Non chiamiamolo liberismo. E’ l’egemonia degli Stati Uniti

di GEMINELLO ALVI


«... Ma nessuno dei due gruppi sa esattamente cosa essa sia». Neanche Thurow, che però ha la franchezza per ammetterlo ed è molto pratico. Quindi sceglie la definizione più facile: quella che identifica la globalizzazione con il libero flusso delle merci e dei capitali. E con facili esempi mostra il danno che deriverebbe dal venir meno di scambi e investimenti tra le varie nazioni. Il capitalismo tende del resto ad intensificare la divisione del lavoro, e il fatto che si commerci con l'estero e s'investa sempre più conferma questa scoperta di Adamo Smith. Riconfermata da quanto accadde negli Anni Trenta, quando al crollo degli investimenti americani in Europa seguì il protezionismo e la terribile depressione dell'economia mondiale. Se la globalizzazione è il libero flusso delle merci e dei capitali, interromperla, spiega Thurow, farebbe dunque regredire di un poco il Pil delle nazioni ricche e di molto quello delle povere. Tutti starebbero comunque peggio. Ma basta questa morale per accontentarci della definizione semplificatrice di Thurow? Direi di no. Quanto viviamo oggi è non solo più commercio, ma anche immani movimenti di popolazione; per cui esiste ma non s'usa la parola adatta: cosmopolitismo. Già l'ultima grande espansione liberista, quella di prima del 1914, aveva conosciuto enormi immigrazioni. Ma erano immigrati cinesi o europei verso le Americhe o slavi ed ebrei verso Occidente. Oggi la pressione e la confusione cosmopolita è ben maggiore. Con un'ulteriore differenza: quanto lega questi più potenti flussi non è soltanto la società della comunicazione, la meraviglia che rende ottimista Thurow. Ma l'egemonia di una civilizzazione, la americana, sulle altre.
L'americanizzazione di tutto è oggi non meno potente dei flussi di merci e degli alti o bassi della borse. Prevale un'idea della vita che un decennio fa ci pareva, a tutti, pensabile solo in America. E siano arabi, slavi o filippini, gli immigranti sono un potenziamento di questo processo ovvero della mobilità di tutto e tutti che è da sempre l'America. E a omologarli sono poi jeans e film di Hollywood. Nell'ultima espansione liberista, quella di prima del 1914, non era così. Il cosmopolitismo non significò allora trionfo dell'americanismo. Infatti gli americani venivano a studiare in Europa per capire come organizzare la Federal Reserve. E gli immigrati erano amalgamati dalle singole culture nazionali, si pensi solo alla Francia, non dalle star e dai cantanti americani.
Thurow fa coincidere inoltre globalizzazione e liberismo. Ma quanto è avvenuto durante questi anni di globalizzazione è stato talora assai poco liberista. Monopoli pubblici sono evoluti a monopoli privati, e non solo in Russia. Monete in concorrenza sono divenuti sistemi a moneta unica; è avvenuto con l'Euro in Europa. Un liberista come von Hayek tutto ciò non lo avrebbe chiamato liberismo. In conclusione tutti ci troviamo piuttosto confusi, sia che si difenda e sia che si esecri la globalizzazione. Perché almeno a riguardo Thurow ha piena ragione. «Al Social Forum del 2002 in Brasile... la sessione sulle "alternative positive" non offrì alcuna alternativa positiva dopo tre ore di discussione». E come poteva offrirla? Come ammettere che gli immigrati servono poco all'Inps, e molto più a tenere bassi i salari, come ben sapeva Marx? E che fine farebbe l'agricoltura biologica europea senza protezionismo, ovvero assecondando le richieste del Terzo Mondo? Egoiste non meno di quelle del Primo, ma certamente più globalizzate.