Hosni Mubarak: «Senza l'aiuto di Israele, il sostegno degli Usa
e il consenso dell'Anp, nessun premier palestinese può farcela»

DAL NOSTRO INVIATO
IL CAIRO - Abu Mazen si è dimesso e Arafat ha scelto Abu Ala. Pensa che il nuovo premier palestinese ce la farà?
«Sono sicuro che senza l'aiuto di Israele, il sostegno degli Stati Uniti e il consenso della leadership dell'Anp, nessun primo ministro palestinese ce la può fare». Non ama i giri di parole, il presidente egiziano Hosni Mubarak. Esprime il suo pensiero con voce profonda e ferma, accompagnando le risposte con efficace gestualità per sottolineare le sue profonde convinzioni. E' capo dello Stato del più grande Paese arabo da oltre vent'anni, conosce la regione come pochi, e soprattutto gli sono familiari i pregi e i difetti di tutti i protagonisti: grandi e piccoli. E' stato un esperto pilota e un attento istruttore. «Se vedevo che un allievo aveva paura, non gli davo il permesso di volare». Più di una volta, nel corso della lunga intervista esclusiva concessa al Corriere della Sera alla vigilia della sua visita in Italia, Mubarak ha ricordato con amarezza: «Molte cose le avevo previste e le avevo dette. Non mi hanno voluto ascoltare».
Mi riceve nel suo ufficio, al primo piano del palazzo presidenziale di Heliopolis, alle 9.30, dopo aver risolto un piccolo problema familiare con il nipotino, che faceva i capricci.

Signor presidente, in Medio Oriente c'è il rischio di un pericoloso collasso. Come giudica le dimissioni di Abu Mazen?
«Il collasso era prevedibile e atteso. Trascurare Arafat, spingerlo in un angolo non è stato utile né saggio. Arafat è l'unico leader eletto e ha grande esperienza. Su di lui si possono avere delle riserve, noi stessi ne abbiamo alcune, ma è l'unico uomo che può fare concessioni nel processo di pace, e farle accettare al suo popolo. Quindi, nessun primo ministro, senza il sostegno di Arafat, sarà capace di governare».

Chi ha sbagliato, allora?
«Gli israeliani hanno detto: vogliamo negoziare con chiunque eccetto Arafat, e hanno suggerito Abu Mazen. Gli Stati Uniti hanno detto: vogliamo Abu Mazen. Noi abbiamo fatto ogni possibile sforzo con i palestinesi perché accettassero Abu Mazen come premier. Il parlamento era d'accordo, Arafat ha assentito dopo lunghe discussioni. Ora, che Israele e gli Usa volessero Abu Mazen ha contribuito a diffondere segnali erronei fra la gente. Non solo. Gli israeliani hanno chiesto al premier di adottare, dall'oggi al domani, misure durissime. Poi c'era il problema delle forze di sicurezza. Noi abbiamo cercato di mediare tra Arafat e Abu Mazen per coordinarle, sapendo però che in molti Paesi non tutte le forze di sicurezza dipendono dal ministero dell'Interno. La verità è che Abu Mazen non ha ricevuto aiuti da nessuno. Non era in grado di muoversi se non accettava tutto ciò che chiedeva Israele».

Ma Israele domandava di sequestrare le armi, di smantellare le organizzazioni estremiste.
«Mica è facile. Prenda la tregua, la hudna . Abbiamo invitato al Cairo tutte le parti, abbiamo cercato di mediare, e intanto Israele continuava a uccidere, a distruggere, a non mantenere le promesse. Che cosa significa uccidere leader moderati di Hamas come Abu Shanab? Lo stesso Abu Mazen e il ministro Dahlan ci hanno detto che Abu Shanab era uno dei più pacati e ragionevoli. Non riesco a capire».

Quindi il destino di Abu Ala sarà lo stesso.
«Se non ha il sostegno che è mancato ad Abu Mazen, fallirà».
Torniamo ad Arafat. So che lei ha cercato di convincerlo ad essere più flessibile. Perché il presidente palestinese non l'ascolta?
«Ho inviato i miei consiglieri. Glielo hanno suggerito, come hanno fatto con Abu Mazen. Ma se dall'altra parte, in Israele, non c'è altrettanta flessibilità, non si risolve nulla. Chi paga, alla fine, è la gente innocente, in Israele e in Palestina».

Che cosa accadrebbe se il governo israeliano decidesse di espellere Arafat, e di mandarlo in esilio? Gli darebbe ospitalità - magari temporanea - in Egitto?
«Perché no! Apriamo le braccia a tutti. Ma espellere Arafat sarebbe un errore gravissimo: fatale! Creerebbe una situazione di turbolenza, che produrrebbe molto più terrorismo, non soltanto in Israele, ma fuori, soprattutto fuori. Sin da quando Gorbaciov ritirò i suoi soldati dall'Afghanistan, prevedevo che i mujaheddin sarebbero andati ad operare altrove. Il terrorismo è un fenomeno globale e se non si prendono subito misure per eliminarne le cause, tutti ne soffriremo».

Crede ancora alla road map?
«Devo crederci! La road map è l'unica strada percorribile. Dobbiamo insistere. Il presidente Bush continua a parlare di due Stati, Israele e Palestina. Voglio crederlo e voglio aiutare in tutto ciò che posso».

Pensa che sia necessario un nuovo incontro del Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia) per salvare la road map ?
«Lo spero, e spero che possano proporre qualche iniziativa pratica. Ma se Israele non realizza quanto viene deciso, non si andrà da nessuna parte».

A Riva del Garda i ministri degli Esteri europei hanno avviato le procedure per inserire Hamas fra le organizzazioni terroristiche? E’ d'accordo?
«Guardi, Hamas all'origine fu alimentato da Israele. Lo dissi chiaramente a Yitzhak Rabin, il miglior primo ministro israeliano che abbia conosciuto. Era flessibile, credeva nella pace, lavorava instancabilmente, ecco perché è stato ucciso. Quando si lamentò per Hamas e mi chiese aiuto, gli risposi. "Signor Rabin, ma Hamas l'avete formato voi!". Il premier, da uomo limpido, mi rispose: "Oh, signor presidente, è stato un nostro grave errore". Ma adesso come si fa a rimuovere Hamas? Forse è più facile trovare la strada della pace che impedirgli di esistere. Quindi, accettiamo la decisione dei ministri europei, ma vorrei che fosse chiara una cosa: non si possono chiudere le fonti di finanziamento ai gruppi terroristici in nessun posto al mondo. Infatti, ricevono denaro non dai governi ma da individui e simpatizzanti. Come fermarli? La strada migliore è la pace, nient'altro che la pace, se si vuole stabilità nel mondo. Altrimenti, il terrorismo si diffonderà dappertutto».

Signor presidente, il premier israeliano Sharon sta dicendo a tutti che vuole migliorare i rapporti con l'Egitto. Ha mai pensato di compiere un gesto e andare a Gerusalemme, in visita ufficiale?
«Visita ufficiale ora? E che cosa racconto alla mia gente? Non posso lavorare contro la volontà del popolo che mi ha eletto. Ma se fosse utile per far vincere la pace, e se fossi sicuro che si sta facendo tutto il possibile per farla prevalere, andrei dalla mia gente e gli chiederei il permesso di andare a Gerusalemme. In nome di una vera pace, tutti capirebbero. Sharon avrebbe la forza per promuovere la pace, ma finora non ha fatto nulla».

Lei sta per venire nel nostro Paese e sarà in Italia proprio l'11 settembre, secondo anniversario dell'orribile attentato contro gli Usa. Nel mondo arabo lei è in prima linea contro il terrorismo internazionale. Pensa che la campagna per sconfiggerlo abbia avuto successo o no?
«Lo spero, ma sinora non vedo segnali di successo. La violenza non si è placata da nessuna parte: tra israeliani e palestinesi, in Iraq, in Afghanistan, in Cecenia, nel Kashmir. C'è bisogno di una conferenza che si concluda con una risoluzione, adottata e rispettata da tutte le nazioni, senza eccezioni e senza violazioni di ciò che si è deciso».

La guerra all'Iraq non ha risolto i problemi. Gli Usa hanno avuto più vittime nel dopoguerra che durante la guerra. All'inizio dell’anno lei aveva detto che nonostante nessuno potesse fermare i piani americani, le conseguenze di una guerra sarebbero state «inimmaginabili». Non l'hanno ascoltata.
«Siamo ottimi amici degli Usa, e quando si è amici bisogna parlare chiaro e offrire consigli. Ho detto che bisognava capire la psicologia di popoli diversi. In questa parte del mondo parliamo la stessa lingua ma vi sono differenti sensibilità: un egiziano è diverso da un siriano o da un iracheno. Gli iracheni non sono gente semplice. E avevo paura della guerra perché poteva generare un nuovo tipo di terrorismo. Il problema dell'Iraq si risolverà soltanto quando gli iracheni potranno controllare il loro Paese. Leggete la storia, e giungerete alle mie stesse conclusioni. Sapete quanti leader sono stati uccisi in Iraq? Quasi tutti».

Ma Saddam è ancora vivo?
«Non lo so. Prima della guerra dissi: non sarete capaci di prendere Saddam. Finora non ho avuto torto».

Crede che la democrazia, sulla base dei parametri occidentali, possa essere esportata nel Medio Oriente?
«Distinguiamo tra parametri e principi. I parametri sono diversi, perché i Paesi non sono uguali. Possiamo dire che la democrazia americana è uguale a quella europea? No, ci sono delle differenze. Sappiamo invece che la democrazia ha dei principi che possono essere adottati da tutti».

Che cosa domanderà al presidente Ciampi e al primo ministro Berlusconi, presidente di turno dell'Ue?
«Illustrerò tutti i problemi che le ho esposto, ovviamente con molti più dettagli, spiegando e chiarendo tutto ciò che mi vorranno chiedere. Sarò molto franco e sincero. Le nostre relazioni, come sa, sono molto buone, l'Italia è il primo investitore, abbiamo joint venture e progetti importanti, e poi il nostro profondo rapporto affonda le sue radici nella storia».

Ovviamente saprà che l'anno scorso 700 mila turisti italiani sono venuti in Egitto, e che quest'anno aumenteranno.
«Come no. A Sharm el Sheikh ci sono alberghi solo per italiani. Laggiù gli italiani, quando mi incontrano, mi chiamano per nome, mi stringono la mano».

E poi l'Egitto sta facendo molto per aiutare l'Italia a combattere l'immigrazione clandestina. Non solo, so che si sta discutendo la creazione di un corridoio verde, per un'intensa cooperazione agricola, tra i due Paesi, come tra Francia e Marocco.
«Certo, siamo molto vicini in tutti i campi, nessuno escluso. Non c'è un solo settore nel quale non cooperiamo proficuamente».

Antonio Ferrari

Tratto dal Corriere di oggi

Cordiali Saluti