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Discussione: Gad Lerner....

  1. #1
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    Predefinito Gad Lerner....

    .....spiega perché stavolta il partito democratico si fa sul serio (a gloria del professore)

    Roma. Gad Lerner – che un’attenzione ai fatti della politica l’ha sempre avuta, e una vocazione prodiana da tempo ha maturato- è stato nella settimana scorsa un paio di giorni a Lerici, alla festa della Margherita. E dalle spiagge liguri, conducendo dibattiti e assistendo ai dibattiti altrui, è tornato con una convinzione: che a sinistra il percorso per arrivare al partito riformista si è messo davvero in moto. “In cinque – dice Lerner – ci si giocano la faccia: Prodi, D’Alema, Rutelli, Parisi e Fassino”. E può dire, Lerner, anche il giorno preciso in cui il progetto da chiacchiera ha cominciato a diventare reale: “Sabato, durante il dibattito tra Arturo Parisi e Massimo D’Alema, il figliol prodigo tornato, che ha anche usato la formula di rito del mea culpa”. E attento, un po’ curioso, parecchio partecipe, Lerner racconta come è cominciata la rivoluzione tra le file dell’opposizione.
    E come andrà.

    “Su come è cominciata, voi del Foglio potreste compiacervi di ricordare che tutto è iniziato dalla paginata di Michele Salvati che avete pubblicato la primavera scorsa”.
    Ci compiacciamo. “Salvati proponeva la soluzione del partito democratico, che riunisse le diverse correnti del riformismo italiano, lasciando aperto un legittimo spazio alla sua sinistra per la componente più massimalista - ricorda Lerner – come unica possibilità di dare a Prodi il partito, le gambe su cui camminare, senza il quale la sua candidatura, ancora sospesa per aria, sarebbe stata in ostaggio dei vari partiti che avrebbero finito col penalizzarla”. Però non ci fu un coro di entusiasmi, intorno alla proposta di Salvati. “Fu accolta con silenzio o male parole. Soprattutto molti tra i Ds, avendo un’idea mitica dell’unità del partito, vedevano nel progetto essenzialmente un incoraggiamento alla scissione. Accusavano la proposta Salvati di astrattezza ingegneristica. Troppo facile, dicevano, costruire con il taglia e cuci. Non vedevano il fattore di semplificazione che parla alla gente comune, sembrava un’idea velleitaria: bella, ma…”. Un analogo tira e molla (più molla che tira), dice Lerner, cominciò dopo l’intervista di Prodi al Corriere, con la proposta di lista unica alle elezioni europee. “In tanti l’hanno vissuta come una boutade. Ancora fino a una decina di giorni fa, dentro i Ds la stessa componente maggioritaria ne parlava con sufficienza. Sembrava prevalere un’altra idea: Berlusconi si consuma da solo, noi cresciamo, perciò non complichiamoci la vita… E Prodi se vuol venire venga, però senza pretendere di essere il deus ex machina del centrosinistra”.

    I meriti del presidente dei Ds
    E poi, come è andata che hanno cambiato idea? “La settimana scorsa, sottovalutata da commentatori e osservatori, è stata la settimana di svolta della sinistra italiana. Mercoledì la segreteria dei Ds ha deciso che il partito ci stava alla lista unica e Fassino è andato a Lerici e lo ha detto chiaramente. Sabato è venuto D’Alema e ha precisato che la lista unica è essenziale per dare concretezza e misurare di fronte agli elettori – misurare sul mercato, ha detto –l’ipotesi di una nuova forza democratica e riformista che smuova la cristallizzazione della politica italiana, ma in chiave europea. E questa nuova forza diventa di fatto, agli occhi degli elettori, il partito di Prodi”. Veramente, i più dicevano che i Ds stavano facendo i furbi. “Sono convinto che in partenza era così. Anche perché le europee, con il proporzionale puro, sono una ghiotta occasione di autorappresentazione. Tutte cose rispettabili, ma che si scontravano con la possibilità reale di cambiare il nostro panorama politico. E i Ds, che pure possono vantare di aver avuto un discreto successo alle amministrative, sanno che non hanno un candidato premier. Con l’eccezione di Veltroni, che però difficilmente vincerebbe. Altri non ce ne sono. E’ la maledizione del post comunismo: così se esce il libro di Fassino, loro si ritrovano a discutere su Craxi e Berlinguer, roba di vent’anni fa”. Il rischio, per Lerner, è stato evitato. “Anche per merito, perché negarlo?, della capacità di visione e prospettiva di D’Alema”. Che ha avuto l’incontro con Prodi, preparato dal Professore in diversi colloqui con Fassino (nonostante un momento di frizione quando Cofferati fu candidato a Bologna senza che Prodi ne fosse informato).

    Prodi, dice Lerner, era preoccupato: tanto per la tentazione egemonica dei Ds, quanto di “finire ostaggio della pletora di segretari di partito in lite tra di loro. Ma ora l’eterna discussione su quali e quante gambe debba avere l’Ulivo, viene superata felicemente da questa idea, che in realtà risolve un problema che D’Alema pose nel ’97, quando disse che era un’anomalia italiana che il leader del partito di maggioranza non fosse capo del governo.Aveva ragione. E noi dobbiamo
    risolvere questo problema; fare Prodi capo del maggior partito. D’Alema è un uomo che ha sicuramente una spregiudicatezza togliattiana, possiamo rimproverarlo di aver fatto un’inversione a ‘u’, ma già da un anno aveva cominciato a ragionare sui limiti della sua precedente strategia”. E perché mai, dopo tanto parlarne, questa sarebbe la volta buona? “Perché, ripeto, i dirigenti che contano, da Rutelli a Parisi, da Fassino a D’Alema, oltre a Prodi, ci hanno messo la faccia. Difficile fare marcia indietro. Per me si fa”.
    E si fa come? “E’ rilevante se Prodi farà o non farà il capolista alle europee, ma non è decisivo. Cito D’Alema, il figliol prodigo: se ci fosse la conta delle preferenze, e se Prodi superasse Berlusconi, sarebbe un fatto politico concreto. Ma in ogni caso, se questo partito arrivasse al 35 per cento, la lista più votata delle elezioni europee, sarebbe un punto di non ritorno. E Prodi potrebbe venire avendo in mano, diciamo così, un capitale sociale”. Continua Lerner: “Del resto si sta già aprendo una felice dinamica a sinistra. Le aperture di Bertinotti, la disponibilità di Diliberto, magari di Salvi…”.
    Ma nella Margherita i democristiani non ne vogliono sapere. “Alcune componenti della Margherita – ma non direi di dc: sono d’accordo Mattarella, Castagnetti, Letta, Bindi, Gasbarra -sono preoccupate per una possibile annessione alla sinistra. Pericolo che non c’è: non si fa una fusione dentro l’apparato dei Ds, e il baricentro di questa operazione non è post comunista, ma prodiano. Vero che, per la crisi di Berlusconi come leader dei moderati, c’è una certa nostalgia del proporzionale. Ma non esiste una spinta significativa alternativa alla logica bipolare, nessuna rinascita della Dc all’orizzonte”.

    Un aiuto indiretto dal Ppe
    Racconta Lerner: “Rutelli sulle prime era spiazzato, sorpreso. Ma da buon navigatore politico, si è poi dimostrato compartecipe, protagonista, dimostrando che è un progetto vero, non un bluff”. E D’Alema che ci guadagna? “Ritrova un ruolo da king maker”. Ma la proposta Salvati lo escludeva. “E’ la sola differenza. D’Alema è l’unico che può farsi garante, di fronte al popolo dei Ds, di questo che è uno strappo rispetto al partito che hanno votato. E adesso gli si chiede di rompere quello steccato”. Anche perché “c’è una certa faciloneria, a sinistra: c’è chi pensa che la catena di infortuni farà crollare automaticamente Berlusconi.
    Invece Berlusconi resterà molto forte: non solo per le sue tivù, ma perché continua ad avere una relazione profonda con una parte dell’Italia. E se il centrosinistra va alle elezioni con un candidato che dà l’idea di essere in balìa di gelosie, le busca”. Non si profila un partito troppo prodiano, partito del presidente? “C’è questo pericolo. Nonostante l’amicizia, non sono qui a predicare culto della personalità o insostituibilità di Prodi. Fosse solo il ritorno di Prodi, per l’elettorato sarebbe facile percepirlo come il ritorno di un vecchio. Per questo è decisivo che nasca una nuova forza politica intorno a lui. Che esprima quello che è già in corso, la crescita di una leadership e di un establishment del centrosinistra: sindaci di grandi città, governatori di regione, alcuni dirigenti di partito, alcuni banchieri e uomini dell’impresa, in particolare al Nord. Gente del volontariato, dei movimenti della società civile. Prodi deve essere la levatrice, il traghettatore di questa nuova leadership”. A sentir Lerner, “un aiuto inaspettato potrebbe venirci dal Ppe, che sarebbe pronto ad accogliere An, anche per bilanciare Berlusconi”. E che aiuto ne viene? “Se il Ppe si configura sempre più come il partito dei conservatori europei, finisce con l’accelerare sull’altra sponda la necessità che il Pse si apra, che non si illuda di poter restare nel recinto del socialismo europeo. Così il problema di dove andarci a sedere in Europa, su quali banchi, sarà risolto dalle circostanze europee”. Vista da Lerner, questa storia del partito riformista pare quasi una storia di conversioni fulminee. “Né conversioni né miracoli. Ma anche quando Prodi si candidò nel ’96 era circondato da scetticismo, un velleitario. Invece non fu solo somma matematica, ma sprigionò il lavoro di 60-80 mila militanti ulivisti in giro per l’Italia. L’operazione della lista unica può fare altrettanto”. E come deve rapportarsi, con il Cav., il partito riformista? “Sui contenuti. Un progetto per l’Europa che si riallacci ai fondatori. L’equilibrio mondiale multipolare. Il welfare modernizzato ma preservando quanto di sociale ci contraddistingue. E sui modelli: sobrietà, nessuna ostentazione, manifestazioni di competenza. Anche la protesta radicale, se serve. Essere moderati non vuol dire non essere incazzati se Berlusconi ci fa vergognare del suo linguaggio antipolitico”.

    E Lerner che ci fa, lì in mezzo? Pure lui king maker? “Magari, ma non mi danno abbastanza retta. Scherzo. Mi diverto a condividere questa speranza, ci credo. Però continuo a fare il mio mestiere”.

    Da il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Nell'ultima puntata, pre-ferie, della sua trasmissione su LA7, Lerner ha affermato che quando finalmente si creerà il nuovo soggetto politico della sinistra riformista italiana, questo non potra', tra l'altro , non essere anticomunista. Vedremo. Intanto per ora cercano di imbarcare gli amici di Castro, Milosevic e Saddam.

    Saluti liberali

  3. #3
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    Predefinito Riformista, non.....

    …..democratico

    Roma. Dice Antonio Polito, direttore del Riformista, che del prossimo nascituro partito riformista, avendo appunto da tempo il nome in ditta, “ci trasformeremo in ufficio quadri”. Dice pure, Polito, che “la lista unica per le europee la dò al 90 per cento, mentre il partito dipende dal successo della lista stessa”. E spiega: “Se arriva al 35 per cento dei voti sarebbe un tale successo che la nascita del partito diventerebbe inevitabile. In qualche modo, alla fine saranno gli elettori a decidere se lo vogliono o no, questo partito riformista”. Così, a naso, per il direttore del Riformista c’è la possibilità di arrivare a quella percentuale? “Sì, per varie ragioni. C’è perché la somma dei tre partiti – Ds, Margherita, Sdi – arriva al 32-33 per cento. C’è perché la riduzione della frammentazione della spinta verso il bipolarismo crea anche una forma di competizione agonistica. Le europee diventano così la gara a chi è più forte tra Berlusconi e Prodi. E questo eccita l’elettorato, riduce l’astesionismo: forza, vediamo chi è più forte…”. E c’è anche, dice Polito, “che in Italia tutte le novità politiche sono state premiate. Basta pensare ai voti presi della lista Bonino. La politica italiana è talmente impantanata che qualunque cosa fa sperare”. Però mica sempre le novità sono premiate: l’Elefantino di Fini andò male. “E’ stata l’unica eccezione. Ma lì era l’eccezione alla legge, non la legge della politica”.

    Secondo Polito, i diessini sono ormai davvero convinti del progetto, pronti ad andare fino in fondo. Ricorda che una settimana fa il Riformista titolava: “D’Alema spinge i Ds a varcare il Rubicone”. E ammette: “Non era così all’inizio. La scelta è frutto di un ragionamento, pure di un tormento. C’è stata indecisione, subito dopo il lancio della lista unica da parte di Prodi. Ma ora il gruppo dirigente è convinto, credo che abbia tagliato tutti i ponti alle spalle”. E le minacce del correntone: protestano Salvi, Berlinguer, Mussi… “Un correntino, ormai. Lo schierarsi di Veltroni e di Bassolino rende l’opposizione interna ai Ds così piccola da non costituire un problema”. Un problema ben più sostanzioso, invece, per Polito è quello dei democristiani, come De Mita e Marini, che nella Margherita del partito riformista non ne vogliono sapere. “E’ la questione più grossa, quella rappresentata dalla ‘ragione sociale’ dei popolari. Un problema serio, ma siamo comunque all’inevitabile epilogo di una vicenda politica già compromessa”. E come si risolverà? “In due modi: o si accomodano a fare una corrente interna, o alcuni di loro saranno attratti da un altro polo Dc che già c’è, quello di Casini e Follini”. Comunque, questo resta al momento il maggiore ostacolo. “La prospettiva che Marini ancora difende in realtà è morta fin da quando Prodi rifiutò di guidare il polo cattolico nel centrosinistra e diede vita ai democratici, all’Asinello. Morì allora”. Dice Polito che il progetto del partito riformista gli piace anche perché “libera altre parti dello schieramento dalla camicia di Nesso.
    Bertinotti potrebbe finalmente togliersi di dosso il marchio neocomunista, e trasformare la sua sinistra in qualcosa di più radicale.

    Sull’altro fronte, rende più liberi anche quelli dell’Udc. Se avremo in Italia due grandi forze – una conservatrice, una riformista – in un bipolarismo così ci potrebbe stare una terza forza oscillante, come succede in molti bipolarismi europei: i liberali in Germania, i liberal in Inghilterra”. E’ fondamentale che sia Prodi a guidare la lista? “Per me sì, è molto importante. Le cose non si fanno a metà. Dipende da come lo pregheranno, da come si metteranno in moto le cose”. Polito non è d’accordo con Gad Lerner (Foglio di ieri): “Non è vero che il progetto del partito riformista è lo stesso del partito democratico di Salvati. C’è una differenza molto profonda. Il partito democratico era la proposta all’area liberal dei Ds di passare con la Margherita. In pratica, un’estensione della Margherita. Il partito riformista porta l’intera sinistra post comunista dentro, non è frutto di una scissione minoritaria: un lavacro al quale si sottopone l’intera sinistra post comunista italiana”.
    E aggiunge, il direttore del Riformista: “Se alle europee questa lista prende il 34-35 per cento, che vuol dire? Che si è formata una forza riformista pari a quella raggiunta dal Pci negli anni d’oro, ma con dentro una clamorosa sostituzione: la stessa dimensione del Pci, ma senza più la sinistra radicale e con un centro moderato e riformista. La lunga vicenda storica cominciata con l’esplosione del Pci approda così alla nascita di un partito di quelle dimensioni, ma con l’asse della sua cultura completamente mutato”.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito

    Mi auguro per l'Italia che l'operazione della nascita di un partito della sinistra riformista, distinto dai massimalisti e dagli estremisti, riesca.

    Saluti liberali

  5. #5
    Hanno assassinato Calipari
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    In origine postato da Pieffebi
    Nell'ultima puntata, pre-ferie, della sua trasmissione su LA7, Lerner ha affermato che quando finalmente si creerà il nuovo soggetto politico della sinistra riformista italiana, questo non potra', tra l'altro , non essere anticomunista. Vedremo. Intanto per ora cercano di imbarcare gli amici di Castro, Milosevic e Saddam.

    Saluti liberali
    L'anticomunismo e' un crimine, e' una forma di persecuzioni al pari del razzismo e dell'antisemitismo.

    Per il resto, tenetevi Lerner, uno che non mi dice nulla.

    Per il resto, questo post dimostra come gli argomenti che portate siano a zero, dove sono i post con le opere del governo fatte, la riforma Moratti ( )?

    Siete degli zeri

  6. #6
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    Predefinito Fin qui i teorici....

    ....ora sentiamo i praticoni

    L'ultimo esecutivo della Margherita ha evidenziato un confronto serrato e un futuro incerto. " ...franco e fuori dai denti", dice Piscitiello, che in politichese significa si è litigato.
    Franco Marini, ad esempio, e decisamente contro l'ipotesi di andare alle europee con Ds e Sdi, tutti insieme appassionatamente sotto lo stesso simbolo.
    Spartendosi le candidature da buoni amici!?!?
    Gli si affianca Ciriaco 'il redivivo' De Mita e insieme reclamano un congresso.
    Lo scopo della lista unica è di portare l'Ulivo in Europa attraverso la creazione del gruppo unico nel Parlamento europeo.
    Ma qui i ds sono sordi, intendendo restare ben caldi nel Pse.
    Questo vanificherebbe il progetto di Prodi: la lista unica sarebbe un trucco per realizzare un soggetto unico che apparirebbe una espansione dei Ds.
    “Alla Margherita deve spettare il compito di contrastare FI sul fronte dei voti moderari”, per questo è “un grosso errore” annacquarla in una lista comune sulla quale i ds vogliono mettere il loro marchio, Pse. “Non faremo guerre di religione a patto che ci sia un confronto democratico nelle sedi proprie”, che tradotto significa un congresso
    Franceschini, che sa che un congresso non si può organizzare prime di gennaio protesta:”Non si può tenere aperta la discussione e a bagnomaria Prodi per tutto questo tempo”.
    Marini fa spallucce mentre i prodiani guardano con sospetto alle mosse della Quercia.
    Perché – si chiedono – Fassino, D’Alema e Veltroni insistono tanto sulla necessità che Prodi si candidi in prima persona? E se si trattasse di un trappolone? Candidare Prodi, e se poi prendesse meno voti di Berlusconi dichiararlo bruciato come futuro candidato premier? Ma non sono buoni amici?
    Enrico Letta, replicando a Veltroni, dice sul Corriere:”Prodi è il capolista morale dell’operazione e lo rimarrà comunque….sarebbe contraddittorio lasciare l’Europa per candidarsi alle europee”.
    Rutelli si agita proclamando che la lista unitaria è una scommessa da non perdere purchè non si spacchi il partito.
    Parisi assicura:”La Margherita non si scioglie, se volete lo urlo forte”.
    Castagnetti pone ai ds condizioni chiarissime:”La lista unica ha senso se rispetta l’impostazione di Prodi e se ha come sbocco un gruppo dell’Ulivo nel Parlamento europeo”.
    E’ la quercia, dunque a dover dare la disponibilità ad uscire dal Pse, e non chiedere ai centristi chi siano loro ad entrarci.
    Sentiamo Mastella:”Se il progetto della lista unica proposto da Prodi dovesse saltare per colpa della Margherita o di qualcun altro, allora Prodi dovrebbe farsi da parte.
    A quel punto sarebbe giusto che la sinistra avanzasse una sua candidatura alla leadership. Così si cambierebbe completamente il percorso politico”.

    Chissà chi avrà suggerito questa folle idea al buon Clemente.
    Vedere se i ds hanno le palle.
    Di presentarsi all’elettorato senza il famoso “dito”.
    Ma va!

    saluti

  7. #7
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    Predefinito

    In origine postato da yurj
    L'anticomunismo e' un crimine, e' una forma di persecuzioni al pari del razzismo e dell'antisemitismo.

    Per il resto, tenetevi Lerner, uno che non mi dice nulla.

    Per il resto, questo post dimostra come gli argomenti che portate siano a zero, dove sono i post con le opere del governo fatte, la riforma Moratti ( )?

    Siete degli zeri

    L'anticomunismo è un dovere morale, come l'antinazismo e più dell'antifascismo, e insieme a tutti questi costituisce l'antitotalitarismo. Antitotalitarismo senza il quale non ci si può affatto dire legittimamente democratici.

    Saluti liberali

  8. #8
    Hanno assassinato Calipari
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    In origine postato da Pieffebi
    L'anticomunismo è un dovere morale, come l'antinazismo e più dell'antifascismo, e insieme a tutti questi costituisce l'antitotalitarismo. Antitotalitarismo senza il quale non ci si può affatto dire legittimamente democratici.

    Saluti liberali
    Storicamente, l'anticomunismo e' persecuzione.

    Squadrista da quattro soldi, meglio che rinunci a fare del male agli altri.

 

 

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