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Silvio Berlusconi ha evocato alla Fiera del Levante la questione della “giustizia tra generazioni”. L’aveva già sollevata prima di lui il ministro Maroni parlando di “patto fra generazioni”, ma bene ha fatto il presidente del Consiglio a rafforzare la massima, rilanciata ieri dal ministro dell’economia Giulio Tremoni nell’intervista al Corriere della Sera. Per una volta l’esternazione ha imboccato la direzione giusta. Sul versante delle pensioni non è più possibile nascondersi dietro a un dito: le generazioni future dovranno pagare il conto per quelle che le hanno precedute. In Francia e in Germania, che lo Stato sociale sono state le prime a inventarlo, si è infine accettato di prendere il toro per le corna. Allo scopo si è mobilitata una imponente campagna di persuasione del pubblico, sia attraverso il governo che i partiti. E in Italia? Cominciamo col dire che la questione richiamata da Berlusconi ha una dignità che trascende la mera, seppure fondamentale, questione previdenziale.
Tocca addirittura i fondamenti primigeni del diritto costituzionale. Diceva Thomas Paine che “ogni età e generazione deve essere libera di agire autonomamente e, in ogni caso, come le età e le generazioni che le precedettero”. In altre parole la democrazia è il governo dei vivi e non dei morti. E così la pensava pure Thomas Jefferson per il quale “ciascuna generazione è altrettanto indipendente da quella che la precede, quanto questa lo era da tutto quanto avvenuto in passato”. Corollari? Innanzitutto proprio quello che una generazione non può accollare i propri debiti a quelle che sono destinate a seguirla. I giacobini presero buona nota e nella costituzione del 1793 scrissero all’art. 28 che “una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future”. Per i repubblicani settecenteschi era opportuno che ogni vent’anni le costituzioni fossero sottoposte a revisione obbligatoria e, a maggior ragione, credevano che i debiti dei padri non dovessero accollarsi ai figli. Senza scomodare i giacobini basta sfogliare Die Zeit per scoprire che il nodo politico più delicato è oggi rappresentato proprio dalla “Diktatur der Gegenwart” ossia dalle costrizioni che gli ordinamenti giuridici e , i “diritti quesiti”, impongono ai giovani, definita “Jugend ohne Raum”, senza spazio. Bene ha fatto allora Berlusconi a chiamare le cose con il loro nome e a sfidare sindacati e corporazioni corporazioni a fare i conti con una patente violazione dei diritti fondamentali a beneficio di pochi fortunati. La scienza giuridica ufficiale, generalmente così loquace quando si parla di diritti, pudicamente tace. Et pour cause, visto che a nessuno conviene scontrarsi con poderose roccaforti di privilegio. Non ci si chiede nemmeno se, come avviene nel diritto privato, l’eredità previdenziale possa essere accettata con beneficio d’inventario. Non così avviene negli Stati Uniti dove, complice una costituzione che risale al 1787, il tema è sempre all’ordine del giorno. Tra gi altri, un professore di Yale, Jed Rubenfeld, ha riaperto il dibattito in un libro dal titolo suggestivo: “Freedom and time”. Comandano i vivi o i morti? Domanda semplice, la risposta un po’ meno. Ma in Italia niente. La politica faccia la sua parte. Dicevo che i governi tedesco e francese hanno mobilitato una campagna di informazione imponente. Per ora nulla si vede sul fronte domestico nostrano.
Toccherebbe allora ai partiti darsi una mossa. Forza Italia, per cominciare, in quanto meno ingombra da retaggi del passato. Certo occorrerebbe allo scopo che si sbarazzasse di quel poco edificante dibattito di cui ha dato spettacolo spettacolo circa le supposte radici culturalideologiche della sua dirigenza. A dirla francamente importa molto poco ai diretti interessati, ossia alla classe nata dopo il 1968, sapere se la biografia di un dirigente del partito è ascrivibile alla Dc, ai socialisti, o agli ex comunisti. E chi se ne frega. La forza di rottura ed emancipazione del tentativo berlusconiano è racchiusa proprio nella sua carica liberatoria rispetto a un passato verso il quale ben pochi nutrono grandi nostalgie. L’ultima cosa di cui si avverte il bisogno è una ricerca di stampo genealogico. La snellezza e agilità del movimento dovrebbe consistere nella sua capacità di cogliere ed elaborare il nuovo, e non nel contemplarsi l’ombelico alla ricerca illusoria di sicurezze che a nulla servono di fronte ai dilemmi dell’oggi. Consola solo che anche altrove i partiti hanno un bel daffare di fronte agli imperativi del post moderno. Il ricostituito centro destra francese comincia già a creparsi al suo interno in rissose correnti che solo l’autorità dell’Eliseo riesce a mettere al passo. Come dire: mal comune, mezzo gaudio. Ma intanto il tempo passa, mai come oggi impaziente.
Stefano Mannoni su il Foglio
saluti




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