IRAQ: CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO
Di Ugo Bardi. 22 Agosto 2003
verdifiesole@tiscali.it

Doveva essere tutto semplice: una marcia trionfale su Baghdad, le truppe occidentali accolte con entusiasmo. Qualche mese di occupazione, il tempo di indire libere elezioni, e poi tutti a casa. Gli Iracheni sarebbero stati talmente grati di essere stati liberati dal tiranno Saddam che avrebbero allegramente pompato il loro petrolio per gli occidentali in quantita' e basso costo. A questo punto, nessuno avrebbe avuto voglia di guastare la festa andando a ricordare dei dettagli imbarazzanti quali le famose "armi di distruzione di massa".

A distanza di qualche mese dall'invasione, invece, siamo di fronte a un disastro di portata tale che neanche il piu' accanito oppositore della guerra se lo sarebbe potuto immaginare. Gli attentati e i sabotaggi sono solo un sintomo della tragica situazione in cui si trovano gli iracheni dopo l'invasione.

Non e' stata cosa da poco la strage di Iracheni. Non si sa esattamente il numero di morti, sicuramente decine di migliaia comunque e che portassero un'uniforme o no fa poca differenza. Ma i morti riposano in pace, sono i vivi a dover tribolare. La prima conseguenza dell'invasione è stata la distruzione delle infrastrutture del paese: poca elettricità e poca acqua potabile vuol dire un disastro in un clima come quello dell'iraq. Sparita la polizia e l'esercito, Baghdad e' diventato un Far West senza legge dominato da bande armate che controllano il mercato della droga, delle armi e della prostituzione. Con i ministeri bombardati e saccheggiati, non si sa più nemmeno chi era proprietario di cosa e si puo' immaginare la situazione dei cittadini indifesi. In mezzo ai criminali, si sono inseriti fanatici e terroristi di ogni tipo: al tempo di Saddam non sarebbero sopravvissuti un giorno, ora hanno trovato un terreno fertile per le loro violenze. Nel marasma generale, gli americani si aggirano come il classico elefante nel negozio di bicchieri. I soldati americani non parlano la lingua locale, non conoscono la cultura e le usanze del posto, non sanno nemmeno leggere i nomi delle strade. Si puo' immaginare con quale efficacia e con quale giustizia conducano la loro azione.

Le infrastrutture si potranno ricostruire e una nuova polizia è in corso di reclutamento (tutto, da notare, a spese degli iracheni). Quello che non si potra' comunque rimettere insieme e' l'infrastruttura industriale e agricola del paese. In 12 anni di embargo commerciale, l'Iraq era riuscito a sopravvivere - se non a prosperare - in una situazione difficile ma che perlomeno dava cibo e lavoro agli iracheni. Oggi, l'Iraq si è trasformato in un paese di disoccupati. Oltre al licenziamento imposto dall'alto dei militari, della polizia e di tutti quelli che avevano la tessera del partito Baath (ed erano tanti) l'invasione militare è stata accompagnata da un'invasione di merci a basso prezzo che ha completamente messo fuori mercato l'industria locale. L'agricoltura, poi, ha subito danni enormi - probabilmente irreversibili - sia dalla guerra stessa sia dal crollo del sistema di irrigazione. In queste condizioni, l'economia irachena e' destinata a "saudizzarsi" irreversibilmente, ovvero a diventare un economia totalmente parassita delle rendite petrolifere. E' un tipo di economia che può dare un'illusione di ricchezza finche' c'e' petrolio da vendere, ma già verso il 2010 si stima che la produzione irachena comincera' a declinare. Dopo di che gli iracheni si troveranno, letteralmente, con un pugno di sabbia in mano.

Ma il petrolio? Il maledetto petrolio, quello per cui la guerra e' stata fatta? Dopo mesi dalla fine delle ostilita', la produzione irachena non e' ancora tornata ai livelli del tempo di Saddam ed e' improbabile che ci ritorni a breve scadenza a causa dei continui sabotaggi e della situazione instabile. I prezzi del petrolio sul mercato mondiale rimangono alti, la prospettiva di "inondare il mercato" con il petrolio iracheno sembra sempre più remota. La guerra e' costata oltre 75 miliardi di dollari e Il costo dell'occupazione e' stato stimato dal ministro della difesa americano Rumsfeld come circa 50 miliardi di dollari all'anno (ma probabilmente è di piu') per le sole truppe americane. A fronte di queste cifre, consideriamo che l'Iraq esportava petrolio per circa 25 miliardi di dollari all'anno prima dell'invasione ricavandone dei profitti che probabilmente non andavano oltre i 15 miliardi di dollari. Anche se si riuscisse a raddoppiare la produzione irachena, in termini economici l'occidente avra' sempre fatto un pessimo affare invadendo l'Iraq.

Quello che emerge oggi chiaramente e' la completa assurdita' di tutta la faccenda. Abbiamo fatto la guerra all'Iraq per rispondere a una minaccia che non esisteva (le armi di distruzione di massa). Dobbiamo oggi restarci per rispondere a una minaccia (il terrorismo) che e' stata creata dall'invasione stessa. Abbiamo invaso l'iraq per "prenderci il petrolio" quando gli iracheni non chiedevano altro che potercelo vendere liberamente. Volevamo liberare gli iracheni da un dittatore e li abbiamo resi schiavi della miseria, del terrore e della criminalita'. Abbiamo invaso l'Iraq per combattere il terrorismo e abbiamo creato un paradiso per i terroristi.

Insomma, un classico caso dove ci hanno rimesso tutti e dove tutti ci stanno ancora rimettendo (a parte, ovviamente, certi settori industriali che avranno degli enormi profitti). Le prospettive per il futuro non sono buone, e l'unica risposta che abbiamo visto per il momento e' la proposta del senatore John McCain di aumentare ulteriormente il numero di truppe americane in Iraq. Si parla
oggi della necessità di 370.000 uomini (oggi sono circa 150.000) per controllare efficacemente il paese. C'e' chi dice addirittura che ci vorrebbe mezzo milione di uomini. A parte i costi spaventosi di una cosa del genere, un'ulteriore repressione militare potrebbe ridurre il numero di attentati, ma non risolvera' i problemi di fondo del paese. Quello che e' necessario una seria autocritica e che qualcuno faccia dei passi indietro per rimediare il rimediabile e rimettere il destino dell'Iraq nelle mani degli iracheni. Qualche barlume di questa autocritica sembra cominciare a farsi strada sulla stampa americana, e persino l'arci-guerriero "New York Post" e' arrivato a criticare il piu' furioso rappresentante del "partito della guerra", Paul Wolfowitz, per i suoi evidenti errori di valutazione prima della guerra. Chissa' che dal disastro non ne possa venire almeno un ripensamento e una lezione per evitare errori ancora peggiori nel futuro.

************************************************** **Per questo articolo, i dati sulla situazione in Iraq sono stati ricavati
da varie sorgenti, fra le qual "The Economist", "The Guardian", "The New York Times", e soprattutto la newsletter "iraq action coalition" (iac-discussion@yahoogroups.com).
I dati sul numero di truppe stimate come necessarie in Iraq sono presi da un editoriale del "New York Post" del 22 agosto 2003. I dati sul petrolio sono presi dal sito dell'ASPO (Association of Scientists for the study of Peak Oil, www.asponews.org )