...sui soldati d'ambo le parti


Arrivano le prime immagini di soldati iracheni costretti alla resa.
Sono un classico della narrativa e del giornalismo di guerra, emozionano e sconvolgono. La resistenza irachena è indiscutibile e smentisce le previsioni di un rapido collasso, perché ogni paese è fatto del suo regime, per quanto barbaro, ma anche della sua continuità storica, del suo spirito clanico, della sua identità etnica e nazionale. C’è gente disposta a combattere contro un nemico di travolgente superiorità, che viene da lontano e parla di cose che non si conoscono come democrazia e libertà.
Combattono in nome di un tiranno che sa mescolare bene repressione spietata e uso della religione e del nazionalismo come codici di autodifesa.
E sono facce di ragazzi in fila indiana, le braccia sulla testa, che attraversano il deserto in direzione dei campi di prigionia dove verranno custoditi secondo le regole della convenzione di Ginevra e dei suoi protocolli aggiuntivi, sotto lo sguardo delle telecamere e sotto l’occhio di testimoni che possono parlare, con l’assistenza di team legali che non abbandonano mai il campo di battaglia in questa guerra diversa dalle altre.
Il destino dei prigionieri iracheni è atroce come ogni destino di guerra, ma possiamo saperne saperne qualcosa e sperare anche per loro.

Diversa la condizione dei prigionieri di guerra americani, inglesi, australiani. Le immagini le abbiamo viste tutti, con le piaghe purulente delle ferite di una combattente inquadrate in dettaglio da al-Jazeera. Sono esibiti a scopo di propaganda individualmente, in violazione delle regole di guerra, e i loro occhi impauriti sembrano quelli di rapiti dell’anonima assassini o di sequestrati del terrorismo.
Ma tutti i prigionieri e tutti i soldati morti in guerra dovrebbero ricordare a chi guarda che in battaglia la tragedia non è sopra le parti, non è di plastica, e che non è solo questione umanitaria. Forse lo si è dimenticato, perché la guerra di sinistra, quella del Kosovo combattuta dal generale D’Alema, fu soltanto guerra dall’aria. Ma non è così. La guerra è imprevedibile e pericolosa anche per i forti, per i supertecnologici, per gli eserciti multirazziali e multietnici e multireligiosi delle grandi nazioni democratiche. Nessuno vuole rovistare nel romanticismo di guerra, che appartiene a altre epoche e culture. Ma gli umanitari tengano conto della lezione, considerino con compassione la sorte dei soldati e dei prigionieri delle due parti, evitino di passare dal romanticismo direttamente al cinismo.

da il Foglio di qualche mese fa

saluti