Della precocità di Ettore Majorana parla anche Edoardo Amaldi nel volume La vita e l'opera di Ettore Majorana (Accademia Nazionale dei Lincei - 1966). A tre-quattro anni, quando ancora i numeri non sapeva leggerli, Majorana era in grado di fare calcoli complicatissimi. Inevitabile, quindi, che venisse "esibito" a parenti e amici. E così, come agli altri bambini si facevano recitare poesie, a Majorana veniva chiesto di risolvere operazioni aritmetiche complesse, come radici o moltiplicazioni a più cifre. "Quando uno gli chiedeva di fare un calcolo, il piccolo Ettore si infilava sotto un tavolo quasi cercasse di isolarsi e da lí dava, pochi secondi dopo, la risposta". In qualche modo, dunque, c'era già nel piccolo Ettore il desiderio di nascondersi, di essere dimenticato, di sparire.
Divenne poi un ragazzo a suo modo allegro, dotato di un raffinato senso dell'umorismo e dell'ironia, acuto nelle osservazioni, ferratissimo anche in letteratura e filosofia (amava particolarmente Pirandello) e, al di fuori dell'ambiente di studio, sembrava ben inserito nella sua compagnia . Quando invece era nel suo mondo, alle prese con equazioni e teorie, Majorana mostrava i lati contraddittori della sua personalità indecifrabile.
E, nonostante si divertisse a sfoggiare la sua abilità e si lanciasse in profondissime analisi di problemi che precorrevano i tempi di decenni, forse non era sempre in grado di sopportare il genio che possedeva. Forse risentiva ancora delle "esibizioni" di calcolo mentale a cui veniva sottoposto da bambino. Secondo Erasmo Recami (uno dei principali storici di Majorana, assieme ad Edoardo Amaldi), il muro verso cui Majorana si voltava nelle gare con Fermi[*] poteva essere il corrispettivo del tavolo sotto cui il piccolo Ettore si nascondeva quando parenti e amici andavano ad applaudire "il bambino prodigio" (o magari il muro gli serviva semplicemente per appoggiare il foglietto).
Non si sa cosa passasse per la mente a Majorana. Forse non avrebbe voluto essere un genio di tale grandezza, o forse fu segnato dalla sua infanzia, ma certamente doveva soffrire di un grave malessere interiore se, nel bel mezzo del corso di fisica teorica che teneva all'Università di Napoli (e dopo aver pubblicato dei lavori incredibilmente avanti nei tempi), in completo isolamento da Fermi e dai suoi amici di Roma, decise di mettere fine alla sua vita pubblica e alla sua carriera per sparire nel nulla.
Amaldi esprimerà così il senso di vuoto lasciato dall'amico Ettore: "… tutti sono rimasti con un senso di profonda amarezza per la perdita, chi di un parente, chi di un amico, gentile riservato e schivo di manifestazioni esteriori, così evidentemente affettuoso anche se profondamente amaro: un senso di frustrazione per tutto quello che il suo ingegno non ha lasciato ma che avrebbe ancora potuto produrre se non fosse intervenuta la sua assurda scomparsa; e soprattutto un senso di profondo e ammirato stupore per la figura di uomo e di pensatore che era passata tra noi così rapidamente, come un personaggio di Pirandello carico di prolemi che portava con sé, tutto solo; un uomo che aveva saputo trovare in modo mirabile una risposta ad alcuni quesiti dela natura, ma che aveva cercato invano una giustificazione alla vita, alla sua vita, anche se questa era per lui di gran lunga più ricca di promesse di quanto essa non sia per la stragrande maggioranza degli uomini…"
[*]I due scienziati facevano spesso gare di calcolo: Fermi col suo inseparabile regolo riempiva le lavagne di formule, Majorana voltato verso il muro lo sfidava con un foglietto e una penna.
Majorana con la famiglia







