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Discussione: Ebrei Fascisti

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Ebrei Fascisti

    da un 3d sulla CDL.... :

    Riguardo alla situazione italiana è noto che la comunità ebraica, piccola e concentrata soprattutto in alcune aree del Paese, quasi del tutto assente, ad esempio, dal Mezzogiorno, era tra le più integrate del mondo. Gli ebrei viventi in Italia (ormai... da millenni) diventarono italiani simultaneamente al resto della popolazione della penisola, e in quanto prevalentemente facenti parte del ceto piccolo o medio borghese urbano, con una rapidità ben superiore alla media. Ed è per questa ragione che la comunità ebraica ebbe un peso ben superiore alla sua consistenza numerica nel processo di unità nazionale e di edificazione dell'Italia come nazione libera e moderna. Gli ebrei d'Italia furono sin dapprincipio pertanto, essenzialmente, cittadini italiani di fede ebraica (spesso secolarizzata). Come ex gruppo discriminato e del tutto ovvio che gli ebrei italiani, come quelli di altri paesi, fossero particolarmente sensibili alle tematiche dei diritti civili e politici, della laicità dello Stato, della giustizia sociale, e non c'è certo da stupirsi se molti furono gli ebrei che animarono i movimenti democratici, liberali, socialisti della penisola, dando un loro contributo culturale alla loro crescita politica. Un grande sindaco di Roma, Ernesto Nathan, fu Gran Maestro della Massoneria negli anni a cavallo fra i due secoli e poi sul finire della Grande Guerra e poco oltre. Caludio Treves e Giacomo Emilio Modigliani furono tra i principali esponenti del socialismo riformista italiano, come grandi uomini politici liberali furono gli ebrei italiani Luigi Luzzati, Giuseppe Ottolenghi, Lodovico Mortara. Questo per ricordare soltanto alcuni nomi illustri fra gli ebrei italiani protagonisti della vita politica e civile della Nazione negli anni immediatamente precedenti la nascita e l'avvento del Fascismo.
    Ed è da sottolineare che proprio sulla base dei censimenti razzisti disposti nel 1938 dalle autorità del Regime Fascista, sappiamo che gli ebrei iscritti ai Fasci in data antecedente alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922 erano esattamente 590, ossia circa il 23 per mille dei poco più dei 250.000 iscritti al PNF dell'estate del 1922 (Gli ebrei erano circa l'11 per mille della popolazione italiana). Oltre a questi vi erano anche cristiani di origini ebraiche come Aldo Finzi, squadrista e sottosegretario all'Interno dall'ottobre 1922 e il giugno 1924, o ebrei poi convertiti al cattolicesimo come la famosa biografa e amante del Duce, la signora Margherita Grassini Sarfatti.
    Anche tra i fondatori del Fascismo, i famosi sansepolcristi del 1919, ci furono almeno cinque ebrei, uno dei quali, Cesare Goldmann, fu quello che mise a disposizione la sala a Benito Mussolini e ai suoi, per la manifestazione. Tre sono gli ebrei che figurano fra i "martiri" ufficiali della Rivoluzione Fascista: Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi, Bruno Mondolfo. Mentre gli ebrei partecipanti alla Marcia furono 230, questo quanto meno sulla base dei brevetti poi ufficialmente rilasciati dal Regime.
    Nel primo gabinetto Mussolini entrò anche un amico fervido degli ebrei e del sionismo, tal Colonna di Cesarò che era stato il presidente della "Pro-Israele". Più tardi, negli anni trenta, Mussolini volle un ebreo al ministero delle Finanze.
    Detto in estrema sintesi tutto ciò, resta però senz'altro vero che, come ricordò a suo tempo il Piero Treves, in quell'epoca : " gli ebrei antifascisti erano, rispetto agli ebrei fascisti o filo-fascisti, in una proporzione di molto superiore alla media nazionale ", tanto che tra i firmatari del" manifesto degli intellettuali antifascisti" del 1925, promosso dal liberale, dapprincipio tutt'altro che ostile al governo Mussolini, Benedetto Croce, gli ebrei o le persone di origini ebraiche erano ialmeno il 10% del totale.
    Come ha scritto lo storico Michele Sarfatti : " In estrema sintesi si può osservare che gli ebrei italiani erano fascisti come gli altri italiani, più antifascisti degli altri italiani ". Uomini come i fratelli Rosselli, Treves , Modigliani o Terracini, come ricordano lo stesso Sarfatti o il De Felice, erano certo esponenti di spicco dell'antifascismo, ma ciò non aveva , in senso stretto, nulla a che fare con il loro ebraismo o le loro origini ebraiche (del resto il sostenere una correlazione in questo senso presupporrebbe un ragionamento di determinismo razziale e razzista).
    Altrettanto vero è che questo dato era occasione, nella stampa fascista o fiancheggiatrice del Regime, di periodici attacchi velenosi contro il "giudaismo massonico" o contro "l'ebraismo social-comunista".
    Il quotidiano "Il Lavoro d'Italia" definì l'ebraismo (siamo agli albori dell'anno 1928), come " l'ultima trincea dell'antifascismo ". L'atteggiamento fascista era tuttavia oscillante e variegato, e se comprendeva già taluni elementi apertamente antisemiti, come Preziosi o Farinacci e poi Interlandi, non mancavano voci di tutt'altro genere. Quello che però era comune pressochè a tutti i fascisti, di tutte le tendenze, ivi compresi i fascisti di religione ebraica, era l'avversione a quel “nazionalismo concorrente”, e per di più in maggioranza liberale, rappresentato dal Sionismo. Mussolini tuttavia, opportunista e pragmatico, se da un lato osteggiava il sionismo sul piano ideologico (affermava che gli ebrei non potevano certo pretendere di conservare due Patrie, di cui una, fino ad allora, solo immaginaria), dall'altro cercò, per un certo tempo, di utilizzarlo, soprattutto nella corrente "revisionista" anti-britannica, in funzione delle proprie mire espansioniste nel Mediterraneo (il Mare Nostrum), sulle cui rive orientali si affacciava la Palestina.
    Le adesioni di ebrei italiani al fascismo crebbero notevolmente durante gli anni di consolidamento del Regime, in particolare fra il 29 ottobre 1928 e il 28 ottobre 1932 furono quasi 5mila gli italiani di religione o cultura israelita che aderirono al Partito.
    Nell'estate del 1932, durante i suoi celeberrimi colloqui con Emil Ludwig, Benito Mussolini aveva del resto conannato senza riserve ogni razzismo antisemita come "stupidaggine" ed aveva attestato con forza quanto segue: " L'antisemitismo non esiste in Italia.. Gli ebrei italiani si sono sempre comportati bene come cittadini, e come soldati si sono battuti coraggiosamente ". Ma l'anarchico Camillo Berneri dal suo esilio argentino annòtò, più tardi (primi anni trenta), a margine di dette parole del Duce : “ Se l'antisemitismo diventasse necessario alle necessità del fascismo italiano, Mussolini, peggio di Machiavelli, seguirebbe Gobineau, Chamberlein e Woltmann e parlerebbe, anche lui, di razza pura “.
    continua.....


    Last edited by Pieffebi on 28-07-2003 at 15:44


    continuazione....

    Nella primavera del 1934, dopo che il Fascismo aveva riformato l'organizzazione delle Comunità ebraiche, d'intesa con le medesime, dandole l'assetto giuridico e organizzativo che, grosso modo, conserva tutt'ora, alcuni ebrei italiani aderenti al Fascismo, diedero vita a un giornale, pubblicato a Torino, intitolato “ La Nostra Bandiera ”, che doveva costituire il punto di riferimento per gli ebrei più conseguentemente e intransigentemente fascisti.
    I Bandieristi avevano l'ambizione di porsi alla testa delle Comunità e professavano una dura opposizione al sionismo ( “ La ricostruzione di una Nazione ebraica in Palestina è un anacronismo storico e un artificio che deve essere combattuto ” , scriveva il giornale di Ettore Ovazza , il 01 maggio del 1934), alle stesse organizzazioni ebraiche internazionali e ad ogni tentativo del rabbinato di svolgere attività extracultuali, soprattutto di interferenza con la sfera politica.
    La corrente bandierista, capeggiata appunto dal banchiere ed ex squadrista piemontese Ettore Ovazza, dal nuovo presidente della Comunità ebraica torinese Guido Liuzzi, e dal nuovo presidente della comunità livornese, Dario Nunes Franco, entrò nel 1935 con questi tre suoi prestigiosi rappresentanti nel Consiglio Nazionale dell'Unione delle Comunità Israelitiche italiane, per iniziativa del rabbino capo di Roma (e dirigente della stessa Unione), Angelo Sacerdoti.
    Se i Bandieristi erano ben più degli altri ebrei fedeli al Regime, agli ideali del Partito Fascista e al suo Duce, almeno quanto gli altri ebrei erano, come dovrebbe risultare naturale e logico, avversari estremi del NazionalSocialismo tedesco, del suo antisemitismo radicale, e quindi, potenzialmente, di ogni politica di serio avvicinamento politico fra l'Italia Fascista e la Germania NazionalSocialista. Nella misura in cui Mussolini, ad un certo punto, decise di legare strategicamente le sorti d'Italia a quelle della Germania Nazista, pare del tutto evidente come, in considerazione del suo cinismo opportunistico e del suo pragmatismo, non potesse esitare a sacrificare colpevolmente questi fascisti, che rappresentavano, verso l'alleato tedesco, una permanente fonte di imbarazzo e una possibile ragione di contese future.
    Non va dimenticato che durante tutta una prima fase i rapporti fra i due regimi non furono propriamente idilliaci, anche se non mancarono contatti e rapporti e reciproche influenze. In particolare Hitler considerava da sempre quello di Mussolini come una sorta di modello al quale fare in qualche modo riferimento, seppure con i dovuti aggiustamenti.
    La politica razziale del NazionalSocialismo fu però considerata per diversi anni, dalla grandissima parte dei fascisti e dallo stesso Duce, con “sovrana pietà” quando non con “sovrano disprezzo”, e in quelle fase molti ebrei tedeschi emigrarono nel nostro Paese, dove furono inizialmente accolti e trovarono dunque rifugio.
    Gli ebrei italiani si entusiasmarono come i loro connazionali non ebrei per l'impresa di Etiopia, alla quale parteciparono a centinaia come volontari. Non mancarono neppure ebrei italiani, seppur in proporzioni inferiori, anche fra le camicie nere e i soldati che combatterono in Spagna contro “i rossi”. Uno di questi, Alberto Liuzzi, caduto in battaglia, ricevette la medaglia d'oro al valor militare, mentre il tenente colonnello Giorgio Morpurgo, ebreo fascista, colto in Spagna dalle leggi razziali che gli imponevano di rimpatriare e di lasciare l'esercito, uscì da solo verso le postazioni repubblicane offrendo il suo petto al fuoco nemico, sotto il quale cadde).
    Fu comunque durante l'isolamento internazionale dell'Italia conseguente all'impresa d'Abissinia e poi alla guerra di Spagna che si moltiplicarono sulla stampa fascista attacchi sempre più virulenti al giudaismo internazionale. Dino Grandi, ambasciatore di Mussolini a Londra, confidò al Financial Time, in un'intervista del 1936, che “ l'ebraismo mondiale fa un pessimo affare schierandosi coll'antifascismo sanzionista conto l'unico Paese d'Europa che non pratica ne' predica, almeno finora, l'antisemitismo “. Mussolini, che in fondo credeva all'esistenza di un'Alta Finanza ebraica e di un potere internazionale ebraico, rimase molto deluso, in effetti, dal fallimento della missione da lui affidata ad esponenti dell'ebraismo italiano, affinchè inducessero un allentamento della morsa internazionale stretta contro l'Italia Fascista, a seguito della decisione della Società delle Nazioni di applicare le sanzioni.
    Durante quegli anni gli inviti della stampa italiana agli ebrei d'Italia, affinchè rompessero ogni rapporto con “L'internazionale ebraica, massonica, sovversiva, antifascista....” si intervallavano con attacchi diretti contro l'ebraismo da parte delle fazioni da sempre antisemite del fascismo, alle quali sempre più erano ora sciolte le briglia.
    Così gli ebrei italiani doveva no ormai dimostrare ogni giorno, con prove sempre più evidenti, di essere prima italiani e poi ebrei, e gli ebrei fascisti soprattutto, erano invitati a dare prova evidente del proprio essere prima fascisti e italiani e solo in ultima istanza se non incidentalmente cittadini di religione ebraica.
    La guerra d'Etiopia e le sanzioni, favorirono l'avvicinamento dell'Italia alla Germania, ed ad un certo punto le due potenze “totalitarie” e “antibolsceviche” si trovarono a combattere fianco a fianco in Spagna.
    Disposizioni burocratiche del governo fascista impedirono quindi a funzionari o diplomatici ebrei di svolgere missioni in Germania, al fine di evitare qualsiasi ragione di diretto imbarazzo fra i due regimi.
    Adolf Hitler nel suo diario, fin dal 1927, aveva annotato che in fondo l'Italia Fascista combatteva il giudaismo internazionale nella misura in cui si contrapponeva alla Massoneria e alla Plutocrazia internazionale e lottava contro il Bolscevismo. Le divergenze in materia di politica razziale fra i due regimi dovevano essere comunque superate o attenuate se si voleva mostrare al mondo intero la solidità della nuova alleana che stava sorgendo fra Hitler e Mussolini. E verso quella direzione si volse il Fascismo, alla prese con le questioni della razza anche in conseguenza della conquista dell'Impero, nell'intento di contenere fenomeni ritenuti sempre più contaminanti della stirpe italiana, come il meticciato.
    L'opposizione degli ebrei fascisti alla politica NazionalSocialista, in quanto violentemente antisemita, non poteva dunque, per Mussolini, che dimostrare che costoro anteponevano i propri interessi particolari di appartenenti alla religione e cultura ebraica agli interessi del Partito e della Patria. Erano senz'altro Fascisti, ma non abbastanza, non tanto quanto si consideravano ebrei.
    Eppure le leggi razziali determinarono l'abiura, spesso ma non sempre per opportunismo, di non pochi di costoro dalla fede ebraica e dall'appartenenza alla Comunità. Ciò non valse sempre loro la sicurezza dell'esenzione dalle misure persecutorie, previste dalla legislazione antisemita, ne' sempre servì a salvare loro la vita durante i tragici anni della Repubblica Sociale e dell'occupazione nazista.
    Nel momento in cui furono varate le leggi razziali di Mussolini, gli ebrei italiani iscritti al Partito Fascista erano circa 6.900. Ossia il 27% degli ebrei italiani maggiorenni, e circa il 26 per mille del totale degli iscritti del PNF.

    Saluti liberali e...........Shalom!!!


    Bibliografia essenziale :

    Michele Sarfatti : “ Gli Ebrei nell'Italia Fascista” - 2000.
    Renzo De Felice : “ Storia degli Ebrei italiani sotto il Fascismo” - edizione riveduta e ampliata del 1993 (I edizione 1961); dello stesso autore si veda anche la monumentale biografia di “Mussolini” - opera di tutta la sua vita.
    Alberto Burgio (a cura di) : “ Nel Nome della Razza – il razzismo nella storia d'Italia 1870-1945” - 1997
    Gina Formiggini : “Stella d'Italia – Stella di David – gli ebrei dal Risorgimento alla Resistenza” - 1970
    Maurizio Ghiretti : “Storia dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo” - 2002
    Bernard Lewis : “Semiti e Antisemiti – indagine su un conflitto e un pregiudizio” - 1986
    Antonio Spinosa: “Mussolini razzista riluttante” - da articoli del 1952/53 – introduzione e nuova edizione: 2000
    Emilio Gentile : “Fascismo – storia e interpretazione” - 2002
    Wolfang Schieder : “Fascismo e Nazionalsocialismo nei primi anni Trenta” in AA.VV. “Il Regime Fascista” - 1995
    Angelo Del Boca : “Le leggi razziali nell'Impero di Mussolini” in AA.VV. “Il Regime Fascista” - 1995


    Last edited by Pieffebi on 27-07-2003 at 163

  2. #2
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    ebrei fascisti...

  3. #3
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    Battuta da fascista NON ebreo......ma molisano.
    Shalom!!!

  4. #4
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    Integrazione.....bibliografica:



    " Gli ebrei raccoltisi intorno al periodico torinese «La nostra bandiera» ancora nell’imminenza delle leggi razziali del 1938 non esitarono a ribadire la propria fiducia nel duce del fascismo e ad affidarsi a lui. Era un atteggiamento consolidatosi negli anni, con una continuità e una determinazione a dir poco incrollabili: come se, una volta deciso di offrire a Mussolini il pegno della propria fedeltà in cambio di una ipotetica speranza di protezione per sé e per tutti gli ebrei italiani, non fosse stato neppure pensabile, pur in presenza di un clima sempre più minaccioso e forse proprio in ragione di esso, intraprendere un cammino diverso. Eppure tutto ciò non valse la salvezza: non quella degli ebrei italiani e neppure quella dei bandieristi. Fra gli innumerevoli risvolti della campagna antisemita di Mussolini ci fu anche la loro vicenda e, per alcuni fra essi, la fine più tragica. "

    Saluti liberali e.......
    Shalom!!!

  5. #5
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    gli ebrei italiani iscritti al Partito Fascista erano circa 6.900. Ossia il 27% degli ebrei italiani maggiorenni, e circa il 26 per mille del totale degli iscritti del PNF.
    sarebbe interessante conoscere la percentuali degli ebrei iscritta a F.I .la storia si ripete.


    ebrei fascisti di oggi

  6. #6
    SENATORE di POL
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    Un nazista conclamato come te queste cose le deve sapere da solo.

    Shalom

  7. #7
    SENATORE di POL
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    Predefinito L'ala radicale di destra del Sionismo di Palestina

    dalla rete (www.storiainrete.com):

    " [..]
    La destra sionista assomigliava alle destre europee dei primi anni del ‘900? Si può paragonare il partito sionista revisionista al partito fascista italiano? "Trattando la vicenda di un agitatore, e non di un ideologo, sarebbe fin troppo facile portare argomenti in favore dell’una o dell’altra tesi – scrive nella sua prefazione [al libro di Paolo Di Motoli...il buon Gad Lerner] – Ma sarebbe tempo perso. L’ambiguità del suo percorso, del resto, può essere simboleggiata dal rapporto che egli ebbe con David Ben Gurion: il fondatore dello Stato ebraico lo insolentiva in vita con l’epiteto "Vladimir Hitler", ma non mancò di presenziare alla solenne cerimonia con cui le sue spoglie mortali furono trasferite dagli Stati Uniti a Gerusalemme".
    Nel suo accurato studio dedicato ad un pensatore sionista come Vladimir Jabotinsky (1880-1940) Di Motoli non vuole fornire risposte secche ma si limita a tracciare differenze e somiglianze tra il pensiero e la pratica politica di Jabotinsky feroce avversario del sionismo di matrice socialista incarnato dal più famoso Ben Gurion.
    Jabotinsky, nato a Odessa e cresciuto culturalmente in Italia dove studiò per circa tre anni , si può considerare giornalista, letterato e grande oratore. Nel 1925 in aperta rottura con i vari partiti politici sionisti di matrice liberale o socialista fondò l’Alleanza dei sionisti revisionisti, un partito che poneva l’idea nazionale come principio assoluto . La commistione, molto comune all’epoca, tra il nazionalismo ebraico e gli ideali del socialismo lo irritavano profondamente. La lotta di classe tra lavoratori ebrei di Palestina e capitalisti era secondo lui un crimine contro la nazione. Per risolvere i conflitti riteneva che il futuro stato d’Israele avrebbe dovuto organizzarsi poggiando su una camera delle corporazioni che ricordava clamorosamente la struttura degli stati di ispirazione fascista europei. Un arbitrato nazionale gestito dallo stato avrebbe secondo lui risolto i conflitti di classe. Questa teoria dello stato affiancata alla partecipazione di giovani simpatizzanti di Jabotinsky alla scuola marittima di Civitavecchia nell’Italia di Mussolini hanno indotto moltissimi studiosi e politici israeliani a vedere in lui uno strano esempio di fascista ebreo . La sua giovanile infatuazione per il nazionalismo ucraino, ferocemente anticomunista e antisemita, e per quello polacco di Pilsudsky lo ha reso odioso a molti esponenti dell’ebraismo progressista. Il tentativo compiuto da Di Motoli è quello di analizzare in maniera distaccata i motivi che rendevano Jabotinsky diverso dai fascisti europei. Jabotinsky non apprezzò mai le accuse di fascismo che Ben Gurion e altri militanti sionisti di sinistra gli mossero: egli si definiva un liberale che aveva grande rispetto per la democrazia e per i valori borghesi del XIX secolo.
    Negli anni ’30 in Palestina, tra i militanti revisionisti e quelli socialisti, ci furono scontri violentissimi poiché Jabotinsky contrastava gli scioperi, proponendo ai datori di lavoro la sostituzione degli scioperanti con i suoi uomini.
    Le idee di cooperazione con gli arabi di Palestina non lo sfiorarono mai; egli riteneva che l’unica maniera per ottenere uno stato israeliano forte fosse quella di rafforzare la collaborazione con gli inglesi per creare una maggioranza ebraica su ambedue le rive del fiume Giordano. Gli arabi avrebbero dovuto diventare minoranza e il loro nazionalismo andava combattuto. Era inutile illudere gli arabi con progetti di cooperazione sociale e di progresso che gli ebrei avrebbero potuto creare grazie alle loro conoscenze e alla loro cultura scientifica. Gli arabi secondo Jabotinsky non avrebbero mai permesso la nascita di uno stato ebraico su terre che consideravano di loro esclusiva proprietà. Bisognava costruire "un muro di ferro" di armi tra gli arabi e gli ebrei. Proprio la vita militare, con la sua disciplina e il senso di appartenenza, avrebbe rigenerato le masse di ebrei disperati provenienti dall’ Europa orientale e non il lavoro della terra come sostenevano i seguaci di Ben Gurion. Bisognava dunque essere pronti a combattere e a difendere il nascente stato d’Israele.
    Proprio queste sue concezioni "militaristiche" crearono le condizioni per la nascita di un gruppo armato chiamatosi Irgun.
    I membri dell’Irgun divennero famosi negli anni ’40 per i loro feroci attacchi terroristici ai danni di inglesi e di civili arabi tanto da essere ricercati e sottoposti a pena capitale dalle autorità britanniche di Palestina.
    Da questo movimento proveniva Menachem Begin, fervente seguace di Jabotinsky e primo capo di governo di destra in Israele. La morte di Jabotinsky (1940), che già in vita aveva tentato di controllare le pulsioni più estremiste di questi movimenti, spianò la strada al terrorismo. Dall’Irgun si staccò una fazione ancora più estremista innervata di idee mutuate dal nichilismo russo, che si chiamava Gruppo Stern (di cui fece parte un altro futuro premier israeliano: Yitzak Shamir) ..
    Il gruppo Stern , in nome di sconcertanti affinità ideologiche, tentò addirittura di allearsi con il Terzo Reich per costruire uno stato israeliano affine alle potenze totalitarie nazifasciste . Ma gli inglesi uccisero i capi del movimento vanificando gli oscuri contatti con gli emissari nazisti. [...]

    [...] La nazione per Jabotinsky era frutto di fattori fisici come il sangue e il territorio che influenza gli uomini che lo abitano. Il sangue e conseguentemente la razza determinavano la psiche che, secondo lui, era all’origine di ogni creazione umana: arte, letteratura, scienza, religione. Le razze pure, secondo Jabotinsky, non esistevano così come le nazioni ideali, dato che le caratteristiche avrebbero dovuto essere: uno spettro razziale puro distinto da quello dei vicini, un linguaggio comune non preso in prestito da altri e un territorio abitato dall’antichità privo di minoranze etniche al suo interno. Secondo Jabotinsky si poteva tranquillamente difendere l’uguaglianza di tutti gli uomini e di tutte le tribù senza smettere di credere che la razza fosse un elemento fondamentale di tutta la civilizzazione e di tutta la storia. La pericolosità delle concezioni razziali che Jabotinsky stesso affermò di fronte all’antisemitismo nazista era quindi attenuata dalla mancanza di una razza dominante. La razza superiore restava un fattore determinante per i fascismi europei e per alcuni sionisti molto più a destra del capo revisionista, come Avraham Stern, fondatore del gruppo Stern, e Abba Ahimeir, membro dei Brit Ha’Birionim, fazione interna ai revisionisti poco tollerata. Questa concezione razziale, nel pensiero di Jabotinsky, rappresentava l’aspetto oggettivo e passivo della nazione cui si sovrapponeva quello soggettivo e attivo della coscienza individuale, che faceva perno sull’identificazione volontaristica con la nazione. Il laboratorio della nazione in fieri era il movimento giovanile Betar, che educava i giovani ebrei al rispetto della tradizione, alla disciplina, all’ordine, con una totale abnegazione verso l’ideale nazionale. Il Betar era la metafora della nazione ebraica e bisogna ricordare che l’adesione ad esso era puramente volontaristica. La macchina con i suoi movimenti sincronizzati era richiamata continuamente da Jabotinsky, assieme all’orchestra, con molteplici elementi, o la scacchiera, dove ogni pedina svolgeva il suo compito in armonia con gli altri elementi.
    Nel pensiero nazionalista jabotinskyano convivevano due aspetti classici del nazionalismo, uno scandaloso, basato sul determinismo razziale tipico del nazionalismo organicista del Novecento, e l’altro di tipo volontaristico, affine a quello mazziniano. Questa contraddizione nel pensiero del capo revisionista si manifesta in molti momenti della sua riflessione. Jabotinsky non aveva omogeneizzato le concezioni autoritarie e quelle liberali (di cui si dichiarava un instancabile sostenitore) trasformandole in una coerente sintesi.
    Le infatuazioni di Jabotinsky per la razza ebraica che tanto scandalizzano i benpensanti non tengono conto del fatto che molti pensatori sionisti avevano concezioni simili : l’idea dell’ebreo dotato di una specifica tipologia razziale è presente in Moses Hess, che evocava la purezza ebraica protrattasi nei secoli; in Max Nordau che vedeva la teoria della razza ebraica come baluardo contro l’assimilazione; e perfino nel giovane Martin Buber, il filosofo dell’Io e del Tu, che in una serie di conferenze del 1910 parlava del sangue che donava al popolo ebraico la sua sostanza. Semplificando si può sostenere che l’impiego del criterio razziale per molti sionisti era un mezzo per definire meglio la specificità ebraica e dare maggiore forza alle rivendicazioni di tipo nazionale. Tali concezioni erano sicuramente da condannare, ma alla fine del XIX secolo il dibattito non era tra razzisti e antirazzisti, bensì tra tendenze radicali e moderate dell’ipotesi razziale. Esistono filiazioni indiscutibili tra Gobineau e Chamberlain, Lagarde e Hitler, che facevano della razza la categoria che divideva gli eletti dai sottomessi; ma questo impone di distinguerli da altri uomini politici e intellettuali come Jaures, Peguy, Freud, Bernard Lazare, per i quali la razza era un sinonimo di popolo, gruppo umano unito da una comunità di destino. Jabotinsky, pur con qualche contraddizione, può essere inserito in questo gruppo di "razzisti moderati". Resta da aggiungere che intorno al 1860 l’antropologia era riuscita a donare una credibilità pseudo-scientifica all’idea di razza.

    [...] Jabotinsky risultava insopportabile alla grande maggioranza dei sionisti per la sua tenace opposizione a quell’idea di sionismo ancora oggi dominante, che vede la scelta palestinese come una opzione rivoluzionaria, stravolgendo la vita quotidiana dell’ebreo europeo, per lo più integrato, per renderlo protagonista di un progetto utopico sociale fondato sul primato del lavoro manuale. Il territorio doveva essere antropomorfizzato e l’ebreo "nuovo" doveva imparare a lavorare con le mani. Dice un vecchio proverbio che "dal porto di Odessa partirono per la Palestina novantanove ingegneri e uno stagnino, ma arrivati in Palestina scesero dalla nave cento stagnini". Il sionismo di Jabotinsky non era legato a nessuna rigenerazione sociale; chi era borghese doveva essere aiutato a rimanere un borghese specie se portatore di un consistente capitale privato in una terra che necessitava di tutto.
    Come mai il nazionalismo ebraico avrebbe dovuto, diversamente dagli altri nazionalismi, trasformare un orologiaio di Varsavia in un contadino di Tiberiade?
    Jabotinsky fu costantemente in polemica con il movimento socialista, colpevole di essersi unicamente preoccupato di accumulare beni immobili e denaro da distribuire ai suoi simpatizzanti in un antidemocratico progetto di egemonia nella terra di Palestina. L’ipotesi di Ben Gurion era quello di trasformare l’intera classe operaia in popolo e poi in nazione.
    Quello che si può rimproverare a Jabotinsky è la scarsa propensione al compromesso e l’eccessivo decisionismo. La scarsa capacità di mediare per raggiungere i propri obbiettivi impedì ai revisionisti di guidare l’Esecutivo sionista eletto al XVII congresso (1931). I delegati revisionisti erano saliti a 52 sui 254 totali. Gli uomini di Jabotinsky sommati a quelli dell’organizzazione sionista americana diretta da Emanuel Neumann e a quelli del Mizrahi avrebbero dato vita a una maggioranza alternativa a quella che si costituì con il Mapai al posto dei revisionisti. L’ostinazione revisionista nel pretendere che l’Assemblea sionista si pronunciasse sull’obbiettivo finale del sionismo (la costituzione di una maggioranza ebraica) e la pretesa di avere la metà dei seggi nell’Esecutivo scoraggiarono Neumann, che pure simpatizzava per le tesi revisioniste, costringendolo a rivolgersi al Mapai, molto meno pretenzioso e disposto al compromesso pur di isolare Jabotinsky. Jabotinsky, sdegnato dalla cautela del Congresso (favorevole in linea di principio alla proclamazione di uno Stato, ma deciso a ignorare le tesi revisioniste), strappò la sua tessera di delegato gridando di non sentirsi più in un Congresso sionista. La maggiore abilità politica di Weizmann e di Ben Gurion erano indiscutibili rispetto alla intransigenza e allo scarso pragmatismo di Jabotinsky, incauto e spesso troppo ottimista. [...]

    .
    "

    continua....
    Shalom!!!

  8. #8
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    continuazione

    (da www.storiainrete.com

    " Il secondo episodio "scandaloso" che ha fatto piovere su Jabotinsky accuse di autoritarismo di stampo fascista riguarda la "dichiarazione di Lodz" del 22 marzo 1933, con cui egli prese personalmente il controllo del partito revisionista sospendendo i poteri dell’esecutivo. Per legittimare questo colpo decisionista Jabotinsky, convinto della indiscutibilità della sua leadership, organizzò un plebiscito tra i militanti dell’alleanza dei sionisti revisionisti per contare i sostenitori del suo gesto. L’esito era fin troppo scontato e i voti a suo favore furono 31.724 contro 2.066. Quella di Jabotinsky fu di fatto una specie di dittatura temporanea da Roma repubblicana che gli consentì di far uscire i revisionisti dalla Organizzazione sionista ufficiale, ritenuta inutile, per crearne una completamente nuova (N.O.S.). Quella attuata da Jabotinsky si può considerare una vera e propria scissione parlamentare che, in condizioni normali (l’esistenza di uno Stato e di autonome istituzioni), avrebbe portato a una guerra civile. L’effetto ottenuto fu una semplice duplicazione della vecchia Assemblea sionista, che non rappresentava un atto illegale, poiché il mandato inglese non prevedeva un interlocutore ufficiale per il campo ebraico.
    La scissione separò nettamente i sionisti tra di loro avvelenando il clima politico e dimostrando la difficoltà della minoranza revisionista di Jabotinsky a sottostare ai voleri della maggioranza. Le attenuanti esistono però anche in questo caso, data la maggiore forza economica del partito "jacksoniano" di Palestina: il Mapai, che, secondo Jabotinsky, alterava la vita democratica del sionismo. Il diritto di voto nelle assemblee sioniste si otteneva comprando lo Shekel. I partiti più ricchi come il Mapai potevano così distribuire ai propri militanti gli Shekolim precedentemente acquistati per ottenere voti. La democrazia sionista, secondo il leader revisionista, diventava una sorta di sistema censitario ("ghevirocrazia"), dove le fazioni più ricche e "organizzate" si sarebbero sempre garantite la maggioranza degli ebrei. Tutto questo andava a scapito della maggioranza degli ebrei più poveri come quelli polacchi, aderenti in gran parte all'Alleanza dei sionisti revisionisti o al Betar. Le analisi di Jabotinsky erano confortate dalle sue dirette esperienze e dalla conoscenza di molte zone della Polonia, dove il partito Mizrahi aveva più aderenti dei partiti di ispirazione socialista, ma alle elezioni prendeva meno voti. Le critiche di Jabotinsky alla democrazia "bonapartista" dei socialisti tenevano conto della sistematica esclusione dei revisionisti operata da tutte le più importanti istituzioni sioniste: il Fondo ebraico, che non sosteneva chi non voleva vivere nelle comunità agricole; il sindacato, che oltraggiava i lavoratori del Betar o revisionisti privandoli della possibilità di lavorare; l’Agenzia Ebraica, dominata, secondo Jabotinsky, da "notabili plutocrati" usurpatori di consenso.
    Queste violente polemiche ricordano le accuse mosse dai leaders del sudismo americano come Calhoun contro la "classe politica organizzata"; quelle di Tocqueville contro la "tirannide della maggioranza"; quelle di Max Weber contro la "gabbia d’acciaio"per continuare con Mosca e gli altri "elitisti".
    Definire questo genere di critiche di stampo fascista (come comprensibilmente faceva Ben Gurion), è inaccettabile per chi si occupa di storia del sionismo, e risulta inoltre troppo semplicistico.
    Per quanto riguarda le polemiche relative alla "dichiarazione di Lodz" bisogna precisare che questo tipo di operazione era sicuramente non rispettosa della procedura democratica all’interno del partito. Il "putsch cesarista" di Jabotinsky resta un episodio negativo, ma bisogna sottolineare che molti erano i partiti dell’epoca governati da un uomo solo sia di destra che di sinistra. Lo stesso Ben Gurion venne ripetutamente accusato di usare metodi autocratici nella gestione del partito laburista. La famosa dottrina del "centralismo democratico" cara ai partiti comunisti o la gestione "personalistica" di molti partiti democratici ai giorni nostri rappresentano un esempio migliore?

    Le imbarazzanti affinità
    L’idea di Jabotinsky relativa alla risoluzione dei conflitti economici in Palestina mediante un arbitrato nazionale lo avvicina alla concezione fascista della società. Il conflitto di classe esaltato dai socialisti per ottenere miglioramenti salariali si concretava in scioperi e serrate che per la debole economia palestinese erano letali. La guerra sociale si scontrava con la concezione monistica jabotinskyana che vedeva il primato assoluto degli interessi nazionali su ogni tipo di interesse particolaristico come era quello degli operai palestinesi. Jabotinsky, pur utilizzando il termine "classe", preferiva dividere la società nei diversi settori dell’occupazione come l’industria, l’agricoltura, l’amministrazione e nelle diverse professioni, definendo di fatto una visione della società a canne d’organo verticali. La differenza tra i datori di lavoro e i prestatori di manodopera era riconosciuta, ma non vi era secondo lui lo sfruttamento dei lavoratori, dato che le loro condizioni erano spesso migliori di quelle dei piccoli commercianti. Questi erano abbandonati dalle istituzioni sioniste ufficiali non ricevendo di fatto nessun supporto economico. Il conflitto non portava a nessun ordine, dato che il potente sindacato palestinese poteva mettere in ginocchio le piccole industrie locali; la determinazione del salario non doveva quindi formarsi nello scontro, come sostenevano i socialisti e alcuni liberali, ma un organo neutrale come lo stato avrebbe dovuto stabilire d’autorità il giusto mezzo, svuotando di fatto il potere dell’Histadrut.
    L’idea di un arbitrato per dirimere i conflitti salariali e di una camera delle corporazioni da affiancare al parlamento (che manteneva le sue prerogative politiche) vennero espresse pubblicamente nel 1927 e nel 1928 in due articoli intitolati On the Zionist NEP e On the Zionist NEP again, e alla III Conferenza mondiale dei sionisti revisionisti. I giovani militanti del Betar, come abbiamo visto nelle pagine precedenti, venivano utilizzati da Jabotinsky per ostacolare gli scioperi, creando di fatto un conflitto violentissimo con il sindacato. Secondo il Rosh Betar, la nazione in via di costruzione non poteva tollerare nessun tipo di sabotaggio classista che diventava antinazionale.
    Il principio dell’arbitrato nazionale consisteva nel formare un’istanza giudiziaria che avesse il compito di trovare in ogni situazione il limite fino al quale si poteva aumentare lo stipendio dell’operaio e dell’impiegato, senza impedire la redditività delle imprese. La ricerca dell’equilibrio doveva essere compito esclusivo dell’autorità giudiziaria; gli altri metodi, nel disegno jabotinskyano, dovevano essere considerati un reato. I tribunali arbitrali dovevano essere eletti in tutto il territorio palestinese con elezioni non fondate sull'appartenenza politica o sul principio di maggioranza ma sull’accordo e la riconciliazione. Bisognava organizzare dall’interno ogni ramo dell’economia ebraica come i produttori di erbaggi commestibili, i produttori di ortaggi, i produttori di frutta, l’industria tessile, i mobilifici, i vari settori del commercio all’ingrosso e al dettaglio, le banche, le casse di risparmio, le professioni liberali.
    L’idea dell’arbitrato portata avanti dai revisionisti era figlia della frustrazione causata dallo strapotere del sindacato Histadrut, era il tentativo di rompere un monopolio creando un ordine armonico tra i vari settori dell’economia sostituendo la politica con la tecnocrazia.
    Jabotinsky, conscio della imbarazzante somiglianza delle sue teorie con quelle dei regimi fascisti europei, dichiarò di essersi ispirato alle politiche economiche del Fronte popolare francese guidato dall’ebreo Léon Blum. Le uniche somiglianze che si riscontrano con il programma revisionista riguardano la regolamentazione del credito. Questa prevedeva il controllo della Banca di Francia da parte di rappresentanti del potere esecutivo, legislativo, delle professioni industriali, agricole e commerciali, per togliere il credito e il risparmio dalle mani delle oligarchie economiche. Secondo Yaacov Shavit l’idea dello Stato corporativo come "soluzione" della crisi dei paesi industrializzati era, in fin dei conti, tipica degli anni tra il 1920 e il 1930 e non esclusiva dei regimi dittatoriali. Non a caso, alcuni esponenti dei conservatori inglesi, come Macmillan, Boothby e Stanley in un saggio intitolato "Industry and state", sostenevano la creazione di un piano per l’industria incentrato su di una autorità "coercitiva" mentre il piano del lavoro di Henri De Man adottato dal partito operaio belga nel 1933 tentava di sintetizzare libertà personale e solidarietà sociale.
    Pur contestualizzando le proposte revisioniste bisogna comunque specificare la differenza tra il semplice controllo dell’economia e il tentativo di bloccare i naturali conflitti sociali con istituzioni "neutrali". Il modello revisionista era volto a cercare l’armonia tra i vari settori dell’economia e delle classi sociali attraverso istituzioni apartitiche e neutrali. Il fascismo, invece, riteneva possibile fare questo solo con il controllo del partito. Le proposte di Jabotinsky in tema di economia erano lontane da quel liberalismo cui egli pretendeva di ispirarsi. Luigi Einaudi stesso esaltava i conflitti sociali come espressione di una società libera.
    [...] Paolo Di Motoli "


    Shalom

  9. #9
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    dalla rete

    " La storia: Nel ’43 il dramma degli Ovazza a Intra
    Passati per il camino

    L’ex scuola elementare Fermi, in Via Fratelli Cervi,dove
    oggi sono stati realizzati i nuovi uffici comunali, fu teatro di una vicendadrammatica nell’ottobre del ‘1943. Una famiglia di ebrei fu trucidata dainazisti; i loro corpi, tagliati a pezzi, furono bruciati nello scantinato. Perricordare questo avvenimento nel 1983 il Comitato della Resistenzanel Verbano murò una lapide a perenne ricordo. Particolari della stra-gedella famiglia Ovazza si trovano in “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo”, di Renzo De Felice. Fu un dramma doppiamente tragico, perché il padre Ettore Ovazza, un banchiere di Torino, era stato un fascista
    della prima ora. Squadrista, aveva partecipato alla marcia su
    Roma: Si ritirò dalla politica nel ‘38, alla promulgazione delle leggi an-tiebraiche.
    Nel ‘43, venduto ogni loro bene, Ettore, il capofamiglia, 51
    anni, con la moglie Nella Sacerdoti, 41 e i due figli Riccardo, di 20 e
    Elena di 15 anni, si trasferì a Gressoney con l’intenzione di espatriare in Svizzera. Il primo a tentare di raggiungere la Svizzera fu il figlio Riccardo.
    Ma fu tradito. Arrestato in Ossola mentre tentava di espatriare
    con un gruppo di croati, fu consegnato a Intra al tenente delle SS Gott-fred Meier. Torturato e ucciso il 9 ottobre fu tagliato a pezzi e bruciatonella caldaia nello scantinato della scuola femminile. Nello stesso giornouna pattuglia delle SS andò a prendere il resto della famiglia a Gressoney. Portati a Intra nello stesso locale dove era stato assassi-nato Riccardo, furono uccisi con un colpo in testa. Anche i loro corpi vennero tagliati a pezzi e bruciati come testimoniò il dipendente del comune,Rodomonte Cadenazzi, al processo: “Pulendo la caldaia notai vari frammenti di ossa calcinati”. Meier venne processato nel ‘54 a Granz per il caso Ovazza: ma fu assolto. Tornato in Carinzia (Austria)
    nel dopoguerra fu nominato direttore di una scuola statale. Processato in contumacia, nel 55, dal tribunale militare di Torino venne condannatoall’ergastolo. L’uomo che tradì gli Ovazza, tale Rudy Lecroz, invece,fu fucilato alla liberazione di Aosta dai partigiani.
    "

    Nel post iniziale di questo 3d si parla di Ettore Ovazza come il principale promotore della corrente fascista più integrale e decisa all'interno delle comunità ebraiche italiane. La corrente, che aveva l'ambizione di conquistare l'egemonia nelle comunità stesse (che fallì), pubblicava a Torino il proprio organo di stampa: LA NOSTRA BANDIERA, e pertanto fu definita anche come "dei bandieristi". I Bandieristi riuscirono tuttavia a far cooptare 3 loro membri, fra cui lo stesso Ovazza, nel Consiglio dell'Unione delle Comunità Israelitiche in Italia. L'avvento delle leggi razziali spiazzò gli ebrei fascisti, taluni dei quali, tra cui inizialmente lo stesso Ovazza, abiurarono dal proprio ebraismo per tener fede agli ideali fascisti. Ma tanto Ovazza che altri fecero presto marcia indietro. Quando i tedeschi, dopo l'otto di settembre 1943 invasero l'Italia "traditrice" gli amici degli Ovazza li misero in guardia. Ettore Ovazza ingenuamente si ritenva tuttavia al sicuro, in quanto riteneva di aver fatto "moltissimo per il fascismo" e aveva con sè lettere del Duce. Solo in extremis tentò la fuga, convinto dagli amici, ma tanto a lui che alla propria famiglia....andò proprio male. La furia razzista dei nazisti non rispettava la vita degli ebrei, neppure se avevano indossato la camicia nera della Rivoluzione Fascista del camerata Mussolini.

    Shalom!!!

  10. #10
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    da www.scuolaromana.it

    " MARGHERITA SARFATTI GRASSINI
    Venezia 1883 - Cavallasca (Como) 1961;
    critico d'arte, scrittrice, giornalista
    Nasce in una famiglia ebraica; un suo cugino, Giuseppe Levi (padre di Natalia Ginzburg) diventerà esponente dell’antifascismo torinese . Studia storia dell’arte sotto la guida di Antonio Fradeletto, appassionandosi alle teorie di John Ruskin. Frequenta Alberto Martini e Vittorio Pica. Sposata all'avvocato Cesare Sarfatti, si trasferisce a Milano nel 1902. Si impegna politicamente nel partito socialista ( è vicina ad Anna Kuliscioff) . La sua carriera inizia nel 1909, come responsabile della rubrica di critica d’arte dell’"Avanti!" . Nel 1911 Mussolini diventa direttore del quotidiano socialista e intreccia con la Sarfatti una relazione che andrà avanti per vent’anni. Nel 1918 entra a far parte della redazione del quotidiano di Mussolini il "Popolo d'Italia", divenendo nel frattempo collaboratrice di altri giornali, come "La Stampa" di Torino e "Gerarchia" (rivista di teoria politica), che dirige dopo il 1922 .
    Dal 1910 è l'animatrice di uno dei salotti intellettuali più esclusivi di Milano, al numero 93 di corso Venezia.che accoglie il gruppo futurista, letterati come Bontempelli, Ada Negri, gli scultori Medardo Rosso e Arturo Martini. Talvolta interviene lo stesso Mussolini. Obiettivo della Sarfatti è restituire a Milano un ruolo di centralità culturale, e a questo proposito si fa promotrice, con il gallerista (anche lui di origini ebraiche) Lino Pesaro, della mostra di Bucci, Dudreville, Funi, Malerba, Marussig, Oppo e Sironi (1923), primo nucleo storico del Novecento. Nel 1925 pubblica la prima biografia di Mussolini, Dux, presto tradotto in varie lingue) ; si occupa dell"'Exposition des arts décoratifs" di Parigi, e per i suoi meriti in proposito riceve l'anno successivo la Legion d'onore. Si precisano in questo periodo i risvolti "politici" della sua operazione in campo artistico: " Nei primi anni Venti - scrive E. Braun - si era avvicinata al clima del ‘Realismo magico’, che conservava atmosfere inquietanti e oniriche della pittura metafisica. Verso la fine di quel decennio sposò la retorica del vigore e della ‘disciplina’, in parallelo all’evoluzione conservatrice del Fascismo. Di 1930 accoppiò apertamente il Novecento al ritmo di passione combattiva e di fervente rinnovamento che doveva emergere dall'"opera redentrice del Fascismo" . Il duce in persona interviene, nel 1926 a Milano, all'inaugurazione della I Mostra del Novecento italiano, di cui la Sarfatti è teorica e infaticabile animatrice. Nel 1927, a Roma, organizza la mostra dei "Dieci artisti del Novecento italiano" nell'ambito dell’Esposizione degli Amatori e Cultori. Della sua vasta produzione saggistica va citata la Storia della pittura Moderna (1930), che testimonia del suo interesse per gli sviluppi dell'arte contemporanea europea. Nel 1929 prende corpo la nuova sistemazione delle arti basata sulle confederazioni regionali, che dà poi vita alle grandi mostre dei Sindacati e alle Quadriennali . In questa situazione viene gradualmente scavalcata dall'organizzazione messa in piedi da Oppo. Nonostante i suoi rapporti personali con il duce e la conversione al cattolicesimo avvenuta anni prima, non è risparmiata dalla legislazione antisemita del 1938 ed è costretta a riparare in Argentina, dove rimane fino al 1947 , continuando a occuparsi intensamente di critica d'arte. Tornata in Italia, pubblica il libro di memorie Acqua passata (1955) [dove la parola Fascismo è citata una sola volta, nota di PFB] . Nella sua collezione si trovavano opere di Guidi, Mafai e Socrate (che nel 1928 le fa il ritratto). Nel 1930, alla mostra di Mafai e Scipione alla Galleria di Roma, acquista il Ritratto di donna (1928) di Mafai.

    Bibliografia: E. Braun, Dal Risorgimento alla Resistenza: cent’anni di artisti ebrei in Italia, in Ital Yà, catalogo della mostra, Ferrara 1990 (in precedenza a New York, con il titolo Gardens and Ghettos); P. Cannistraro, Margherita Sarfatti, Milano 1993.

    "




    Shalom!!!

 

 
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