Il romanzo scritto dal vicedirettore de l’Espresso ha positivamente sorpreso i famigliari delle vittime del 7 luglio del 1945
La vedova del commissario Vescovi: «Un po’ di verità»
Il libro di Giampaolo Pansa accende la discussione e trova consensi unanimi da parte di chi piange ancora le vittime dell’eccidio di Schio. Molti non hanno ancora letto "Il sangue dei vinti", ma il capitolo riportato in anteprima dal nostro giornale, e riguardante l’inaudita strage nelle carceri scledensi, avvenuta nella notte fra il 6 ed il 7 luglio 1945, ha convinto il comitato dei parenti delle vittime ad uscire allo scoperto. E a sposare la richiesta di Alleanza Nazionale che vuole invitare il Presidente della Repubblica a Schio nel luglio 2005, in occasione del 60° anniversario del sanguinoso episodio.
«La sorpresa maggiore è stata quella di vedere che qualcuno della parte opposta - sostengono Matilde Sella e Federico Tonti, a nome del comitato - lascia da una parte i soliti panegerici sulla Resistenza, parlando in modo sereno e senza preconcetti dei nostri morti. Non bisogna avere paura di essere sinceri». La testimonianza più drammatica ed accorata ci giunge tuttavia da Vicenza, dove vive la moglie di Giulio Vescovi, commissario prefettizio, che rimase ferito sotto le raffiche di mitra del commando partigiano, ma spirò dopo qualche giorno in ospedale, «inspiegabilmente", come scrive Pansa.
«Oggi mi sono sentita choccato - afferma Lidia Consolaro Vescovi. - Ho visto la foto di mio marito sul Giornale di Vicenza e ho letto la pagina del libro in cui si racconta dell’eccidio, e sono ritornata a quei tragici momenti. Alla morte sopraggiunta in circostanze misteriose, visto che le ferite non erano gravi. Ricordo, ad esempio, come a Giulio non venne somministrata la penicillina di cui necessitava. E rammento distintamente quando sentii un partigiano esclamare, nelle corsie del De Lellis, senza sapere che lo stavo ascoltando: "Vescovi è ancora vivo. Questa poi no!". Ringrazio Dio , prima di morire, di aver sentito qualcuno sostenere la verità».
Sempre da Vicenza fa sentire la sua voce Luciano Carollo, figlio di Primo, volontario della libertà, a lungo presidente del comitato, sino alla sua scomparsa, avvenuta nel febbraio 2000.
«Finalmente, anche da sinistra, e da un autorevole giornalista, oltre che testimone di quel periodo si cominciano ad ammettere le atrocità commesse dai partigiani. Mio padre inizio nell’84 a scrivere al sindaco di Schio, denunciando il fatto che la città, macchiatasi di quel turpe delitto, non poteva fregiarsi della medaglia al valor partigiano».
Matilde Sella rispolvera dall’archivio una lettera inviata a Indro Montanelli, allora direttore di "il Giornale", e la sua risposta pacata ma ferma.
«Indro Montanelli, rispondendoci, scrisse così: "La Resistenza ha tutto il diritto di essere assunta come un capitolo luminoso della nostra storia nazionale, ma ad un patto: che faccia il bucato dei propri panni, ripudiando infamie che in suo nome furono commesse da chi voleva non la liberazione del nostro Paese, ma il suo asservimento ad un totalitarismo molto peggiore di quello fascista, e perdipiù straniero... Mi sono sempre stupito, e trovo inaccettabile, che dopo aver dimostrato tanto coraggio contro i tedeschi, i reduci onesti della Resistenza, quelli che la fecero sul serio in nome della libertà, non ne abbiano avuto altrettanto contro chi l’aveva infangata con episodi come quello di Schio, e non abbiano saputo nè voluto dissociarsene". Montanelli e Pansa, due che non sono certo fascisti, hanno contribuito a ristabilire i fatti. Speriamo che anche questa volta tutto non vada nel dimenticatorio. Il presidente Ciampi, che è il presidente di tutti gli italiani, si ricordi anche di tutti questi morti. Una ragione in più per accettare di venire a Schio, nell’anniversario dell’Eccidio».
Mauro Sartori
Il Giornale di Vicenza (17/10/03)




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