....si rivede
New York. Chi non muore si rivede, e non è il caso di bin Laden. Anzi, ogni volta che la sua icona viene rinfrescata in modo abborracciato, senza prove effettive della sua esistenza tra noi, c’è una ragione in più per ritenerlo morto.
Ma allora perché tutti lo vogliono vivo, perché una notizia che potrebbe pur esserci ma non c’è diventa una patacca globale che tutti corrono a comprare a qualunque prezzo?
Cerchiamo di capire il puzzle.
Con gli strumenti poveri della ragione, induzione e deduzione, ma superiori a ogni expertise. Come ha dimostrato questo giornale che l’11 settembre del 2001 aveva in prima pagina notizie sulla caccia a bin Laden, e il giorno dopo ripubblicava un suo ritratto originale del Califfo universale virtuale, quello che vuole uccidere gli americani e gli ebrei, commissionato alcune settimane prima per il Foglio della domenica.
Punto primo. Bin non è Binno. Non è ‘u tratturi, non è Bernardo Provenzano. Il New York Times di domenica diceva che le forze speciali americane e i servizi pakistani non lo trovano perché sta
nel Waziristan, una delle più inaccessibili tra le aree tribali al confine occidentale del Pakistan.
Lì è circondato dal consenso clanico e popolare delle tribù pashtun che governano il territorio da secoli, è un eroe ben custodito, un uomo nascosto nella folla come i grandi latitanti di mafia capaci d restare liberi per decenni in un ambiente omertoso e amico.
Lì, racconta il giornale, si pubblicano magazine che danno a intendere come al Qaida abbia provocato il blackout di Ferragosto a New York; lì la gente beve come oro colato la notizia che gli americani hanno messo del grasso di maiale nella Pepsi e nel dentifricio Palmolive per avvelenare l’Islam.
Ma tutto questo, agli effetti del puzzle, non ha alcuna importanza. Infatti il nostro problema non è “trovare bin Laden” bensì capire come mai non si fa più vedere in pubblico, offrendo una vera prova della sua vitalità in tempo reale, con la data e tutto. Fosse morto e sepolto sotto tre metri di terra montagnosa dell’Afghanistan o incenerito, nessuno mai lo troverebbe più. Sta dunque a lui farsi vivo, come si dice, perché – appunto – chi non muore si rivede.
Bin e Binno: differenze
Punto secondo. Ha interesse bin Laden a farsi vivo? Binno Provenzano parla alle cosche, alle famiglie che lo proteggono nel segreto criminale e familista. Bin invece deve orientare la Umma, la comunità musulmana che gli consente di agire come un pesce nell’acqua. C’è chi ne dubita. Enzo Bettiza, per esempio, che ha un’intelligenza rapace, suggeriva fino a qualche tempo fa di guardare nell’esoterismo islamico, nella misteriosofia personale che riguarda la scomparsa apparente del dodicesimo imam eccetera. Fosse vero, però, non avremmo lo spaccio di sonori dubbi e di immagini più che dubbie, non avremmo le passeggiatine dolomitiche senza data ma con tanto di alpenstock. Avremmo il tripudio del silenzio. Un operoso e religioso e minaccioso silenzio.
In realtà l’organizzazione terroristica di Osama avrebbe uno speciale interesse a mostrare il suo capo in tutta la sua fitness, ovviamente per colpire il nemico e riorganizzare le forze disperse dall’offensiva americana.
Un interesse vitale. E tutto manca a quell’organizzazione ormai, ma non i soldi, le bombe e le virtù videoamatoriali di cui fummo testimoni subito dopo l’11 settembre. La verità è che avrebbero dovuto mostrare Osama vivo, almeno dal tempo del primo e tenebroso anniversario delle stragi americane, e non lo fanno. Probabilmente, come dice la Cia quando offre una validazione condizionata e incerta dei filmati sullo sceicco e in onda su Al Jazeera, perché è morto.
Altri motivi non sono a oggi razionalmente comprensibili.
Punto terzo. Ma allora perché i servizi di obbedienza occidentale, dalla Cia al Mossad a tutti gli altri, non fanno due più due e non scrivono l’epitaffio di bin Laden? Perché i media li seguono, con supremo sprezzo del pericolo e, nel caso di Repubblica, del ridicolo? Semplice. Se avessero la prova della morte di Osama, gli uomini dell’Amministrazione americana e alleati la offrirebbero volentieri all’immaginazione del popolo come uno scalpo di primaria importanza. Ma non ce l’hanno: nessuno è mai stato in grado di provare il nulla, né gli spioni né i grandi filosofi che si accaniscono sull’essenza inafferrabile del non-essere-che-non-è. Non avendo la prova, e non essendo i governi dei giornali d’opinione, non rischiano come facciamo noi di ragionare a mente fredda su un puzzle. Non giocano questa partita. Semmai colludono con il nemico in una certa condiscendenza verso l’ipotesi di un Osama vivo: la collusione delle propagande nemiche nell’invenzione di spauracchi è vecchia come il mondo. E anche la collusione bi o trilaterale nei cover up è vecchia come il mondo.
Il papacidio nascosto
Ricordate la storia di Ali Agca? Tutti sapevano che il re del Kgb, Juri Andropov, essendo un ragazzo intelligente e preveggente, aveva ordinato di uccidere il Papa polacco. Tutti sapevano che il braccio erano i bulgari, che i bulgari operano con i turchi, e che doveva essere un fascista turco a sparare. Così, tanto per spiazzarci un po’.
Questa evidenza palmare fu letteralmente soffocata in culla da una semplice circostanza politica: i sovietici naturalmente non avevano interesse alla verità, ma non ce l’avevano neanche gli americani che non avrebbero saputo che cosa fare della verità. E nemmeno il Papa, che era interessato al perdono e alla gestione spirituale del segreto di Fatima, massimamente esoterico, aveva interesse agli esiti probatori ormai certi di una banale investigazione di polizia. Così Agca divenne matto e visionario per tutti noi, splendida e ricorrente via d’uscita in questi casi di coincidenza di interessi tra inquisitori e inquisito, e così restò in vita, dopo aver dimostrato per tabulas in un momento di sconforto e di paura che il caposcalo dell’aviazione commerciale bulgara, “probabilmente” una spia (come direbbe senza pudore la Cia), lo aveva convertito al papacidio sulla via di San Pietro per conto dei sovietici.
Quanto ai media, con poche eccezioni compresa la nostra, preferiscono sempre una storia in corso a una storia chiusa, e non potendo afferrare il fantasma del cadavere di Osama per lo scoop del secolo, si aggrappano al fantasma della sua vivacità alpinistica per intrattenere il loro pubblico e le sue paure subliminali.
C’è anche un altro aspetto. I media conservative si regolano più o meno come dice loro il Pentagono, e sono prudenti ed evitano ragionamenti semplici e pericolosi come il nostro, e quelli liberal coltivano il teorema della guerra perduta di George W. Bush: la persistenza in vita di Osama, che tra l’altro conta poco nella realtà effettuale della cosa (come diceva Machiavelli), è tuttavia il timbro simbolico del loro teorema. E del loro gusto. Del loro wishful thinking. Tutto quanto è scritto in questa colonna e mezza potrebbe essere sbagliato, va da sé. Neanche noi possiamo provare il nulla, non essendo maghi. E l’essere di Osama bin Laden potrebbe fornire un giorno la prova contraria ai risultati della nostra mentalità empirica e analitica, contaminata da un ancestrale razionalismo molto simile al senso comune.
Ma abbiamo l’onestà o la frivolezza intellettuale di ricordare ai nostri affezionati e fidati lettori che chi non muore si rivede.
il Foglio
saluti




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