....problemi.

Roma. Assente dal tavolo che decide dei progressi della road map, auto-emarginata dal processo di ricostruzione dell’Iraq, umiliata dagli Stati Uniti, l’Arabia Saudita dà ormai segni crescenti di scollamento sul piano interno.
Il 12 agosto violenti scontri a fuoco nelle strade di Riad hanno portato – pare – all’arresto di dieci militanti armati; subito dopo la British Airways decide di sospendere i voli con l’Arabia Saudita, mentre il Dipartimento di Stato invita i cittadini americani a differire eventuali viaggi nel paese a causa di insistenti notizie di attività terroristiche.
A seguire, prese di posizione politico- religiose di autorità saudite, in apparenza rassicuranti, ma in realtà sintomi di un ulteriore aggravamento della crisi.
Infine, con un ritardo di anni, il concilio degli ulema sauditi emette finalmente una fatwa, una sentenza islamica, in cui condanna senza mezzi termini il terrorismo musulmano e sostiene
espressamente che “quello in corso non è un jihad, secondo i criteri dettati dal Profeta”.
L’attacco del principe reggente Abdullah ai fiancheggiatori dei terroristi e questa fatwa danno il segno che le autorità politiche e religiose saudite sono ormai consapevoli del fatto che il fenomeno non è marginale, che coinvolge settori interni alla stessa corte saudita, che è condiviso da una vasta platea di fedeli musulmani.
E’ un ribaltamento totale del punto di vista, sul terrorismo, dei sauditi che fino al 12 maggio scorso (35 morti negli attentati di Riad) sembravano impegnati soprattutto a depistare e intralciare le indagini condotte dagli americani, secondo tecniche adottate sin dai tempi dell’inchiesta sull’attentato alla nave U.S. Cole.
Ma la decisione di reprimere i terroristi sul piano interno – dopo anni di acquiescenza – non significa l’inizio di una seria collaborazione con gli uomini dell’antiterrorismo americano, come è stato riferito al Senato degli Stati Uniti da due fra i massimi esperti sul tema: John Pistole, responsabile del controterrorismo del Fbi, e Richard Newcomb, responsabile delle indagini estere del Tesoro americano. L’uno e l’altro hanno infatti dato conto di un “coordinamento complesso” delle indagini e di “silenzi tombali” da parte saudita.

I due senatori sul Washington Post
La vischiosità delle autorità politiche saudite è tale che gli Stati Uniti decidono il rifiuto, frapposto personalmente all’ambasciatore di Riad a Washington, Bandar bin Sultan, di consegnare 28 pagine dell’istruttoria ufficiale del Congresso sull’11 settembre, pagine segretate, con avallo personale dello stesso presidente George W. Bush.
In questi documenti si parla, secondo indiscrezioni riprese dalla rivista National Review, dell’attività del terrorista Omar al Bayoumi, in contatto con due fra i 19 dirottatori delle Twin Towers e dei rapporti fra le varie organizzazioni “caritatevoli” saudite (una delle quali legata alla moglie dell’ambasciatore negli Stati Uniti) e gli uomini di al Qaida.
Il rifiuto di rendere pubblica questa parte del rapporto ha evidenti intenzioni politiche, ai limiti della provocazione, perché non può essere motivato da altre ragioni se non dalla esibita mancanza di fiducia dell’Amministrazione americana nei confronti dei sauditi.
Per un apparente paradosso, infine, la caduta verticale di affidabilità della dinastia saudita nei circoli repubblicani di Washington, rafforza la posizione di Ariel Sharon e del Likud. Nei primi anni 80, infatti, si registrò la più grave crisi nelle relazioni israeloamericane, a causa della decisione dell’Amministrazione Reagan, cui non era estraneo George Bush, di spostare in Arabia Saudita lo schieramento strategico, fino al ’79 dispiegato nell’Iran dello scià, inclusi gli aerei Awacs: decisione ferocemente contrastata da Menahem Begin, Yitzhak Shamir e Ariel Sharon, allora ministro della Difesa.
Appagati dalle pulsioni anticomuniste dei sauditi, i repubblicani, come d’altronde i democratici, non hanno mai valutato negativamente l’ideologia wahabita, nonostante Riad si sia sempre rifiutata di aderire alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo dell’Onu e ne abbia imposta una “islamica” ai paesi musulmani.
Oggi, come fa fede l’articolo pubblicato ieri sul Washington Post e scritto da due senatori, Jon Kyl (repubblicano) e Charles Schumer (democratico), a Washington s’inizia invece a mettere in relazione l’ideologia ufficiale del regno – l’Islam wahabita – con le scelte oscurantiste del regime e con il consenso diffuso nei confronti del terrorismo radicato in tutta la penisola arabica.

da il Foglio di oggi

saluti