OGGI arriva nelle librerie il libro di Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti (Sperling e Kupfer), dove un grande giornalista e scrittore di sinistra racconta «quel che accadde in Italia dopo il 25 aprile». L’altro volto della Liberazione fu un massacro di ventimila e più fascisti, «o ritenuti tali», spesso ammazzati con particolari crudeltà e sevizie. Di solito i duri andarono a nascondersi e a rimetterci la pelle fu chi s’illudeva, non avendo fatto mai male a nessuno, di non avere nulla da temere. Qualche anno fa Claudio Pavone, storico della Resistenza, mentre commentavamo insieme la coraggiosa serie radiofonica «La voce dei vinti» con le testimonianze di ex combattenti della Repubblica sociale raccolte dal regista Sergio Tau (il coraggio fu soprattutto del dirigente Rai Sergio Valzania, che ne appoggiò il progetto), riuscì a spiegarmi in modo convincente che le guerre civili non possono finire a comando, come quelle fra truppe regolari. Nella lotta fratricida alla vittoria seguono immancabilmente i regolamenti di conti. Importante è che si sappia. E non si pretenda che chi subì in famiglia le vendette festeggi la Liberazione con lo stesso animo di chi le ha praticate.
Il libro di Pansa è in questo senso un contributo tipicamente di sinistra alla riunificazione della storia d’Italia, perché ricupera per tutti la consapevolezza che c’erano anche «gli altri», con le loro passioni e sofferenze. Come mai sostengo che è di sinistra, se in qualche modo rivaluta, restituendoli all’onore del mondo, dei morti fascisti? Ma perché la comprensione dell’altro, del diverso, è un atteggiamento di cui abitualmente si compiace la sinistra. Sono certo più di sinistra che di destra le sfilate dell’orgoglio omosessuale. C’è più tolleranza a sinistra che a destra per l’uso delle droghe, specie se leggere. È piuttosto di sinistra anche l’indulgenza per i piccoli reati contro il patrimonio, addebitati più all’ingiustizia del contesto sociale che a chi li commette. Di Gianfranco Fini si è insinuato che abbia detto cose di sinistra anziché di destra nel proporre il voto agli extracomunitari, perché è la sinistra ad attribuirsi maggiore sensibilità nei loro confronti. C’era una sola categoria di diversi che per oltre cinquant’anni la sinistra ha non solo trascurato, ma addirittura contribuito a emarginare: gli ex fascisti, ormai ridotti in una sorta di psicosi da minoranza etnico-religiosa perseguitata; e nei cui confronti era diventato un vezzo persino proclamare che «uccidere un fascista non è reato». Quest’anomalia andava sanata.
Pansa vi ha provveduto proprio nel momento in cui i postfascisti si sono trovati in una crisi di rappresentanza. Per mezzo secolo ebbero un partito, il Movimento sociale, che non riusciva a portare a buon fine una raccomandazione, fosse anche solo per un posto d’usciere, un portierato, ma ha coperto per un paio di milioni di fedeli un gratificante ruolo di testimonianza. Ruolo a cui ora Fini si sottrae per essere accettato in Europa tra i democristiani, aprendo delle incrinature in cui il messaggio di Pansa può scavare (come vecchia talpa) nuove gratitudini da freschi rancori. C’è un elettorato che il leader d’Alleanza Nazionale sta mettendo un po’ in libera uscita: se ne sta giustamente preoccupando Francesco Storace, mentre Pansa vi pesca decine di migliaia di lettori.
Si tratta, senza nulla togliere all’intelligenza e ai meriti di Pansa, d’una pesca facilitata per chi scriva sulla Repubblica sociale, nel senso che il lavoro di ricerca era stato già svolto da una quantità di libri semiclandestini. Onestamente Pansa ne ringrazia editori e autori. Ma è un fenomeno che in questa circostanza, mentre il grosso pubblico scopre l’altra parte, merita d’esser ricordato. Se una sessantina d’istituti per la storia della Resistenza ha macinato nel corso di decenni dei miliardi, quasi altrettanto sulla tragedia della guerra civile è stato pubblicato, senza una lira di sovvenzioni, dalla parte dei vinti. Con un ricambio di generazioni e nuovi editori, nuovi storici, dal repubblichino Giorgio Pisanò a chi è nato molti anni dopo, come Enzo Cipriano o Ernesto Zucconi e i giovani amici di Fra Ginepro, che mantiene viva, fiera, ostinata la voce d’una minoranza abbastanza forte da nuotare contro la corrente della storia e farsi finalmente anche ascoltare.

Giano Accame
Il Tempo 14 ottobre 2003