Non solo Alleanza nazionale ma anche il Movimento sociale italiano di Almirante e perfino la sua scheggia radicale superstite, la fiamma di Rauti, hanno sempre rifiutato di cavalcare la xenofobia e il razzismo. Lo stesso Haider ha trovato qualche udienza nella Lega, ma non in Alleanza nazionale o nella fiamma tricolore. Questo deriva probabilmente da due indelebili eredità: quella romana, che apriva la cittadinanza imperiale anche agli immigrati, e quella cattolica, che predica un’apertura al mondo nel nome della missione evangelica di Roma. Le due eredità hanno pesato sulla destra, sconsigliandola di indulgere in atteggiamenti di chiusura e di segregazione. A ciò si aggiunge il forte radicamento centro-meridionale della destra italiana, in aree in cui il razzismo e la xenofobia hanno attecchito assai poco, anche perché per troppi anni gli immigrati, dentro e fuori d’Italia, venivano dal nostro sud; semmai il vizio atavico delle popolazioni italo-meridionali era l’opposto, la xenofilia, il servilismo verso lo straniero. Non a caso i residui italiani di chiusura verso gli stranieri si sono rifugiati nella Lega nord, che non è certo una formazione di destra, anche se alcuni suoi tratti appartengono al repertorio degli istinti, dei sentimenti e dei risentimenti affini ad una destra primordiale. Ma vorrei dire che la stessa esperienza fascista, pur nutrita da un nazionalismo aggressivo e da una visione guerriera e imperiale del mondo, non ha alimentato particolari diffidenze verso gli immigrati. La sua polemica riguardava più i popoli dai cinque pasti (come venivano sprezzantemente chiamati gli inglesi), le nazioni borghesi e mercantiliste o i regimi comunisti, che i popoli poveri. Vi era pure una retorica dell’integrazione verso le colonie africane («Ti porteremo a Roma liberata... sarai camicia nera pure tu» cantavano a Faccetta nera). Non a caso molti dittatori e presidenti del terzo mondo si ispirarono a Mussolini, a cominciare da Nasser e Bourghiba. La derivazione socialista del nazionalismo fascista, la lotta tra le nazioni povere e vitali (in una parola proletarie) e le nazioni ricche e decadenti (in una parola plutocratiche) faceva parte del repertorio populista del fascismo.
A voler cercare una legittimazione culturale alla lotta contro gli immigrati, difficilmente si troveranno sostegni nella cultura italiana di destra e persino in quella protofascista. Bisogna cercarla nei paesi del nord-Europa o d’oltre Atlantico, anche in consolidate democrazie liberali e anglosassoni.
Nella destra sono invece diffusi altri aspetti: la difesa dell’identità nazionale e religiosa del nostro paese, il criterio della preferenza nazionale (vengono prima gli italiani, va tutelata prima la nostra tradizione), la condanna severa dell’immigrazione clandestina e la preoccupazione per il disordine innescato dalla manovalanza criminale e avventuriera reclutata tra questi ultimi. Non c’è invece il rifiuto dell’immigrazione regolare perché non ci sono pregiudiziali di natura etnica o razziale: non a caso, diffidano più degli zingari e degli albanesi che dei senegalesi o dei filippini. A dimostrazione che non è il colore della pelle a suscitare diffidenza ma la diffusione della criminalità.
Insomma Fini ha sicuramente generato imbarazzi incrociati sul piano politico; ma si è rivolto ad un paese che da millenni sa convivere con civiltà e umanità con gli stranieri di ogni tipo; oppressori, turisti o subalterni. Insomma, ha sfondato una porta aperta.
Marcello Veneziani
Il Mattino (12/10/03)




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