Caro PanzerJäger88, mi fa piacere risentirti dopo tanto tempo.Originally posted by PanzerJäger88
Bellarmino, è un po' che non ci scriviamo. Senti un po': quando sarò morto e sarò davanti a Dio gli chiederò di spiegarmi come mai c'è gente sulla sedia a rotelle per qualche malattia degenerativa e magari senza soldi e invece ci sono puttane come la nuova miss Italia del cazzo in buona salute e ricoperte di denaro. Se non mi darà una risposta sufficente gli risponderò... male!
È più che evidente che gli gnostici e gli atei partono dalle stesse osservazioni: l'ingiustizia e il male nel mondo. Gli atei, come sto diventando io, dicono "non c'è Dio, nel mondo regna il caos". Gli gnostici, invece, voglio ancora credere, ma in modo tale da scagionare Dio da questo schifo, allora dicono: "Dio c'è, ma è in un luogo inaccessibile ed estraneo al mondo. Quest'ultimo è governato da entità malvage che si spacciano per Dio".
Le teorie gnostiche mi bastano appena appena, mentre le vostre non mi bastano per niente.
Per rispondere ai tuoi legittimi interrogativi bisogna indagare necessariamente la teologia.
Perciò permettimi di servirmi, in alcune parti, della voce dei teologi e dei mistici.
Spero che non ti scandalizzerai se ti dirò che la sofferenza è necessaria!
Essa ha un valore non comune sia per riparare il peccato che per conseguire la santità.
Il peccato, si sa, è sempre la conseguenza di una smodata ricerca del piacere. E’ quasi naturale, perciò, che debba venir riparato mediante l’accettazione di una sofferenza.
La principale riparazione, non dimentichiamolo mai, è stata operata da Gesù Cristo con la sua dolorosissima passione e morte (pienamente accettata da Cristo come un calice imprescindibile attraverso il quale salvare l’umanità) il cui prezzo infinito ci viene comunicato nei sacramenti;
anche il cristiano, come membro di Cristo, di conseguenza non può ignorare la riparazione offerta dal suo Capo.
San Paolo afferma che: manca qualcosa che deve essere posto dalle sue membra cooperando con Cristo alla propria redenzione. (Col. I,24).
Infatti, l’assoluzione sacramentale – a meno che non si verifichi una contrizione molto intensa (ahimè, assai rara se non si è santi) – non ci rimette tutta la pena dovuta per il peccato che in qualche modo deve essere espiata in questa vita o nell’altra (leggere Matteo 5,26).
A questo punto dobbiamo chiederci: come meritare il regno di Dio?
La risposta è semplice: attraverso la santificazione.
La santificazione consiste in un processo ogni volta più intenso di incorporazione a Cristo.
Si tratta perciò di operare una vera (passami il termine) “cristificazione”, alla quale devono pervenire tutti quelli che vogliono conseguire la santità.
Il santo, in ultima analisi, non è che una fedele riproduzione di Cristo, un “altro Cristo”.
Ne consegue che per seguire perfettamente Cristo si dovrà percorrere il medesimo cammino che ci è stato indicato da Cristo stesso in una forma che non ammette equivoci: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. (Matt. 16,24).
Non ci sono pertanto altre alternative: dobbiamo andare incontro al dolore caricandoci sulle spalle la croce e seguire Cristo fino alla sommità del Calvario; non per contemplare come lo crocifiggono, si badi bene, ma per lasciarci crocifiggere con Lui.
San Giovanni della Croce (mistico eccelso e grandissimo conoscitore dei gradi di perfezione cristiana) ha stabilito la seguente similitudine: santificazione=cristificazione; cristificazione=crocifissione.
Da questo si evince la necessità della sofferenza, perché senza di essa non si ottiene la santificazione o l’immolazione con Cristo.
Come dimenticare poi che i mistici e i santi (tutti) anelassero la sofferenza.
Un’altra considerazione giustissima è che il dolore dovrebbe avere più attrattive per il cristiano che il piacere per il pagano.
La sofferenza espia i nostri peccati. Ogni peccato commesso sarà espiato o in questa o nell’altra vita; con la differenza che in questa vita anche un semplice mal di denti, accettato per espiazione, può cancellare colpe immense, mentre nel purgatorio, ogni peccato, anche il più piccolo, avrà una misura di condanna, o pena, ben maggiore che in questa vita.
San Paolo scriveva ai Corinti: “castigo il mio corpo e lo riduco in servitù” (ICor.9,27).
La carne tende a dominare lo spirito e solo attraverso la sofferenza, la mortificazione e la privazione, è possibile ridurla all’ordine e farle lasciare in libertà l’anima.
Potrei continuare parlando dei gradi di amore per la sofferenza e della rassegnazione cristiana con la quale il fedele di Cristo, per santificarsi, deve accettare da Dio e semmai la discussione continuerà ci tornerò molto volentieri.
Solo mi permetto, da amico, di consigliarti di affidarti alla preghiera.
Prega, carissimo, Dio conosce tutte le nostre miserie, ma se lo cerchiamo e lo invochiamo con amore filiale Egli non ci farà cadere nella trappola dello sconforto, orchestrata dal maligno per farci cadere nella disperazione fino a dannarci.
Un saluto con tanta amicizia a te e a tuo fratello.
Bellarmino




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