Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: Una domanda....

  1. #1
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    Predefinito Una domanda....

    ....all'Ulivo

    Che il problema delle pensioni andasse ancora affrontato Romano Prodi se lo sentì ripetere pochi mesi dopo la riforma del 1997 con cui, accelerando il regime di transizione della Dini e alzando i requisiti di anzianità nel settore pubblico, il suo governo si era presentato all’appuntamento dell’euro.
    Fu il solito Antonio Fazio, prima del Consiglio europeo di Birmingham del 1998, a dare la doccia fredda all’allora premier dell’Ulivo.
    A Bruxelles su questa materia Prodi è diventato inappuntabile.
    La Commissione, fin dall’inizio del suo mandato, fece della “riforma e sostenibilità dei sistemi previdenziali dei paesi membri” uno dei punti qualificanti del Libro Bianco in vista del Consiglio di Lisbona in cui, nella primavera 2000, l’Unione si diede l’obiettivo di divenire al 2010 l’area economica più dinamica del pianeta.
    Da allora gli interventi a sostegno di riforme della previdenza “eque e sostenibili” non si contano. Tanto che nel suo fascicolo dell’inverno 2002 la storica “Socialist Review” britannica riservò un attacco in piena regola di Solomon Hughes contro quel “moderno malthusiano” di Prodi, che ci ricorda ogni settimana che sempre meno lavoratori pagheranno sempre più pensioni corrisposte fino a un’inevitabile crack, ma come si rivelarono sbagliate le previsioni di Malthus nel 19° secolo così si dimostreranno le sue”.

    Tra le tante iniziative bruxellesi l’appello alle riforme consegnatogli con tanto di cerimonia ufficiale e pubblico apprezzamento di Prodi il 14 febbraio 2000 dal vicepresidente dell’European Roundtable of Enterpreneurs, Carlo De Benedetti.

    Nel marzo 2003 si è giunti a un primo Joint Report di Commissione e Consiglio europeo sui problemi previdenziali, aggiornato all’ultimo Consiglio europeo degli Affari sociali presieduto qualche settimana fa da Roberto Maroni.
    Continua a chiedere a ogni paese di dotarsi di sistemi in linea con le proiezioni demografiche e la sostenibilità finanziaria.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Come la mettiamo ora con....

    ....Prodi candidato premier dell'Ulivo più Rifondazione?

    Roma. Il Cav. ha parlato, a reti unificate, i sindacati hanno reagito. Presto, e sicuro, lo sciopero generale.
    E i riformisti del centrosinistra – tenuto conto che anche il leader prossimo futuro, Romano Prodi, da Bruxelles invoca la riforma delle pensioni – come la pensano?
    Se Franco Marini, ex segretario della Cisl e uomo forte della Margherita preferisce rimandare (“Non ho approfondito l’argomento, ne parliamo più in là”), non si tira indietro il responsabile economico del partito di Francesco Rutelli, l’ex ministro dell’Industria Enrico Letta.
    Secondo il quale “Berlusconi cerca di essere Raffarin e di fatto propone semplicemente un rinvio della questione alla prossima legislatura, al 2008, quando i buoi saranno già scappati dalla stalla”. E aggiunge: “Oltretutto, l’effetto di questa operazione mediatica sarà che con la prossima ‘finestra’ vedremo crescere le fughe anticipate verso le pensioni”.
    Lo chiama “intervento”, quello annunciato dal Cav., Enrico Letta, e non “riforma”. Ma anche Prodi aveva chiesto di intervenire. “Appunto con una riforma, ma questa non è una riforma. E’ un intervento minimo che ci obbligherà a prendere in mano la faccenda nella prossima legislatura”. Molto perplesso, Letta, è anche sull’annunciato sciopero generale.
    “Mi pare eccessivo. Un regalo, una patente di riformismo che l’intervento di Berlusconi non merita assolutamente. Quindi mi auguro che non ci sia, e che si smonti questa operazione mediatica”.
    Secondo il responsabile economico dei Ds, Pierluigi Bersani, “a parte gli aspetti di metodo”, la proposta del governo “nel merito è, paradossalmente, sia insostenibile sia inefficace, o poco efficace”.
    Spiega: “Avere scelto di mettere la barriera del 2008 significherà, con ogni evidenza, che nonostante gli incentivi vi sarà un’accelerazione dei pensionamenti anticipati. E dall’altra parte, chi rientra nella tagliola del 2008 si trova con cinque anni di contributi in più, che non sono noccioline. E intanto il meccanismo delle incentivazioni rischia di essere sia costoso sia poco efficace”.
    Però Prodi aveva chiesto di intervenire. “Prodi e la commissione possono fare quello che vogliono, il problema è l’equilibrio del sistema. Noi abbiamo fatto una riforma molti anni fa, a differenza di Francia e Germania che la stanno facendo adesso. Nessuno si sottrae al tema di una rilettura della riforma Dini e di un suo miglioramento”.
    Sarebbe questa, secondo Bersani, “un’operazione che sdrammatizza”. Sullo sciopero, il dirigente diessino è più sfumato di Letta. “Si può pensare qualsiasi cosa dei sindacati, ma sarebbe stata buona educazione non farli trovare davanti a un messaggio televisivo. Metodo e merito si intrecciano: mi aspetto che si scaldi l’aria”. Condivide lo sciopero generale? “Non ci metto bocca. Vedremo la piattaforma. Dopo, come forze politiche, dovremo proporre una rilettura del welfare in una nuovo programma fondamentale del centrosinistra”.
    Sostiene un altro parlamentare diessino, Salvatore Buglio (unico operaio presente a Montecitorio), commentando il progetto presentato da Berlusconi: “Penso che finalmente arriva una sfida su cose serie e non sulla reciproca delegittimazione giudiziaria, come purtroppo è avvento fino adesso”. Una sfida che, secondo Buglio, il Cav. perderà “perché un governo che ha fatto il condono fiscale e quello edilizio non ha l’autorevolezza per affrontare un tema del genere”, ma resta il fatto che “è del tutto evidente che l’Italia ha bisogno di mettere mano al sistema pensionistico. La riforma è necessaria e le misure del governo sono mediocri, però la questione non si può risolvere, da parte del centrosinistra, dicendo semplicemente: non si tocca niente. Faremmo ridere tutti, a cominciare dall’Europa”. E sullo sciopero generale? “Io non amo gli scioperi fini a se stessi, ma mi sembra giusto che in questa occasione il sindacato reagisca. Berlusconi gli ha mollato due ceffoni in diretta televisiva e in pratica gli ha dato i tre giorni. L’unica e inevitabile risposta possibile, a questo punto, è quella di una grande mobilitazione”.
    Michele Magno è un altro esponente riformista di via Nazionale, membro della direzione dei Ds. Sostiene che quella berlusconiana “è un’operazione sicuramente intelligente, che ha un profilo strutturale anche se rinviato nel tempo. E questo gli consente di accreditarsi in sede europea.
    La cosa che mi inquieta è che si è giunti questo appuntamento – e il discorso riguarda l’opposizione e il movimento sindacale -senza controproposte chiare e concrete”.
    Il governo, per Magno, “fa un’operazione importante che si presta a due considerazioni critiche: elude da qui al 2008 sostanzialmente il problema. E per rassicurare ‘il popolo’ fa graziosi regali tipo l’aumento in busta paga dei contributi sociali”. Anche se “dal 2008 la misura è indubbiamente strutturale, pesante e pure dolorosa. I francesi e i tedeschi un’analoga operazione la stanno facendo con grande gradualità”.
    Resta sempre il problema dello sciopero generale. Secondo Magno “è obbligato ma assolutamente difensivo. Non mi convince la politica del no. Nelle dichiarazioni dei sindacati che ho ascoltato non c’è mai la parola giovani. E per la verità non c’era neanche nel discorso di Berlusconi. E’ questo il grande problema”.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Anche ai riformisti (presenti e futuri)

    Di fronte alla decisione del governo di riformare il sistema previdenziale, l’opposizione “insorge”, come dicono un po’ ripetitivamente giornali e telegiornali.
    Per la verità, a parte i soliti esagitati, gli esponenti riformisti dell’Ulivo hanno lamentato che, con la sua proposta, Silvio Berlusconi, avrebbe frantumato la pace sociale, che parlando in televisione avrebbe violato la “par condicio” (che, almeno come legge, vale solo durante le campagne elettorali), ma hanno detto poco o nulla sulla condizione dei conti previdenziali.
    Nessuno, peraltro, si è impegnato, nel caso in cui l’Ulivo vincesse le elezioni nel 2006 a cassare la riforma, come sarebbe ovviamente possibile, visto che entrerà in vigore solo due anni dopo. In sostanza prevale l’interesse propagandistico a far pagare alla maggioranza il prezzo più alto per una scelta impopolare, che tuttavia si sa essere indispensabile, salvo poi sperare di utilizzarne i vantaggi quando si tornerà al governo.

    Contemporaneamente in un altro grande paese europeo, la Germania, la stessa partita sulle riforme si svolge a parti rovesciate. Ed è la sinistra al governo a doverle proporre per superare una situazione economica insostenibile; e i moderati della Cdu-Csu, che sono all’opposizione, devono decidere come atteggiarsi.
    Ma qui le cose vanno in tutt’altro modo. Venerdì la riforma sanitaria, che riduce notevolmente la generosità dello Stato sociale, è stata approvata anche con i voti dell’opposizione democristiana. Non è chiaro se questo apporto sia stato determinante (la coalizione rosso-verde ha solo 4 voti di maggioranza e 6 socialdemocratici hanno votato contro), ma è senza dubbio segno di una scelta di responsabilità.
    A metà mese si tratterà di votare la riforma delle pensioni, e fra gli schieramenti fervono le trattative, al punto che la Bild ipotizza addirittura la creazione di una grosse Koalition fra socialdemocratici e democristiani, peraltro smentita dagli interessati.
    A dimostrazione che il bipolarismo non produce inevitabilmente “insurrezioni”, e consente di fare le riforme.

    da il Foglio

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Prodi come ....

    ...Berlusconi

    Bruxelles. Tuoni, fulmini, saette: con un crescendo di critiche l’Ulivo ha salutato l’annuncio di Silvio Berlusconi di un riordino del sistema previdenziale.
    Dai Ds a Rifondazione, passando per la Margherita, il centrosinistra è stato per una volta unito. Tanto che un solitamente pacato Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro per la Lista Dini, è arrivato a definire “indecente” la proposta del presidente del Consiglio.
    Non ha parlato, sul tema, il deus ex machina dell’Ulivo, Romano Prodi.
    Eppure, andando a ritroso negli anni, non è difficile rintracciare le opinioni del leader in pectore del futuro partito riformista. Sia da premier sia da presidente della Commissione europea, Prodi non s’è sottratto ad auspici e proposte in materia di previdenza e di pensioni di anzianità.
    Nel febbraio del ’97, ancora a Palazzo Chigi, intervistato da Gad Lerner per la trasmissione Rai “Pinocchio”, il professore bolognese confessò che un contributo di solidarietà a carico delle pensioni di anzianità “può essere utile”.
    Poi, col suo arrivo a Bruxelles, la Commissione europea ha iniziato a fornire dati sui regimi pensionistici che evidenziavano l’anomalia italiana. In un rapporto del febbraio ’99, il governo Ue
    sottolineò con una tabella che - l’Italia destina alla spesa per le pensioni di anzianità la più alta percentuale (il 12,9 per cento) del pil in Europa e che, se in Francia e Regno Unito le anzianità non esistevano, solo in Italia erano consentite uscite a soli 57 anni.- Sette mesi dopo, in un discorso all’Europarlamento, Prodi sollecitava “l’adattamento dei regimi sociali alle attuali tendenze demografiche”: “non possiamo più ignorare i problemi né ritardare le decisioni: i pensionati del 2050 sono già tra noi”.
    Nel novembre 2000, quello che era un auspicio diventa un invito ai 15 esecutivi: “Il sistema pensionistico va modernizzato, quasi un terzo della popolazione dell’Europa sarà composta da pensionati”.
    Nel 2001 auspici e inviti lasciano spazio ad allarmi.
    “Se non si introdurranno correttivi per tenere pienamente conto del fattore demografico, parti dell’attuale generazione adulta cadranno in povertà”, fu l’appello che lanciò il 14 marzo a Strasburgo.
    “Per ogni persona di 65 anni o più – aggiunse – ce ne sono quattro in età lavorativa. Tra vent’anni ci saranno tre potenziali lavoratori per ciascun pensionato e nel giro di quarant’anni solo due”. Di più, “in assenza di correttivi, i giovani di oggi dovranno pagare non solo le pensioni di anzianità dei loro genitori e dei loro nonni, ma anche le loro, perché quando andranno in pensione il sistema previdenziale sarà ormai inservibile”.
    Un mese dopo, oltre agli effetti sociali, elenca quelli sulle contabilità nazionali: “Un’azione coordinata – diceva a Monaco di Baviera – è essenziale per evitare che l’invecchiamento demografico abbia effetti devastanti sui conti pubblici dei paesi membri dell’Ue”.
    Prodi inoltre invitava a ripensare al Patto di stabilità: “Considerati gli oneri crescenti per i bilanci nazionali legati all’invecchiamento, alla spesa previdenziale e sanitaria, esso (il Patto, ndr) non è più sufficiente nella sua forma attuale. Dobbiamo incorporare nel Patto l’elemento della sostenibilità”.

    Una prima presa di coscienza da parte dei Quindici si ha, sotto impulso della Commissione, al vertice di Barcellona nel marzo dello scorso anno. Nelle conclusioni approvate dai leader dell’Ue,
    al capitolo “pensioni”, si sollecitavano misure per “scoraggiare gli incentivi e gli schemi di pensionamento anticipato” e “per un progressivo aumento dell’età pensionabile media effettiva nell’Ue dagli attuali 58 a 65 anni entro il 2010”. Rispettando “la concertazione”, ma ribadendo che “l’età pensionabile è molto bassa”.
    Su questi temi, assicurava Prodi, “c’è un largo consenso dei sindacati. Il problema è come le misure sono messe in pratica nel caso concreto”.
    Per conoscere le misure concrete in chiave prodiana, basta dare la parola a Paolo Onofri, docente di politica economica a Bologna, consigliere di Prodi a Palazzo Chigi, ex presidente della commissione interministeriale per il riassetto previdenziale nei governi di centrosinistra, e apprezzata mente economica ulivista.

    Ecco l’Onofri-pensiero (21 agosto 2003): “Le cose più efficaci sono l’estensione del contributivo pro rata per tutti e un intervento sulle anzianità che anticipi i tempi: i 57 anni di età e 35 di contributi del 2004 dovrebbero arrivare nel 2010 a 60 anni e 35 di contributi e tra il 2010 e il 2020 a 60 anni di età e 40 di contributi”.

    incredibile ma vero.

    Nella Casa delle Libertà c'è posto anche per i riformisti

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Appello affinchè il Governo....

    ....sia più duro

    Il premio Nobel Franco Modigliani, Paolo Sylos Labini, Mario Baldassarri, Romano Prodi e Franco Debenedetti chiedono entro giovedì prossimo adesioni presso il Corriere della Sera alla seguente dichiarazione:

    “Lo stralcio delle misure di riordino previdenziale, concordato tra governo e sindacato, elimina dalla manovra finanziaria l’unico intervento strutturale e lungimirante, e cioè quelle misure che miravano a ristabilire l’equità intergenerazionale, lungamente trascurato dai regimi precedenti.
    Le misure necessarie erano ben note ed erano state recepite seppur frettolosamente nel programma del Governo. Sarebbe stato necessario affiancare alla riforma previdenziale altre misure per correggere il vero difetto della legge, quello di far gravare gran parte della riduzione del fabbisogno sui pensionati. Invece governo e sindacati hanno scelto di abbandonare la riforma unendosi in un patto miope contro le generazioni future, che non votano e non scendono in piazza.
    Analogo discorso vale per i problemi di sanità ed istruzione, colposamente trascurati.
    E’ essenziale che governo sindacati e Paese non rinviino ulteriormente ma portino a conclusione il discorso che avevano saggiamente aperto, invece di riprendere la disastrosa politica del rinvio”.

    Franco Modigliani, Paolo Sylos Labini, Mario Baldassarri, Romano Prodi, Franco Debenedetti.

    Corriere della Sera 4 dicembre 1994

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Appello ai...

    ....riformisti, oggi

    Premessa. Quanto segue non è rivolto a chi pensa che Berlusconi sia il miglior statista italiano e che Tremonti sia un genio. Neppure a coloro che pur tra i dubbi continuano a preferirli a ciò che vedono “dall’altra parte”. Parla invece a quella parte di centrosinistra che negli anni ha appreso a proprie spese che governare un paese avanzato, occidentale e di mercato non è cosa che si risolva con l’antagonismo sociale o con le formulette della vecchia e cara lotta di classe.
    Dunque prodiani, dc di sinistra e “Rutelli boys”, liberal ds, socialisti dello Sdi, fassiniani e dalemiani, tanto per usare le sigle invalse nel giornalese. Iscritti e quadri della Cisl, della Uil, e di quella parte di Cgil che inizia a pensare e a dire che c’è qualcosa da rivedere nel recente passato dell’organizzazione.
    Gli altri, a piacere.
    Si parla insomma innanzitutto ai “riformisti”.
    Con gentile preghiera di non essere considerati con pregiudizio. Chi mi paga lo stipendio e chi dirige questo giornale non ha mai impedito di scrivere ciò che non mi convince anche dell’attuale governo, dell’ultima Finanziaria o di tutte le precedenti: e non è poco, almeno per noi.

    Argomento: la riforma delle pensioni e l’atteggiamento che i riformisti vorranno tenere. Secondo la convenienza per la propria parte e per il paese, non per fare un favore a Berlusconi e al suo governo.

    “Alzare subito l’età minima pensionabile a 70 anni.
    Eliminare tutte le indicizzazioni e gli agganci tra pensioni e retribuzioni.
    Decurtare le pensioni già concesse agli statali-baby e agli altri privilegiati, incentivando i sessantenni a tornare al lavoro con sgravi fiscali.
    Demolire per legge i diritti acquisiti.
    Ridurre gli oneri sociali per tutti e detassare integralmente i versamenti sui fondi pensione aziendali, le polizze vita e le altre pensioni integrative private”. Settembre 1994.

    Non sono parole mie, è l’attacco conclusivo de: “Il crack delle nostre pensioni”, di Federico Rampini.
    Allora vicedirettore del Sole, oggi firma di punta di Repubblica.
    Non cito quel manifesto di riformismo previdenziale manu militari per metterlo in berlina, paragonandolo a Repubblica di oggi. All’epoca, avrei condiviso.
    Due mesi dopo, raccoglievo insieme a Franco Debenedetti un’idea di Marco Pannella, e di fronte al sindacato che travolgeva nelle piazze la riforma previdenziale presentata dal governo Berlusconi – la più energica come correzione della spesa previdenziale sul pil, a distanza di anni scrivevo un appello che in questa pagina si riproduce. Un appello che condannava la politica del rinvio, in nome dei diritti delle generazioni che non votano, di quell’equità intergenerazionale grazie alla quale nel giro di un giorno firmarono Franco Modigliani, Romano Prodi, Paolo Sylos Labini, Mario Baldassarri. La necessità della riforma veniva prima, il governo Berlusconi dopo.

    A distanza di un decennio continuo a pensarla così, a credere che per ogni riformista dovrebbe essere così. All’epoca, mi colpì che la maggioranza delle adesioni pubblicate dal Corriere della
    Sera risultasse di militanti radicali. L’Italia della spaccatura frontale prevaleva sul merito della questione. E così è stato purtroppo negli anni successivi. A spese della sinistra riformista.


    Non perché essa abbia messo il problema nell’angolo. Le riforme sin qui approvate portano i nomi di suoi esponenti. Prima Giuliano Amato che alzando i tetti di vecchiaia fece risparmiare a regime ben 50 mila miliardi, poi Lamberto Dini nel ’95 che introdusse il contributivo, infine Romano Prodi nel ’97.
    Della Dini, della successiva prodiana accelerazione della sua messa a regime e tendenziale equiparazione dei requisiti tra lavoratori pubblici e privati, sappiamo tuttavia sin dall’inizio che al merito di aver rotto il tabù si sommavano limiti e difetti. L’estrema lunghezza del periodo transitorio; le incognite di cosa sarebbe avvenuto – come è stato – se la crescita economica fosse stata ridotta e confermata la tendenza degli italiani a pensionarsi appena possibile; gli irrisolti aspetti di iniquità intergenerazionale stante l’enorme differenza dei trattamenti tra coloro che restavano esenti dalla Dini e coloro cui si applicava e intragenerazionali, con ancora troppi lavoratori con eguali annualità contributive ma trattamenti diversi.
    Conosciamo tutto questo con una ricchezza documentale sconfinata, accumulata proprio dai più riformisti tra gli economisti e ricercatori sociali, si chiamassero Tito Boeri con la fondazione Rodolfo Debenedetti di cui è alla testa, oppure Fiorella Kostoris presidente dell’Isae e coautrice di studi proprio con Modigliani. E molti, molti altri.
    Che i riformisti al governo sapessero da subito che il problema era stato affrontato in maniera non risolutiva, emerse in maniera esplicita e incontrovertibile nei veti posti da Rifondazione al tentativo di riforma – all’inizio più coraggioso nelle intenzioni – proprio di Prodi.
    E poi nello scontro aperto, di questo si trattò, che Massimo D’Alema volle ingaggiare da presidente del Consiglio, scrivendo nel suo Dpef dell’estate 1999 che la verifica previdenziale inizialmente prevista al 2001 andava anticipata subito, allo stesso autunno. Era un tema che D’Alema aveva sollevato dalla tribuna congressuale del suo partito a Firenze, “non si può governare un paese con la testa rivolta all’indietro”. E i tecnici dalemian-prodiani avevano per primi offerto uno scambio ancora sul tavolo. Poiché i soldi da investire non c’erano, anzi i contributi altissimi del 32,7 per cento del salario versati da lavoratori e imprese neppure bastavano a pagare il debito verso i pensionati e doveva intervenire il contribuente a saldare il conto, e non potendosi ulteriormente alzare contributi o imposte, una correzione della Dini si sarebbe accompagnata all’utilizzo del Tfr fin lì accumulato dalle imprese, per far decollare il “secondo pilastro” delle pensioni integrative.

    Si sa come le cose andarono. Sergio Cofferati si alzò in quel congresso e si oppose, bocciò il Dpef D’Alema con interviste di fuoco. Ogni tanto le rileggo, ancora adesso fanno imbestialire. Perché Cofferati quell’estate non negò minimamente che il famoso problema della “gobba” ci sarebbe stato e che lui non si sognava di escluderlo. Il suo punto fermo era, testualmente, “dire no alla scelta di fare della riforma previdenziale un segno di modernizzazione del paese, emblematico di una Terza via che si vuole contrabbandare come sinistra di governo, e che invece fa propri gli obiettivi di smantellamento del welfare propri della destra”.
    Come si vede era una esplicita lotta tutta interna alla sinistra, quella grazie alla quale la riforma non è stata fatta dai riformisti al governo nella precedente legislatura: e se non fosse stato per via di Cofferati, anche col consenso del sindacato, si sarebbe fatta quella riforma.
    Da allora, con la delega connessa alla prima Finanziaria del governo Berlusconi in materia di Tfr e decontribuzione, decontribuzione, siamo ancora fermi più o meno lì.
    Con la differenza che i problemi per via della bassa crescita si sono aggravati.
    Che il benestare da parte della Commissione europea a riduzioni dei deficit strutturali inferiori allo 0,5 per cento annuale del pil sono dichiaratamente concessi solo in cambio di riforme altrettanto strutturali i cui effetti siano valutabili a regime: ed è per questo che il governo Raffarin ha riformato i requisiti di anzianità unificando in tempi lunghi quelli dei lavoratori pubblici e privati, e che il governo Schroeder si appresta ad alzare ulteriormente i già alti, per il nostro standard, requisiti di vecchiaia.

    Tornando alla situazione italiana, non esiste un riformista degno di questo nome che possa negare una realtà ancor più evidente. Che ridurre la spesa pensionistica pubblica sul pil è premessa necessaria e contestuale a riorientare verso ammortizzatori sociali, incentivi alla formazione e alle famiglie l’intera spesa sociale italiana, troppo squilibrata verso le pensioni, priva di risorse per il “Workfare” e il sostegno demografico di un paese in via di pauroso invegliardimento e che non può reperire tali risorse per via fiscale, visto che nessuno a sinistra può pensare di essere così pazzo, se vince le elezioni, da rialzare le tasse come chiede Bertinotti.
    Questo è il quadro in cui Tremonti e Berlusconi avanzano la loro proposta, mentre ancora Tfr e decontribuzione ai nuovi assunti non sono partiti e dunque l’offa del “secondo pilastro” – che le imprese ovviamente non ambiscono a perdere è lì in cambio di una possibile contropartita.
    Il problema per il riformista non è quello di sposare la riforma Berlusconi come la migliore possibile. A giudizio di chi scrive ha il difetto di rinviare al 2008 i suoi effetti, introducendo di qui ad allora un’ulteriore classe di avvantaggiati per via del terzo aggiuntivo di reddito disponibile per chi avendo maturato i diritti non va in pensione, effetto che oltre ad “abituare” il paese all’idea di lavorare di più, serve a lucrare qualche votarello a spese di chi quell’incentivo non avrà.
    Più altre pecche, su cui non è il caso qui di soffermarsi.

    Perché il problema, ripeto, non è di sciogliersi in un peana entusiasta. Bensì di non negarne gli effetti strutturali, di non nascondersi dietro l’argomento dell’eccessiva rigidità dello scalino al 2008 (per altro aperto ancora alla trattativa coi sindacati, con il ministro Maroni disposto a concessioni dilative che Tremonti vorrebbe evitare).
    La scelta da fare è invece quella, secca, di evitare come la peste la risposta classica che sinistra del veto e partito antagonista hanno opposto sistematicamente in quest’ultimo decennio a ogni riforma strutturale. Cioè lo sciopero generale. Non è solo una risposta stantia, che evoca Hubert Lagardelle per chi ancora a sinistra ricordasse chi era. E’ la riproposizione di una sinistra del diniego che già ha portato male nella legislatura precedente, che ha affossato Prodi e sconfitto D’Alema, che ha fatto perdere le elezioni, e che ora si rintana leccandosi le ferite e, si spera, soprattutto a riflettere sui propri errori in quel di Bologna.

    Lo sciopero generale sulle pensioni non è il no a Berlusconi e a Tremonti. E’ un no ai “giovani che non votano” per cui si batteva inascoltato Modigliani, è un no – un domani che il centrosinistra
    tornasse a vincere le elezioni – a una sinistra che i problemi li risolve invece di rinviarli o di addossarli alle spalle del contribuente. E’ il no che sposa “le tre Italie dei privilegi previdenziali” descritta descritta da Francesco Giavazzi sul Corriere senza per questo elogiare il governo.

    Naturalmente, chi scrive non è così ingenuo da non vedere che un simile appello cade in un momento di forte inasprimento del confronto politico. Non è un caso che chi ha testa e capacità di leggere nei numeri dell’Italia delle pensioni, come per esempio Eugenio Scalfari, il 13 e il 19 luglio scorso abbia sparato in modo preventivo due pesantissime bordate che, prima che contro il governo e la sua proposta di riforma in itinere, erano proprio mirate a quei riformisti che volessero intavolare un dialogo su una qualsivoglia possibile riforma.
    E che invece Giuliano Amato, intervistato sempre da Repubblica il 26 agosto, abbia lanciato – obliquamente come fa un po’ sempre lui – il binomio “il centrosinistra dica sì a Prodi e apra al dialogo sulle riforme”. Dove in materia previdenziale si ribadiva la necessità di far partire prima il secondo pilastro, ma insieme implicitamente si incitavano i riformisti ad affiancare una proposta almeno altrettanto strutturale quanto agli effetti di correzione sulla spesa pubblica, con la caratteristica di essere semmai più equa dal punto di vista dei suoi effetti intergenerazionali e intragenerazionali. E’ esattamente questo, ciò che dovrebbero fare “coloro che pur stando all’opposizione devono sempre comportarsi come se stessero al governo, su temi quali le pensioni”, come ha detto al Corriere della Sera Franco Debenedetti.
    Dite no allo sciopero generale, cari scommettitori a sinistra su un domani di governo in cui la vostra parola vorrà contare più di quella di Bertinotti. Avete una strada di fronte a voi.
    Cisl, Uil, e quella parte di Cgil davvero disposta non a parole al contributivo pro-rata da subito, potrebbero in realtà in poche settimane convergere con Confindustria senza passare per il governo, su una riforma diversa da quella Tremonti, non meno efficace sulle casse pubbliche, più equa nei suoi effetti, ancor più valida in Europa. Non è una boutade, assicuro. C’è chi ne sta riservatamente parlando. Una sinistra seria se ne occuperebbe. Chi crede in una legislazione sociale volta all’antidoto dello scontro, non ha interesse a rinviarlo a un’ulteriore prova di forza tra sinistra e sinistra. Dite no all’inutile corteo, seguite la strada indicata per una volta dall’editore di Repubblica contro il suo fondatore. Vendicate D’Alema. Soprattutto, pensate alle classi di giovani elettori che ve ne sarebbero grati, invece di regalarli ancora una volta a chi li ha saputi convincere meglio di voi.
    Oscar Giannino


    da non credersi ma proprio su il Foglio

    saluti

 

 

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