de su jassu www.unionesarda.it
http://www.unionesarda.it/unione/200...SAM01/A01.html
L’esempio
In Val d’Aosta ogni giorno 25 minuti di tv e un’ora di radio: ma occorrono molti soldi
Sa limba è protetta. Anche la Rai dovrà tutelarla e diffonderla: lo ha deciso il Parlamento italiano, che ha appena approvato una legge. Sia chiaro, non c’è da farsi troppe illusioni. Mancano tempo e soldi, per vedere il sogno realizzato. Il provvedimento che ha visto a luce giorni fa, alla Camera dei deputati, prevede solo che «nel rinnovo del contratto di servizio tra il ministero delle Comunicazioni e la Rai saranno introdotte misure dirette ad assicurare, anche attraverso l’utilizzo di frequenze dedicate, la diffusione delle lingue friulana e sarda, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato».
Il cammino si interrompe dunque sui fondi, visto che «non comportare oneri per lo Stato» significa, molto probabilmente, che sarà la Regione a doversi far carico delle spese. Inoltre, si parla del nuovo contratto di servizio tra la Rai e lo Stato, cioè quello che sarà firmato nel 2006. Alle calende greche, come si dice.
Ma nel frattempo sogniamo un po’. Costruiamoci un palinsesto in sardo, senza occuparci ora dei soldi che non ci sono e degli anni che mancano. Che cosa volete, una diretta radiofonica di un concorso in rima improvvisata, che so, su Radiotre alle 18,30? Oppure un telegiornale che racconti come i “politicos de sa giunta non podinti agatai s’accordu”?
Sogni e idee ce ne sono da vendere, ma osservare chi già realizza l’esperimento aiuta forse a tornare coi piedi per terra. «L’esperienza fatta da Val d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Bolzano insegna che si può fare, ma non a costi accettabili», avvisa Renzo Canciani, direttore della sede Rai valdostana. «La Rai non può certo permettersi di finanziare progetti in lingua in tutte le Regioni, che semmai dovrebbero farsene carico, in collaborazione con il servizio pubblico».
Ad Aosta e dintorni funziona così: a certi orari si stacca il segnale da Raitre per mandare in onda la programmazione in lingua francese, seconda lingua parificata all’italiano. Ogni anno vanno in onda programmi in francese per 78 ore di televisione e 110 di radio, «più o meno sono venticinque minuti la giorno di tv, un’ora o tre quarti d’ora di radio».
La programmazione va dalle notizie pure e semplici a veri e propri programmi, fiction e talk show, prodotti anche fuori dalla Rai e poi acquistati. «Questa programmazione prevede un meccanismo organizzativo e produttivo molto particolare - aggiunge Canciani - con costi di diversi miliardi di lire in più ogni anno».
C’è poi un altro problema: se tutti i dialetti italiani aspirassero a divenire lingue minoritarie che necessitano di tutela, non se ne verrebbe a capo. La Lega - a proposito della legge- si è molto arrabbiata, per esempio, perché né il piemontese o il veneto, né il siciliano, sono state introdotte nell’elenco degli idiomi da tutelare.
«Qual è il principio seguito?», chiede Davide Caparini, unico leghista ad aver votato contro la legge. «Se si tutelano le lingue delle Regioni a statuto speciale, non si capisce perché il siciliano non sia stato inserito. E se non è quello il principio, allora perché non inserire anche il Veneto?». «Noi vorremmo che ci fosse una programmazione ad hoc su Raitre per ogni regione», aggiunge. «Aumenterebbe il rapporto col territorio e aprirebbe i mezzi di comunicazione a professionisti che ora ne sono tagliati fuori».
Il tema controverso e dibattuto di che cosa sia una lingua, un idioma, un dialetto e una lingua minoritaria bisognosa di tutele particolari, richiederebbe un intero giornale da riempire. Ma in estrema sintesi i motivi per inserire una lingua minoritaria sono due: la distanza strutturale dalla lingua italiana e l’identità di un popolo trasmessa anche attraverso quell’idioma.
Lo spiega bene Vincenzo Orioles, direttore dell’Istituto internazionale sul plurilinguismo dell’Università di Udine. «In Italia sono dodici le lingue riconosciute come minoritarie, noi vorremmo aggiungerne altre due: il tabarkino di Sardegna, e il galloitalico, un idioma calabrese».
Entrambe le lingue, secondo lo studioso friulano, rispondono ai due criteri ben definiti: rappresentano una lingua distante dal tipo idiomatico derivante dal toscano e si portano dietro un senso di appartenenza della gente. «Quello che noi chiamiamo animus comunitario». Ecco spiegato perché bisogna proteggerle.
Diana Zuncheddu




Rispondi Citando