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Discussione: Liste uniche...

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    Predefinito Liste uniche...

    ...sì, liste uniche no

    Non si può dire che Repubblica non abbia preso le parti di Romano Prodi nell’intricata vicenda Telekom Serbia.
    Né si può sostenere che abbia nei confronti di Massimo D’Alema un atteggiamento ostile. Perché mai, allora, alla recente festa della Margherita di Lerici il presidente della Quercia e il braccio destro del probabile futuro leader dell’Ulivo, Arturo Parisi, prima ancora di trovarsi d’accordo sull’opportunità di dare vita a una lista unitaria hanno concordato sul fatto che a intervistarli non fosse un giornalista di Repubblica? Mistero.

    Marco Follini, nelle polemiche che hanno diviso la maggioranza di governo sullo spinoso tema delle pensioni, in contrapposizione con la Lega, ha sposato la linea di chi vuole riformare il sistema previdenziale. Nell’incontro che l’Udc ha avuto la settimana scorsa con Silvio Berlusconi il leader centrista ha insistito su questo tema. All’apparenza sembrava irremovibile. Tanto che si racconta che a un certo punto il presidente del Consiglio abbia voluto mettere alla prova la coerenza di quella posizione, dicendo a Follini: se è questo che volete, io convinco Umberto Bossi ponendo sul tavolo la questione della devolution, e ora, subito, chiamiamo gli esperti e, conti alla mano, affrontiamo la riforma delle pensioni. Chissà perché, il discorso è caduto nel vuoto. Forse l’irremovibile Follini ha pensato che nel suo partito qualcuno, a cominciare da Sergio D’Antoni, quella riforma non la volesse affatto?

    Marco Follini va con la sua lista alle europee, e ha condotto con determinazione la battaglia contro la lista unica. E’ convinto che se Ds, Margherita e Sdi si metteranno insieme alle europee, lui guadagnerà diversi voti in fuoriuscita dal partito di Francesco Rutelli. Lo ha fatto presente a Silvio Berlusconi che lo ha gelato, rispondendo che il via libera a questa operazione lo aveva già avuto, prima della pausa estiva, proprio da Pier Ferdinando Casini. In effetti la vulgata di Montecitorio vuole che il presidente della Camera sia favorevole a un’operazione che raggruppi Forza Italia, Alleanza nazionale e il suo partito. Ma ora, da ambienti di Montecitorio, si viene a sapere che Casini ha deciso di dire la sua venerdì 19 settembre alla Festa dell’Unità di Bologna. In quell’occasione, infatti, si terrà un confronto tra il presidente della Camera e Massimo D’Alema, e in quella sede Casini scioglierà definitivamente il nodo.

    Chi invece non ha dubbi sulla bontà dell’ipotesi di una lista unitaria è Gianfranco Fini, che, narrano a Montecitorio, è sempre più irrequieto per le pressioni che deve subire, all’interno del partito, dalla cosiddetta destra sociale di Gianni Alemanno e Francesco Storace. La lista unitaria è un modo per arginare l’offensiva di quella corrente.

    Fa invece buon viso a cattivo gioco Enrico Boselli. Il leader dello Sdi ha dato il via libera all’operazione di una lista unitaria dell’Ulivo perché è da sempre schierato dalla parte di Prodi, ma era convinto che alla fine l’operazione sarebbe finita nel nulla. Ora è preoccupato perché si rende conto che rischia di perdere i pochi voti socialisti che ancora aveva e, in vista delle future politiche, la sua forza contrattuale sarebbe ridotta a zero. O lo aiuterà il suo amico Arturo Parisi o è probabile che Massimo D’Alema gli presenti il conto che ha in sospeso da quando i socialisti hanno messo in crisi il suo primo governo, innescando, di fatto, il travaglio che avrebbe portato il D’Alema bis ad avere vita breve e grama.

    Nel correntone ds si sta meditando la convocazione
    di un congresso straordinario per decidere se il partito debba o no aderire alla lista unitaria. E’ ovvio che la minoranza perderebbe la sua battaglia congressuale sulla lista unitaria. Ma è altrettanto ovvio che rimpinguerebbe i suoi consensi perché a livello di quadri di partito l’ostilità nei confronti di quell’ipotesi è molto più vasta di quanto lo sia nell’elettorato.

    da passeggiate romane su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Al direttore -
    Kant diceva che la logica senza intuizione è vuota, l’intuizione senza logica è cieca. Parafrasando, si potrebbe dire che il partito unico dei riformisti (todos reformistas, todos caballeros) senza un progetto è muto, un progetto senza partito unico dei riformisti è presbite. Fuor di metafora, l’idea di dare vita a un nuovo soggetto politico di stampo progressista ed europeo è buona. E risponde a un obiettivo bisogno di semplificazione del sistema bipolare italiano. Il nuovo soggetto, tuttavia, qualunque sia la sua sorte, rischia di nascere autistico. Perché non riesce a comunicare con un chiaro programma di governo, per il semplice motivo che ancora non c’è.
    Non appartengo alla schiera dei piagnoni, che si lamentano perché prima si discute delle formule politiche e dopo delle cose da fare. Penso, con Reichlin, che la sinistra ha bisogno sia di una nuova capacità progettuale sia di una riorganizzazione delle sue forze e delle sue culture storiche. Non posso non rilevare, tuttavia, come l’ipotesi avanzata da Prodi e D’Alema non abbia ancora prodotto un dibattito serio su quali dovrebbero essere i traguardi, gli obiettivi, la piattaforma programmatica del partito unico dei riformisti.

    Una situazione che rivela un nostro vecchio vizio politicista. Siccome vogliamo andare al governo, e anzi siamo predestinati a governare, l’intendenza – ovvero il programma – seguirà. Il programma, insomma, è una variabile dipendente della ricerca del consenso a ogni costo e in ogni dove, a prescindere… secondo la celebre espressione di Totò.
    Non è un caso, credo, se l’Ulivo – nella sua configurazione attuale – non è in grado di superare una dimensione puramente ostativa, la politica del no e poi no, insomma, su questioni cruciali per il futuro del paese, a partire dall’equilibrio del sistema previdenziale e della quota di spesa sociale che gli spetta in un welfare che guardi di più ai giovani, alla famiglia, ai disoccupati, ai più sfortunati.
    Apprezzo dunque il buon senso di Fassino. Più di altri, infatti, sembra aver capito che il “riformismo senza popolo” è spesso figlio di pastrocchi programmatici che l’elettorato non capisce. Più di altri, inoltre, sembra aver capito che la giusta spinta all’unità invocata da Prodi e D’Alema non può trasformarsi in una fuga in avanti, che, invece di aggregare, divide. Per questo mi sembra politicamente assai saggio il metodo da lui indicato, di procedere con gradualità e realismo. E di cominciare l’avventura, se la lista unica alle europee andrà in porto (in caso contrario, è meglio chiudere bottega), con una federazione vincolante tra le forze che condividono una prospettiva strategica, senza preclusioni per nessuno e senza chiedere a nessuno di sciogliersi per eutanasia. So bene che, a questo punto, potrei essere iscritto da Salvati nella lista di chi rema contro, nel girone dei cacadubbi. E’ un rischio che corro serenamente.
    Ben altro destino toccò a D’Alema, Amato e Marini quando Salvati propose prima dell’estate, proprio su questo giornale, il partito democratico. Essi infatti ne furono proscritti perché espressioni di culture e biografie politiche ormai al tramonto. Ora Salvati sostiene (Corriere della Sera di ieri) che non se ne può fare a meno. Si può cambiare opinione, per carità. Nulla di male. Del resto, tutte le energie migliori del riformismo italiano devono essere messe al servizio di una grande operazione di rinnovamento organizzativo e politico-culturale del centro sinistra. Un’operazione che non parte da zero, ma che ha la sua base, per Salvati, nelle elaborazioni della sinistra liberale di Rawls, Sen, Dworkin (a proposito, che c’entra la tradizione riformista con il retroterra ideologico-filosofico di questi pensatori?). Ma è proprio Dworkin che ha sferzato duramente i politici che in Europa si definiscono di centro sinistra, perché rifiutano l’eguaglianza addirittura come ideale. L’ideale dell’eguaglianza, dice Dworkin, è una specie in pericolo.
    Che ne pensano i riformisti italiani che vogliono fare in fretta il partito riformista europeo?

    Michele Magno, della direzione Ds

    Ecco uno che ragiona con i piedi ben piantati in terra.

    Noi siamo "predestinati" a governare.
    Dunque è ora di smetterla di cercare il "dito".

    Quando saremo d'accordo su questo, lo faremo chiaramente sapere agli elettori....tanto noi siamo "i predestinati".

    Come faranno a dirci di no!

    saluti

 

 

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