.... “douce France”
Cosa succede, quando “le certezze, i princìpi, le speranze dell’Occidente dichiarano guerra alle certezze, ai princìpi, alle
speranze dell’Occidente”? Nel suo ultimo libro, intitolato “L’Ouest contre l’Ouest”, uscito in Francia da pochi giorni per le edizioni
Plon, il filosofo André Glucksmann prevede il peggio, se dovesse perdurare la contrapposizione, esplosa durante la crisi
irachena, tra un Occidente che non vuole neanche più pronunciare la parola ‘guerra’ e un Occidente che sa, “come insegna Tucidide”, che la guerra è un fenomeno di lunga
durata,“una malattia cronica” con cui bisogna sempre essere pronti a fare i conti: “La guerra è là, non ha mai lasciato il nostro
orizzonte. Bisogna osare fissarla negli occhi”.
E bisogna anche confrontarsi con il paradosso che i due campi, le “due visioni del mondo”, come non ha esitato a definirle Dominique de Villepin, si riferiscono allo stesso sistema di valori e di princìpi: democrazia, tolleranza, diritto e libertà.
Ma “la questione in gioco non è multipolarità contro unipolarità, pace contro guerra, ma nichilismo contro civiltà”, non si stanca di ripetere André Glucksmann.
Durante il conflitto in Iraq si era schierato dalla parte degli interventisti, in feroce contraddizione con la quasi totalità
dell’intellettualità francese. Ma i toni che usa in quest’ultimo saggio riescono a impressionare anche chi ben conosce la sua vis polemica.
A farne le spese sono gli irresponsabili fautori di una contrapposizione tra “il diritto della forza e delle armi, incarnato
da Washington, e la forza del diritto e della cultura”, di cui in Francia sarebbe la prima alfiera e di cui il suo ministro degli Esteri è convinto di essere “l’erede più puro” (quanto ci creda lo ha sperimentato personalmente lo stesso Glucksmann, che racconta in apertura di libro di essersi trovato per pura fatalità nello studio di de Villepin al Quai d’Orsay, con altri intellettuali sostenitori della
causa cecena, il giorno della presa di posizione filoamericana di otto Stati europei, che lasciò spiazzate Francia e Germania).
La parte che piacerà meno a de Villepin
Glucksmann non risparmia bordate a Jurgen Habermas, capofila di chi condanna la “conquista non autorizzata” di Baghdad
mentre ritiene comunque giustificato l’intervento della Nato in Serbia, sebbene anche in quel caso sia mancato l’imprimatur
dell’Onu. Proprio all’Onu e ai suoi cantori Glucksmann riserva le considerazioni più feroci. “L’Onu può ben accumulare disfunzioni, compromessi e fallimenti, rimane il sancta sanctorum, un riferimento assoluto, imparziale, onnisciente”, per i pacifisti a ogni costo, che continuano a non tener conto che l’11 settembre del 2001 è avvenuto “il più grande attentato terrorista della storia”, qualcosa che “ci rivela una mutazione essenziale nei rapporti di forza, addirittura una rivoluzione nella stessa idea di forza”.
“Quello che mi impressiona”, scrive Glucksmann, “è l’incapacità di
tanti esperti, di tanti politici e anche di tanta gente comune di dire: Saddam è il male, quello che è successo a Manhattan è il male. Affermazione incongrua, addirittura oscena”. Eppure, “Manhattan ci ricorda brutalmente che il tempo non lavora per noi, che non c’è un happy end garantito all’avventura
umana, che la fine del mondo è possibile. E che la responsabilità di un tale evento incombe su ognuno di noi… la peste terrorista non può essere ridotta alla bella trovata di un cervello esaltato, non è semplicemente la guerra di bin Laden, di al Qaida o di qualche emulo, ma ben altro: essa è uno ‘stato di guerra’ planetario”.
È colpevole tentare di “occultare la dura realtà della sua sfida”, in un delirio di negazione che pensa che sia solo l’arrogante
Impero americano a correre pericoli e che non vede la necessità di neutralizzare gli Stati canaglia. Di fronte a un Occidente accecato, a Glucksmann non rimane che tessere l’“Elogio del cowboy”. Così s’intitola il capitolo del libro che meno piacerà a de
Villepin, dedicato agli europei che accusano l’America di comportarsi con logica da Far West.
Non capiscono che il cowboy è “il più puro prodotto della civiltà europea, l’individuo più civilizzato della terra”, l’uomo libero per eccellenza, che può avere orecchie per intendere, e volontà per difendere, le ragioni della libertà.
Anche in questo caso non c’è niente di nuovo sotto il sole, e c’è ancora Tucidide a ricordarci “che i conflitti più intensi oppongono sempre i simili ai simili, come i Greci ai Greci nella guerra del Peloponneso”.
Oggi, invece di contrapporsi al suo interno, secondo Glucksmann l’Occidente dovrebbe (e ogni individuo dovrebbe), “costruire una sorta di scala ‘sismica’ del peggio: Saddam Hussein è un pericolo, combatterlo è a sua volta pericoloso, confrontiamo i mali dal punto
di vista di chi li subisce e scegliamo il minore.
Leibniz, Wolfowitz e il modesto autore di questo saggio si richiamano agli stessi criteri di giudizio.
Le fosse comuni di Baghdad sembrano dar loro ragione”.
naturalmente da il Foglio
saluti




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