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Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: Ipse dixit

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    Predefinito Ipse dixit

    Avete mai letto Niceforo?

    Ecco cosa scrive
    nel suo libro "Italiani del Nord e Italiani del Sud", edito nel 1901.


    "La differenza antropologica tra gli italiani del Nord e quelli del Sud, determina eziandio una spiccata differenza psicologica tra i caratteri delle due popolazioni. Il carattere del piemontese - infatti - non è quello del siciliano, ed essi divergono, appunto, come diverge la psicologia dei popoli nordici (Arii) da quella dei popoli meridionali (Mediterranei).


    Il piemontese ricorda un poco - nelle sue linee generali - la psicologia del celto, dello slavo e del germanico, dei quali è fratello nella razza; il siciliano rammenta, invece, la psicologia del greco e dello spagnuolo del sud, ed essi tutti sono appunto rami della medesima stirpe mediterranea.


    Come vi sono dunque - in linea generale - due razze: gli arii al nord e i mediterranei bruni al sud; così vi sono due diverse e quasi opposte psicologie collettive.


    I mediterranei bruni, abitanti il sud-Italia, hanno, come nota principale della loro psicologia, l'enorme eccitabilità del proprio "io". Essi non camminano, corrono; non si muovono, irrompono; hanno sempre furia di cominciare e di finire, - amano la celerità, il rumore, l'instabilità - esagerano tutto: dell'uomo che non ha retto giudizio dicono che è insensato; di quello che ha del talento dicono che è un genio, di quello che non ha molto spirito, che è uno sciocco. Hanno tutto in rilievo, il gesto, lo sguardo, la parola, lo stile, l'esclamazione; concepiscono rapidamente, perché il loro "io" guizza celermente su ogni cosa, quasi in uno stato di sovreccitazione, ma non approfondiscono nulla o quasi nulla; hanno ipertrofico il sentimento e intermittente l'energia. Per questa continua irrequietezza dell'"io" sono mobilissimi nelle idee, impulsivi ed amanti delle ribellioni, pronti a farsi trasportare ad azioni che, dopo lo scoppio bruciante ed impulsivo del momento, essi stessi deplorano, e proclivi a decidere a colpi di testa gli avvenimenti anche più importanti.


    Al contrario, gli arii mancano quasi completamente di questo eccesso di mobilità dell'"io". Il loro "io" è tardo, freddo ed incline a lasciarsi assorbire passivamente dall'organizzazione collettiva. Il loro "io" non li trascina, eccitato e quasi ubbriaco come è presso i mediterranei bruni, a correre per il mondo, ad agitarsi e ribellarsi, a guizzare di idea in idea e di fatto in fatto, ma al contrario li attacca alla patria, al suolo, al focolare. I "brachicefali" (arii) diceva Galton, "hanno lo spirito gregario degli armenti". Sono infatti masse docili malleabili, che non si agitano vanamente, dietro cento idee e mille aspirazioni, ma che si piegano pazientemente al buon senso della vita pratica; amano i fatti, i calcoli e gli atti.


    Gli arii, avendo l'"io" più docile e meno eccitabile, hanno un sentimento di organizzazione sociale assai più sviluppato che non sia presso i mediterranei bruni, i quali, avendo l'"io" eccitabile e mobilissimo, hanno più sviluppato il sentimento individualistico e si ribellano ad ogni spontanea organizzazione collettiva e sociale. Mentre nella stirpe aria l'individuo facilmente si fonde nell'aggregato, senza nessun sacrificio, e si considera come parte od elemento dell'unità sociale sulla quale non aspira di innalzarsi per dominarla, presso i mediterranei bruni, al contrario, ogni individuo vuole emergere dalla massa sociale, anche quando sia necessario di rimanere come molecola dell'unità indivisa. Moltiplicando in tutta una folla questi caratteri, trovasi il sentimento di anarchia da un lato, e quello dell'ordine dall'altro, come fenomeno naturale e comune. Insomma, presso gli arii è facile organizzare gli individui in masse, e disciplinarli, presso i mediterranei bruni, invece, questo lavoro è impossibile perché ogni individuo, tratto dal suo "io" irrequieto e mobilissimo, non vuole e non può lasciarsi assorbire dalla massa.


    Gli arii hanno tenace e pazientissima l'attenzione, perché l'"io" trova nella sua freddezza e nella sua lentezza, una grande forza per non distrarsi: hanno spiccatissimo il senso pratico della vita, perché il loro "io", non mai distratto da emozioni banali, non mai scosso dagli uragani psicologici di una fervida immaginazione, non mai tratto a vagare su cento obbietti della impulsività, e reso tenace dalla forza di volontà e dalla pazienza, può concentrarsi sugli oggetti anche minimi della vita spicciola, comprenderli e sviscerarli al lume di una serena ed instancabile riflessione...




    Niceforo divide le popolazioni "italiane" in due razze distinte : gli arii al Nord , i mediterranei al Sud. : "I crani arii si trovano nel Nord-Italia , dominano nella valle del Po , e s’infiltrano più o meno numerosi nell’Italia centrale fino alla valle del Tevere ; i crani mediterranei predominano invece al sud e nelle isole : il che indica una distribuzione ben netta delle due stirpi nei due estremi d’Italia , con una certa mescolanza nel centro" ed ancora "oggi l’Italia è pur sempre divisa, in linea generale, in queste stesse due zone abitate dalle due razze diverse , gli ari predominanti al nord e fino alla Toscana( celti e slavi), e i mediterranei predominanti al sud. E gli attuali ari dell’Italia settentrionale , vale a dire i piemontesi , i lombardi, i veneti , i romagnoli , che appartengono a quella stirpe che venne a invadere l’Europa primitiva , sono perciò - antropologicamente - fratelli dei tedeschi , degli slavi, dei francesi celti ." Involontariamente , date le cognizioni scientifiche dell’epoca , Niceforo fu un assertore del concetto di "imprinting" ante-litteram .Tali teorie , al riguardo delle due stirpi , divennero abbastanza comuni nell’ambiente accademico dell’epoca , prima di venire soppiantate dai nazionalismi guerrafondai . A.Mosso , nell’opera " Le cagioni dell’effeminatezza dei popoli latini"( Nuova Antologia " , 16 Nov. 1897) dice : "La popolazione dell’Italia settentrionale è poco diversa dalle razze anglo-sassoni".
    Per ciò che riguarda i mediterranei , Niceforo suddivide questa categoria in due tipi differenti meditarranei bruni e mediterranei biondi ( che sarebbero assimilabili ai mediterranei inglesi ) e riconduce il tipo mediterraneo "più vicino alla spagnuolo, al greco, che non al piemontese ; e viceversa il piemontese è - per razza - più fratello di uno slavo o di un tedesco di quel che non sia un siciliano ".
    Il Butter fa eco nei suoi "Alps and Sanctuaries" : "Gli italiani del nord sono più somiglianti agli Europei del nord, tanto nel corpo quanto nella mente, di qualunque altro popolo io conosca".
    Il Niceforo parla della nostra famiglia aria come risultante dell’unione di due civiltà : quella dei proto-celti e quella , più tardiva dei proto-slavi , che vennero attraverso le Alpi-orientali , ad occupare la regione veneta e quella bolognese " collocandosi accanto ai fratelli invasori della valle del Po"
    L’opera prosegue per 620 pagine circa , con catalogazioni , tabele numeriche e grafiche : dati scientifici atti a zittire le critiche dei "patriottardi" ai quali egli volle rispondere contro i "Seguaci di una scuola che , alle aprioristiche e metafisiche affermazioni e denegazioni , antepone lo studio vivo e palpitante dei fatti reali , offriamo , come risposta alle critiche e come nuova affermazione delle nostre credenze, questa lunga serie di fatti . I fatti , se non ci sbagliamo , valgono assai più delle parole e delle idee astratte : queste sono carta moneta senza valore , mentre quelli sono moneta in oro . "
    Attualmente , al di fuori degli italici confini , la differenziazione tra le due razze è riconosciuta : "Mediterranei dinaricizzati Tipi residui dell’ibridizzazione risultante dal miscuglio tra Mediterranoidi, Dinarici, Alpini o Armenidi ) ; non un tipo compatto, ha diverse varianti regionali ; elemento predominante [sopra il 60%] in Sicilia e nell’Italia meridionale , importante elemento in Turchia [35%], Siria occidentale, Libano ed Italia centrale, comune in Francia [15%] ed Italia settentrionale"(in The Races of Humanity ,in Richard McCulloch " The Nordish Quest ",pubblicato da Towncourt Enterprises, Inc., P.O. Box 9151, Coral Springs, FL 33075). Risulta ovvio che la percentuale del 15% dichiarata quale "comune"( aggettivo che il McCulloch fa corrispondere con una percentuale "minoritaria" tra il 15% ed il 25%)è il risultato degli ultimi 20 anni di politica utilitaristica a spese della nostra Terra. Sul valore e sulla superiorità di alcune qualità dei celto-germani della Gallia Transalpina( o Cisalpina) prima e della Langbard poi , si sono espressi molti studiosi e teorici come De Gobineau e Chamberlain : il primo fu assertore di una netta superiorità dei Longobardi rispetto ad altri popoli germanici più o meno "ortodossi" ( "Come non è raro trovare nella Foresta Nera o nei dintorni di Berlino , tipi perfettamente celtici o slavi, così è facile osservare che nella natura dolce e poco attiva dell’Austriaco o del Bavarese non ha nulla a che fare con quello spirito di fuoco che animava il Franco od il Longobardo,il secondo era predisposto a notare più una grande eredità che un effettivo valore della nostro ramo slavo-celto-germanico : "Può darsi che i Galli totalmente romanizzati abbiano voluto differenziarsi dai loro vicini Franchi o Burgundi , così come più tardi i Galli stanziati da secoli nel Nord-Italia , che Floro rappresenta come "super-uomini" [corpora plus quam humana erant] , facendoli ancora rassomigliare fisicamente ai Germani , ma non solo fisicamente , giacchè avevano in comune la voglia di migliorare , la giogia e la propensione per la lotta e la guerra - come più tardi i Goti - che li spingerà a guerreggiare sino in Asia , il loro amore per il canto...Tutto questo rappresenta un segno tangibile della fratellanza razziale celto-germanica , mentre sarebbe più arduo trovare simili contatti con i ceppi greco-italici".

    UNa cosa..Niceforo era siciliano.....
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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  2. #2
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    Scrive sempre il NIceforo" il popolo napoletano è il popolo-femmina accanto agli altri popoli, per esempio il settentrionale
    d' Italia , il tedesco, l'inglese, che sono popoli-maschi"
    Caratteristica del popolo-donna è "la mancanza assoluta del coraggio collettivo, mancanza che si è sempre manifestata attraverso i secoli e che ha fatto dei meridionali" dei perpetui fuggiaschi di fronte al nemico".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Al conte di Cavour, sul Mezzogiorno d'Italia

    Roma, 20 luglio 1858. Dal Duca Gramont di Salmour al Conte Camillo Benso di Cavour."Del resto siate sicuro che se non sarete in guerra con gli altri Stati dell'Italia Meridionale, non sarete mai amici e neanche alleati sinceri. E ciò non è affatto a causa della differenza radicale dei costumi, del carattere, della mentalità, delle consuetudini,di tutto: in una parola. Questa differenza, tutta a Vostro vantaggio, è certamente una delle più notevoli che esistano in Europa, e la Razza sia degli Stati Romani che di Napoli è più lontana dal tipo Piemontese di quanto non siate Voi dallo Svedese, dall'Inglese e perfino dal Lappone. Chiamiamo le cose col loro nome: non c'è razza umana più imbastardita nel morale, più avvilita, più depravata di questa. E' letteralmente incapace di alcunché di buono se non di mentire su se stessa ed usare il suo notevole intelletto naturale a mascherare la realtà del suo carattere. Nulla potrebbe accadere di più infausto al Piemonte che di aprire agli Italiani del Mezzogiorno (Sud) le porte del suo Parlamento e della sua Amministrazione, poiché con loro entrerebbero immancabilmente la venalità, la codardia, l'impostura e la concussione. Tutto ciò che è insito nel sangue di tutte le classi è la causa di ogni male. Nessuno osserva la legge, qualunque sia: dura o clemente. Il despotismo è la regola per tutti.Non accusatene il Governo, sarebbe ingiusto, poiché non potrebbe agire altrimenti senza contravvenire alle usanze. D'altronde non gli si obbedisce e non obbedisce, e poi coloro che governano sono dello stesso sangue dei governati e tutti si capiscono. Alcuni oppositori dicono che fuori di Roma nelle legazioni è un'altra razza. Vi ho creduto dapprima, ma mi sono profondamente ricreduto. Sono altrettanto vili, incapaci, un po' più corrotti, ecco tutto.Questa razza, ricordate ciò che Vi dico, sarà il flagello d'Italia e chiunque sogni per il Nord delle province italiane un avvenire nazionale deve ricacciare col piede questi ateniesi servili, artisti mancati, avvocati ciarlieri, strilloni da caffè, soldati di pane pepato che non meritano di essere raffrontati agli ardimentosi Piemontesi. Non perdete più tempo ad occuparvi di loro, credetemi, essi hanno la cancrena che si propaga. Solo il tempo, con l'industria, potrà cambiare questa natura bastarda e trascinarli al seguito degli altri Popoli, al seguito del Piemonte forse, e allora il loro governo che è carne della loro carne e ossa delle loro ossa muterà con loro. Più lo osservo e più ne sono certo.Ma ho detto abbastanza su questo Popolo: io lo disprezzo".

    (da Carteggio Cavour-Salmour, a cura della Commissione Reale Editrice dei Carteggi Cavouriani, Editore Zanichelli, Bologna, 1936- ).
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #4
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    Da "Il testamento di Hitler" A. Hitler, Ultimi discorsi. Parole del Führer raccolte e ordinate da M. Bormann (febbraio- aprile 1945). Euro 7,25.
    Il messaggio del Capo del nazionalsocialismo alla posterità.
    pubblicato dalle edizioni di Ar

    Si sarebbe dovuto fare entrare Franco nella guerra? - Il' nostro involontario contributo alla vittoria del clero spagnolo - Irrevocabile decadenza delle razze latine - Avremmo dovuto occupare Gibilterra


    10 febbraio 1945

    A volte mi sono domandato se non commettemmo un errore, nel 1940, non facendo entrare la Spagna nel conflitto. Sarebbe stato facilissimo riuscirvi, poiché la Spagna ardeva dal desiderio di seguire l'esempio dell'Italia e di divenire socia del Circolo dei Vincitori.

    Franco, naturalmente, aveva idee molto esagerate sul valore dell'intervento spagnolo. Ciononostante io credo che, malgrado il sabotaggio sistematico perpetrato dal gesuita suo cognato, 1 egli avrebbe accettato di fare causa comune con noi a condizioni assai ragionevoli: la promessa di un piccolo brandello della Francia come offa al suo orgoglio e una grossa fetta dell'Algeria come bottino concreto, materiale. Ma poiché la Spagna non

    1. Serrano Suñer, allora ministro degli Esteri. (N. d. T.)

    aveva in realtà alcun contributo tangibile da offrire, io pervenni alla conclusione che il suo diretto intervento non era desiderabile. È vero che esso ci avrebbe consentita di occupare Gibilterra. D'altro canto, l'entrata in guerra della Spagna avrebbe senza dubbio aggiunto molti chilometri alla linea costiera atlantica che noi saremmo stati costretti a difendere, da San Sebastiano a Cadice. Poi, v'era l'ulteriore possibilità di una ripresa della guerra civile, alimentata dagli inglesi. Ci saremmo cosí potuti trovare legati per il meglio o per il peggio a un regime per il quale io ho ora, se possibile, meno simpatia che mai, un regime di profittatori capitalisti, fantocci della cricca clericale! Non perdonerò mai a Franco di non aver riconciliato gli spagnoli una volta terminata la guerra civile, di aver dato l'ostracismo ai Falangisti, a cui la Spagna deve riconoscenza anche per l'aiuto da noi dato, e di aver trattato come banditi gli ex-avversari i quali erano ben lungi dall'essere tutti Rossi. Porre la metà di un Paese fuorilegge mentre una minoranza di saccheggiatori si arricchisce con la benedizione del clero, a spese degli altri, non è affatto una soluzione. Io sono certissimo che ben pochi dei cosiddetti Rossi, in Spagna, erano davvero comunisti. Fummo gravemente tratti in inganno, poiché se io 'avessi saputo qual era la vera situazione, non avrei mai consentito ai nostri aerei di bombardare e distruggere una popolazione affamata, reinsediando al contempo il clero spagnolo in tutti i suoi orribili privilegi.

    Per riassumere, garantendo la neutralità della penisola iberica, la Spagna ci ha reso, . in questo conflitto, l'unico servigio che fosse in suo potere di renderci. L'avere sulle spalle l'Italia è già, in tutta coscienza, un sufficiente fardello; e quali che possano essere le qualità del soldato spagnolo, la Spagna stessa, nelle sue condizioni di povertà e di impreparazione, avrebbe costituito un pesante passivo anziché un attivo.

    Questa guerra, io credo, avrà dimostrato con chiarezza per lo meno una cosa: la decadenza irrimediabile dei Paesi latini. Essi hanno dimostrato, al di là d'ogni possibilità di contestazione, di non essere piú in gara, e, pertanto, di non avere piú il diritto di partecipare alla sistemazione delle questioni del mondo.

    La cosa piú semplice sarebbe consistita nell'occupare Gibilterra con le nostre truppe d'assalto e con la connivenza di Franco, ma senza alcuna dichiarazione di guerra da parte sua. Sono persuaso che l'Inghilterra non si sarebbe avvalsa di ciò come di un pretesto per dichiarare guerra alla Spagna. Sarebbe stata anche troppo lieta del fatto che la Spagna conservasse la non-belligeranza. E dal nostro punto di vista, ciò avrebbe eliminato ogni pericolo di uno sbarco inglese sulle coste del Portogallo.


    Il mio atteggiamento nei con fronti dell'Italia f u un errore - L'alleanza con l'Italia un impedimento quasi ovunque - Perdiamo l'autobus politico per quanto concerne l'Islam - Vergognosi rovesci degli italiani - L'Italia avrà contribuito alla perdita della guerra - La vita non perdona le debolezze


    17 febbraio 1945

    Quando io esprimo un giudizio sugli avvenimenti, obiettivamente e senza passioni, devo riconoscere che la mia incrollabile amicizia per l'Italia e per il Duce può senz'altro essere considerata un errore da parte mia. Risulta infatti del tutto ovvio che la nostra alleanza con l'Italia è stata piú utile ai nostri nemici che a noi stessi. L'intervento italiano ci ha apportato vantaggi modesti all'estremo in confronto alle numerose difficoltà da esso determinate. Se, nonostante tutti i nostri sforzi, non dovessimo riuscire a vincere questa guerra, l'alleanza con l'Italia avrà contribuito alla nostra sconfitta!

    Il piú grande servigio che l'Italia avrebbe potuto renderci sarebbe consistito nel rimanere estranea a questo conflitto. Per assicurarci la sua astensione nessun sacrificio, nessun dono da parte nostra sarebbero stati troppo grandi. Se essa avesse mantenuto costantemente il suo compito di neutrale,. l'avremmo colmata dei nostri favori. In caso di vittoria avremmo condiviso con essa tutti i frutti e tutta la gloria. Con tutto il cuore avremmo collaborato alla creazione del mito storico della supremazia del popolo italiano, discendente legittimo degli antichi romani. Invero, qualunque cosa sarebbe stata preferibile all'avere gli italiani come compagni d'armi sul campo di battaglia!

    L'intervento dell'Italia nel giugno del 1940, con l'unico scopo di sferrare il calcio dell'asino ad un esercito francese che già si stava disintegrando, ebbe soltanto l'effetto di offuscare una vittoria che gli sconfitti erano in quel momento disposti ad accettare con spirito sportivo. La Francia riconobbe di essere stata lealmente sconfitta dagli eserciti del Reich, ma non fu disposta ad accettare la sconfitta ad opera dell'Asse.

    La nostra alleata italiana è stata una causa di imbarazzo per noi, ovunque. Fu questa alleanza, ad esempio, a impedirci di perseguire una politica rivoluzionaria nell'Africa settentrionale. Per la natura stessa delle cose, tale territorio stava divenendo una riserva italiana e come tale il Duce lo rivendicava. Se fossimo stati soli, noi avremmo potuto emancipare i paesi musulmani dominati dalla Francia e ciò avrebbe avuto ripercussioni enormi nel Vicina Oriente, dominato dall'Inghilterra, e in Egitto. Ma essendo le nostre sorti legate a quelle degli italiani, il perseguimento d'una simile politica non era possibile. Tutto l'Islam fremeva alle notizie delle nostre vittorie. Gli egiziani, gli iracheni e l'intero Vicino Oriente, tutti erano pronti a sollevarsi in rivolta. Si pensi semplicemente a quel che avremmo potuto fare per aiutarli, anche soltanto per incitarli, come sarebbe stato al contempo il nostro dovere e nel nostro interesse! Ma la presenza degli italiani al nostro fianco ci paralizzò, creò una sensazione di malaise tra i nostri amici dell'Islam, i quali,. inevitabilmente , videro in noi dei complici, volenti o nolenti, dei loro aggressori. Poiché gli italiani, in queste parti del mondo, sono ancor piú odiati, naturalmente, degli inglesi e dei francesi. Il ricordo delle barbare rappresaglie adottate contro i senussi é tuttora vivo. E inoltre, la ridicola pretesa del Duce di essere considerato la Spada dell'Islam desta ora, come prima della guerra, le stesse sghignazzate di scherno. Questo titolo, che si addice a Maometto e a un grande conquistatore come Omar, Mussolini se lo fece conferire da pochi miserabili bruti ch'egli aveva indotto a ciò o con la corruzione o con il terrore. Ci si presentò una grande opportunità di perseguire una splendida politica nei riguardi dell'Islam. Ma perdemmo l'autobus, come lo abbiamo perduto in parecchie altre occasioni, grazie alla nostra fedeltà all'alleanza con l'Italia!

    In questo teatro di operazioni,. dunque, gli italiani ci impedirono di giocare la nostra carta migliore, la emancipazione dei sudditi francesi e l'incitamento alla rivolta nei paesi oppressi dagli inglesi. Tale politica avrebbe destato l'entusiasmo di tutto l'Islam. È tipico del mondo musulmano, dalle sponde dell'Atlantico a quelle del Pacifico, che quanto influisce su un paese, per il bene o per il male, influisce su tutti.

    Sul piano morale, le conseguenze della nostra politica furono doppiamente disastrose. Da un lato avevamo ferito, senza alcun vantaggio per noi, la fiducia in se stessi dei francesi. Dall'altro, ciò, di per sé, ci costrinse a mantenere il dominio esercitato dai francesi sul loro impero, per il timore che il contagio potesse diffondersi nell'Africa settentrionale italiana e che anche quest'ultima potesse rivendicare l'indipendenza. E poiché tutti questi territori sono attualmente occupati dagli anglo-americani, io mi sento ancor piú giustificato nell'affermare ché tale nostra politica fu disastrosa. Per di piú, una cosí futile politica ha consentito a quegli ipocriti, gli inglesi, di atteggiarsi nientemeno che a liberatori in Siria, in Cirenaica e in Tripolitania!

    Dal punto di vista puramente militare, le cose non sono andate molto meglio! L'entrata in guerra dell'Italia offrí subito il destro ai nostri nemici di cogliere le prime vittorie, il che consentí a Churchill di far rivivere il coraggio dei suoi compatrioti e ridiede speranza a tutti gli anglofili in tutto il mondo. Persino nel momento stesso in cui si stavano dimostrando incapaci di mantenere le loro posizioni in Abissinia e in Cirenaica, gli italiani ebbero la faccia tosta di lanciarsi, senza chiedere il nostro parere e senza neppure avvertirci in precedenza delle loro intenzioni, in una inutile campagna in Grecia. Le vergognose sconfitte da essi subite fecero sí che certi Stati balcanici guardassero a noi con scherno e disprezzo. In ciò, e non in altre ragioni, vanno individuate le cause dell'irrigidimento della Jugoslavia e del suo volte-face nella primavera del 1941. Questo ci costrinse, contrariamente a tutti i nostri piani, a intervenire nei Balcani, e portò a sua volta a un ritardo catastrofico nell'inizio dell'attacco alla Russia. Fummo costretti a impiegare nei Balcani alcune delle nostre migliori divisioni. E come risultato netto fummo poi costretti a occupare vasti territori nei quali, senza questa stupida ostentazione, la presenza di un qualsiasi reparto delle nostre truppe sarebbe stata del tutto inutile. Gli Stati balcanici sarebbero stati lietissimi, se le circostanze lo avessero consentito, di conservare un atteggiamento di benevola neutralità nei nostri riguardi. In quanto ai nostri paracadutisti, avrei preferito lanciarli su Gibilterra anziché su Corinto o Creta.

    Ah, se gli italiani fossero rimasti fuori di questa guerra! Se solo avessero mantenuto il loro stato di non belligeranza! Tenuto conto della nostra amicizia e degli interessi comuni che ci legano, quale valore inestimabile avrebbe avuto per noi tale atteggiamento! Gli alleati stessi ne sarebbero stati felici poiché, anche se non avevano mai tenuto in gran conto le qualità militari dell'Italia, anch'essi non avevano mai sognato che potesse risultare debole come fu. Si sarebbero ritenuti fortunati nel veder rimanere neutrale un potenziale bellico come quello che attribuivano agli italiani. Ciononostante, non avrebbero potuto permettersi di correre rischi e sarebbero stati costretti a immobilizzare forze considerevoli per affrontare il pericolo di un intervento, che sempre li avrebbe minacciati e che sempre sarebbe stato possibile, se non probabile. Dal nostro punto di vista ciò significa che si sarebbe avuto un numero considerevole di truppe britanniche immobilizzate e nell'impossibilità di acquisire sia l'esperienza della battaglia, sia l'incitamento tratto dalle vittorie; in breve, si sarebbe trattato di una « falsa guerra », e quanto piú a lungo essa fosse continuata, tanto piú grande sarebbe stato il vantaggio che noi ne avremmo tratto.

    Una guerra che va per le lunghe giova al belligerante nel senso che gli offre innumerevoli occasioni di imparare a combattere. Avevo sperato di poter condurre questa guerra senza concedere al nemico la possibilità di imparare alcunché di nuovo nell'arte della battaglia. In Polonia e in Scandinavia, in Olanda, in Belgio e in Francia, vi riuscii. Le nostre vittorie furono fulminee e conseguite con un minimo di perdite da entrambe le parti; ciononostante furono cosí nette e decisive da portare alla disfatta completa del nemico.

    Se la guerra fosse rimasta una guerra condotta dalla Germania e non dall'Asse, saremmo stati in grado di attaccare la Russia entro il 15 maggio del 1941. Doppiamente rafforzati dal fatto che le nostre forze avevano riportato soltanto vittorie decisive e inconfutabili, avremmo potuto concludere la campagna prima dell'inizio dell'inverno. Come tutto si è svolto diversamente!

    Per gratitudine (poiché non dimenticherò mai l'atteggiamento adottato dal Duce al tempo dell'Anschluss) mi, sono sempre astenuto dal criticare o dal giudicare l'Italia. All'opposto, ho sempre fatto quanto stava in me per trattarla come una nostra pari: Sfortunatamente, le leggi della natura. hanno dimostrato che è un errore trattare come uguali coloro che uguali non sono. Il Duce, personalmente; mi uguaglia. Può darsi anche che sia superiore a me dal punto di vista delle sue ambizioni per quanto concerne il popolo italiano. Ma contano solo i fatti, e non le ambizioni.

    Noi tedeschi faremo bene a ricordare che in circostanze come quelle considerate è preferibile per noi condurre da soli la partita. Abbiamo tutto da perdere e nulla da guadagnare legandoci strettamente a elementi piú deboli e associandoci a compagni che hanno dato prove troppo frequenti della loro incostanza. Ho detto piú volte che ovunque si trova l'Italia là si troverà la vittoria. Avrei dovuto dire, invece, che ovunque si trova la vittoria là, si può esserne certi, si troverà l'Italia!

    Né il mio affetto personale per il Duce, né i miei istintivi sentimenti di amicizia per il popolo italiano sono mutati. Ma io attribuisco a me stesso la colpa di non avere ascoltato la voce della ragione, che mi imponeva di essere spietato pur nella mia amicizia per l'Italia. E avrei potuto far questo con personale vantaggio del Duce stesso e con vantaggio del suo popolo. Mi rendo conto, naturalmente, che un simile atteggiamento da parte mia lo avrebbe offeso e che egli non mi avrebbe mai perdonato. Ma in seguito alla mia indulgenza, sono accadute cose che non sarebbero dovute accadere e che possono senz'altro dimostrarsi fatali. La vita non perdona la debolezza.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    questo è quello a cui dobbiamo puntare, quello che dovrebbe fare la lega, insistere sulla via culturale, testi, libri, cartine, studi ecc...per sbugiardare l'immensa cazzata del siamo tutti =, siamo tutti itaglioni.

    bravo wer !

  6. #6
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    vedi Wer quando fai così mi piaci! non quando dici terroni di merda! cazzo dovremmo essere tutti uniti nella nostra lotta e invece ci dividiamo diofà perkè io sono più scuro di te ecc...

    indipendentismo sempre!
    Salerno libera nazione del Sud!

 

 

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