, titolo del Giornale del 29 luglio 1993. “Borrelli: le bombe non ci fermeranno”, titolo dell’Avanti! del 29 luglio 1993. “Siamo disposti anche a dare la
    vita, se è necessario”, Gerardo D’Ambrosio, da “Processo all’Italia”, di Marcella Andreoli, editore Sperling&Kupfer, 1994.
    (9 - continua)

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