Perché Big Mac non ci piace più?
Sulla crisi generale di McDonald's, che ha chiuso molti ristoranti tra cui otto in Italia, parla Carlo Petrini, creatore di Slow Food. La celebre polpetta ha portato pulizia nella ristorazione economica americana, ed è una risorsa a buon mercato per i più poveri. Ma non funziona più «la pretesa volgare e violenta che tutti portino il cervello e lo stomaco all'ammasso»
L'annunciata chiusura di otto ristoranti McDonald's in Italia è un tassello della crisi globale della company degli Archi dorati e, più in generale, delle multinazionali dei fast food. Entrate in sofferenza alla fine del Novecento (potenza simbolica del calendario!) nel nuovo secolo hanno assaggiato i primi bilanci in rosso. Nel 2002 vendite e fatturato sono tornati a crescere, si affanna a dire McDonald's per mascherare la crisi. Ma questo significa poco per una company che trae i maggiori profitti dalle royalties e dall'affitto degli immobili pagati dai licenziatari. Il dato che fa testo nel sistema McDonald's è il numero dei ristoranti. E questo, da un paio d'anni, non cresce più ai ritmi programmati dal quartier generale di Chicago. Anzi, la company ha chiuso quasi un migliaio di ristoranti a gestione diretta (tra questi gli otto in Italia), mentre resta ignota la moria dei locali in franchising.
Tutto miele per le orecchie di Carlo Petrini, fondatore dello «Slow food», l'associazione nata per contrastare «con una buona dose di lentezza» un modello imperiale di alimentazione «frenetico, invasivo, distruttivo, standardizzato». Dunque, «abbiamo vinto», maramaldeggia Petrini, fresco della laurea in antropologia culturale conferitagli honoris causa dall'università di Napoli. La crisi di McDonald's gli pare, oltre che meritata, «irreversivile» se a Chicago non riusciranno a «inventare qualcosa di nuovo e di grosso». Fin qui i tentativi di rivitalizzare il Big Mac sono falliti. McDonald's si è rivelata «un colosso con i piedi d'argilla».
Prendiamola un po' più bassa, Petrini. Mai entrato in un McDonald's?
No, mi dà fastidio l'odore. Il rapporto più ravvicinato l'ho avuto con il panino rotondo molliccio e plasticoso dove mettono dentro la polpetta. Roba che non fa per me. Il mio rifiuto, più che ideologico, è organolettico.
Nel modello e nella storia di McDonald's, l'ultima catena fordista-taylorista, è proprio tutto da buttare?
L'unico merito che le va riconosciuto è d'aver contribuito a migliorare le condizioni ingienico-sanitarie nella distribuzione del cibo negli Usa. Negli anni '50 erano ancora indecorose. Hanno portato un po' di pulizia.
Il difetto peggiore?
Quel che si mangia, se si considera McDonald's un banale ristorante. Ma gli Archi dorati sono molto di più e allora il vizio originario è l'invasione alimentare che McDonald's ha realizzato per mezzo secolo, la pretesa volgare e violenta che tutti portino il cervello e lo stomaco all'ammasso. E' una cosa che non si può fare perché il cibo, ancor più della lingua, è una delle radici più profonde dell'identità e della cultura. Alla lunga, la diversità alimentare ripresenta il conto. Sta succedendo così anche negli ex paesi dell'Est. Prima della caduta del muro di Berlino, il logo degli Archi dorati era il simbolo-vetrina dell'occidente agognato. Lì McDonald's ha sfondato facilmente, ma l'infatuazione è durata cinque o sei anni. Poi il cordone ombelicale con la cucina locale riprende il sopravvento.
Per fronteggiare questa insidia o per assecondare la riscoperta dei cibi «etnici» Mc Donald's, che si vantava di servire lo stesso identico Big Mac in tutto il globo, ha provato a differenziare i menu a seconda dei gusti e delle tradizioni locali. E' stato un fallimento e ora è tornata sui suoi passi.
Ha fallito perché non ha la cultura per essere davvero glocal, per interpretare un'autentica regionalizzazione alimentare. Se le materie prime restano un disastro, se le assemblo con gli stessi metodi standardizzati, il risultato non cambia. Come diciamo in Piemonte, non si può fare il vino con i salici. L'etnicizzazione del fast food è in un certo senso un ossimoro. E' stato un escamotage, un tentativo inutile d'imbellettamento. Intendiamci: questo vale per tutti i prodotti da supermarket, per i preconfezionati da bar. Anche lì ce ne sarebbe da dire...
La crisi delle grandi catene di fast food viene spiegata con svariati motivi, dall'11 settembre alla mucca pazza.
Non nego che questi elementi abbiano inciso. Sono convinto però chi i motivi principali siano altri. Ci sono ragioni organolettiche: il cibo, semplicemente, non è buono. E poi, soprattutto, la protervia delle multinazionali ha innescato una reazione di rifiuto di un modello imposto dall'alto e dall'esterno.
McDonald's, però, è in crisi anche negli Stati uniti. Come lo spieghi?
Con le trasformazioni che ci sono state. Anche negli Usa è cresciuta l'attenzione alla qualità e alla biodiversità. Vent'anni fa giravi tutti gli States e trovavi solo due marche di birra. Adesso ce ne sono duemila, tutte buonissime. Il pane una volta era solo quello bianco da toast, adesso ci sono fior di panettieri che danno dei punti ai nostri. In California le colture biologiche hanno conquistato terreno. Sono trasformazioni non di massa, l'ammetto, ma neppure d'elite. Persino il successo del libro di Eric Schlosser Fast Food Nation (in Italia l'ha pubblicato con lo stesso titolo Marco Tropea editore, ndr) dimostra che anche gli americani ne hanno le palle piene di scatolette e porcherie.
Ammesso che la crisi dei fast food sia irreversibile, non temi che il danno compiuto sia comunque irrimediabile?
Hanno plasmato il gusto d'intere generazioni, hanno creato allo stesso tempo dipendenze e idiosincrasie alimentari, ristretto addirittura il campo cognitivo. Da una ricerca dell'Asl di Brescia risulta che i bambini oltre a non conoscere odori e sapori dei cibi «naturali», non ne riconoscono neppure le forme. Per uno su quattro la zucchina è un oggetto sconosciuto. Per tanti è la mela verde a sapere di dentrificio, non viceversa.
Non disperiamo. Quella ricerca dimostra che basta un po' d'educazione alimentare per rialfabetizzare il gusto. Molti giovani hanno smesso di farsi di Nutella, stanno tornando a bere vino buono. Non sono così ottimista da immaginare la scomparsa del cibo spazzatura. Penso che in prospettiva la popolazione dell'occidente ricco - attenzione, sto parlando di noi privilegiati - si dividerà tra chi considera il cibo solo un carburante per stare in piedi e chi gli attribusce un valore di piacere, di comunità. La linea della differenza alimentare, che in passato ricalcava quella di casta, sarà di tipo culturale, non economico.
Non mi pare proprio. Nel Nord del mondo i poveri mangiano di più ma peggio dei ricchi. Gli obesi sono i poveri dell'occidente ricco. Le caste, le classi a tavola continuano a esistere, anche tra di noi.
Fatto così, questo discorso sulla ricchezza è una fregnaccia. In Italia una famiglia media spende per telefonini quasi quanto spende per mangiare. Io dico che bisogna spendere di meno per il cellulare e di più per mangiare, magari meno ma meglio. Non è una questione bruta di soldi, dunque, ma di dove si sceglie di metterli. Il cibo non deve costare poco, questa per me è una verità assoluta. Solo così si ha qualità e varietà, non si svilisce il lavoro, si rispettano i diritti, si tutela l'ambiente.
Però solo da McDonald's si può fare un pasto completo con meno di 5 euro. Nei ristoranti di Milano metà dei clienti sono immigrati. Non è del tutto strampalato che McDonald's si consideri un servizio sociale, una mensa dei poveri.
Di fronte agli immigrati costretti a mangiare merda dichiaro la mia impotenza. Ma di qui a considerare McDonald's un ente benefico ce ne corre.
Più insidiosi i fast food o gli ogm?
Gli ogm, sicuramente. Invadono il territorio e le culture silenziosamente, in modo subdolo. Sbandierano la fola che grazie a loro si vincerà la fame nel mondo, quando l'unico risultato certo sarà quello di far dipendere le agricolture del terzo mondo dalle multinazionali delle sementi. I fast food, invece, sono più visibili e il successo ormai devono sudarselo.
Manuela Cartosio




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ariel in crisi! Ti sta andando male anche il tuo modello. Come farai, povero piccolo?

