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  1. #21
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    Predefinito tratto da L'OPINIONE 29 dicembre 2004

    Armaroli: "La sinistra in difficoltà cerca la sponda di Ciampi"

    di Ruggiero Capone

    Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è da qualche tempo invocato dall’opposizione come siluratore dei provvedimenti del governo Berlusconi. Per fare luce su questo aspetto, “L’opinione” ha intervistato Paolo Armaroli, ordinario di diritto pubblico comparato alla Facoltà di scienze politiche dell’Università di Genova, membro dell’Associazione italiana costituzionalisti e del Comitato scientifico della “Rassegna parlamentare”, docente presso la Scuola di guerra di Firenze, e dal 1996 al 2001 parlamentare di An. Armaroli ha condotto complesse ricerche sui sistemi elettorali, sul finanziamento dei partiti, sulle forme di governo e sulla struttura e funzionamento dei parlamenti.

    Professore gira voce che il Quirinale abbia lanciato segnali al governo perché riveda alcune parti della Finanziaria....
    Sono solo voci.

    Ma c’è chi dà loro molto peso?
    Per me le voci contano zero. Si tratta di vedere cosa deciderà Ciampi. Una bocciatura della Finanziaria equivarrebbe ad un esercizio provvisorio. Nessuno se l’augura. Però debbo notare, come costituzionalista, che un po’ tutti i presidenti, anche quelli che si sono distinti per una non sovraesposizione, tendono nell’ultima parte a diventare interventisti. Anche Francesco Cossiga per cinque anni s’è comportato da sardo-muto, come era solito appellarlo il mio amico Giancarlo Perna, poi negli ultimi due s’è rivelato Picconatore. Non drammatizzerei sul rinvio alla Camere. Dal 1948 ad oggi abbiamo avuto più di 50 rinvii alle Camere, e per ogni tipo di provvedimento.

    Per la Finanziaria sarebbe la prima volta?
    Per la legge finanziaria debbo riconoscere che sarebbe la prima volta. Il presidente Ciampi ne ha rinviate alcune: ad esempio la legge Gasparri e la legge delega sull’ordinamento giudiziario, anche nota come legge Castelli. E perché sia nell’uno che nell’altro caso c’erano alcuni punti di manifesta incostituzionalità. Ma debbo dire che la Casa delle libertà s’è comportata in maniera ben diversa da alcune maggioranze del passato, che se ne fecero un baffo dei rilievi del Quirinale: infatti erano aduse a riproporre il provvedimento tal e quale alla legge censurata, oppure accoglievano soltanto qualche punto dei tanti censurati. Al contrario la Cdl, sia nel caso della Gasparri e sia nel caso della legge delega dell’ordinamento giudiziario, ha ritenuto di venire incontro alle esigenze del Quirinale.

    Perché la sinistra crede d’aver arruolato Ciampi?
    Non risponde al vero quanto va dicendo l’opposizione. Sia nel caso della legge Gasparri che della Castelli, il Quirinale non ha affondato nessuna legge, ha solo chiesto piccole modifiche su punti minimali. Indubbiamente sulla storia delle leggi affondate c’è una forte strumentalizzazione da parte di certa stampa asservita alla sinistra, che cerca disperatamente una sponda nel capo dello stato. E non è la prima volta che si verificano di questi tentativi. In questi anni la Gad, l’Ulivo, la Fed, o come si chiamano adesso, hanno deformato più volte le giacche del capo dello stato. E posso solo immaginare il disappunto di Ciampi nel vedersi strattonare di qua e di là.

    E se contro la Cdl stesse lavorando la burocrazia quirinalizia?
    Il capo dello stato si avvale d’una struttura. L’alta burocrazia del Quirinale, soprattutto nelle persone del segretario generale Gaetano Gifuni, della vice Melina De Caro e del consigliere Salvatore Sechi, dice la propria: ovviamente la decisione finale spetta al presidente della Repubblica. Per il momento non farei della dietrologia. E dico queasto come ex deputato che è ancora ben lieto d’aver votato per Ciampi presidente della Repubblica. Quindi mi auguro che fino alla fine del mandato continui a mantenere una linea di massimo equilibrio, senza mai impugnare il piccone. Del resto un suo interventismo potrebbe essere interpretato come un venire incontro alle istanze d’una opposizione che sa solo dire “no”. Opposizione priva sia d’un leader riconosciuto che d’uno straccio di programma.

    Ruggiero Capone
    capone@opinione.it

  2. #22
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    Predefinito tratto da L'OPINIONE 12 settembre 2005

    Il disservizio caldo e in perfetto orario
    Treni e società (zecche e altri animali)

    di Romano Bracalini

    La prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, fu inaugurata nel 1839. Carrozze francesi, locomotiva inglese. Tutto il resto era napoletano. Non c’erano sedili e si viaggiava in piedi tra sbuffi di fumo giallognolo e acre che mozzava il respiro dei viaggiatori; non c’erano gabinetti. Ad ogni fermata i passeggeri incontinenti prendevano d’assalto le latrine. Le signore nello sforzo di trattenersi scendevano gemendo col loro carico di gonne e di decenza. Sono passati oltre 160 anni e le ferrovie italiane, le FS, ultimo baluardo di socialismo reale, promettono di regredire agli albori ferroviari del regno delle Due Sicilie. Il viaggio dell’Intercity Reggio Calabria-Torino con zecche in cuccetta, ancorché non comprese nel prezzo del supplemento (dovuto, ci pare, per godere di un viaggio più confortevole) è solo l’ultimo ritrovato di un servizio ferroviario che non brillerà per puntualità ed efficienza ma quanto a gestione allegra e fantasiosa non è secondo a nessuno. Lo scadimento del trattamento non ha paragoni nemmeno con i Balcani, che per comodità fin dai tempi mitici dell’Orient Express hanno sempre rappresentato l’esempio più prossimo di civiltà scaciata e primitiva. Un viaggio sulle FS riconcilierebbe anche con le ferrovie dancale. L’altoparlante vi avvisa sul preciso itinerario del treno, ma non sui servizi che non vi può garantire. Le vesciche deboli stiano in guardia. Nessuno vi dirà che sul regionale Grosseto-Firenze i cessi sono intasati; e il controllore non si fa vedere per non dover spiegare perché il treno era già in ritardo quando è partito. Il condizionatore d’aria è un altro mistero che le ferrovie italiane sono restie a svelarvi. Di solito non funziona, in compenso il finestrino non si apre perché col condizionatore (che non funziona!) deve restare chiuso. Nelle stazioni le sale d’attesa non sono più divise per classe. La lotta di classe è il cardine dell’ideologia (insieme all’odiata proprietà privata) ma qui è stata abolita. Resiste sui treni, ma solo per farvi pagare il doppio. Le prime classi, infatti, sono piene di viaggiatori di seconda. In compenso nemmeno in prima funziona il condizionatore e il cesso è aperto ma non c’è l’acqua. Ho cercato disperatamente il capotreno per dirglielo. Quando l’ho trovato ha risposto: “Ah, sì?”. Sui treni italiani non è vietato levarsi le scarpe e se il vicino non gradisce cavoli suoi. Tanto il controllore non passa! Da quando il biglietto si deve “obliterare”, questa incombenza è diventata superflua. Ma sono aumentati quelli che non pagano il biglietto col grazioso concorso delle FS, che hanno affisso un manifesto per dire che il biglietto si deve pagare. Geniale! Dagli anni Cinquanta la tabella di marcia ha allungato i tempi di percorso. Si viaggia velocemente all’indietro. Vuol dire che intorno al 1953-55 si viaggiava più veloci e puntuali e non ti dovevi portare le lenzuola pulite per la cuccetta in subaffitto con le zecche. La velocità media attuale sui treni di lunga percorrenza è di 90 chilometri all’ora, nel 1939 era di 120 chilometri. Non era una leggenda la puntualità “svizzera” dei treni fascisti. Le disposizioni erano severe e venivano fatte osservare. Non era vietato fumare. Ma era vietato gettare i mozziconi e la cenere per terra. La “ritirata” doveva essere lasciata pulita e in ordine. I viaggiatori dovevano tenere un comportamento civile e decoroso, il personale doveva essere premuroso e affabile con i viaggiatori, era assolutamente vietato parlare ad alta voce disturbando i vicini, giocare a carte, stendere le gambe con le scarpe sulle poltrone. Sconsigliato suonare la chitarra e il mandolino o cantare canzonette, specie in prossimità del confine per non confermare nello straniero lo stereotipo infamante di un popolo di “macaroni” e mandolinisti, che “non corrispondeva più all’italiano nuovo”. Oggi prima di partire, se parti, devi rifiutare l’oroscopo e l’offerta ai sordomuti, a costo di sembrare insensibile alle disgrazie altrui. Fino a qualche anno fa si accedeva in stazione con il biglietto. Troppo complicato. Disposizione presto archiviata. Le stazioni e i treni sono la manna per i ladri e gli scippatori. L’Italia ha purtroppo una cattiva reputazione. Nel 1923 il fascismo istituì la milizia ferroviaria e sui treni i furti, i danneggiamenti, gli abusi diminuirono drasticamente. L’Italia ha la metà delle rete ferroviaria della Francia e il doppio dei dipendenti. Settant’anni fa era all’avanguardia, ora è tra le ultime in Europa. Il materiale rotabile è ancora fascista. La repubblica non ha inaugurato una linea nuova. La direttissima Firenze-Bologna è ancora quella aperta dal regime. La pulizia delle carrozze è affidata a imprese private. I treni partono con la sporcizia del viaggio precedente. Se perdi qualcosa c’è caso che lo ritrovi nel prossimo viaggio. C’è una magnifica uguaglianza che non tiene conto del censo. Non si rompe solo il pantografo dei pendolari votati per vocazione al martirio ferroviario. Un segmento di soviet sopravvive nel servizio pubblico italiano. Che i treni viaggino (non dico in orario, che sarebbe apologia di fascismo), ma solo partano, è l’ultima preoccupazione del sindacato che tiene piuttosto alla comodità del personale. Non vige il senso del dovere ma solo la tutela dell’iscritto. A chi volete che interessi lo sciacquone? Sorge il dubbio che gli italiani debbano essere “costretti” ad essere civili e educati!

  3. #23
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    Predefinito tratto da LA GAZZETTA DEL SUD 27 novembre 2005

    LETTERA APERTA DI FRANCESCO COSSIGA
    CARO SILVIO, LASCIA STARE DON STURZO E IL PPI


    C aro Silvio, ho letto con qualche meraviglia che, apponendo tu meritoriamente a nome di Forza italia , nel palazzo sito in via dell'Umiltà 36, che è occasionalmente sede della direzione centrale del tuo movimento «azzurro», una targa che ricorda che ivi nacque, il 23 novembre del 1923, il Partito popolare italiano, con l'appello «Ai liberi e forti!», hai affermato che: «Noi di Forza Italia siamo onorati e orgogliosi di portare avanti le idee di don Sturzo. Egli non vinse le sue battaglie ma le sue idee restano vincenti. Chi avrebbe mai immaginato – hai aggiunto – che proprio in queste stesse stanze don Sturzo fondasse il Ppi? Chi mai avrebbe potuto pensare che si sarebbe potuta verificare questa coincidenza? Proprio qui Sturzo scrisse l'appello ai «Liberi e forti». Sono trascorsi 82 anni, tanto è cambiato, tranne le ragioni di quell'appello ai liberi e forti perché prendessero in mano il loro destino e salvaguardassero la loro libertà dalle forme di totalitarismo. La spinta originaria del Ppi – ha aggiunto – è la stessa motivazione che ha portato alla nascita di Forza Italia e alla sua adesione al Ppe, il partito del popolo europeo». Mentre sono lieto che vi sia chi ancora ricorda nel nostro Paese questo evento glorioso e importante per la causa della democrazia e della libertà e per i cattolici italiani, mentre coloro che negli ultimi anni osarono fregiarsi del nome di «popolari» ormai tristemente rifluiscono per un posto in lista nel grigiore inculturale dell'«ulivismo prodiano», non condivido affatto e non comprendo la rivendicazione che tu hai fatto per Forza Italia, di «erede» del Partito popolare italiano, e per te di «successore», ohibò! di Don Luigi Sturzo.
    T u sai che ti sono personalmente amico, e che da sempre ti ho considerato, anche per le tue ascendenze familiari, oltre che per le tue scelte fin da giovane per il socialismo, un democratico e un antifascista. Ho riconosciuto il merito che tu hai avuto di impedire con la tua scesa in campo (anche se io a suo tempo ti consigliai di non farla... ), quella che sarebbe stata la disastrosa e pasticciata e pericolosa vittoria della «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto e anche di «avere dato un tetto» a tutti quei militanti ed elettori: democristiani, liberali, socialisti, socialdemocratici, liberali e repubblicani, o semplicemente democratici e non «missini», che erano rimasti senza casa, dopo che le loro erano state spazzate via dal tornado «Mani pulite»! (A proposito, quanti dubbi sulla «manina americana» nella origine di «Mani pulite» sorgono alla lettura di un bel e documentato libro da poco pubblicato sul tema dell'Italia vista dalla Cia!). L'amico Massimo D'Alema, quando io poco «carinamente» ti chiamavo un «leader di plastica», mi spiegò, convincendomi, che non poteva essere considerato un «leader di plastica» chi: dal quasi-nulla aveva creato un movimento che aveva vinto le elezioni, chi, sconfitto, aveva saputo far resistere per lunghi cinque anni all'opposizione il suo movimento e la coalizione che attorno a esso aveva saputo costituire e mantenere, per poi vincere ancora le elezioni. Ti ho sempre difeso dall'inaudita persecuzione poliziesca e giudiziaria di cui sei stato vittima tu, la tua famiglia, i tuoi amici e le tue aziende, una «grave macchia» sul manto che dovrebbe essere immacolato della Giustizia italiana, già insozzato dall'implacabile persecuzione condotta con ferocia morale e disinvoltura giuridica, fin dalla timorosa Corte di Cassazione, contro Giulio Andreotti e Antonio Gava, la assoluzione dei quali tanto ha infastidito e imbarazzato i «neo-giustizialisti» ex-popolari, che hanno girato invece la faccia per non vedere il loro nuovo pavido leader, piangente davanti a un sostituto procuratore della Repubblica di Milano, che oggi è un suo seguace!
    M a Forza Italia «erede» del glorioso Partito popolare italiano e tu «successore» di Don Luigi Sturzo, proprio no, caro Silvio! Neanche la Democrazia cristiana ha mai avuto apertamente il coraggio di proclamarsi «erede» del Partito popolare italiano, e neanche Alcide De Gasperi osò mai, pur essendo il più grande uomo di Stato italiano, dopo Cavour, Giolitti e Mussolini, pur da primo cattolico «confessante» che guidò il nostro Paese, considerarsi e dichiararsi «successore» di Don Luigi Sturzo. Il Partito popolare italiano fu un partito laico di cattolici, democratico e riformista, erede della tradizione dei cattolici liberali, da Balbo a Rosmini, da Manzoni al Tommaseo e al Capponi, e dei cattolici democratici alla Don Romolo Murri, seguaci della tradizione liberale di de Montalambert, Padre Lacordaire, il beato Ozanam, Lord Acton, il teologo tedesco Doellinger, spazzati via dalla politica reazionaria e dalla teologia conservatrice e intollerante del Beato Pio IX, con grande danno per la Chiesa, che innescò anticlericalismo e per la Nazione italiana, che perdette nel suo formarsi a Stato il contributo dei ceti intellettuali e popolari cattolici. La Democrazia cristiana fu, per esigenza vitale e primaria di difesa della libertà e indipendenza della Patria e di autonomia della Santa Sede, un partito che, riformista all'inizio («un partito di centro che marcia verso sinistra... », come l'ebbe a definire nei primi anni Alcide De Gasperi), attorno al tronco del cattolicesimo militante, riunì le forze dell'anticomunismo militante: democratici, vecchi popolari, «teo-democratici» non liberali alla Dossetti, cristiani militanti e anche «consacrati» e massoni, antifascisti, afascisti ed ex-fascisti, partigiani e «attendisti», conservatori e anche reazionari, e riformisti. Nel pensiero e nell'azione della Democrazia cristiana poche furono le tracce del pensiero sturziano, forse soltanto nel ricordo dei vecchi popolari e, per geniale intuizione di Ciriaco De Mita, nell'ispirazione della sinistra di base. Alcide De Gasperi non credeva nella Costituzione del 1948, e ancora meno nella riforma regionale. Fino a che lui guidò il «centro» e la Democrazia cristiana, le disposizioni costituzionali sulle regioni, sulla Corte Costituzionale, sul Consiglio Superiore della Magistratura, sulla «separatezza» della magistratura stessa dallo Stato, sugli istituti dei referendum, non vennero mai attuate, e il sistema politico-istituzionale italiano venne gestito come un normale regime parlamentare a «premierato forte». E Forza Italia perché mai dovrebbe essere l'«erede» del Partito popolare italiano? Non è un partito di cattolici, non è un partito di riformisti, è un rassemblement di democratici non di sinistra, non è forse neanche un partito nel senso classico del termine, perché tu ne sei la «ratio nascendi, essendi et esistendi». Perché fa parte dell'odierno Partito popolare europeo, un partito che raccoglie la destra francese, le destre scandinave, l'ormai conservatore Cdu-Csu, il non pentito postfranchista spagnolo Partito popular di Aznar e nel quale forse i più... progressisti sono i conservatori britannici? Un partito che ha ormai rinnegato le tradizioni riformiste, antifasciste, antinaziste, antifranchiste e antisalazariste dell'Uedc e delle Nei? Un partito in cui si annidano anche, come tra gli spagnoli del partito di Aznar, non pochissimi antiebrei? Ma su via! Rivendica pure, caro Silvio, il carattere democratico del tuo partito, guidalo, anche nella probabile sconfitta, verso la creazione di un grande partito moderato o anche «conservatore» democratico, ma lascia stare il Partito popolare italiano e la memoria di Don Luigi Sturzo.
    D' altronde, oggi partiti che possano richiamarsi alle culture politiche tradizionali sono soltanto: Rifondazione comunista e comunisti italiani, per la loro ispirazione marxista-leninista, nella versione berlingueriana di un «comunismo nazionale ed europeo anche se non stalinista quale quella di Palmiro Togliatti, l'uomo che sarebbe potuto essere un altro italiano grande uomo di Stato, il partito dei Ds, per le tracce di origine dal Partito Comunista italiano che mantiene, e dall'altra parte l'Udeur e l'Udc, successori minori della Dc o almeno dei suoi Gruppi Giovanili, Alleanza nazionale, erede del postfascismo democratizzato e parlamentarizzato da Giorgio Almirante, lo spezzone socialista del Nuovo Psi. Del «Betrayal's Party» di Boselli e Intini, è meglio non parlare per motivi di decenza morale. Dedicati alla campagna elettorale, caro Silvio, e poi, sia che tu vinca sia che, come è molto più probabile, tu perda, dedicati alla edificazione di un bel partito moderato o conservatore democratico. Ma ti prego ancora una volta da amico, lascia stare il Partito popolare italiano e Don Luigi Sturzo! Con amicizia

    Francesco Cossiga
    P.S. De L'Ulivo «parisiano» non parlo, perché voglio troppo bene ad Arturo!

  4. #24
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    Una speranza chiamata Cossiga

    di Arturo Diaconale

    Francesco Cossiga ama usare i paradossi per affermare le verità politicamente scorrette. Chiede il ritiro dei soldati dall’Iraq e dall’Afghanistan per denunciare la paura dei governi italiani di garantire ai militari il diritto di difendersi con le armi dagli attacchi dei terroristi. Sollecita il direttore del Sismi Niccolò Pollari a dare immediatamente le dimissioni per smascherare i magistrati girotondini che pretendono di piegare alle proprie convinzioni ideologiche la lotta al terrorismo internazionale. E non esita a chiedere l’abolizione dei servizi segreti per denunciare che nel nostro Paese magistratura politicizzata e giornalisti democratici sono impegnati a condizionare la politica estera del governo trasformando l’Italia nella retrovia logistica dei “resistenti” anti-occidentali.

    Con la conseguenza che nessun alleato occidentale la considera più un partner affidabile ma solo un potenziale nemico. E non basta. Cossiga insiste con suo stile paradossale nel sottolineare come nel mirino di alcuni apparati, sostenuti dal solito circuito mediatico-giudiziario, ci sia l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Berlusconi, Gianni Letta. Ed arriva a sparare a zero contro il Capo della Polizia Gianni De Gennaro nella convinzione che tra le tante cause del marasma attuale ci sia anche la solita lotta al coltello per la supremazia personale tra i vertici degli apparati di sicurezza del Paese.Tutte queste provocazioni sono assolutamente sacrosante. Ma se non vanno oltre il terreno della trovata mediatica e della controinformazione non servono assolutamente a nulla. Perché non basta puntare il dito contro le toghe girotondine, votare provocatoriamente a favore del ritiro dei soldati in missione all’estero, chiedere le dimissioni di Pollari, denunciare i magistrati milanesi, parlare di Enrico Letta per mettere in guardia lo zio Gianni e sollecitare Romano Prodi e Massimo D’Alema a non farsi scippare la politica estera da uomini ed apparati democraticamente irresponsabili.

    Se alle tante provocazioni paradossali non si aggiunge quella decisiva, tutto risulta inutile. O, al massimo, diventa barzelletta, scherzo, divertimento. Insomma, se Cossiga vuole che la deriva filoterroristica del Paese finisca, non deve far altro che negare la fiducia al governo Prodi ed incominciare a lavorare per una diversa maggioranza libera dalle pressioni e dai condizionamenti della sinistra pacifista ed antioccidentale.
    Se non lo fa diventa il paradosso di se stesso!

    tratto da L'Opinione 12 luglio 2006

  5. #25
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    Cossiga, Moro e la storia da scrivere

    Sono anni che, di tanto in tanto, Francesco Cossiga si toglie il gusto di “fare il matto” e, in quelle condizioni, dire cose altrimenti taciute. Gli capita, oggi, a proposito del rapimento di Aldo Moro, consegnando le sue parole, assai interessanti, al Corriere della Sera. Lo stesso Cossiga ha da poco dato alle stampe un bel libro (Italiani sono sempre gli altri), nel quale, però, il capitolo relativo a quella vicenda è, a dir poco, reticente. Sapere perché quel che ha taciuto ieri ha sentito il bisogno di dirlo oggi non è facile, e per depistare tutti Cossiga sa fare il matto come nessun altro. Ma quel che oggi dice è molto significativo.



    1. Sostiene che mille comunisti sarebbero stati in grado di dare informazioni sulle Brigate Rosse, ma quelle notizie non erano a disposizione dei vertici del partito. Emanuele Macaluso prova a far lo spiritoso, osservando che la cosa è ridicola e paradossale. Manco per niente, perché Cossiga, in quel modo, torna su un punto fondamentale: nel partito c’era un’area fedele non al gruppo dirigente, ma all’Unione Sovietica. Non dice, Cossiga, che in mille sapevano dove si trovava Moro, ma che sapevano delle Brigate Rosse, a loro volta legate ai servizi segreti dei Paesi comunisti, e comandate da Mario Moretti, agente dell’est.
    2. In quel mondo contiguo, in quell’area d’osservanza ad interessi di una potenza nemica, l’omertà resse, ma con due eccezioni: Guido Rossa, che fu ammazzato, ed un autonomo che portò un messaggio a Clò e Prodi. Attenti, aprite bene gli occhi perché Cossiga va giù pesantissimo: a. ovvio che quella della seduta spiritica è tutta una panzana, che l’attuale capo del governo ripete in spregio alla verità, ma fu il paravento dietro al quale Clò e Prodi protessero la fonte, quindi tutelarono la segretezza di quell’area filosovietica; b. tanto è vero che Rossa è morto, ma quell’autonomo no; c. inoltre Cossiga, fatto notevolissimo, non dice che Clò e Prodi portarono (come si è tante volte ripetuto) l’indirizzo della prigione di Moro, ma del “covo di Moretti” (sempre via Gradoli). Il che significa due cose: i. Moro era da un’altra parte; ii. Clò e Prodi furono interni, e complici, ad uno scontro apertosi dentro l’area finanziata ed addestrata dai servizi dell’est.
    3. E’ vero che il tavolo ove si cercava di governare il sequestro Moro era affollato da appartenenti alla P2, ma quella era una garanzia per il prigioniero, visto che erano tutti amici suoi. La sorte successiva di quella loggia rientra fra le manipolazioni operate dal Kgb, di cui vi sono altri ed inquietanti esempi nella nostra vita nazionale.
    4. Le carte di via Montenevoso furono portate dal generale Dalla Chiesa a Craxi ed Andreotti, e poi rimesse al loro posto. Il legame fra Dalla Chiesa e Craxi era forte, e di questo si dovrebbe tenere conto quando si racconta in modo a dir poco fumettistico la storia della sua eliminazione fisica. In ogni caso: quel che Moro disse e vi si trova scritto era vero.
    5. Moro fu perso perché lo Stato, con l’allora ministro Cossiga, fu incapace di liberarlo. Ma fu perso anche perché le Brigate Rosse chiusero la partita nel mentre stavano vincendola, nel mentre la trattativa stava per essere ufficialmente e pubblicamente aperta. Anche questo è un fatto fin qui inspiegabile, che risponde a logiche del tutto esterne all’apparente e titanico scontro in corso.
    Le parole di Cossiga, oggi, sono chiarissime, e proprio per questo si prestano a diverse interpretazioni. Lui, del resto, lo fa apposta. Ma una cosa non può essere messa in dubbio: la storia d’Italia, nella fase terminale della guerra fredda, quando i protagonisti interni, fossero essi dipendenti dall’ovest o dall’est, servitori dello Stato o criminali brigatisti, guadagnarono maggiore autonomia, si mossero non totalmente teleguidati, imponendo poi interventi correttivi, quella storia deve ancora essere scritta. Per intero.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it

    tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4460

  6. #26
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    Cossiga, Nucara: dai repubblicani, da sempre, massima stima

    "I repubblicani hanno sempre avuto la massima stima del senatore Francesco Cossiga e sono indignati per come vengono riportare dichiarazioni che non rispondono al pensiero né del senatore Del Pennino né a quello di alcun repubblicano". Lo afferma in una nota il segretario del Pri Francesco Nucara.

    "L'amicizia e la solidarietà tra i repubblicani ed il senatore Cossiga - ribadisce Nucara - non sono di oggi ma Consolidati nel tempo. E ben si è meritato il senatore Cossiga, l`Edera d'oro che gli è stata consegnata tempo fa".

    tratto da http://www.pri.it/11%20Dicembre%2020...gaPriSolid.htm

  7. #27
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    Io per una volta faccio l'eretico e dico che di Cossiga ormai da almeno 16 anni,non ho la massima stima anzi,non so nemmeno se ce l'ho minima.
    omar proietti

  8. #28
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    Citazione Originariamente Scritto da Lincoln Visualizza Messaggio
    Io per una volta faccio l'eretico e dico che di Cossiga ormai da almeno 16 anni, non ho la massima stima anzi, non so nemmeno se ce l'ho minima.
    Anche il miglior motore della Ferrari ... alla lunga, dopo migliaia e migliaia di chilometri ... "batte in testa" ...
    Io rimango dell'idea che i Senatori a Vita sono una specie di retaggio di tipo monarchico ... ed andrebbero aboliti ...

  9. #29
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    Cossiga, CSM a orologeria pro Prodi e Mastella?
    «Why not?»


    Sabato 19 gennaio 2008 - Cossiga, già Presidente della Repubblica e Capo del Consiglio Superiore della Magistratura, dichiara a un grande quotidiano: «Ma i primi mafiosi stanno al Csm, sono loro che hanno ammazzato Giovanni Falcone negandogli la Dna e prima sottoponendolo a un interrogatorio. Quel giorno lui uscì dal Csm e venne da me piangendo».
    E più avanti: «La politica è trattativa. Alla Disciplinare del Csm non trattano ("se mi condanni questo non ti assolvo quello")? Era così quando ne ero presidente. E credo che oggi sia peggio». Luigi de Magistris però è stato trasferito - fa notare il giornalista che lo intervista - e Cossiga risponde: «Lui ha fatto un'imprudenza. Che facciamo, indaghiamo sul Presidente del Consiglio di sinistra?».
    Visti i provvedimenti presi dal Csm sul magistrato Luigi de Magistris proprio nei giorni del "Mastellopoligate", che, fa intuire Cossiga, hanno tutta l'aria di essere provvedimenti "a orologeria", gli italiani si chiedono: Ma se indagare sul Presidente del Consiglio di sinistra Prodi e sul suo Ministro della Giustizia Mastella è stata solo ''un'imprudenza'' (un'ingenuità politica che fa solo onore a de Magistris ndr) perchè alla magistratura ordinaria, quindi al Pm de Magistris, non è concesso indagare su un Presidente del Consiglio e su un suo ministro?
    E' in seguito alle pressioni e alla denuncia di Mastella che a de Magistris prima è stata sottratta l'inchiesta «Why not» ed è proprio in seguito alla stessa che poi il Csm con azione disciplinare non solo gli ha inibito la funzione di Pubblico Ministero sottraendogliela per sempre ma decretandone il futuro trasferimento da Catanzaro ad altra sede. Quindi, dato che anche l'ex Pm di Tangentopoli Di Pietro dice: «Come ho fatto io, ci si difende nei processi, non dai processi. Si va dal magistrato e si espongono i fatti», perchè inibire ad un Pm, a un magistrato, di indagare Prodi e Mastella? Why not?
    In America, nazione democratica a prova di bomba, hanno indagato, e fatto dimettere, il Presidente Nixon. Chi sono Prodi e Mastella quindi?
    E facendo tutto questo casino su de Magistris, quali interessi, cosa si vuole nascondere? Il dubbio del Paese è legittimo.
    Non si può non essere solidali e d'accordo con de Magistris quando dice: «Questo è un messaggio devastante per i colleghi che verranno. E poi, perchè un processo così veloce, sommario, contro di me? Quel che più inquieta è che la Disciplinare sia intervenuta su inchieste ancora in fase di indagine preliminare. Cose che a Milano non si sono mai viste: Borrelli quando gli ispettori del ministero gli andarono a chiedere i fascicoli li denunciò e li fermò».
    Domanda: come mai ne' Csm ne' Associazione Nazionale dei Magistrati si sono mai allertati ne' hanno mai emesso provvedimenti disciplinari sui magistrati che hanno indagato sul Presidente del Consiglio di destra Berlusconi nè sui magistrati che lo fanno ora che è capo dell'opposizione? Why not?
    Queste sono domande a cui dare risposte. Sono domande che pone l'intero Paese. Domande a cui vanno date precise risposte.
    Nel corso dell'intervista il giornalista chiede a Cossiga: «Perchè accusa di eversione Anm e Csm?».
    Già, questo dell'eversione di Anm e Csm è un vecchio pallino di Cossiga il quale, tra l'altro, inoltrò al Senato un disegno di legge in cui per esercitare la funzione di magistrato si richiedeva "Il test di idoneità psichica e attitudinale". Ddl che è interamente su www.virusilgiornaleonline.com
    Alla luce di quanto scritto dalla Federazione Nazionale della Stampa, dai giornalisti di Senza Bavaglio e dall'Unione Nazionale Cronisti Italiani riportato qua da Giornalisti Senza Bavaglio, gruppo a cui partecipo, non può sfuggire quanto sia grave, e confusionale, lo stato in cui versano le istituzioni per un verso, e l'informazione per un altro.

    di Giuliana D'Olcese quota rosa di LiberoReporter e aderente a Giornalisti Senza Bavaglio

    tratto da http://it.groups.yahoo.com/group/Rep.../message/14878

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    Cossiga è un indefesso sostenitore di Prodi.

    Why ?

 

 
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